martedì 30 gennaio 2018

Perché abbiamo ancora bisogno della letteratura

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Innanzitutto, per prendere atto che la crisi del nostro tempo, che ci coinvolge in ogni dimensione dell’esistenza, ha a che fare, in  modo radicale, con la situazione generale del linguaggio
Quanti linguaggi dimenticati, tagliati o dichiarati privi di senso, a prescindere dal loro impatto sulla vita degli individui! Quanta omologazione dei discorsi e del “dire” a partire da bizzarre classificazioni tra linguaggi “moderni” o “non moderni”!
Già Aristotele definiva “l’essere” come “ciò che si può dire in molti modi”. Il che significa che cancellare o ridurre quei “molti modi”, privilegiandone uno solo o alcuni, comporta una impossibilità di esperienza e conoscenza più complete dell’essere e della vita!
E tuttavia, quante “possibilità” di dire e quindi di pensare vanno perdute!
Mai come oggi il “dire” è un “fare”. E mai come oggi la povertà e la crisi del “dire” è crisi del “pensare”, del “progettare” e del “ fare”.
In effetti, in questo “tempo della comunicazione illimitata”, paradossalmente, il nostro linguaggio appare sempre più carente di modi e di generi attraverso cui le cose, l’esistenza, il sentire e la speranza umana si possano esprimere davvero. 
Oggi ci manca proprio ciò di cui - per fortuna - la letteratura attesta la possibilità: e cioè il fatto che per certe modalità del reale come l’esistenza stessa, la profondità delle cose, la speranza, la relazione con se stessi e con tutto ciò che è “altro”, l’uomo non può presumere di disporre a suo piacere dei linguaggi, ma può solo imparare ad ascoltarli, a mettersi in ascolto contemplativo del linguaggio.
Invece facciamo sempre più fatica a renderci conto che stiamo restringendo i limiti del linguaggio umano in modo asfissiante, riducendo in questo modo anche  i limiti del pensabile e del  possibile.

Cosa deve ancora accadere per capire che il linguaggio umano non può essere limitato ai soli registri del sapere, del potere, dell’azione, nei quali lo hanno confinato la scienza, la tecnica, la politica, una filosofia astrattamente razionale e, addirittura, anche una teologia all’inseguimento della razionalità scientifica, dimentica dell’immaginazione creativa che anima i testi fondativi - non a caso testi letterari! - di diverse religioni?
Ci sono ricchezze e contributi all’auto-consapevolezza umana, cioè a quella “poetica del se medesimo”, come diceva Ricoeur, ci sono risorse espressive, formulazioni e contemplazioni dell’esistenza, di cui nessuna scienza, nessuna tecnica, nessuna teoria o prassi politica, e nessuna filosofia astratta e concettuale, sarebbero capaci. 
Ci sono ambiti della vita e dell’esistenza umana (e sono la maggior parte!) la cui “com-prensione” esige un cambiamento di registro, un diverso, creativo, modo di ascoltare, di parlare e di pensare.

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Perché “la ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni”, scriveva Leopardi nello Zibaldone, chiarendo che la capacità di conoscenza autentica è capacità di immaginazione creativa, capacità di non essere contemporanei,  capacità di avere illusioniAnzi, scriveva, “immaginazione continuamente fresca e operante si richiede a poter saisir i rapporti, le affinità, le somiglianze ecc., o vere o apparenti, poetiche, [o scientifiche] ecc., delle cose tra loro, o a scoprire questi rapporti o a inventarli” (Zibaldone 3717).

