Pagine

giovedì 12 gennaio 2012

Raccontateci delle belle storie!


Mi ha dato da pensare un messaggio raccolto durante una sosta in un “incrocio” del web. Un pensiero condiviso su facebook dalla giovane amica Marianna. Uno di quei “messaggi nella bottiglia” che si trovano nel mare telematico e che ti conducono però verso direzioni inattese.
Non abbiamo bisogno di liste di ciò che è giusto o sbagliato. Abbiamo bisogno di favole, di tempo e di silenzio. “Non devi” è presto dimenticato, “c’era una volta” durerà per sempre.
Era questo il messaggio. Che ha confermato una riflessione che ho sempre fatto, ripensando alle tre domande che, secondo Kant, ogni essere umano, in modo esplicito o meno, si pone. E cioè: che cosa posso sapere? cosa devo fare? cosa possiamo sperare?
Io ho sempre pensato che, in fin dei conti, gli uomini sono in grado da soli, di capire, prima o poi, usando la ragione, cosa siamo capaci di sapere e cosa è giusto fare. Ma la cosa complicata è invece proprio la risposta alla domanda: cosa possiamo sperare?, cosa è possibile sognare? Perché è dalla risposta a questo genere di domande che in fondo dipende il “sapore” della nostra vita!
E in fondo quel pensiero che la giovane amica ha creduto importante condividere, da qualunque parte le sia arrivato, dice proprio questo. Non dateci sempre liste di quello che dobbiamo fare o non fare, perché siamo capaci di trovarle da noi! Non state sempre a dirci “devi” o “non devi”. Piuttosto raccontateci una bella storia, o delle belle storie, se ne siete capaci; se avete delle belle storie da raccontare! Fateci sognare!
Aiutateci a ritrovare quel “silenzio originario” da cui tutto si origina, da cui ogni melodia della vita si genera! Mostrateci, se ne siete capaci, la trama e l’ordito del tempo!
Altrimenti tacete e non ci annoiate con i vostri monotoni elenchi!
In realtà, a rifletterci bene, forse deriva proprio da questa incapacità la crisi di ogni genere di autorità, oggi. Forse deriva da questa incapacità la crisi dell’educazione e degli educatori. Forse deriva da questa incapacità la crisi di partiti, scuole, chiese, istituzioni, associazioni, famiglie. Forse la crisi di credibilità di leaders e ceti dirigenti sta proprio in questo. Tutti si affannano ad attribuirsi compiti di guida, compiti direttivi e normativi, accampando le più diverse motivazioni, ma quasi nessuno sembra più avere una storia da raccontare, in cui mostri di credere per davvero! Al massimo si vestono da “imbonitori” ma il “gioco” alla fine viene sempre scoperto, anche dai più “semplici”!  
Nessuno comincia più il proprio discorso con un autentico e sentitoc’era una volta”, ma piuttosto con “tu devi”, “voi dovete”,  “non devi”. Non raccontano più nulla che affascini. Che faccia immaginare e sognare. Niente che risvegli il desiderio di quello che avrebbe potuto essere o potrebbe essere! Non hanno una “visione” da condividere! E, se ne hanno una, non mostrano di crederci davvero. Infatti preferiscono concentrarsi su norme, divieti, disposizioni, direttive e compiti da affidare agli altri. Cercano seguaci, non esploratori e cercatori! Preferiscono esecutori obbedienti non compagni di cammino, in un tempo in cui… “l’obbedienza non è più una virtù”!
Il “non devi” è presto dimenticato, diceva il messaggio, solo il  “c’era una volta” lascia tracce durature!

venerdì 16 dicembre 2011

Ho studiato economia e me ne pento


È la confessione e anche il titolo di un libretto di Florence Noiville che andrebbe letto da tutti coloro che sono interessati a guardare un po’ “dietro le quinte” di questa crisi economica, che sta rendendo la vita difficile a molta gente.

