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mercoledì 26 aprile 2017

Avvenire, grillismo e politica



L' intervista che il "quotidiano dei vescovi", Avvenire, ha fatto, la settimana scorsa, al proprietario del Movimento cinque stelle, e il dibattito che ne è seguito, hanno provocato perplessità di varia natura, sia nel mondo cattolico che nel mondo politico in generale.
D'altra parte quell'intervista, e anche le successive "precisazioni" del Direttore del quotidiano, sembrano aver prodotto nei lettori una senso di ambiguità. Perciò è opportuno tornarci su, anche in questo blog, per porre, a freddo per così dire, alcune questioni.
L'ambiguità è provocata da alcune domande preventive, che sorgono e che restano senza risposta, e cioè: "chi è realmente l'intervistatore?", dal momento che si tratta del quotidiano di proprietà della Conferenza episcopale; "perché adesso?"; "per quali scopi?"; infine, con questa intervista, "chi sta sperimentando cosa"?
L'ambiguità deriva dall'impressione che quel "confronto" in realtà offra all'interlocutore solo un "megafono" per ripetere slogan e parole d'ordine generiche e già note.
L'ambiguità è anche il frutto della spontanea associazione mentale tra questa iniziativa e la ricorrente e ingenua (perché già molte volte contraddetta dalla storia) presunzione, di parti della gerarchia ecclesiastica, di poter determinare direttamente le dinamiche politiche, o di essere capaci di "riconoscere" tra i nuovi attori della politica, eventuali "uomini della Provvidenza".
La sensazione di ambiguità deriva, infine, sia da questioni che dovrebbero essere essenziali per un giornale della Chiesa italiana, ma che nell'intervista non sono poste con sufficiente chiarezza, sia da preoccupanti presupposti, del M5S, non esplicitati e non discussi, né nell'intervista, né nelle successive dichiarazioni del direttore di Avvenire.

È evidente che le questioni, di cui si parla, non potevano tradursi in un "normale" confronto sui programmi politici ma dovevano riguardare soprattutto l'idea di politica e di società, il senso del "fare politica", e lo "stile" dell'essere in politica.  
Sarebbe stato opportuno, per esempio, verificare non solo le eventuali strategie razionali del governare, ma il senso e il peso che ha in quel movimento ciò che il filosofo J-L. Nancy chiama "l'etologia dell'essere-con", e cioè "il sentimento e la passione dell'essere insieme".
E, inoltre, dal momento che a porre le domande è l'ottimo quotidiano della Chiesa italiana, stupisce che, al centro del confronto, manchi una questione che anche una pensatrice non credente, come Julia Kristeva, considera un elemento specifico dell'umanesimo cristiano; si tratta di quella "compresenza al soffrire degli altri, indispensabile per 'cambiare lo sguardo'...e cioè per riconoscere la vulnerabilità dentro di sé...e condividere così meglio le battaglie politiche di quanti sono in condizione di sofferenza".
Non pare che su queste questioni, i presupposti, peraltro, vaghi, dell'interlocutore dell'intervista di Avvenire, siano rassicuranti! Anzi! 
Quali idee di vita comune, di politica democratica o di governo, al di là di programmi contingenti, sono alla base del Movimento? Su queste questioni l'oscurità è grande, e l'intervista non è servita a fare luce.
Invece, sarebbe dovuto emergere come acquisita l'idea che, in un sistema democratico, la politica è il mezzo, umano, "molto umano", con cui si cerca di conciliare interessi divergenti e a volte contrapposti, senza ricorrere alla violenza. Come pure, il fatto che la politica non è altro che l'invenzione di una "tecnica" con cui una comunità, sempre in cammino, "aggiusta", in fieri, i suoi obiettivi e il suo percorso, sapendo che ogni soluzione sarà sempre provvisoria e non produrrà né palingenesi, né società ideali, né tantomeno "paradisi" in terra! 
Sarebbe anche stato opportuno mettere in chiaro che la politica, un'autentica politica democratica, non tollera né idoli, né principi taumaturghi, né aristocrazie, né grandi sacerdoti, né "sapienti" possessori della verità, né stregoni, né angeli, né interpreti autentici del "popolo", o della "gente", né "capi", né furiosi "savonarola" messaggeri del Bene, né imbonitori, né, tanto meno, "salvatori"! 
Tutte le volte che, nelle storia, è accaduto il contrario, il cammino delle comunità umane si è trasformato sempre in disastri e tragedie! 
Nella politica "democratica", esistono, solo, "rappresentanti": il termine stesso esclude una identità o "fusione" tra rappresentante e rappresentato, e presuppone l'accettazione di un ineliminabile elemento di "finzione", e di relativismo, nel rapporto. 
Ecco perché in politica si resta, sempre, nel campo del relativo, nonostante i nostri sogni e le nostre aspettative! Accettare questa condizione è la premessa indispensabile per costruire o migliorare la polis terrena.  
Nello spazio politico democratico, non ci sono, mai, da una parte, il bene e i puri, e, dall'altra, il male e i reprobi. Non è possibile attendersi che qualcuno faccia "piazza pulita" e ci aiuti a costruire una comunità di giusti: ciò che si può attendere, e desiderare, è soltanto una convivenza, un po' meno intollerabile per tutti, e, con il contributo di tutti, più degna, giorno dopo giorno, di essere vissuta. 
E, a tale scopo, servono non i "duri e puri", che non esistono su questo pianeta, ma piuttosto quelli che, consapevoli della propria costitutiva vulnerabilità, "sanno" tessere la tela sociale, con pazienza, sporcandosi le mani, per intrecciare fili diversi e stabilire nessi tra gruppi, interessi e progetti.