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Non solo per svago, passatempo, curiosità o evasione. E neppure solo perché leggere fa bene. Ma perché, uscire dalla nostra profonda crisi culturale e antropologica richiede che diventiamo capaci di incorporare, nel nostro quotidiano e abituale modo di pensare, quel “nucleo distintivo del fenomeno letterario” che è l’immaginazione creativa (Cecilia A. De Palumbo). 
Questa immaginazione creativa, continuamente risvegliata e nutrita dalla letteratura, costituisce per Gaston Bachelard, una disposizione essenziale dell’uomo, che non ha prevalentemente la funzione di spingerci a conoscere o ad operare: essa piuttosto è sogno e contemplazione libera, in grado di lanciare l’essere umano in avanti, prospettandogli il possibile che può aprirsi all’orizzonte.
È di questa finestra sul sempre possibile, anzi, sulla possibilità dell’impossibile, che avremo sempre bisogno, per continuare ad essere umani!


venerdì 29 dicembre 2017

Lo sguardo dell'angelo

Vi è mai capitato che, d'un tratto, qualcosa o qualcuno che, fino allora, era per voi quasi invisibile, nella sua scontata quotidianità, abbia acquisito forza di esistenza e visibilità? E sia riuscito ad offrirvi addirittura motivi impensati del suo insostituibile "esserci"? Al punto da darvi l’impressione di riscoprire in quel momento la vita stessa?  Ecco, è allora che avete sperimentato una specie di “miracolo” che ha modificato il vostro sguardo e il vostro "sentire"!

Vi è mai successo? A me è accaduto, qualche rara volta. È come vedere veramente qualcosa o qualcuno, che fino allora era come in ombra.
Da allora ho cominciato a pensare che vivere, “vivere davvero”, forse, è soltanto una questione di “sguardi”.
Ho cominciato a convincermi che, se esistesse un’arte del vivere (il che è molto dubbio!), essa dovrebbe consistere essenzialmente nel lavorare su di sé per “imparare a vedere”, per allenare il proprio sguardo, per acquisire il giusto sguardo sulle cose!
Si tratta di addestrarci a vedere, in altro modo, ciò che è già visibile e sta lì, davanti ai nostri occhi!

Questo tipo di riflessioni si è andata articolando e corroborando in me, grazie all’incontro con l’opera di Wim Wenders: i film, tra cui il suo capolavoro, Paris, Texas, o il suo film più noto, Il cielo sopra Berlino, ma anche testi letterari, saggi sulla fotografia e sulla logica della percezione; o il recente dialogo con la filosofa Mary Zournazi,, intitolato “Inventare la pace”, in cui torna centrale il tema dello sguardo e dell’educazione al “vedere”.
In questo dialogo filosofico, Wim Wenders ricorda un pensiero di John Berger secondo cui in passato guardare voleva dire comunicare con il mondo e il suo mistero. Mentre oggi, invece, le persone, e noi, non abbiamo più “la pazienza di guardare veramente, di soffermarci sui dettagli o indugiare”.
Forse dobbiamo “ripensare a come guardare il mondo, a come lasciare che il mondo ci parli”.

E allora, anche tornare a rivedere ogni tanto “Il cielo sopra Berlino”, film lirico, visionario e intrigante, è  per me un modo per imparare ad avere la pazienza di guardare, a lasciare che il mondo mi parli. In questo, Damiel e Cassiel, gli angeli de “Il cielo sopra Berlino”, possono essere delle guide eloquenti e convincenti.

Come ci vedono gli angeli in quel film? - ci domandiamo con Wim Wenders - “In modo critico? Compassionevole? Senza pietà? Con indifferenza? No, di sicuro gli angeli ci guardano amorevolmente." 
E allora? Basta contemplare e ascoltare? Risponde Wim Wenders: “Sì, basta ascoltare. Si può fare. Ne abbiamo la capacità”.
Sì, quando Damiel e Cassiel osservano gli esseri umani, ci aiutano a capirli, perché guardano senza voler giudicare. Non è questo il modo migliore di scoprire e accogliere ciò che un altro dei grandi maestri del 900, Wittgenstein, chiamava il “mistico” e cioè il semplice e incredibile “fatto” che “il mondo è”, che le cose sono? Non potrebbe questo, questo alla vita, questa contemplazione del suo mistero, essere la modalità più vera di approccio alla realtà e un primo tentativo di risposta alla domanda sul senso delle cose?