L’autrice, che si è formata alla HEC, scuola di alti studi francese, che come gli MBA americani -  le business schools – prepara le “élite economiche”, guarda alla crisi da un punto di vista insolito ma indubbiamente importante. Lei è convinta che la crisi, di cui stiamo pagando gli effetti, sia indissociabile dal tipo di formazione ricevuta dalle élite economiche e finanziarie. Per cui occorrerebbe ”interrogarsi sulla parte di responsabilità imputabile, in questo disastro, all’insegnamento delle grandi scuole di finanza” (Ho studiato economia e me ne pento, Bollati  Boringhieri, p. 11).

Il modello di formazione sembra tutto incentrato su quello che Florence Noiville chiama il sistema MMPRDC, acronimo che l’autrice ha ricavato dalla cinica espressione rivoltale da dirigenti di una azienda del Minnesota ai quali lei stava presentando i suoi risultati finanziari: “Listen Florence, how can we Make More Profit? The Rest we Don’t Care about”(“Senti Florence, come possiamo aumentare i profitti? Del resto ce ne sbattiamo!”).

È gente formata con quel modello che inventa quella “ingegneria finanziaria” incredibilmente sofisticata, talmente opaca e illeggibile da sfuggire al “controllo” di tutti! Al di là dei disastri che tutto ciò provoca periodicamente, questo tipo di formazione di classi dirigenti non è anche – si chiede la Noiville – “uno spreco formidabile di cervelli?...[Questo tipo di formazione non funziona forse] come un enorme ‘aspiratore di talenti’ che fagocita i migliori per risputare poi – etichettati come la crema dell’economia e della finanza – dirigenti avidi di denaro, relativamente inutili per la società e, in molti casi, privi di scrupoli”?

Si tratta di “suonare l’allarme” su ciò che si impara in quel tipo di scuole, sul modello di economia che ne ispira gli insegnamenti nonché sulla “politica culturale” che sta dietro tutto questo. Che tipo di gente esce da quella formazione? In che misura, si chiede la Noiville, quelli della HEC e simili, hanno contribuito a “questa macchina infernale che produce da una parte dei ‘megaricchi’ e all’altro estremo dei ‘lavoratori poveri’?”. Da una parte, gli “alfa del denaro” e dall’altra “gli omega della miseria”, secondo la profezia di Aldous Huxley! E “che polveriera sociale lasceremmo ai nostri figli”?

Affrontare e superare la crisi è anche una questione di “cultura”, di “politica culturale”, di mentalità e di formazione!

O siamo diventati talmente assuefatti a una società del lucro  e così tolleranti verso una minoranza di “squali” che depredano e si accaparrano, indisturbati, risorse e destini umani – da aver esaurito la nostra fantasia e la possibilità di immaginare qualcosa di diverso, un altro mondo e un altro tipo di economia?

