giovedì 29 marzo 2018

Per una Babele felice

È il caso di non prendere alla leggera le proteste che da qualche tempo si sollevano contro il fatto che in alcune facoltà scientifiche di università statali italiane si tengano le lezioni in lingua inglese. Invece di ridurre quelle proteste a banali rigurgiti nazionalistici di retroguardia, mi pare opportuno metterne in luce ciò che di sensato e di decisivo emerge da quelle prese di posizione. 

Certo, è anche importante la denuncia del residuo di colonialismo che accompagna la pervasività dell’inglese (e in misura minore del francese e dello spagnolo), in tante aree del pianeta e in tanti ambiti della comunicazione e dei saperi. Da questo punto di vista, ha ragione Peter Sloterdijk, quando scrive che oggi “tutti gli studiosi di scienze naturali, i piloti, i diplomatici e gli uomini d’affari sono inglobati come nuove popolazioni artificiali, nell’ineludibile rete anglofona” (Sfere II, Globi). 
È innegabile infatti che, quella della lingua inglese, non può essere vista solo come un’esigenza di praticità e di funzionalità nel tempo della globalizzazione e della connessione permanente, dal momento che quella lingua esercita un vero e proprio potere di controllo politico e culturale. E già questo mi pare un prezzo troppo alto da pagare.

Ma la questione veramente seria e decisiva sta in altri aspetti del problema.
Il rischio più drammatico è che il dominio dell’inglese (o di una lingua sulle altre) diventi un ostacolo o riduca l’evoluzione della capacità di pensare nella propria lingua. Con conseguente impoverimento delle lingue natie e delle diverse lingue del pianeta, alle quali viene gradualmente ma inesorabilmente sottratta l’attitudine ad esprimere e articolare concettualmente questioni complesse, tecniche, astratte, scientifiche, filosofiche. 

Se gli scambi connessi a studi, conferenze, ricerche, comunicazioni ufficiali in ambito scientifico, politico, filosofico, culturale, avvengono solo in inglese perché le lingue locali o nazionali vengono ritenute non comode né pratiche, non si privano di anima le lingue? Non le si mortifica? E questo non è una perdita per la comunità umana nel suo complesso?
Sappiamo che le lingue natie (le lingue “materne”) sono sistemi simbolici dotati di un potenziale innato per esprimere sentimenti e idee profonde. La nostra lingua è quella che ci ha “allattati”, per così dire, e ha generato il primo apparire della nostra coscienza e del nostro pensiero.
Le lingue non sono utensili intercambiabili, né solo un modo per parlare del mondo. Le lingue sono un modo di pensare al mondo. La nostra lingua è il nostro mondo e la nostra “casa”: siamo sicuri di rimanere noi stessi, impoverendola, mortificandola, emarginandola invece di farla crescere con noi? 

La nostra lingua può certo essere arricchita e anche sfidata da altre lingue o sistemi simbolici, ed è bene che lo sia, in un mondo interconnesso.
Ma se si smette di elaborare nella propria lingua anche le questioni più profonde, complesse, e innovative, che fine faranno le lingue? E soprattutto, che fine faranno le persone e le menti che sono state plasmate e strutturate da quelle lingue?
Siamo sicuri che non saremo destinati a trasformarci in nuovi “schiavi”, eterodiretti, se priviamo la lingua, in cui siamo cresciuti, della possibilità di continuare ad articolare categorie, concetti e immagini in ambiti decisivi della nostra vita culturale?

Salvare le lingue quindi, mantenerle attive e produttive in ogni ambito dell’esperienza e della conoscenza, senza sabotarle o umiliarle, senza ridurle al “lavoro manuale” di tutti i giorni, e senza accettare di delegare a lingue “dominanti” il “lavoro intellettuale”! 

Non è in gioco solo il destino delle lingue del mondo, natie, locali o “nazionali”, ma anche la varietà e la diversità del pensiero umano.  Si tratta anche qui, soprattutto qui, di garantire una forma di “biodiversità” essenziale per la sopravvivenza e il futuro dell’evoluzione delle società umane.

