venerdì 26 agosto 2016

New York Stories

Tra i grattacieli di Manhattan
Girovagare distrattamente e fermarsi ad un tratto a contemplare l'ambivalenza dello slanciarsi in forme sempre nuove verso l'alto, di questi stupefacenti grattacieli postmoderni.
Forse hybris e salvezza insieme?

Bryant Park
Come una radura che spunta, imprevista, in una foresta buia, questo piccolo parco, appare anch'esso, quasi all'improvviso, mentre ti muovi nella "foresta" dei grattacieli. Circondato da una ombrosa e fresca corona d'alberi (platanus acerifolia) questo incantevole prato verde, più seducente per me di Hyde Park, si mostra subito invitante e benevolo e sembra dire a te forestiero e agli affannati newyorkesi: fermatevi un pò qui per qualche ora, stendetevi con me, provate a interrompere quello che state facendo e quello che state pensando!

Il Palazzo di vetro
Mentre lo guardo, nascosto un pò dagli alberi, mi viene da pensare che, certo, così come ora il Palazzo mi appare un pò nascosto, la figura e il ruolo delle Nazioni Unite non appaiono molto evidenti e decisivi. E tuttavia è anche vero che nel nostro complicato mondo multipolare, l'ONU resta l'unica "barra" che abbiamo. Perciò onore all'ONU, in ogni caso.

Il Palazzo del Congresso USA in restauro
Non ho potuto ammirare la bella cupola del Campidoglio statunitense, perché il Palazzo è in parte ingabbiato in una struttura di restauro. Allora, avendo nella mente i dibattiti, talora molto accesi e indignati, che si fanno da noi in Italia sul degrado della politica e sulla crisi della nostra democrazia, è stato facile associare le cose e, giocando con le metafore, riflettere sul fatto che, in fondo, il degrado tocca ogni cosa umana, e i restauri sono sempre e dovunque necessari, anche....nelle migliori famiglie politiche!

I ponti di New York
New York senza i suoi ponti non sarebbe New York!
I ponti, i ponti, i ponti: una delle creazioni dell'umanità più belle, più ardite, più essenziali e più pregne di futuro! Il nostro futuro dipende dai ponti che sapremo inventare!

Danzare sugli abissi?
New York non appare una città "ordinata". L'unico ordine sembra essere quello che nasce da una forma di caos. E sembra che funzioni! Esiste una sorta di unione di controllabile e incontrollabile da cui pare emerge una configurazione apparentemente armonica. Non c'è separazione tra rumore e silenzio, tra notte e giorno, tra movimento e quiete, tra sonno e veglia, forse neppure tra bene e male o tra falso e vero. Del resto qualcosa di simile a proposito di New York, lo ha sempre detto Woody Allen nei suoi film. Per questo, dopo aver visto i suoi lavori al MoMA, (vedi soprattutto, One: Number 31, 1950) mi è parso efficace usare Jackson Pollock per "leggere" New York. Per scoprire l'ordine nascosto del caos. E la danza possibile sull'abisso del mondo.

I Memoriali
È qualcosa che a noi, in Italia, ma forse anche in altri paesi europei, manca. Non solo monumenti, non solo statue distribuite qui e là. Non solo piazze o strade intitolate
a protagonisti della storia, ma luoghi e grandi spazi riservati, quasi sacri, destinati non tanto al semplice ricordo, ma, con una logica performante, intenti a creare esperienza, per riportare in vita continuamente, ogni volta che è necessario, ciò che è stato all'origine della comunità nazionale e ciò che crea legame e appartenenza. I Memoriali sono memorie per così dire "sovversive", destinate a tenere svegli gli animi e a ricondurli costantemente, dopo ogni deviazione,  al punto di partenza, lì dove tutto ha avuto origine!