L’incredibile presenza degli angeli ne “Il cielo sopra Berlino”, con quello sguardo che non giudica, quello sguardo partecipe, uno sguardo di qualcuno a cui le cose, gli eventi, le persone, stanno a cuore, ha molto da “rivelarci” e da dirci, sul nostro desiderio e i nostri progetti di umanesimo possibile.
Un progetto che può essere illuminato ancora meglio se ci fermiamo su un pensiero su cui Wenders torna più volte nel dialogo “Inventare la pace” sopra citato.
“Lo sguardo amorevole - lo sforzo, la dedizione, l’intento che implica - ha un effetto su ciò che si guarda”. Il modo in cui guardiamo le cose, scrive Wenders, le cambia davvero”. 
L’atto di vedere ha “la capacità e il potere di cambiare ciò che è visto”

Forse solo gli angeli sono capaci di uno sguardo simile? 
O forse gli angeli sono proprio coloro che sono capaci di uno sguardo del genere?






martedì 28 novembre 2017

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi!
Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad esserlo i capi delle nazioni o i dirigenti dei partiti. Non riescono ad esserlo neppure i padroni dell’economia. Mai all’altezza dei tempi: è la maledizione che insegue i rivoluzionari in servizio permanente. Sono quasi sempre in ritardo agli appuntamenti con la storia anche i leader delle religioni. Quasi sempre in ritardo anche sapienti e intellettuali, abbagliati spesso dal luccichio del kronos e disattenti all’avvento controintuitivo del kairós.

Ma, diciamo la verità, arriviamo sempre in ritardo anche  come educatori, come amanti, come genitori, come figli, come cittadini: quante parole diverse avremmo potuto dire, quanti gesti mancati, quante domande inascoltate, quanti sguardi evitati!
È proprio il caso di chiedersi: ma quanto sono in alto i tempi? E perché è così difficile essere alla loro altezza?

Non credo si tratti solo di una questione di volontà. Altrimenti i “buoni” o i “ virtuosi” dovrebbero essere sempre all’altezza dei tempi, e in grado di rispondere alle domande della storia. E, invece, non è così. Non è raro che quelli che appaiono migliori manchino importanti appuntamenti con la storia.
Anche questo fenomeno è forse all’origine della sfiducia che molti, a volte gran parte dei cittadini, nutrono nei confronti di governanti, guide, politica, futuro.

Io non so rispondere al perché di questa situazione. Ipotizzo solo che l’incapacità di essere all’altezza dei tempi sia legata a una nostra costitutiva difficoltà di visione e di comprensione. Diversamente da ciò che comunemente si ritiene, l’intelligenza profonda delle cose non è il nostro (di noi umani) forte. O, almeno, non ancora! Potremmo dire che sul piano dell’evoluzione intellettuale, siamo ancora agli inizi!

È vero che abbiamo compiuto tante conquiste sul piano del sapere e delle conoscenze, ma, riconosciamolo, gran parte di quelle scoperte sono state spesso frutto del caso o esiti imprevisti di percorsi che andavano in altre direzioni. La paradossale avventura di Colombo che, pure,  ha cambiato i parametri della storia umana, è, da questo punto di vista, paradigmatica.

Può essere utile riprendere qui una convinzione di Hegel, il quale diceva che “la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo”, e cioè: noi umani riusciamo a riconoscere il senso del tempo solo quando il suo percorso è ormai completato. Pure se, il più delle volte, troppo tardi! Non ci resta quindi che allenare sguardo e ascolto, mentre andiamo incontro al tempo che viene. E sperare!
Forse i tempi hanno una loro logica, e noi umani non saremo mai in grado di controllarla del tutto. Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado". 