Ci sarà pure una ragione se gli umani in contesti diversi hanno prodotto (anzi sono stati indotti a produrre) lingue diverse.

Certo, nel corso della storia dell’umanità, si è pensato spesso che la diversità delle lingue fosse un dato strano e innaturale, come è testimoniato anche dal mito di Babele. Al punto da  immaginare periodicamente e in forme diverse una specie di “ritorno” all’omoglossia
Ma dobbiamo convenire qui con quanto, anni fa, annotava Gillo Dorfles, quando scriveva che “l’u-topia” di un ritorno all’omoglossia, se mai dovesse realizzarsi, potrebbe accadere solo “in maniera artificiosa, privilegiando un solo idioma, imposto da interessi politici ed economici” (Elogio della disarmonia): il che ovviamente non è neppure auspicabile, se vale quanto si è detto sopra.

Dobbiamo riconoscerlo: nel miraggio dell’omoglossia, nei ripetuti tentativi di imporre una sola “lingua mondiale” c’è il rischio del pensiero unico! Una forma molto subdola di pensiero unico: se è vero che il linguaggio e i simboli del linguaggio plasmano la nostra coscienza e i nostri pensieri. Una sola lingua, o una lingua dominante trascinerebbe con se la tendenza a un solo modo di pensare e categorizzare il mondo.
Il miraggio dell’omoglossia sarebbe, alla fine, solo l’espressione di un desiderio o un bisogno di controllo e di potere, come al tempo dei vari colonialismi, antichi e moderni.
E forse è qui il senso vero del racconto biblico della torre di Babele. Che andrebbe letto altrimenti: non tanto come la gelosia di un Dio, che se è tale non può temere gli uomini; in realtà la “punizione” consisterebbe piuttosto nella messa in mora del delirio di onnipotenza umana, nel rifiuto della pretesa di imporre un “potere culturale”, globalizzante e universale. Quella “punizione” è piuttosto la forzatura a prendere atto che il linguaggio e il pensiero degli uomini non saranno mai omologabili da parte di nessun gruppo umano. 
Il che significa prendere atto dell’ineluttabile diversità e pluralità di uomini, linguaggi e culture.
Un altro modo per dire che è possibile anche una “Babele felice” dove la prassi comune (che l’evoluzione dell’elettronica e dell’informatica rende oggi più agevole!) dovrebbe diventare quella dell’imparare a consultare gli idiomi linguistici gli uni degli altri, facendoli crescere insieme, senza dominio da parte di alcune lingue su altre e senza cancellare culture e modalità di pensiero. 

Potremmo fare nostro il sentire di Gandhi quando diceva: “non voglio che la mia casa sia recintata da ogni lato e le mie finestre murate. Voglio che le culture di tutti i paesi si aggirino attorno a casa mia il più liberamente possibile. Ma mi rifiuto di lasciarmi travolgere da alcune di esse”.

martedì 27 febbraio 2018

Il segno dell'umano

E se scomparissero il linguaggio e la conversazione? 
Riusciamo ad immaginare un mondo umano caratterizzato dall’assenza della parola? Sarebbe ancora umano? Riusciamo ad immaginare una società umana in cui il linguaggio si è ridotto solo a una serie di grugniti? Anche se, a dire il vero, qui e là, si notano già alcuni segnali di tale trasformazione. Infatti, non siamo quasi al grugnito ogni volta che la parola, sia pure per difendere cause giuste, viene usata come violenta invettiva, come strumento di aggressione, come insulto, come disprezzo, come dileggio
Sempre più spesso, molti sembrano ignari del fatto che la parola umana è, allo stesso tempo, sacra e fragile come un neonato, il quale va toccato e trattato sempre con assoluta cautela, quasi con timore, (“timore e tremore”) perché esporlo a un rischio anche lieve potrebbe comportare un pericolo mortale.

