venerdì 27 ottobre 2017

Critica della trasparenza

Cosa perdiamo se guardiamo un film e badiamo prima di tutto al “significato”, preoccupandoci di tradurre in linguaggio logico e coerente il flusso delle immagini, invece di lasciare ad esse l’iniziativa e farci guidare dalle loro suggestioni?
Cosa perdiamo quando davanti a un quadro cerchiamo i testi e i concetti di cui quelle immagini sarebbero la visualizzazione, invece di farci provocare dal gioco di quelle forme e quei colori?
E soprattutto quanto perdiamo quando nell’ascoltare un canto ci lasciamo sequestrare dalle parole invece di consentire alle note di accompagnarci nel territorio dell’indicibile? Cosa perdiamo se la musica diventa solo “parole in musica”?
Vi siete mai fatte queste domande? Io mi sono fatto spesso questo tipo di domande. Non ho saputo e non saprei ancora rispondere. Ho solo cominciato a comportarmi in modo inconsueto. 
Per esempio, ho cominciato con il leggermi le trame dei film prima di sedermi sulla poltrona del cinema o davanti alla tv per guardare qualunque film. Ho pensato che se conoscevo già la trama potevo lasciarmi trasportare dalle immagini dove volevano, senza filtri; e magari fare un diverso tipo di esperienza.
Ho cominciato, nel visitare un museo o nel fermarmi davanti a un quadro, a rifiutare di servirmi delle schede critiche, E a fermarmi a contemplare quei dipinti lasciandoli agire su di me per vedere che effetto mi avrebbero fatto e quali emozioni avrebbero risvegliato. In attesa di intuire anche vagamente quella logica-non-linguistica e radicalmente non-testuale con cui le immagini producono in noi senso e sapere (G.Boehm).
Ho cominciato ad ascoltare brani musicali solo strumentali, senza parole o magari con parole in una lingua che non potevo capire, per sperimentare il potere della musica di farci accedere a ciò che è (era?) prima della parola. Se è vero che “nella musica viene all’espressione qualcosa che nel linguaggio non può essere detto”, come scrive Agamben e non credo ci siano seri motivi per non credergli.
E allora cosa perdiamo? Io penso che perdiamo molto in termini di esperienza, di ulteriorità. di prospettive, di possibilità e di scelte. 
La smania di concludere, di portare sempre “a casa” qualcosa: quel film voleva dire questo....; quel quadro rappresenta quest’altro....; quella canzone dice questo o mi ricorda quello....ci impoverisce.
Se tutto quadra, se riusciamo a collocare ogni cosa nel suo scaffale, se tutto ha una logica, un inizio e una conclusione, se tutto è traducibile in un racconto coerente, se tutto diventa trasparente, non è detto che tutto vada bene.
Quanto perdiamo, presi come siamo dall’ossessione della trasparenza assoluta in tutti i campi dell’esperienza e del sapere, fino a impoverirli, a chiuderli nella camicia di forza della nostra logica fino ad inaridirli tutti, anche quelli (come l’arte, la musica, il cinema...) nati per trasportarci “altrove”, verso altre dimensioni, altre esperienze, altri saperi? Si, perdiamo davvero tanto, a volte irrimediabilmente!
Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante, verso altre dimensioni e altre trame, mai conclusive, del reale.

mercoledì 27 settembre 2017

Chi ci libererà dai "maestri" di etica?