mercoledì 29 marzo 2017

La storia, signori, la storia!

È davanti agli occhi di tutti la condizione, quasi di "blocco", in cui ci troviamo, oggi, relativamente a molte questioni cruciali.
Nello stesso tempo, una cosa sembra emergere con chiarezza: di fronte alle grandi questioni del nostro tempo, politiche, economiche, ambientali, sociali, culturali, ecc., nessuno sa veramente cosa fare o proporre.
Non lo sanno, né quelli che hanno responsabilità di governo, né quelli che a quei governi si oppongono proponendosi come alternative.

Siamo, per così dire, senza orizzonti, senza alternative proponibili e praticabili. sarebbe il caso di riconoscerlo!
Siamo come intrappolati  in un groviglio, in un meccanismo, che non riusciamo a controllare.
Nessuno è in grado di dire se esiste qualche alternativa reale, per esempio, al capitalismo neoliberista.
Nessuno degli oppositori dello status quo sembra in grado di indicare o di pensare una strategia che non sia solo una declamazione di parole d'ordine.
Nessuno è in grado di proporre analisi, fondate su dati, e non solo su emozioni o rivendicazioni.
Nessuno sa, per esempio, come conciliare oggi lo sviluppo con l'eguaglianza.
Nessuno dei leader politici sa, neppure, dove sono i reali luoghi di comando.
Nessuno degli "opinionisti" e presunti "esperti", che riescono benissimo solo nell'obiettivo di delegittimare i governanti e la politica in generale, sa, in realtà, per il re di quale "Prussia" sta operando.

Si diceva, prima, che sembriamo senza orizzonti e aggrovigliati in qualcosa che non riusciamo a sciogliere, perché non capiamo nemmeno cosa c'è "davvero" da sciogliere. È quello che dice, con altre parole, Peter Sloterdijk, quando scrive che "nel regno dei capitali circolanti, il momentum ha sostituito i motivi. Il compimento prende il posto della legittimazione, i fatti sono divenuti le potenze supreme.....La discussione della situazione si è sostituita alla critica" (P. Sloterdijk).

In realtà, il nostro vero e proprio "peccato originale", è che ci siamo abituati da tempo ormai (secondo alcuni ricercatori, a partire dagli anni settanta del 900) a muoverci e a ragionare, tutti, solo in un orizzonte di breve termine. È qui che entra in gioco il ruolo della storia: perché "nell'epoca globale in cui siamo entrati, quel che...colpisce è effettivamente la sua struttura 'post storica', cioè uno spostamento di peso dalla storia alle notizie..." (P. Sloterdijk).
(Non sarà forse anche per questo che oggi, troppo spesso, il compito di divulgazione storica è assunto, ahimè, dai giornalisti?)