Domande e riflessioni, queste, nate dalla lettura del romanzo La strada di Cormac McCarthy. Credo si possa dire che questo romanzo sia interpretabile anche come una forma di contemplazione-venerazione della parola e della conversazione umana. A leggerlo, sembra un romanzo per tempi bui, anche se pubblicato nel 2006, quindi prima che cominciasse questo nostro tempo di crisi profonda e di transizione continua e interminabile che ci sovrasta, e ci rende disorientati, ansiosi e angosciati.  Quello del narratore sembra uno sguardo, “laico” con evidenti allusioni anche religiose, su un mondo sconvolto e su una condizione umana desolata. Uno sguardo senza certezze e tuttavia senza aprioristiche chiusure dal momento che “ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero”: sono le parole con le quali si chiude il romanzo.

Tutto comincia con la scena di un mondo sconquassato e frantumato da una catastrofe planetaria oscura. Un mondo che sembra non potersi “rimettere a posto”. Tutto è solo caos, in cui si muovono disorientati, erranti, impauriti e famelici gli esseri umani, tutti senza nome. Intenti solo a sopravvivere. È un mondo senza colori, “arido, muto, senza Dio”. Un mondo dominato dalla paura, e dal quale anche gli uccelli sono fuggiti.
Il romanzo segue l’errare incerto di un padre e di suo figlio, anzi “l’uomo” e “il bambino”, “l’uno il mondo intero dell’altro”, in cerca di una terra sicura, meno buia e fredda, in cerca del mare e del caldo sole del Sud, in cerca di eventuali, sopravvissuti, gruppi umani “buoni” e pacifici.

Cosa fare? Cosa si può salvare quando non c’è niente da “riaggiustare”? quando non è più possibile nessun ritorno al mondo di prima?
Quando non c’è più niente, che non sia macerie, cenere e desolazione, quando non appare nessuna coordinata per definire un orizzonte possibile di significato e di futuro, quando si erra quasi al buio, in compagnia solo di una “disperata speranza”, cosa rimane? 
Se tutto è solo ricordo, potrebbe meritare di essere salvata almeno la parola, la possibilità della trasmissione della parola, la possibilità della “conversazione”. 

La parola sembra l’unica salvezza - almeno per un poco o per sempre forse. Il romanzo lo fa intuire nella scena finale dove il narratore scrive che, in quel mondo in cui anche Dio sembrava assente, il bambino ci “provava a parlare con Dio” e tuttavia per lui la “cosa migliore era parlare con il padre”. Lo stesso messaggio si può dedurre anche dalla scena in cui il padre ha appena ucciso un uomo che voleva sottrargli il figlio. “Quello era stato il primo essere umano, a parte il bambino, con cui aveva parlato nell’arco di oltre un anno. Un fratello finalmente”, annota il narratore registrando i pensieri del padre. Una conversazione con un “fratello”, finalmente, anche se quello aveva usato fino all’ultima parola solo per la menzogna.
Qui è evidente che per l’autore, la parola è ciò che merita di essere salvato ad ogni costo, nella sua oralità, nella sua capacità di essere trasmessa, di essere con-versata, anche quando è spogliata e nuda fino all’estremo.

Questo mi sembra il tema intricante del romanzo. Non è un caso che, nel racconto, le prime parole riportate dallo scrittore in discorso diretto, siano quelle pronunciate dal padre (“dall’uomo”) che, avendo davanti il bambino, dice: “se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. Evidente allusione e interessante interpretazione da parte di Cormac McCarthy di un aspetto centrale della tradizione biblico-cristiana [“e il Verbo era Dio...e il Verbo si fece carne e dimorò fra noi (Gv. 1,1; 1,14)], quasi a dire che è nella parola dell’uomo, nella “con-versazione” con l’altro, che si rivela qualche presenza di ciò che gli esseri umani hanno sempre inteso con la parola “Dio”. 
In realtà, nel proseguire del racconto, agli occhi dell’uomo il bambino diventa sempre più "il verbo", la parola, perciò la speranza e “il fuoco”che non si spegne. In un mondo dove tutto è morte e silenzio, in un mondo vuoto di garanzie, la presenza del figlio e della sua parola è la sola cosa in grado di annunciare una vita nuova. Per "l'uomo" è l' unica garanzia di senso.
Se il bambino resta in vita, se non perde la testa di fronte al male, se continua a fidarsi, se continua a vedere ciò che l’uomo non riesce a vede, se conserva la parola, allora vuol dire che un Dio continua a parlare, anche in quel contesto desolato.