venerdì 27 ottobre 2017

Critica della trasparenza

Cosa perdiamo se guardiamo un film e badiamo prima di tutto al “significato”, preoccupandoci di tradurre in linguaggio logico e coerente il flusso delle immagini, invece di lasciare ad esse l’iniziativa e farci guidare dalle loro suggestioni?
Cosa perdiamo quando davanti a un quadro cerchiamo i testi e i concetti di cui quelle immagini sarebbero la visualizzazione, invece di farci provocare dal gioco di quelle forme e quei colori?
E soprattutto quanto perdiamo quando nell’ascoltare un canto ci lasciamo sequestrare dalle parole invece di consentire alle note di accompagnarci nel territorio dell’indicibile? Cosa perdiamo se la musica diventa solo “parole in musica”?
Vi siete mai fatte queste domande? Io mi sono fatto spesso questo tipo di domande. Non ho saputo e non saprei ancora rispondere. Ho solo cominciato a comportarmi in modo inconsueto. 
Per esempio, ho cominciato con il leggermi le trame dei film prima di sedermi sulla poltrona del cinema o davanti alla tv per guardare qualunque film. Ho pensato che se conoscevo già la trama potevo lasciarmi trasportare dalle immagini dove volevano, senza filtri; e magari fare un diverso tipo di esperienza.
Ho cominciato, nel visitare un museo o nel fermarmi davanti a un quadro, a rifiutare di servirmi delle schede critiche, E a fermarmi a contemplare quei dipinti lasciandoli agire su di me per vedere che effetto mi avrebbero fatto e quali emozioni avrebbero risvegliato. In attesa di intuire anche vagamente quella logica-non-linguistica e radicalmente non-testuale con cui le immagini producono in noi senso e sapere (G.Boehm).
Ho cominciato ad ascoltare brani musicali solo strumentali, senza parole o magari con parole in una lingua che non potevo capire, per sperimentare il potere della musica di farci accedere a ciò che è (era?) prima della parola. Se è vero che “nella musica viene all’espressione qualcosa che nel linguaggio non può essere detto”, come scrive Agamben e non credo ci siano seri motivi per non credergli.
E allora cosa perdiamo? Io penso che perdiamo molto in termini di esperienza, di ulteriorità. di prospettive, di possibilità e di scelte. 
La smania di concludere, di portare sempre “a casa” qualcosa: quel film voleva dire questo....; quel quadro rappresenta quest’altro....; quella canzone dice questo o mi ricorda quello....ci impoverisce.
Se tutto quadra, se riusciamo a collocare ogni cosa nel suo scaffale, se tutto ha una logica, un inizio e una conclusione, se tutto è traducibile in un racconto coerente, se tutto diventa trasparente, non è detto che tutto vada bene.
Quanto perdiamo, presi come siamo dall’ossessione della trasparenza assoluta in tutti i campi dell’esperienza e del sapere, fino a impoverirli, a chiuderli nella camicia di forza della nostra logica fino ad inaridirli tutti, anche quelli (come l’arte, la musica, il cinema...) nati per trasportarci “altrove”, verso altre dimensioni, altre esperienze, altri saperi? Si, perdiamo davvero tanto, a volte irrimediabilmente!
Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante, verso altre dimensioni e altre trame, mai conclusive, del reale.

mercoledì 27 settembre 2017

Chi ci libererà dai "maestri" di etica?