Ci siamo adattati a pensare e progettare in termini di breve termine invece che di lungo termine, e in termini di passato breve invece che di lunga durata. Occorrerebbe recuperare una prospettiva e una metodologia storica, nell'approccio alle questioni cruciali di oggi. Ma per comprendere il presente non basta concentrarci sugli ultimi quaranta o settanta o cento anni della nostra storia; occorrerebbe investigare il "passato lungo", e portare alla luce quelle strutture ampie, profonde e reticolari che hanno governato e governano i nostri comportamenti individuali e collettivi. 
Concentrati, come siamo, solo su ciò che è avvenuto o avviene nelle nostre prossimità e contiguità spaziali e temporali, non riusciamo più a pensare con l'ausilio della storia; e pensare con l'ausilio della storia significa imparare, tutti, anche con l'aiuto di grandi narrazioni (che oggi mancano), a prendere in considerazione lunghissimi tratti della storia stessa. È, quest'ultima, l'unica condizione perché la storia possa diventare veramente uno strumento utile per progettare il nostro futuro. Affinché assuma, come scienza umana critica, una funzione pubblica.
Siamo forse sprofondati in una irreversibile crisi della capacità di sintetizzare il passato e di scrutare il futuro, come sostengono David Armitage e Jo Guldi (Manifesto per la storia, Donzelli)?
Una crisi che, pare, ha contagiato anche gli storici di professione, i quali "hanno lasciato l'arena pubblica, sia a livello nazionale che internazionale, agli economisti e, occasionalmente, ai giuristi e agli scienziati della politica"(Armitage e Guldi).
Sembra infatti che anche gli storici si siano condannati, almeno a partire dagli anni settanta del 900, solo alla microstoria, a "studiare soltanto giardini ben chiusi da mura", secondo il rimprovero che rivolgeva loro, anni fa, Fernand Braudel, il grande storico e maestro contemporaneo, teorico della "lunga durata". Invece, ci sarebbe bisogno, oggi, che venissero prodotte opere come Civiltà materiale, economia e capitalismo, o come Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione.
L'attenzione prevalente al breve termine e al breve Passato può davvero diventare "l'anticamera del dimenticatoio della storia". E ciò pregiudicherebbe la nostra capacità di pensare anche il futuro a lungo termine!
Abbiamo bisogno, tutti, di imparare a pensare guardando sia molto avanti che molto indietro nel tempo. Infatti, "per collocare in prospettiva tutte le nostre sfide globali e combattere lo short-termism della nostra epoca, abbiamo urgente bisogno di quello sguardo che spazia ampiamente e a lungo termine, quello sguardo che solo gli storici possono fornire" (Armitage e Guldi).
Per questo, bisogna smettere di "pensare alla storia...come alla proprietà di una piccola corporazione di colleghi ma come al legittimo patrimonio di milioni di persone" (J.Franklin Jameson). Occorerebbe prendere coscienza del fatto che "siamo intrappolati nella nostra storia, e che il nostro percorso dipende da strutture più ampie che esistevano molto prima che noi esistessimo"(D.Armitage, J.Guldi). Strutture che, sarebbe utile, tutti, non solo gli storici, conoscessero bene, come, e anche di più della nostra storia recente e immediata.

Infine, le urgenti e necessarie conoscenze e discussioni sul lungo termine  non andrebbero lasciate soltanto agli studiosi di biologia evolutiva, né agli archeologi, né ai climatologi, né agli economisti. Le storie costruite solo da costoro sono spesso solo "mitologiche" (Armitage e Guldi), e non servono molto, da sole, come si può verificare continuamente, ad aprire un più ampio destino alle civiltà moderne.
Non sono sufficienti per comprendere né le grandi questioni globali - e glo-cali -, né la posta in gioco oggi, né le implicazioni dei cambiamenti in atto.
Tanto meno sono sufficienti per aiutarci a scegliere e organizzare "futuri molteplici" per le nostre società.