Nel romanzo il padre è tratto fuori dal silenzio e dalla morte, dal bambino. (Il narratore ci fa sapere che il padre è vivo a causa del bambino, perché quando, dopo la catastrofe, lui e la moglie avevano deciso di mettere fine alla vita loro e a quella del figlio, dovettero rinunciare al loro progetto perché avendo solo due proiettili avrebbero dovuto lasciare il figlio in vita da solo).
Come nota il narratore, il bambino è tutto “ciò che c’era tra lui e la morte”, anzi per lui e per il resto del mondo il bambino, quel bambino, è tutto ciò che li separa dalla barbarie, da uno stato selvaggio. 

Ma il padre, o l’uomo come lo chiama il narratore, viene anche destabilizzato dalle domande e dalle parole del bambino: domande e parole a volte incomprensibili come quando il bambino scrive sulla sabbia. Domande e parole indecifrabili perché scritte sulla sabbia e per questo precarie e sfuggenti. Parole a volte impensabili, nel contesto in cui i due si muovono: “Aiutarlo, papà. Voglio solo aiutarlo...Non tocca a te preoccuparti di tutto....Sì, invece, disse. Tocca a me”. 
Tuttavia è essenziale che la conversazione continui. La parola è la vita. “Devi ricominciare a parlarmi, gli disse”. “Potresti raccontarmi una storia che parla di te”. “Dentro di te hai delle storie che io non conosco”. Dice l’uomo al bambino. Dice un umano all’altro umano!
La conversazione tiene in vita, è vita. La vita è conversazione: la conversazione anche quando è insignificante permette la vita, chiama alla vita.

Forse è vero! Nel miracolo della parola c’è qualche traccia del mistero dell’universo. Nel miracolo della parola si nasconde il sogno degli umani. Forse il miracolo e il mistero della parola sono  la vera cifra dell’umano.
Quando il mondo appare distrutto e devastato, sembra dire Cormac McCarthy, resta solo la forza vivificante della parola. 
La parola, da custodire!










martedì 30 gennaio 2018

Perché abbiamo ancora bisogno della letteratura

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Innanzitutto, per prendere atto che la crisi del nostro tempo, che ci coinvolge in ogni dimensione dell’esistenza, ha a che fare, in  modo radicale, con la situazione generale del linguaggio
Quanti linguaggi dimenticati, tagliati o dichiarati privi di senso, a prescindere dal loro impatto sulla vita degli individui! Quanta omologazione dei discorsi e del “dire” a partire da bizzarre classificazioni tra linguaggi “moderni” o “non moderni”!
Già Aristotele definiva “l’essere” come “ciò che si può dire in molti modi”. Il che significa che cancellare o ridurre quei “molti modi”, privilegiandone uno solo o alcuni, comporta una impossibilità di esperienza e conoscenza più complete dell’essere e della vita!
E tuttavia, quante “possibilità” di dire e quindi di pensare vanno perdute!
Mai come oggi il “dire” è un “fare”. E mai come oggi la povertà e la crisi del “dire” è crisi del “pensare”, del “progettare” e del “ fare”.
In effetti, in questo “tempo della comunicazione illimitata”, paradossalmente, il nostro linguaggio appare sempre più carente di modi e di generi attraverso cui le cose, l’esistenza, il sentire e la speranza umana si possano esprimere davvero. 
Oggi ci manca proprio ciò di cui - per fortuna - la letteratura attesta la possibilità: e cioè il fatto che per certe modalità del reale come l’esistenza stessa, la profondità delle cose, la speranza, la relazione con se stessi e con tutto ciò che è “altro”, l’uomo non può presumere di disporre a suo piacere dei linguaggi, ma può solo imparare ad ascoltarli, a mettersi in ascolto contemplativo del linguaggio.
Invece facciamo sempre più fatica a renderci conto che stiamo restringendo i limiti del linguaggio umano in modo asfissiante, riducendo in questo modo anche  i limiti del pensabile e del  possibile.