Chi ci libererà dai pedanti maestri di etica e dai loro quotidiani e inutili elenchi di mali e malfattori?
Chi ci libererà dalle cassandre a dai savonarola che hanno sempre lasciato il mondo così come lo hanno trovato, e magari solo un po’ più annebbiato?
Chi ci libererà dai profeti di sventura e dell’apocalisse?
Chi ci libererà dai fastidiosi piagnistei di quelli che segnalano sempre il “nemico” alle porte, con la stessa frequenza con cui un tempo avrebbero intravisto diavoli dappertutto?
Chi ci libererà da quei noiosi che se odono gli altri suonare un flauto trovano subito un motivo per non ballare con loro, ma anche se li sentono cantare una canzone triste scoprono sempre una ragione per non piangere con loro?
Chi ci libererà da quegli “illuminati” secondo i quali ogni giorno assistiamo non alla costruzione  faticosa, contrastata, lenta e spesso zoppicante, della città umana, ma solo e sempre, alla “morte” della democrazia, alla “fine” della libertà, al “tradimento” delle istituzioni?
Chi ci libererà da quelli che sanno usare solo parole eccessive, esagerate, superlative, estreme, assolute, tutte, sempre, con la maiuscola, irrevocabili e non negoziabili?
Chi ci libererà da quelli che sanno distinguere così nettamente il bene dal male, i buoni e i giusti dai cattivi e dai disonesti, il grano dalla zizzania?
Chi ci libererà da quegli indignati permanenti, i quali credono che senza le loro urla nessuno si accorgerebbe dei mali sociali, nessuno farebbe niente per cambiare le cose, nessuno desidererebbe un mondo migliore, nessuno purificherebbe il mondo dal male?
Chi ci libererà da quelli il cui discorso è fatto solo di: “tu devi”, “voi dovete”, e soprattutto: “essi devono” e “ essi dovrebbero”?
Chi ci libererà da quelli che amano solo giudicare e sono incapaci di “com-prendere” il mondo e gli altri?
Chi ci libererà da chi ha bisogno di “sacrificare” ogni giorno qualcuno perché tutto torni in equilibrio?
Chi ci libererà da chi non si fa scrupolo di coprire di disprezzo e insulto i “responsabili” dei mali?
Chi ci libererà da chi non sa più ridere, né sorridere delle fragilità umane?
Chi ci libererà da chi usa la parola solo come arma e come macigno e mai come carezza o come ponte?
Chi ci libererà da queste immusonite controfigure di Atlante, che amano ammirarsi mentre sorreggono il peso del mondo, convinti che senza di loro questo universo andrebbe alla rovina?
Soprattutto, chi ci libererà da chi non ha nessuna bella storia da raccontarci per offrirci una "visione" che aiuti a sperare e a immaginare un mondo nuovo, ma sa solo metterci in guardia, spingerci al sospetto e alla diffidenza, e spegnere le luci sui nostri orizzonti?
Chi ci libererà? 