martedì 21 febbraio 2017

Il problema dell'altro, di fronte all'estremo

Il titolo di questo post richiama una condizione cruciale della nostra esistenza contemporanea. Il problema dell'altro, - che si impone oggi principalmente a partire dall'ottica dei confini, delle soglie/muri, dei confronti/scontri tra noi e gli altri, tra popoli e culture, - ripropone una impasse che si è presentata diverse volte nella storia dell'umanità. Impasse che ha spinto nel passato gli umani verso l'abisso, esattamente verso l'estremo rischio per la convivenza. Situazione di impasse che, bisogna pur dire, ha più volte costretto gli umani a inventare o riscoprire valori essenziali per la loro salvezza.
Il titolo di questo post, però, evoca anche due libri di Tzvetan Todorov, filosofo, semiologo e storico delle idee, morto in seguito a una malattia, qualche settimana fa. I libri sono: La conquista dell'America - Il problema dell'altro, Einaudi, opera originale e fondamentale; e, appunto, Di fronte all'estremo, Garzanti, indagine sulla permanenza dei valori in condizioni umane critiche ed  estreme. Perciò questo post vuol anche essere un omaggio a un maestro del pensiero contemporaneo. Un maestro al quale io sono debitore per alcune tappe decisive della mia formazione intellettuale ed umana. (Al suo pensiero del resto è stato già dedicato, in questo blog, il 15 febbraio 2011, un altro post, vedi: http://www.in-crocivie.com/2011/02/la-materia-che-diventa-bellezza.html )
Io considero Todorov soprattutto un maestro di sguardi: uno che mi ha insegnato a "guardare diversamente". Forse è per questo che una parte considerevole del suo lavoro ha avuto a che fare con l'arte, dal momento che anche l'esperienza artistica è, in un certo senso, un imparare a vedere e a guardare.
Qui voglio perciò ricordare una delle sue "lezioni" più recenti, proprio quella che intreccia le sue riflessioni sulla natura dell'arte al tema della relazione tra il bello il bene e il vero. E penso che questa "lezione" abbia a che vedere in modo particolare con la drammatica questione evocata nel titolo di questo post.
La riflessione di Todorov, che voglio condividere con voi, amici lettori, parte da una frase di Rilke che Todorov cita nell'appendice de "Il caso Rembrandt", ed. Garzanti. Scrive Rilke, in una lettera alla moglie Clara, a proposito della creazione artistica: "Non è permesso al creatore di straniarsi da alcuna forma di esistenza".  Todorov sviluppa questa intuizione di Rilke, dialogando con Michail Bachtin e soprattutto con Iris Murdoch, riprendendo la loro idea secondo cui un buon romanziere è quello i cui personaggi non sono riconducibili a lui e anzi sono capaci di comportarsi come soggetti autonomi da lui. Come scrive la filosofa e scrittrice inglese Murdoch, la cosa più importante, per esempio, nel caso del romanzo, è "rivelare...che esistono altre persone". È per questo che Todorov condivide l'opinione che l'arte, la letteratura in particolare, ma ogni forma di grande arte, "non è una semplice fonte di piacere", né solo una gradevole distrazione; ma "merita rispetto". "L'arte infatti, lungi dall'essere un allegro diversivo per la razza umana, è il luogo di molte delle sue più fondamentali intuizioni"(Murdoch).

Per questo, Todorov non considera paradossale il nucleo della tesi di Iris Murdoch, secondo cui si può parlare di una forma di identità tra arte e morale, identità che si basa (al di là dell'intenzione dell'artista) sulla presenza di un solo elemento comune a entrambe: la coscienza di una realtà altra dall'io. La rivelazione e la conoscenza della esistenza di una realtà altra dall'io e quindi della complessità e pluralità del mondo sono insite nell'opera artistica, al di là, come si è detto sopra, dell'intenzione dell'artista, il quale, non solo non agisce con tale obiettivo, ma potrebbe paradossalmente anche escluderlo deliberatamente. 

È vero, dice Todorov che non tutte le opere d'arte rivelano in egual misura la verità e la complessità del mondo, né mostrano lo stesso "amore del reale" che rende possibile l'annullamento dell'ego di fronte all'alterità; così come, sostenere che ogni grande opera costituisce di per sé un atto morale non vuol dire affermare che lo scrittore (o l'artista) che l'ha creata sia un essere virtuoso o debba avere una finalità virtuosa. 
Per esempio,"l'umanità che emana dai dipinti di Rembrandt non è presente nelle relazioni del pittore con le sue compagne"(Todorov), così come, talora, "il messaggio trasmesso dalla qualità dell'esecuzione va oltre o contraddice quello che l'autore mette deliberatamente in bocca ai suoi personaggi". E, ancora "più problematico è il rapporto tra la virtù dell'opera e quella dei suoi lettori o fruitori": anche se è vero che di fronte ai personaggi che popolano, per esempio, un'opera di narrativa, ogni lettore è invitato ad allargare il proprio essere; tuttavia niente garantisce che il lettore o il fruitore accettino l'invito!
Nonostante le restrizioni e le limitazioni di cui sopra, è vero tuttavia, secondo Todorov, che l'atto artistico  è anche un atto etico perché esso ha inscritto in se stesso un atto di conoscenza e di apertura al mondo.
Da questo punto di vista Todorov concorda con le argomentazioni di Iris Murdoch secondo la quale il senso pieno di una opera artistica è colto davvero se si comprende che essa ha inscritto, in se stessa, insieme alla dimensione estetica, quella cognitiva e quindi quella etica.
Attenzione!, la dimensione etica di cui parlano Murdoch e Todorov non va intesa come lezione morale di condanna dei vizi e di lode delle virtù.
Pensiamo, per esempio, a molte opere di Rembrandt, soprattutto incisioni e disegni, in cui il pittore  cerca di cogliere la realtà di una situazione. Lì, la "lezione morale" è assente, il suo solo scopo è capire intimamente ogni azione umana. Lì, il pittore non sente il bisogno di esprimere giudizi, ma si limita a mostrare e per far questo si proietta "in ogni gesto, in ogni atto: così si fa molteplice, proteiforme, universale".