Cosa deve ancora accadere per capire che il linguaggio umano non può essere limitato ai soli registri del sapere, del potere, dell’azione, nei quali lo hanno confinato la scienza, la tecnica, la politica, una filosofia astrattamente razionale e, addirittura, anche una teologia all’inseguimento della razionalità scientifica, dimentica dell’immaginazione creativa che anima i testi fondativi - non a caso testi letterari! - di diverse religioni?
Ci sono ricchezze e contributi all’auto-consapevolezza umana, cioè a quella “poetica del se medesimo”, come diceva Ricoeur, ci sono risorse espressive, formulazioni e contemplazioni dell’esistenza, di cui nessuna scienza, nessuna tecnica, nessuna teoria o prassi politica, e nessuna filosofia astratta e concettuale, sarebbero capaci. 
Ci sono ambiti della vita e dell’esistenza umana (e sono la maggior parte!) la cui “com-prensione” esige un cambiamento di registro, un diverso, creativo, modo di ascoltare, di parlare e di pensare.

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Perché “la ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni”, scriveva Leopardi nello Zibaldone, chiarendo che la capacità di conoscenza autentica è capacità di immaginazione creativa, capacità di non essere contemporanei,  capacità di avere illusioniAnzi, scriveva, “immaginazione continuamente fresca e operante si richiede a poter saisir i rapporti, le affinità, le somiglianze ecc., o vere o apparenti, poetiche, [o scientifiche] ecc., delle cose tra loro, o a scoprire questi rapporti o a inventarli” (Zibaldone 3717).

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Non solo per svago, passatempo, curiosità o evasione. E neppure solo perché leggere fa bene. Ma perché, uscire dalla nostra profonda crisi culturale e antropologica richiede che diventiamo capaci di incorporare, nel nostro quotidiano e abituale modo di pensare, quel “nucleo distintivo del fenomeno letterario” che è l’immaginazione creativa (Cecilia A. De Palumbo). 
Questa immaginazione creativa, continuamente risvegliata e nutrita dalla letteratura, costituisce per Gaston Bachelard, una disposizione essenziale dell’uomo, che non ha prevalentemente la funzione di spingerci a conoscere o ad operare: essa piuttosto è sogno e contemplazione libera, in grado di lanciare l’essere umano in avanti, prospettandogli il possibile che può aprirsi all’orizzonte.
È di questa finestra sul sempre possibile, anzi, sulla possibilità dell’impossibile, che avremo sempre bisogno, per continuare ad essere umani!


venerdì 29 dicembre 2017

Lo sguardo dell'angelo

Vi è mai capitato che, d'un tratto, qualcosa o qualcuno che, fino allora, era per voi quasi invisibile, nella sua scontata quotidianità, abbia acquisito forza di esistenza e visibilità? E sia riuscito ad offrirvi addirittura motivi impensati del suo insostituibile "esserci"? Al punto da darvi l’impressione di riscoprire in quel momento la vita stessa?  Ecco, è allora che avete sperimentato una specie di “miracolo” che ha modificato il vostro sguardo e il vostro "sentire"!

Vi è mai successo? A me è accaduto, qualche rara volta. È come vedere veramente qualcosa o qualcuno, che fino allora era come in ombra.
Da allora ho cominciato a pensare che vivere, “vivere davvero”, forse, è soltanto una questione di “sguardi”.
Ho cominciato a convincermi che, se esistesse un’arte del vivere (il che è molto dubbio!), essa dovrebbe consistere essenzialmente nel lavorare su di sé per “imparare a vedere”, per allenare il proprio sguardo, per acquisire il giusto sguardo sulle cose!
Si tratta di addestrarci a vedere, in altro modo, ciò che è già visibile e sta lì, davanti ai nostri occhi!