Chi ci libererà dai pedanti maestri di etica e dai loro quotidiani e inutili elenchi di mali e malfattori?
Chi ci libererà dalle cassandre a dai savonarola che hanno sempre lasciato il mondo così come lo hanno trovato, e magari solo un po’ più annebbiato?
Chi ci libererà dai profeti di sventura e dell’apocalisse?
Chi ci libererà dai fastidiosi piagnistei di quelli che segnalano sempre il “nemico” alle porte, con la stessa frequenza con cui un tempo avrebbero intravisto diavoli dappertutto?
Chi ci libererà da quei noiosi che se odono gli altri suonare un flauto trovano subito un motivo per non ballare con loro, ma anche se li sentono cantare una canzone triste scoprono sempre una ragione per non piangere con loro?
Chi ci libererà da quegli “illuminati” secondo i quali ogni giorno assistiamo non alla costruzione  faticosa, contrastata, lenta e spesso zoppicante, della città umana, ma solo e sempre, alla “morte” della democrazia, alla “fine” della libertà, al “tradimento” delle istituzioni?
Chi ci libererà da quelli che sanno usare solo parole eccessive, esagerate, superlative, estreme, assolute, tutte, sempre, con la maiuscola, irrevocabili e non negoziabili?
Chi ci libererà da quelli che sanno distinguere così nettamente il bene dal male, i buoni e i giusti dai cattivi e dai disonesti, il grano dalla zizzania?
Chi ci libererà da quegli indignati permanenti, i quali credono che senza le loro urla nessuno si accorgerebbe dei mali sociali, nessuno farebbe niente per cambiare le cose, nessuno desidererebbe un mondo migliore, nessuno purificherebbe il mondo dal male?
Chi ci libererà da quelli il cui discorso è fatto solo di: “tu devi”, “voi dovete”, e soprattutto: “essi devono” e “ essi dovrebbero”?
Chi ci libererà da quelli che amano solo giudicare e sono incapaci di “com-prendere” il mondo e gli altri?
Chi ci libererà da chi ha bisogno di “sacrificare” ogni giorno qualcuno perché tutto torni in equilibrio?
Chi ci libererà da chi non si fa scrupolo di coprire di disprezzo e insulto i “responsabili” dei mali?
Chi ci libererà da chi non sa più ridere, né sorridere delle fragilità umane?
Chi ci libererà da chi usa la parola solo come arma e come macigno e mai come carezza o come ponte?
Chi ci libererà da queste immusonite controfigure di Atlante, che amano ammirarsi mentre sorreggono il peso del mondo, convinti che senza di loro questo universo andrebbe alla rovina?
Soprattutto, chi ci libererà da chi non ha nessuna bella storia da raccontarci per offrirci una "visione" che aiuti a sperare e a immaginare un mondo nuovo, ma sa solo metterci in guardia, spingerci al sospetto e alla diffidenza, e spegnere le luci sui nostri orizzonti?
Chi ci libererà? 