giovedì 17 novembre 2011

L’insostenibile indifferenza del vivere


Siamo veramente finiti in una “colloidale cultura media” (Goffredo Fofi)? Una specie di chewing gum che avviluppa giornali, università, televisione, editoria, dibattito intellettuale fino alla conversazione quotidiana? Siamo proprio “incartati” in una “melassa” sostanzialmente uniforme e soprattutto facilmente digeribile che smussa ogni articolazione e ogni contraddizione di valori e punti di vista, perché tutto sia soltanto un finto scambio di ruoli e una variazione del “medesimo”?
Siamo veramente incapaci di mettere in discussione l’ordine imperiale che ci sovrasta, incapaci quindi di riconoscere scandali di ogni sorta, piccoli  o grandi che siano? Siamo veramente tutti vittime di quella tecnica efficientissima che convince le masse a volere o a credere di volere ciò che i loro padroni vogliono?(G. Negrelli)
Siamo veramente tutti trasformati in un “gelatinoso ceto medio”? Un ceto subentrato, trionfalmente, alle classi tradizionali, e occupato, allegramente, a navigare in una “medietà che non è la modesta e onesta tappa in cui quasi tutti noi mediocri siamo ovviamente costretti a fermarci nel cammino verso l’alto, ma è la totalitaria eliminazione di ogni tensione fra l’alto e il basso, l’ordine e il caos, la vita e la morte, il senso e il nulla”?(Magris-Levi Della Torre, Democrazia, legge e coscienza, Codice edizioni).
Siamo tutti “riconfigurati”, attraverso una immersione in “una (in)cultura dell’optional, che ammannisce un po’ di tutto mettendo tutto insieme....sullo stesso piatto, pornografia e prediche sui valori familiari, fumisterie esoteriche e pacchiane superstizioni. Un etto di cristianesimo e un assaggio di buddismo, volgarità plebea e volgarità pseudo-aristocratica, dispregiatori delle masse graditi a queste ultime, Madonne di gesso che piangono e veline che discutono coi filosofi, abbronzature di famosi su belle isole e pii cavalieri dissotterrati e messi impudicamente in mostra”? (C. Magris, Democrazia, legge…cit., p.16)
Assistiamo forse a una specie di “evoluzione” del laissez-faire del liberalismo classico che diventa oggi un “succhiare” e un “lasciarsi succhiare” postmoderno?(Peter Sloterdijk (Caratteri filosofici, Cortina editore).  Siamo diventati tutti componenti di un “mondo liquefatto” – da cui attingono televisori e “tele succhiotti” – e in cui nessuno sa più cosa sia la vita solida e indipendente?
Siamo  davvero intrappolati senza scampo in questa “condizione” o è ancora possibile una via di fuga?  E questa condizione  è solo l’effetto dei  vent’anni di indecente “totalitarismo soft” vissuti da noi in Italia o una modalità molto più generale - e complessa! – che riguarda la nostra storia di oggi, il nostro esistere e il nostro tempo postmoderno, come sostiene Peter Sloterdijk?
E tutto questo è forse davvero il frutto della nostro allegro “vassallaggio” nei confronti di quel “valore monetario” che si aggira fra noi, uomini e donne di oggi, e che, come ridente comunicatore, sottrae  tempo e anima ai vivi e regna sovrano, quasi senza pretesti, sulle società avanzate”? Che ne è allora della soggettività umana, dalla quale sembra spuntare, in ogni contesto, ben messa a nudo, l’anima monetaria? Stiamo veramente diventando una società di “acquirenti comprati e di magnaccia  prostituti” (P. Sloterdijk, Carattericit. p.96) in rapporti di mercato globalizzati? Sarà forse per questo che, come ha scritto Michel Serres, noi poveri, voi e io, in questa crisi, corriamo urgentemente in soccorso dei ricchi, tramite lo Stato? Forse i ricchi sono diventati talmente ricchi da apparire, in modo quasi ovvio, a tutti, tanto necessari alla nostra sopravvivenza quanto il mondo stesso?
L’umano “scambio simbolico” si è forse ridotto – con modalità diverse e raffinate - allo scambio monetario?che rende tutto optional, intercambiabile?
Avrebbe ragione, in questo caso, Peter Sloterdijk quando sostiene che, nelle nostre società avanzate, tutte le dimensioni essenziali del nostro esistere:  non solo il lavoro, ma anche la comunicazione, larte e lamore fanno ormai parte dei finali di partita del denaro!  L’amare quindi che diventa, e anche questo senza obiezioni, solo un modo per colmare  le proprie mancanze e soddisfare i propri bisogni semplicemente trattando gli altri come oggetti “usabili” e intercambiabili?
Ma che è accaduto perché potessimo arrivare a questo? E perché tutto questo avviene senza nessun  tipo di inquietudine?

mercoledì 19 ottobre 2011

Wow!