Questo tipo di riflessioni si è andata articolando e corroborando in me, grazie all’incontro con l’opera di Wim Wenders: i film, tra cui il suo capolavoro, Paris, Texas, o il suo film più noto, Il cielo sopra Berlino, ma anche testi letterari, saggi sulla fotografia e sulla logica della percezione; o il recente dialogo con la filosofa Mary Zournazi,, intitolato “Inventare la pace”, in cui torna centrale il tema dello sguardo e dell’educazione al “vedere”.
In questo dialogo filosofico, Wim Wenders ricorda un pensiero di John Berger secondo cui in passato guardare voleva dire comunicare con il mondo e il suo mistero. Mentre oggi, invece, le persone, e noi, non abbiamo più “la pazienza di guardare veramente, di soffermarci sui dettagli o indugiare”.
Forse dobbiamo “ripensare a come guardare il mondo, a come lasciare che il mondo ci parli”.

E allora, anche tornare a rivedere ogni tanto “Il cielo sopra Berlino”, film lirico, visionario e intrigante, è  per me un modo per imparare ad avere la pazienza di guardare, a lasciare che il mondo mi parli. In questo, Damiel e Cassiel, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, possono essere delle guide eloquenti e convincenti.

Come ci vedono gli angeli in quel film? - ci domandiamo con Wim Wenders - “In modo critico? Compassionevole? Senza pietà? Con indifferenza? No, di sicuro gli angeli ci guardano amorevolmente." 
E allora? Basta contemplare e ascoltare? Risponde Wim Wenders: “Sì, basta ascoltare. Si può fare. Ne abbiamo la capacità”.
Sì, quando Damiel e Cassiel osservano gli esseri umani, ci aiutano a capirli, perché guardano senza voler giudicare. Non è questo il modo migliore di scoprire e accogliere ciò che un altro dei grandi maestri del 900, Wittgenstein, chiamava il “mistico” e cioè il semplice e incredibile “fatto” che “il mondo è”, che le cose sono? Non potrebbe questo, questo alla vita, questa contemplazione del suo mistero, essere la modalità più vera di approccio alla realtà e un primo tentativo di risposta alla domanda sul senso delle cose?

L’incredibile presenza degli angeli ne “Il cielo sopra Berlino”, con quello sguardo che non giudica, quello sguardo partecipe, uno sguardo di qualcuno a cui le cose, gli eventi, le persone, stanno a cuore, ha molto da “rivelarci” e da dirci, sul nostro desiderio e i nostri progetti di umanesimo possibile.
Un progetto che può essere illuminato ancora meglio se ci fermiamo su un pensiero su cui Wenders torna più volte nel dialogo “Inventare la pace” sopra citato.
“Lo sguardo amorevole - lo sforzo, la dedizione, l’intento che implica - ha un effetto su ciò che si guarda”. Il modo in cui guardiamo le cose, scrive Wenders, le cambia davvero”. 
L’atto di vedere ha “la capacità e il potere di cambiare ciò che è visto”

Forse solo gli angeli sono capaci di uno sguardo simile? 
O forse gli angeli sono proprio coloro che sono capaci di uno sguardo del genere?






martedì 28 novembre 2017

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi!
Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad esserlo i capi delle nazioni o i dirigenti dei partiti. Non riescono ad esserlo neppure i padroni dell’economia. Mai all’altezza dei tempi: è la maledizione che insegue i rivoluzionari in servizio permanente. Sono quasi sempre in ritardo agli appuntamenti con la storia anche i leader delle religioni. Quasi sempre in ritardo anche sapienti e intellettuali, abbagliati spesso dal luccichio del kronos e disattenti all’avvento controintuitivo del kairós.

Ma, diciamo la verità, arriviamo sempre in ritardo anche  come educatori, come amanti, come genitori, come figli, come cittadini: quante parole diverse avremmo potuto dire, quanti gesti mancati, quante domande inascoltate, quanti sguardi evitati!
È proprio il caso di chiedersi: ma quanto sono in alto i tempi? E perché è così difficile essere alla loro altezza?