martedì 29 agosto 2017

Proposta semiseria per i diversamente-lettori

Questa proposta è, in realtà, un invito alla lettura dei libri per i “diversamente-lettori”. Sì, perché io credo che non esistano i non-lettori. Non c’è nessuno, che nella sua vita non legga per niente, a meno che non sia analfabeta. Soprattutto oggi, quando, diversamente da quello che si pensa, anche internet agevola la lettura. Perciò abbiamo a che fare con i diversamente-lettori.
A questo scopo, qui, non voglio ricorrere agli argomenti soliti per invitare alla lettura. Come per esempio l’idea, che circola recentemente, secondo cui la lettura allunga la vita. Anche se forse è vero che leggere amplia l’immaginario e, in questo senso, moltiplica le esperienze di vita, dato che, come diceva nonno Freud, le esperienze decisive della vita sono quelle immaginarie.
No, ciò che voglio proporre non è un argomento ma un’esperienza, quasi un esercizio per il tempo libero. Un esercizio utile anche ai lettori-per-scelta, ma praticabile senza sforzo da chi non ha voglia di leggere libri, da chi non ha tempo di leggere, da chi magari non ha possibilità o desiderio di acquistare libri. Un tipo di esercizi insomma che non richiede sforzi eccessivi. E potrebbe rivelarsi piacevole. Anche se temo che il mio invito faccia arricciare il naso agli amici “apostoli della lettura” tra i quali, del resto, mi colloco indegnamente anch’io!
Infatti la mia proposta non mira primariamente a far acquistare e leggere libri, ma invita ad andare ogni tanto in una libreria, in una grande libreria, così come si va in un centro commerciale. Quante volte andiamo nei centri commerciali solo per guardare e curiosare un po’? Quante volte giriamo per i negozi senza acquistare niente, ma prendendo in mano oggetti o capi di abbigliamento, esaminandoli, rigirandoli tra le mani, verificandone la composizione, il modello, la funzione, la provenienza, o ammirandone magari solo l’estetica? Quante volte facciamo tutto questo per poi riporre quegli oggetti e quegli articoli e andare via?
Ebbene, perché non si potrebbe fare lo stesso con i libri? Entrare in una libreria, girare tra gli scaffali o gli espositori, guardare le copertine dei libri, ammirarne l’estetica, prenderli tra le mani, rigirarli, leggerne i titoli, immaginare cosa potrebbe esserci dietro quei titoli, leggere il nome dell’autore, provare a chiedersi perché avrà scelto quel titolo, cercare nei nostri ricordi qualcosa, qualche esperienza, qualche persona che possiamo associare a quel titolo. È complicato? No. È impegnativo? No. Richiede particolari sforzi? No. Ma può essere bello e divertente!
I diversamente-lettori potrebbero fermarsi a questo e uscire dalla libreria, in ogni caso, arricchiti, con qualche prospettiva in più sulla vita e su se stessi, magari con qualche intuizione inaspettata in più. Addirittura potrebbero uscirsene portandosi dietro, gelosamente, un “bottino” costituito dall’impagabile scoperta del proprio  “ignoto ignoto”, cioè dalla scoperta imprevista di cose “che non sapevamo di non sapere!”(M. Forsyth)
Poi, magari, incuriositi da qualcuno di quei titoli, letti a caso, quelli, tra i diversamente-lettori, dotati di più resistenza, potrebbero, come capitava a me in libreria da giovane studente, quando non avevo la possibilità economica di comprare tutti i libri che volevo, aprire l’indice e leggere i titoli dei capitoli di quei libri, o addirittura leggere in pace (adesso che molte grandi librerire allestiscono anche degli angoli per la lettura) alcune pagine di un capitolo che appare più interessante. Infine rimettere a posto il libro e andare via rielaborando tra sé quelle parole, quelle frasi, quelle immagini; in ogni caso uscire dalla libreria molto diversi da come si era prima di entrare. Vogliamo dire: con qualche “vita” in più?
Infine, per i diversamente-lettori, ma non solo per loro ovviamente, c’è anche la possibilità, suggerita da Mark Forsyth di sperimentare nella libreria anche l’antica pratica della “bibliomanzia”, quasi un gioco, ma, un tempo, preso molto sul serio, da Greci, Romani, e cristiani medievali. In una libreria, infatti, puoi anche provare a prendere tra le mani un libro in cui ti sei imbattuto casualmente, aprirlo a caso e cercare possibili “illuminazioni” nella prima frase che ti salta agli occhi. L’avete mai fatto? Provate!
Forsyth dice che questa pratica può produrre una strana sensazione, spesso terapeutica. È una cosa irrazionale? Ma noi umani non siamo, in gran parte, irrazionali? 
E comunque, sostiene Forsyth, anche se gli duole dirlo, sembra che la bibliomanzia spesso ci azzecchi!



giovedì 27 luglio 2017

La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno.
Certo, nella logica del suo sistema di pensiero, tra l’altro geniale secolarizzazione o laicizzazione della teologia cristiana dell’Incarnazione, l’affermazione sembra avere un senso coerente.