E se fosse vero? Se fosse vero come sembrano ritenere i filosofi anglosassoni che domande tipo “qual è il senso della vita?, “perché esiste qualcosa anziché nulla?”, “perché l’Essere?”, sono solo pseudo domande? Se fosse vero, come essi pensano che quelle domande sono solo un modo un po’ enfatico di dire, semplicemente, davanti agli esseri, “Wow!”?
Potremmo inoltre ulteriormente dissacrare o “destrutturare” quel tipo di domande  chiedendoci anche cosa c’è veramente dietro quelle domande. Perché in un mondo come il nostro, in cui le categorie dell’economia sono talmente determinanti da condizionare il modo come pensiamo la vita, le relazioni, le persone, le cose, l’amore, il futuro, le comunità, la nostra identità stessa, in quelle domande si potrebbero celare diverse e inconsapevoli domande del tipo “vale più questo segmento della vita o quell’altro?”, “quanto vale quella persona o quell’esperienza?” o “che prezzo devo pagare per ottenere quella relazione o avere quell’amore?”...ecc. E poi potrebbe addirittura accadere, in una società dove domina il primato dell’economico, che chi ti propone quelle domande voglia solo fare marketing e forse solo dirti che il prodotto o il “pacchetto” che egli ti propone è più conveniente o più soddisfacente di quelli della concorrenza!
Se invece non ci fosse una risposta e la domanda davvero non fosse altro che un “Wow!”’? Sarebbe solo una svalutazione di domande ormai “secolari”? Non potrebbe essere proprio quel “wow!” la risposta stessa? Non potrebbe rappresentare quel “wow!” il modo migliore di accorgersi di ciò che uno dei grandi maestri del 900, Wittgenstein, chiamava il “mistico” e cioè il semplice e incredibile fatto” che “il mondo è”, che le cose sono? Non potrebbe quello essere la modalità più consona di approccio alle cose? A ogni singola cosa, a ogni singolo essere, a ogni singola persona? Non potrebbe essere quello il modo, che già Aristotele chiamava “stupore” o “meraviglia”, e che, a suo parere, sarebbe l’unico modo veramente “umano” di approccio a tutto ciò che esiste? L’unico modo che riconoscerebbe l’effettivo “valore”, l’effettivo senso, l’effettiva “bellezza” di ogni cosa, qui e adesso?
Non sarebbe quello l’unico modo che riconcilierebbe con la vita così come essa è? L’unico modo con cui gli umani potrebbero esprimere il loro “si” alla vita, come invocava Nietzsche? E il “si” a ciò che esiste non sarebbe la vera risposta alla domanda sul senso della vita?
E questo approccio non ci libererebbe dalla mania diffusa di stabilire sempre confronti per rassicurarci sul valore di quello che siamo, di quello che viviamo, di quello che desideriamo, di quello che abbiamo, finendo alla fine col non apprezzare e godere di nessuna cosa, veramente? Ritrovandoci poi, alla fine della vita, nella condizione di non poter dire con convinzione, per usare la frase di Neruda, “confesso che ho vissuto!”, ma di recriminare e rimpiangere quello che non abbiamo o non abbiamo avuto? Se la mania del confronto è collocata “al centro della vita”, se dirigiamo sistematicamente il nostro sguardo altrove, se ci lasciamo determinare da ciò che vediamo, finiamo per “assomigliare a una spugna o a uno schiavo che esiste solo in virtù dell’imitazione” (A. Jollien, Cara Filosofia, Angelo Cola Editore). Questo tipo di confronto produce la cecità di fronte alle cose, alle esperienze, alle persone.
Invece, come nota Alexandre Jollien, nel bel libretto citato sopra, fatto di “Lettere ai grandi Maestri”, in una lettera in cui dialoga con Baruch de Spinosa, i soli confronti che potrebbero essere utili sono quelli che rappresentano un mezzo per progredire, come quando utilizziamo il confronto in modo da evitare di “bruciarci due volte le dita per sapere che l’acqua bollente è pericolosa”. O quelli che sono un modo per accorgerci che anche l’altro esiste, e che esistono diversi approcci al mondo. O quelli che ci fanno assaporare le differenti espressioni e i differenti volti della vita.
Solo in questi casi invece di vivere solo in funzione dei nostri simili, invece di farci prendere dallo scontento, dal rammarico o dall’invidia, conserviamo la capacita di dire “Wow!”, di comprendere davvero il senso della vita!

sabato 1 ottobre 2011

TUTTO È GIÀ CAMBIATO?