martedì 29 agosto 2017

Proposta semiseria per i diversamente-lettori

Questa proposta è, in realtà, un invito alla lettura dei libri per i “diversamente-lettori”. Sì, perché io credo che non esistano i non-lettori. Non c’è nessuno, che nella sua vita non legga per niente, a meno che non sia analfabeta. Soprattutto oggi, quando, diversamente da quello che si pensa, anche internet agevola la lettura. Perciò abbiamo a che fare con i diversamente-lettori.
A questo scopo, qui, non voglio ricorrere agli argomenti soliti per invitare alla lettura. Come per esempio l’idea, che circola recentemente, secondo cui la lettura allunga la vita. Anche se forse è vero che leggere amplia l’immaginario e, in questo senso, moltiplica le esperienze di vita, dato che, come diceva nonno Freud, le esperienze decisive della vita sono quelle immaginarie.
No, ciò che voglio proporre non è un argomento ma un’esperienza, quasi un esercizio per il tempo libero. Un esercizio utile anche ai lettori-per-scelta, ma praticabile senza sforzo da chi non ha voglia di leggere libri, da chi non ha tempo di leggere, da chi magari non ha possibilità o desiderio di acquistare libri. Un tipo di esercizi insomma che non richiede sforzi eccessivi. E potrebbe rivelarsi piacevole. Anche se temo che il mio invito faccia arricciare il naso agli amici “apostoli della lettura” tra i quali, del resto, mi colloco indegnamente anch’io!
Infatti la mia proposta non mira primariamente a far acquistare e leggere libri, ma invita ad andare ogni tanto in una libreria, in una grande libreria, così come si va in un centro commerciale. Quante volte andiamo nei centri commerciali solo per guardare e curiosare un po’? Quante volte giriamo per i negozi senza acquistare niente, ma prendendo in mano oggetti o capi di abbigliamento, esaminandoli, rigirandoli tra le mani, verificandone la composizione, il modello, la funzione, la provenienza, o ammirandone magari solo l’estetica? Quante volte facciamo tutto questo per poi riporre quegli oggetti e quegli articoli e andare via?
Ebbene, perché non si potrebbe fare lo stesso con i libri? Entrare in una libreria, girare tra gli scaffali o gli espositori, guardare le copertine dei libri, ammirarne l’estetica, prenderli tra le mani, rigirarli, leggerne i titoli, immaginare cosa potrebbe esserci dietro quei titoli, leggere il nome dell’autore, provare a chiedersi perché avrà scelto quel titolo, cercare nei nostri ricordi qualcosa, qualche esperienza, qualche persona che possiamo associare a quel titolo. È complicato? No. È impegnativo? No. Richiede particolari sforzi? No. Ma può essere bello e divertente!
I diversamente-lettori potrebbero fermarsi a questo e uscire dalla libreria, in ogni caso, arricchiti, con qualche prospettiva in più sulla vita e su se stessi, magari con qualche intuizione inaspettata in più. Addirittura potrebbero uscirsene portandosi dietro, gelosamente, un “bottino” costituito dall’impagabile scoperta del proprio  “ignoto ignoto”, cioè dalla scoperta imprevista di cose “che non sapevamo di non sapere!”(M. Forsyth)
Poi, magari, incuriositi da qualcuno di quei titoli, letti a caso, quelli, tra i diversamente-lettori, dotati di più resistenza, potrebbero, come capitava a me in libreria da giovane studente, quando non avevo la possibilità economica di comprare tutti i libri che volevo, aprire l’indice e leggere i titoli dei capitoli di quei libri, o addirittura leggere in pace (adesso che molte grandi librerire allestiscono anche degli angoli per la lettura) alcune pagine di un capitolo che appare più interessante. Infine rimettere a posto il libro e andare via rielaborando tra sé quelle parole, quelle frasi, quelle immagini; in ogni caso uscire dalla libreria molto diversi da come si era prima di entrare. Vogliamo dire: con qualche “vita” in più?
Infine, per i diversamente-lettori, ma non solo per loro ovviamente, c’è anche la possibilità, suggerita da Mark Forsyth di sperimentare nella libreria anche l’antica pratica della “bibliomanzia”, quasi un gioco, ma, un tempo, preso molto sul serio, da Greci, Romani, e cristiani medievali. In una libreria, infatti, puoi anche provare a prendere tra le mani un libro in cui ti sei imbattuto casualmente, aprirlo a caso e cercare possibili “illuminazioni” nella prima frase che ti salta agli occhi. L’avete mai fatto? Provate!
Forsyth dice che questa pratica può produrre una strana sensazione, spesso terapeutica. È una cosa irrazionale? Ma noi umani non siamo, in gran parte, irrazionali? 
E comunque, sostiene Forsyth, anche se gli duole dirlo, sembra che la bibliomanzia spesso ci azzecchi!



giovedì 27 luglio 2017

La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno.
Certo, nella logica del suo sistema di pensiero, tra l’altro geniale secolarizzazione o laicizzazione della teologia cristiana dell’Incarnazione, l’affermazione sembra avere un senso coerente.