Non è, ovviamente, solo un invito alla lettura dei giornali, ma richiama due presupposti importanti per Hegel. 
Il primo è la necessità di una visione della realtà come un Tutto che ha un senso logico. Un Tutto connesso in ogni sua parte. Un Tutto che è essenzialmente Spirito, e quindi progetto intelligibile, in cui ogni singola parte acquista senso solo nella connessione con le altre parti. Uno Spirito che è l’Assoluto nel quale tutti veniamo all’esistenza e abitiamo, e del quale tutti siamo, per così dire, “un” volto e “una” voce.
Da questo punto di vista si comprende anche il bisogno di Hegel di far ricorso a un termine “religioso” come “preghiera”. 
In effetti, che cosa è la “preghiera”? 
Al di là della sua banalizzazione in preghiera di “domanda” (di grazie o di favori), la preghiera è, essenzialmente, in tutte le grandi tradizioni spirituali, soprattutto una capacità di relazione, di <<apertura>> verso l’Altrove; è la disposizione a “de-centrarsi” verso il Fondamento della realtà. È riuscire a pensarsi e immaginarsi come esistenti in una realta non chiusa in se stessa, ma con una parete sempre mancante, continuamente <<aperta>> verso l’altra dimensione, verso il mistero dell’Infinito.
Per Hegel quel Fondamento, quell’Altrove, è lo Spirito, è la Totalità assoluta. Con la quale è necessario ristabilire a ogni inizio di giornata il contatto e la relazione. Solo così, solo con questa capacità di de-centrarsi è possibile anche pensare davvero, è possibile conoscere veramente e vivere autenticamente, nella “verità”. Perché la Verità è l’intero!
L’altro importante presupposto è quello implicito nel richiamo al giornale “quotidiano”. Sì, perché, per Hegel, anche qui geniale interprete laico della teologia dell’ Incarnazione cristiana, le tracce di quello Spirito, di quella Totalità infinita, di quel Senso assoluto. possono essere trovate solo se siamo capaci di connetterci, di relazionarci in profondità con la storicità del mondo, con la quotidianità non superficiale (o ‘astratta’  o “separata”, come dice Hegel), ma “concreta” (e cioè colta nella sua connessione al Tutto) della storia. Tenendo a mente ciò che Hegel chiamava “l’astuzia della Ragione” e cioè il fatto che la Realtà ha una sua logica e che il compito dei singoli umani non è inventare il mondo o la storia, perché anche “quando gli uomini fanno la storia non sanno la storia che fanno”(J. d’Ormesson). Ciò che gli umani possono e devono fare è essere attenti e pensanti osservatori, per riuscire a riconoscere il dove e il “quando” del <<passaggio>> dello Spirito, cioè del Senso del mondo, e poterne inseguire le orme!

Non c’è che dire: sempre originale e creativo Hegel! Anche con questa piccola nota che invita a trovare il modo più giusto e più autentico di cominciare la giornata. E, si sa, riuscire a trovare il modo più fecondo con cui dare, per così dire, il la alla nostra giornata, è un po’ come trovare il segreto di una vita riuscita!

Certo, il giornale dovrebbe essere, secondo Hegel, il modo migliore per iniziare la nostra giornata, perché dovrebbe consentirci di aprire gli occhi sulla totalità del reale di cui sentirci parte. Perciò sarebbe come una preghiera che ci connette all’Assoluto.
Non sappiamo però se il grande filosofo avrebbe confermato il suo invito e avrebbe continuato a privilegiare quella modalità di “preghiera del mattino”, anche una volta conosciute le attuali aggrovigliate e contorte dinamiche della società di massa in quanto età dell’informazione, dello spettacolo e del mercato dei segni.
Non sappiamo come avrebbe modificato il suo invito se, edotto dalla sofisticata ermeneutica, frutto della novecentesca “svolta linguistica”, avesse cominciato a distinguere “il racconto dei fatti” da parte dei giornali, da “i fatti” realmente avvenuti.
Non sappiamo come avrebbe riformulato quella sua annotazione se avesse previsto che l’informazione giornalistica, come avviene oggi, tende a trasformarsi in un settore del marketing, della pubblicità e del controllo sociale, invece di essere una rigorosa e completa registrazione di fatti, eventi e processi non banali.
E cosa avrebbe pensato di quel tipo di preghiera se avesse avuto gli strumenti concettuali per analizzare il fatto che, nella società di mercato, l’ossessione di offrire notizie "vendibili" finisce spesso per "vendere" o ”appaltare” anche l'informazione?