Non credo si tratti solo di una questione di volontà. Altrimenti i “buoni” o i “ virtuosi” dovrebbero essere sempre all’altezza dei tempi, e in grado di rispondere alle domande della storia. E, invece, non è così. Non è raro che quelli che appaiono migliori manchino importanti appuntamenti con la storia.
Anche questo fenomeno è forse all’origine della sfiducia che molti, a volte gran parte dei cittadini, nutrono nei confronti di governanti, guide, politica, futuro.

Io non so rispondere al perché di questa situazione. Ipotizzo solo che l’incapacità di essere all’altezza dei tempi sia legata a una nostra costitutiva difficoltà di visione e di comprensione. Diversamente da ciò che comunemente si ritiene, l’intelligenza profonda delle cose non è il nostro (di noi umani) forte. O, almeno, non ancora! Potremmo dire che sul piano dell’evoluzione intellettuale, siamo ancora agli inizi!

È vero che abbiamo compiuto tante conquiste sul piano del sapere e delle conoscenze, ma, riconosciamolo, gran parte di quelle scoperte sono state spesso frutto del caso o esiti imprevisti di percorsi che andavano in altre direzioni. La paradossale avventura di Colombo che, pure,  ha cambiato i parametri della storia umana, è, da questo punto di vista, paradigmatica.

Può essere utile riprendere qui una convinzione di Hegel, il quale diceva che “la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”, e cioè: noi umani riusciamo a riconoscere il senso del tempo solo quando il suo percorso è ormai completato. Pure se, il più delle volte, troppo tardi! Non ci resta quindi che allenare sguardo e ascolto, mentre andiamo incontro al tempo che viene. E sperare!
Forse i tempi hanno una loro logica, e noi umani non saremo mai in grado di controllarla del tutto. Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado". 



venerdì 27 ottobre 2017

Critica della trasparenza

Cosa perdiamo se guardiamo un film e badiamo prima di tutto al “significato”, preoccupandoci di tradurre in linguaggio logico e coerente il flusso delle immagini, invece di lasciare ad esse l’iniziativa e farci guidare dalle loro suggestioni?
Cosa perdiamo quando davanti a un quadro cerchiamo i testi e i concetti di cui quelle immagini sarebbero la visualizzazione, invece di farci provocare dal gioco di quelle forme e quei colori?
E soprattutto quanto perdiamo quando nell’ascoltare un canto ci lasciamo sequestrare dalle parole invece di consentire alle note di accompagnarci nel territorio dell’indicibile? Cosa perdiamo se la musica diventa solo “parole in musica”?
Vi siete mai fatte queste domande? Io mi sono fatto spesso questo tipo di domande. Non ho saputo e non saprei ancora rispondere. Ho solo cominciato a comportarmi in modo inconsueto. 
Per esempio, ho cominciato con il leggermi le trame dei film prima di sedermi sulla poltrona del cinema o davanti alla tv per guardare qualunque film. Ho pensato che se conoscevo già la trama potevo lasciarmi trasportare dalle immagini dove volevano, senza filtri; e magari fare un diverso tipo di esperienza.
Ho cominciato, nel visitare un museo o nel fermarmi davanti a un quadro, a rifiutare di servirmi delle schede critiche, E a fermarmi a contemplare quei dipinti lasciandoli agire su di me per vedere che effetto mi avrebbero fatto e quali emozioni avrebbero risvegliato. In attesa di intuire anche vagamente quella logica-non-linguistica e radicalmente non-testuale con cui le immagini producono in noi senso e sapere (G.Boehm).
Ho cominciato ad ascoltare brani musicali solo strumentali, senza parole o magari con parole in una lingua che non potevo capire, per sperimentare il potere della musica di farci accedere a ciò che è (era?) prima della parola. Se è vero che “nella musica viene all’espressione qualcosa che nel linguaggio non può essere detto”, come scrive Agamben e non credo ci siano seri motivi per non credergli.
E allora cosa perdiamo? Io penso che perdiamo molto in termini di esperienza, di ulteriorità. di prospettive, di possibilità e di scelte. 
La smania di concludere, di portare sempre “a casa” qualcosa: quel film voleva dire questo....; quel quadro rappresenta quest’altro....; quella canzone dice questo o mi ricorda quello....ci impoverisce.
Se tutto quadra, se riusciamo a collocare ogni cosa nel suo scaffale, se tutto ha una logica, un inizio e una conclusione, se tutto è traducibile in un racconto coerente, se tutto diventa trasparente, non è detto che tutto vada bene.
Quanto perdiamo, presi come siamo dall’ossessione della trasparenza assoluta in tutti i campi dell’esperienza e del sapere, fino a impoverirli, a chiuderli nella camicia di forza della nostra logica fino ad inaridirli tutti, anche quelli (come l’arte, la musica, il cinema...) nati per trasportarci “altrove”, verso altre dimensioni, altre esperienze, altri saperi? Si, perdiamo davvero tanto, a volte irrimediabilmente!
Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante, verso altre dimensioni e altre trame, mai conclusive, del reale.