Se si osserva con distacco e serenità l’azzuffarsi dei gruppi umani intorno ai cambiamenti, con un occhio attento alla storia della cultura, c’è di che sorridere. Fa sorridere questo schierarsi e contrapporsi tra chi è favorevole al cambiamento e chi vorrebbe mantenere le cose come “sono sempre state”. Fa sorridere la resistenza alla novità. Fa sorridere quella tenace logica, interna alle culture e alle comunità culturali, che, denominando le cose e imponendo linguaggi, categorie e metafisiche, apparentemente presumono di mantenere tutto uguale. Fa sorridere la tendenza ad attribuire i cambiamenti prevalentemente alla forza di volontà e alle soggettività.
Fa sorridere il modo in cui siamo così attenti a focalizzare come novità, pregne di conseguenze, solo eventi personali o storici che perdiamo di vista la novità più importante. Infatti più importante è il modo in cui le nuove cose, i nuovi oggetti, le nuove tecniche e apparecchi entrano di soppiatto nelle nostre vite. E non è casuale che queste nuove cose abbiano sempre bisogno di nuovi nomi che, collocandosi fuori dai sistemi, dalle logiche, dalle grammatiche e dalle categorie dei linguaggi consolidati,  hanno buon gioco nel non offrire il fianco alle resistenze, che scattano nelle singole comunità culturali contro tutto ciò o tutti quelli che si pongono, in un modo o nell’altro, “contro” o “fuori”. Fuori da potenti norme che, richiamandosi spesso a  un ordine solo apparentemente naturale, sono gelose custodi di tradizioni, istituzioni, gerarchie e sistemi di vita.
Ma fa sorridere anche il fatto che, come diceva l’antropologo Ernest Gellner, questa rigidità normativa delle comunità culturali si accompagni al fatto che, in genere, gli esseri umani  presentano la più ampia varietà di comportamento, tra tutte le specie. Fa sorridere, come scrive l’archeologo Timothy Taylor, la poca consapevolezza del fatto che la tendenza abituale ad espellere dalle nostre comunità e società quelle differenze che risultano critiche per i sistemi culturali vigenti, risulta inadatta alla stessa sopravvivenza delle nostre comunità. Infatti è il cambiamento che ha prodotto la capacità di resistenza e  di espansione della nostra specie. Senza il cambiamento non avremmo quella estesa e vitale diversità interculturale che caratterizza la specie umana.
Fa sorridere osservare tutto questo con l’occhio dello storico, dell’antropologo o dell’archeologo,  perché quello sguardo mette in luce il fatto che il grande cambiamento avviene in ogni caso inesorabilmente e, come nota opportunamente Timothy Taylor, furtivamente. Noi siamo sempre al centro del cambiamento e lo siamo da molto tempo!  E non soltanto in questi ultimi dieci anni che alcuni già chiamano degli anni zero, a causa dei cambiamenti radicali avvenuti, alcuni dei quali hanno fatto collassare abitudini, comportamenti, istituzioni e pratiche! Il fatto è che il vero cambiamento, quello radicale e profondo, quello che lascia segni indelebili, avviene attraverso modalità alle quali, in genere, è quasi impossibile resistere perché si insinua nella nostra vita e modifica i nostri comportamenti prima che noi riusciamo a capire bene di che si tratti e in che modo ci stia modificando. Sono cambiamenti dei cui effetti ci accorgiamo solo dopo che sono avvenuti! Si tratta di quei cambiamenti che agiscono attraverso le cose più che attraverso le persone. Si tratta di cambiamenti che avvengono attraverso invenzioni e tecniche che si presentano con nomi nuovi. Per cui mancano anche le parole per organizzare una forma di resistenza ad esse, nel nostro sistema linguistico e categoriale, prima che influenzino la nostra vita, i nostri comportamenti e la nostra mentalità, le nostre credenze, l’idea stessa di conoscenza.
Mentre siamo attenti a salvaguardare il nostro “orticello”, mentre siamo affannati ad accumulare nelle nostre casseforti banconote fuori corso,  la cultura materiale – la cultura delle cose - è in continua mutazione.  E non dimentichiamo che la cultura materiale ha guidato l’evoluzione ed è perciò, in un certo senso, ciò che ci rende umani!
La vera questione, allora, il dilemma della nostra specie è che per salvaguardare quello che abbiamo – paradossalmente per “conservare” quello che abbiamo e quello che siamo – siamo costretti a cambiare continuamente!
Ma ciò che appare più paradossale è che tutto ciò sta già avvenendo nonostante noi…o è già avvenuto?