Chissà se, dall’alto della sua lucida logica, poteva prevedere che, nonostante i nostri tanti e vocianti giornali quotidiani, diventano “sempre più le cose che non sappiamo di non sapere”!(M.Forsyth)
E allora? Addio, necessaria conoscenza e immersione nella storia del nostro mondo! E, addio, insostituibile preghiera del mattino dell’uomo moderno. 
E, soprattutto, addio connessione con la Totalità e con il Senso della storia!








mercoledì 28 giugno 2017

Lo sguardo delle cose



Non avete l’impressione che qualcosa non funzioni nel principio etico secondo cui non bisogna trattare le persone come una cosa, come oggetto? Non nel senso che il principio non sia valido, ma nel senso che esso mostra un “tallone d’Achille”.  
Infatti quel principio si fonda sul presupposto che le cose, invece, non si appartengono, possono essere possedute, non possono essere concepite come soggetto di nessun diritto (Lalande).

Ma è proprio così? È, quest’ultima, una giusta prospettiva?

Se il principio di cui sopra presuppone un’eccezione, nel senso che esiste qualcosa, intorno a noi, che può essere usata e abusata in quanto oggetto, chi ci impedirebbe di trovare, come è già accaduto, delle eccezioni, a quel principio, anche riguardo agli umani? Basterà descrivere qualcuno come “meno” umano, o addirittura “per niente” umano!
In realtà, i diritti hanno una strana caratteristica intrinseca: o sono riconosciuti come universali, nel senso più ampio della parola, o sono destinati a franare facilmente.

E, infatti, con il passare dei secoli abbiamo imparato ad estendere quella universalità a una parte del mondo animale, e per certi aspetti anche al mondo vegetale.
Oggi, siamo tutti più sensibili verso “l’ambiente”, verso la natura; abbiamo sviluppato una nuova consapevolezza “ecologica”. Ma tutto ciò è sufficiente?

Credo di no. Il cammino sembra ancora incompleto. 
Per due ordini di considerazioni.

Prima di tutto.
I concetti di “ambiente”, “natura”, corrono il rischio di trasformarsi, come pensava Chesterton, solo in una specie di “mostri” con tante teste, se non siamo capaci di andare oltre, fino a capire che, per esempio, i “singoli” alberi o piante non sono, solo, "il bosco". Così come non basta pensare all’ “ambiente”, ma occorre mettere al centro le “singole cose” che lo abitano. Ognuna con la sua individualità. Con un suo significato e un suo posto specifico. 
Finché non capiremo che non ci conviene dissolvere i contorni delle singole cose, quella nuova sensibilità ambientale sarà sempre ancora vulnerabile. 

Secondo ordine di considerazioni.
Finora abbiamo esteso quel principio, anche se in modo relativo, solo al mondo animale e a quello vegetale. 
Manca, però, un passo ulteriore. Occorrerebbe una svolta anche nell’atteggiamento verso “le cose” inanimate, siano esse naturali o manufatti: anch’esse parte insostituibile del “nostro” ambiente. 
Quante “cose” sono intorno a noi, nelle nostre città, nelle campagne o sulle colline, nelle volte celesti, nelle nostre case, sui nostri tavoli, sui nostri comodini, sulle pareti della nostra camera, nella nostra borsa, sulle nostre verande, tra le nostre mani...ognuna con la sua individualità, la sua “voce”, il suo senso insostituibile per noi! Sono solo “oggetti” senza diritti? E, allora, per quale ragione, quando una minuscola sezione di uno degli innumerevoli monumenti in pietra o anche semplicemente un ciottolo da noi raccolto sulla riva di un fiume, o addirittura una vecchia sedia che conserviamo su una veranda, vengono maltrattati, reagiamo tanto?
Scriveva Benjamin: “alle cose che non ho più...appartiene a volte la beatitudine del non ancora vissuto, della ripetizione, del recupero”. Quante volte una “cosa” è per me, per noi, come il “complemento dell'esperienza vissuta"?
Ci servirebbe, forse, un allenamento a vedere il lato individuale, eccezionale e sorprendente delle cose, non solo delle cose straordinarie, o cariche di memoria collettiva, ma anche di quelle ordinarie e banali, compagne del nostro vivere di ogni giorno.

Qualcuno ha detto che le cose non stanno “lì fuori”, come silenziosa materia indistinta e inerte ma sempre come qual-cosa che “viene a noi”.