mercoledì 27 settembre 2017

Chi ci libererà dai "maestri" di etica?

Chi ci libererà dai pedanti maestri di etica e dai loro quotidiani e inutili elenchi di mali e malfattori?
Chi ci libererà dalle cassandre a dai savonarola che hanno sempre lasciato il mondo così come lo hanno trovato, e magari solo un po’ più annebbiato?
Chi ci libererà dai profeti di sventura e dell’apocalisse?
Chi ci libererà dai fastidiosi piagnistei di quelli che segnalano sempre il “nemico” alle porte, con la stessa frequenza con cui un tempo avrebbero intravisto diavoli dappertutto?
Chi ci libererà da quei noiosi che se odono gli altri suonare un flauto trovano subito un motivo per non ballare con loro, ma anche se li sentono cantare una canzone triste scoprono sempre una ragione per non piangere con loro?
Chi ci libererà da quegli “illuminati” secondo i quali ogni giorno assistiamo non alla costruzione  faticosa, contrastata, lenta e spesso zoppicante, della città umana, ma solo e sempre, alla “morte” della democrazia, alla “fine” della libertà, al “tradimento” delle istituzioni?
Chi ci libererà da quelli che sanno usare solo parole eccessive, esagerate, superlative, estreme, assolute, tutte, sempre, con la maiuscola, irrevocabili e non negoziabili?
Chi ci libererà da quelli che sanno distinguere così nettamente il bene dal male, i buoni e i giusti dai cattivi e dai disonesti, il grano dalla zizzania?
Chi ci libererà da quegli indignati permanenti, i quali credono che senza le loro urla nessuno si accorgerebbe dei mali sociali, nessuno farebbe niente per cambiare le cose, nessuno desidererebbe un mondo migliore, nessuno purificherebbe il mondo dal male?
Chi ci libererà da quelli il cui discorso è fatto solo di: “tu devi”, “voi dovete”, e soprattutto: “essi devono” e “ essi dovrebbero”?
Chi ci libererà da quelli che amano solo giudicare e sono incapaci di “com-prendere” il mondo e gli altri?
Chi ci libererà da chi ha bisogno di “sacrificare” ogni giorno qualcuno perché tutto torni in equilibrio?
Chi ci libererà da chi non si fa scrupolo di coprire di disprezzo e insulto i “responsabili” dei mali?
Chi ci libererà da chi non sa più ridere, né sorridere delle fragilità umane?
Chi ci libererà da chi usa la parola solo come arma e come macigno e mai come carezza o come ponte?
Chi ci libererà da queste immusonite controfigure di Atlante, che amano ammirarsi mentre sorreggono il peso del mondo, convinti che senza di loro questo universo andrebbe alla rovina?
Soprattutto, chi ci libererà da chi non ha nessuna bella storia da raccontarci per offrirci una "visione" che aiuti a sperare e a immaginare un mondo nuovo, ma sa solo metterci in guardia, spingerci al sospetto e alla diffidenza, e spegnere le luci sui nostri orizzonti?
Chi ci libererà? 




Per una Babele felice

È il caso di non prendere alla leggera le proteste che da qualche tempo si sollevano contro il fatto che in alcune facoltà scientifiche di ...