Non è, ovviamente, solo un invito alla lettura dei giornali, ma richiama due presupposti importanti per Hegel. 
Il primo è la necessità di una visione della realtà come un Tutto che ha un senso logico. Un Tutto connesso in ogni sua parte. Un Tutto che è essenzialmente Spirito, e quindi progetto intelligibile, in cui ogni singola parte acquista senso solo nella connessione con le altre parti. Uno Spirito che è l’Assoluto nel quale tutti veniamo all’esistenza e abitiamo, e del quale tutti siamo, per così dire, “un” volto e “una” voce.
Da questo punto di vista si comprende anche il bisogno di Hegel di far ricorso a un termine “religioso” come “preghiera”. 
In effetti, che cosa è la “preghiera”? 
Al di là della sua banalizzazione in preghiera di “domanda” (di grazie o di favori), la preghiera è, essenzialmente, in tutte le grandi tradizioni spirituali, soprattutto una capacità di relazione, di <<apertura>> verso l’Altrove; è la disposizione a “de-centrarsi” verso il Fondamento della realtà. È riuscire a pensarsi e immaginarsi come esistenti in una realta non chiusa in se stessa, ma con una parete sempre mancante, continuamente <<aperta>> verso l’altra dimensione, verso il mistero dell’Infinito.
Per Hegel quel Fondamento, quell’Altrove, è lo Spirito, è la Totalità assoluta. Con la quale è necessario ristabilire a ogni inizio di giornata il contatto e la relazione. Solo così, solo con questa capacità di de-centrarsi è possibile anche pensare davvero, è possibile conoscere veramente e vivere autenticamente, nella “verità”. Perché la Verità è l’intero!
L’altro importante presupposto è quello implicito nel richiamo al giornale “quotidiano”. Sì, perché, per Hegel, anche qui geniale interprete laico della teologia dell’ Incarnazione cristiana, le tracce di quello Spirito, di quella Totalità infinita, di quel Senso assoluto. possono essere trovate solo se siamo capaci di connetterci, di relazionarci in profondità con la storicità del mondo, con la quotidianità non superficiale (o ‘astratta’  o “separata”, come dice Hegel), ma “concreta” (e cioè colta nella sua connessione al Tutto) della storia. Tenendo a mente ciò che Hegel chiamava “l’astuzia della Ragione” e cioè il fatto che la Realtà ha una sua logica e che il compito dei singoli umani non è inventare il mondo o la storia, perché anche “quando gli uomini fanno la storia non sanno la storia che fanno”(J. d’Ormesson). Ciò che gli umani possono e devono fare è essere attenti e pensanti osservatori, per riuscire a riconoscere il dove e il “quando” del <<passaggio>> dello Spirito, cioè del Senso del mondo, e poterne inseguire le orme!

Non c’è che dire: sempre originale e creativo Hegel! Anche con questa piccola nota che invita a trovare il modo più giusto e più autentico di cominciare la giornata. E, si sa, riuscire a trovare il modo più fecondo con cui dare, per così dire, il la alla nostra giornata, è un po’ come trovare il segreto di una vita riuscita!

Certo, il giornale dovrebbe essere, secondo Hegel, il modo migliore per iniziare la nostra giornata, perché dovrebbe consentirci di aprire gli occhi sulla totalità del reale di cui sentirci parte. Perciò sarebbe come una preghiera che ci connette all’Assoluto.
Non sappiamo però se il grande filosofo avrebbe confermato il suo invito e avrebbe continuato a privilegiare quella modalità di “preghiera del mattino”, anche una volta conosciute le attuali aggrovigliate e contorte dinamiche della società di massa in quanto età dell’informazione, dello spettacolo e del mercato dei segni.
Non sappiamo come avrebbe modificato il suo invito se, edotto dalla sofisticata ermeneutica, frutto della novecentesca “svolta linguistica”, avesse cominciato a distinguere “il racconto dei fatti” da parte dei giornali, da “i fatti” realmente avvenuti.
Non sappiamo come avrebbe riformulato quella sua annotazione se avesse previsto che l’informazione giornalistica, come avviene oggi, tende a trasformarsi in un settore del marketing, della pubblicità e del controllo sociale, invece di essere una rigorosa e completa registrazione di fatti, eventi e processi non banali.
E cosa avrebbe pensato di quel tipo di preghiera se avesse avuto gli strumenti concettuali per analizzare il fatto che, nella società di mercato, l’ossessione di offrire notizie "vendibili" finisce spesso per "vendere" o ”appaltare” anche l'informazione?

Chissà se, dall’alto della sua lucida logica, poteva prevedere che, nonostante i nostri tanti e vocianti giornali quotidiani, diventano “sempre più le cose che non sappiamo di non sapere”!(M.Forsyth)
E allora? Addio, necessaria conoscenza e immersione nella storia del nostro mondo! E, addio, insostituibile preghiera del mattino dell’uomo moderno. 
E, soprattutto, addio connessione con la Totalità e con il Senso della storia!








Perché abbiamo ancora bisogno della letteratura

Perché abbiamo bisogno della letteratura? Innanzitutto, per prendere atto che la crisi del nostro tempo , che ci coinvolge in ogni dimens...