Sì, “ciò che vediamo e che guardiamo è, al contempo ciò che ci ri-guarda, nel duplice senso, insieme percettivo ed etico, del guardare e del concernere” (Pinotti Somaini).
Sì, esiste “sguardo” anche senza “visione”. Possiamo avere un’idea di questo “fenomeno”, se pensiamo ad alcune cose-immagini, che ci “guardano” senza vederci, come per esempio il famoso poster I Want You! dello Zio Sam, creato per la guerra del 1917, o il dipinto Las Meninas di Velasquez. “Sguardi” che ci provocano. Ci chiedono qualcosa.
Ebbene, tutte le cose ci ri-guardano anche senza vederci, e quindi ci apostrofano, ci interpellano, ci domandano!
Le cose, rappresentano, in qualche modo, il nostro “limite” non negoziabile e non riducibile; il limite di cui abbiamo bisogno. Le cose sembrano dire solo con la loro presenza: non esisti solo tu, non esistete solo voi umani o viventi

Lasciare che gli oggetti svolgano il loro compito è un nuovo urgente esercizio per noi!
“Le cose, i tanti aspetti degli esseri, sono come un alfabeto misterioso, diceva Andrea Emo, che tutti dovrebbero saper leggere o ascoltare. E non occorre essere un idealista o uno spiritualista, per cogliere questa dimensione della realtà: pure un distruttore di certezze metafisiche e un dissacratore, come Nietzsche, aveva capito che anche le cose, tutte le cose, “cercano le parole per essere dette”, e quindi interpellano, chiedono, vogliono!

Le cose “dicono” sempre qualcosa! Sembra che ti guardino e ti dicano qualcosa, o ti chiedano qualcosa! È come se ognuna di esse ti dicesse: io sono qui, ci sono anch’io, il radicalmente altro da te! cosa vuoi farne di me? Vuoi solo usarmi o senti che sono qualcosa che ti ri-guarda?
Qualcosa a cui devi gratitudine, perché noi, le cose, doniamo orizzonti, sfondi e prospettive alle vostre esperienze umane. Diamo movimento, ritmo ed emozioni al vostro spazio. Talora riempiamo la vostra solitudine.

Qualcuno arriccerà il naso, considerando tutto questo solo antiquato antropomorfismo.
Ma forse è il caso di riconoscere che c’è qualcosa di vero, di reale e di incancellabile anche nell’antropomorfismo! Nel guardare alle cose e lasciarsi guardare da esse, come espressione non di inerte e disponibile materia, ma come “soggetti”, in qualche modo dotati di una forma di “personalità”!

Del resto, se quelle particelle e quelle molecole, dell’alba dell’evoluzione, sono riuscite a trasformarsi nel linguaggio, nel pensiero e nella coscienza umana, una qualche forma di coscienza deve pur esserci, da sempre, anche nelle cose “inanimate”, a dispetto del nostro ingenuo separare nettamente, in comode classificazioni, la molteplicità del reale, magari con la presunzione di addomesticarlo e renderlo manipolabile e disponibile.

Non è un caso, d’altra parte, se oggi, nell’ambito degli “studi visuali”, si tende a pensare che l’inclinazione antropomorfica nei confronti degli oggetti inanimati rappresenta una strutturale disposizione degli umani, e un “sintomo incurabile” come pensa W.J.T. Mitchell, citato da A. Pinotti e A. Somaini nel loro illuminante volume Cultura visuale, Einaudi. È proprio vero, come ha scritto anni fa Bruno Latour, che, da questo punto di vista, “non siamo mai stati moderni”!  
E inoltre, tanto per fare qualche esempio, come spiegare, se non con quella inclinazione, con quel “sintomo incurabile”, il senso profondo che ci comunicano il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, o il Canto alla Luna di Leopardi? O, per vemire ai nostri giorni, Conversazione con una pietra, di Wisława Szymborska?
E, ancora, credo che, se non tenessimo conto di questa “disposizione strutturale”, non riusciremmo neppure a comprendere a fondo il ruolo che i media, il cinema e l’arte contemporanea, con i loro metodi e i loro contenuti molto peculiari, svolgono oggi nella nostra vita individuale e collettiva.

Partire dalle cose, accorgersi di esse e accogliere il loro “sguardo cieco”: forse solo se si comincia da un nuovo sguardo verso le cose è possibile arrivare davvero anche ai valori essenziali ed universali.
Forse se ci sentissimo responsabili della "cura" e della custodia delle “cose”, di tutte le cose che esistono, creeremmo nuove condizioni e un atteggiamento giusto per uno sguardo e un'attenzione meglio motivata anche verso ogni singolo essere umano. 







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giovedì 25 maggio 2017

I sentieri interrotti della conoscenza

La storia del cammino umano verso il sapere è piena di vie di ricerca cancellate, di sentieri della conoscenza interrotti.
Quante ipotesi, quante "strade di ricerca" e di conoscenza, quante "parole" dell'umanità, sono state "silenziate" nella storia, a volte con violenza. In ogni caso con superbia. Con quella tipica "hybris" umana, che faceva temere e tremare, già ai primordi della storia delle civiltà.
Una forma di "totalitarismo" della conoscenza è riuscita spesso ad imporsi, per ragioni non sempre chiare e con metodiche diverse. Attraverso "procedure di controllo e di esclusione", spesso mascherate anche da "volontà di verità", come quelle descritte da Michel Foucault nel prezioso L'ordine del discorso. Quelle procedure di esclusione e quella interruzione di sentieri della conoscenza hanno riguardato i campi più diversi della cultura umana.
Qui vogliamo denunciare ciò che è stato perso, soprattutto a partire dall'età moderna, (si potrebbe anche dire: a partire da Kant) quando i racconti dei miti antichi e le grandi storie delle tradizioni spirituali e religiose dell'umanità sono state confinate nell'area insidiosa della non conoscenza.
Da un certo momento in poi, siamo tutti apparsi impegnati, più che a proseguire il cammino, impervio e spesso imprevedibile e inaspettato, della conoscenza, a realizzare un'accurata e presuntuosa "differenziata", tra idee e conoscenze umane da mantenere, e altre da trasformare in rifiuti e scarti.
Come mai ci è accaduto questo? Perché? Perché ci succede anche oggi, quando ci consideriamo super-evoluti e aperti intellettualmente?
Che cosa ci ha spinto a identificare la conoscenza in modo esclusivo con la conoscenza scientifica quantitativa?

E se avessimo, in questo modo, escluso e dichiarati privi di senso ambiti fondamentali dell'esperienza umana? E se, con la pretesa di classificare e definire in anticipo quali ambiti siano degni di conoscenza, avessimo perso il contatto con il "mondo della vita", come scriveva Husserl?

È un atteggiamento semplicistico immaginare lo sviluppo della conoscenza come un "edificio", in cui si tratta di sovrapporre un piano superiore e successivo, a uno precedente. È una idea semplicistica della conoscenza anche immaginarla come una "città" in cui si demoliscono periodicamente edifici, e "vecchi" quartieri, per sostituirli con costruzioni nuove e moderne. La conoscenza è invece pensabile come un "reticolo", in cui le connessioni si espandono, si esplicitano e si moltiplicano in forme sempre diverse, invece di ridursi, e dove, come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge.

Siamo troppo condizionati da modelli interpretativi che non hanno fondamento nella realtà della storia delle culture, come quello secondo cui il pensiero umano è passato, a un certo momento, come attraverso un salto, dal "mito" al "logos", come si passa dall'infanzia alla maturità, dimenticando che, in realtà, anche nelle varie età della nostra vita individuale, quello che eravamo ci accompagna sempre, e rende possibile ciò che siamo ora. In effetti, esistono evidenti forme di razionalità nei miti più antichi e arcaici, così come sussistono "mitologhemi" anche nelle teorie "scientifiche" più evolute e recenti.
Sarebbe necessario perciò non perdere la memoria, e addestrarsi invece all'uso dei molteplici "linguaggi" e delle diverse "lenti" che l'intuito umano ha creato, per riuscire a pensare e comprendere in modo più ampio possibile i vari aspetti della vita umana e del  mondo.
I racconti dei miti, come le storie delle grandi tradizioni religiose dell'umanità, non sono solo "favole" o solo "culto", e neppure solo "regole etiche". Esse sono anche specifiche modalità di conoscenza, tentativi dell'umanità elaborati con gli strumenti disponibili nelle varie epoche per riuscire a comprendere e spiegare il mondo e la vita. Esse rivelano ciò che gli esseri umani hanno in comune. Ci ricordano da dove viene quello che crediamo di vedere e di sentire, quando diamo un nome o associamo un'immagine alle nostre esperienze umane. Rivelano, scriveva J. Campbell, la nostra "ricerca", attraverso i secoli, della verità, del senso e del significato. Perciò sono patrimoni e risorse insostituibili per la vita. Rivelano aspetti del mondo e della realtà non altrimenti percepibili.
Perciò è il caso di non legittimare la nostra presunzione di aver ormai fatto i conti una volta per tutte, con la questione relativa a: "che cosa significa conoscere".

Occorrebbe riconoscere invece, come diceva Rilke, che "le cose sono ben lontane dall'essere tutte tangibili e dicibili [con le attuali categorie dominanti] come ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli avvenimenti è inesprimibile e avviene in uno spazio in cui nessuna parola ha mai messo i piedi".

Occorre liberarci dalla nostra attuale presunzione secondo cui "conoscere", "ricerca", "scienza", sono, in fondo, come "un album da colorare, in cui blocchi differenti di paesaggio vanno riempiti, uno per uno, con colori opportunamente numerati" e determinati in anticipo (Peter Brown).

Roberto Calasso fa notare che "nell'espandere l'area del noto, la conoscenza scientifica espande anche quella dell'ignoto". E dunque quando noi, figli dell'era "scientifica", ci confrontiamo con i racconti dei miti e con le storie delle grandi tradizioni religiose dell'umanità, "non si tratta di mettere a confronto il nostro noto con il loro ignoto, il che non può avvenire se non con un certo senso di sufficienza. Si tratta di mettere a confronto il loro ignoto con il nostro ignoto, come accostando due infiniti. E si sa che, quando si passa al transfinito, spesso avvengono cose che discordano dal buon senso". (R. Calasso, Il cacciatore celeste, Adelphi).

Ciò che serve oggi è espandere l'area della consapevolezza e della coscienza, non ridurla. Serve non cancellare ma imparare le diverse "lingue" - i miti, le storie religiose, ma anche la poesia, la musica, l'arte, sono alcune di quelle "lingue" - per conoscere e parlare del mondo della vita, in modo più ampio e globale.

Oggi è il caso di chiederci: che cosa, e quanto, ha perso l'umanità, quanto abbiamo perso noi, con quelle esclusioni e quei silenziamenti?
E se derivasse anche da queste esclusioni la nostra profonda, indecifrabile crisi attuale, che, riconosciamolo, non è essenzialmente economica?
Se la nostra crisi, che pare investire ogni cosa, dipendesse proprio dal fatto di esserci rinchiusi in orizzonti cognitivi troppo ristretti e angusti?
Se questa crisi fosse il prodotto di un'epistemologia "incartata"? Se la nostra, fosse anche una crisi di "metodo"?
E se, in tal modo, ci sfuggisse l'essenziale o almeno qualcosa di importante?

"Vi sono momenti, nella vita, ha scritto Michel Foucault, in cui la questione di sapere se si può pensare e vedere in modo diverso da quello in cui si pensa e si vede, è indispensabile per continuare a guardare o a riflettere". Il nostro, forse, è uno di quei momenti, in cui servirebbe recuperare tutte le risorse importanti della nostra storia comune, tutta quella molteplicità di memorie, di saperi e di "sguardi", che hanno contribuito a produrre i dettagli comuni ed essenziali della nostra identità, e potrebbero proiettarci verso nuovi orizzonti di senso.




Critica della trasparenza

Cosa perdiamo  se guardiamo un film e badiamo prima di tutto al “ significato ”, preoccupandoci di tradurre in linguaggio logico e coerent...