lunedì 25 luglio 2016

Un'estate tra suoni e silenzi

Prendere tempo! In estate dovrebbe essere possibile ciò che è poco agevole in altri periodi dell'anno. Prendere tempo, prendere in mano il nostro tempo, per sperimentare un modo d'esperienza più intenso e un diverso approccio alla realtà quotidiana.
E allora, si potrebbe partire dal mettere a fuoco quella strana cosa che accade a tutti con l'esperienza musicale. Ci avete mai pensato? Noi possiamo fruire e godere della musica solo perché, in ogni esperienza musicale, suoni e silenzi sono indissociabili. Se non avessimo la capacità di "ascoltare" il silenzio, sarebbe impossibile anche identificare i suoni. Potremmo quasi dire che tutto il bello della musica dipende da quello che manca!
Se è così, cosa ci impedirebbe ora, in estate, mentre tentiamo di prenderci il tempo e quasi di fermarlo, di dare ascolto anche, pur non essendo filosofi, a quello che intendeva il giovane Novalis quando scriveva che "tutto il visibile è attaccato all'invisibile, l'udibile all'inudibile. Il sensibile a ciò che non può essere sentito. Il pensabile all'impensabile"?
Eccolo, di nuovo, "quello che manca", quello che ordinariamente ci sembra non esistere, offrirsi come ingrediente ineliminabile della nostra esistenza. Almeno per quelli che hanno il tempo di accorgersene o di cercarlo. Che strano! Pare quasi che l'attenzione a ciò che manca (il silenzio, l'invisibile, l'inudibile, l'impensabile) debba rappresentare ciò che acutizza lo sguardo, ciò che apre campi d'esperienza non altrimenti possibili, come scriveva Ricoeur.
Forse non è il caso, per evitare la questione, di considerare solo un ingenuo misticismo usare anche il termine "invisibile" per descrivere la nostra esperienza della realtà. D'altra parte, anche se rimaniamo figli rispettosi della rivoluzione scientifica, non è necessario temere il termine "invisibile". Si tratta di allenarci ad accogliere, senza presunzione, la parte "in ombra", di questo nostro strano mondo (cose, eventi, individui umani), quella parte non riducibile alla metà visibile, senza la quale, però, neppure il visibile è veramente completo e conosciuto. Del resto, ad esempio, chi può dire che, anche, l'individuo che ho continuamente davanti è completamente definito solo da cio che vedo di lei/lui? O che le sensazioni che generano in me gli oggetti che accompagnano la mia quotidianità non rinviino ad altre dimensioni e significati indipendenti dalla loro fisicità?
In realtà avremmo bisogno di esercitarci a non fissare il senso solo in ciò che il mondo ci offre qui e ora, e di non nascondere a noi stessi l’enigma di fronte al quale siamo, e rimarremo. 
Forse possiamo, almeno adesso, in estate, quando ci si offre l'opportunità di "prendere tempo" e... "perdere tempo" per avventurarci su sentieri non consueti, fare in parte quello che fanno già i poeti e gli artisti. Loro sono in grado di vedere che ogni genere di cosa ha un modo specifico di trascendere la sua apparenza, ovvero di essere realmente al di là di quanto ne appare” (R. De Monticelli). 
Qualcuno ha scritto che diventiamo sempre più incapaci di "fare esperienza", di fare attenzione alle esperienze ordinarie e farle nostre. Pare, infatti, che oggi, solo in presenza di situazioni da shock, siamo ancora capaci di provare qualcosa. Il che, ovviamente, non riguarda solo le nuove generazioni, come si è soliti pensare. E se ciò dipendesse soprattutto dalla perdita di attitudine a cercare e vedere quello che manca, l'invisibile e l'inudibile, nelle nostre esperienze quotidiane: quello che a loro appartiene, come i silenzi alla musica, e a cui esse tendono di rinviare in ogni modo per avere un senso più pieno? 
Diceva Nietzsche che le cose (oggetti, eventi, persone...) cercano le parole per essere dette: non sarà che molte delle parole che ci servirebbero per "dire" le cose, sono scivolate via dal nostro sempre più ristretto e saccente vocabolario, impedendoci così di sperimentare davvero la vita?











giovedì 23 giugno 2016

Sette domande ai giornalisti




Mi pare abbastanza evidente che, nel mondo globalizzato più che in altre epoche, democrazia significa, prima di tutto, informazione. Per questo penso che i giornalisti oggi svolgano un ruolo ancora più essenziale. D'altra parte, la libertà di stampa ha la sua sorgente nel diritto universale alla conoscenza, nel diritto di ogni cittadino a informare e ad essere informato. Perciò porre domande ai giornalisti potrebbe essere funzionale ad un corretto esercizio della democrazia.
Bene, ecco cosa chiederei ai professionisti dell'informazione. Solo sette domande: una per ogni giorno della settimana.

1) In primo luogo, non credete che tutto sarebbe più chiaro per noi cittadini, se voi giornalisti andaste davvero "in giro" per città, paesi, strati sociali, condizioni di vita, esperienze culturali e religiose, a raccogliere informazioni invece di accontentarvi di fare, per lo più, "copia e incolla" di notizie o "dicerie" scovate nel web o sulla stampa internazionale, o prodotte da costose agenzie nazionali e internazionali, i cui interessi non sono chiari e che, d'altra parte, rimangono sempre "dietro le quinte", nei vostri giornali o telegiornali? Non sarebbe meglio se i giornalisti sapessero onestamente descrivere le cose, i processi, gli eventi, le persone del mondo più che pretendere di interpretarli? se non avessero tutti l'ambizione di trasformarsi, prima o poi, in  "grandi firme", o opinionisti, esperti e magari consiglieri di chi governa o amministra? Non sarebbe meglio se preferissero rappresentare semplicemente delle "finestre" da cui tutti possiamo affacciarci per vedere il più possibile di quello che accade?

2) E poi, non sarebbe un servizio migliore alla democrazia, se non ci spingeste a guardare solo "sotto il lampione", lì dove è più semplice guardare, ma orientaste le vostre torce e i nostri sguardi anche su ciò che non è ovvio nel mondo d'oggi: per esempio su realtà e
strade diverse, quelle principali, su cui passano tutti, ma anche le stradine nascoste, i luoghi frequentati ma anche le zone fuori mano? Non sarebbe più utile aiutarci a essere attenti a tutti i diversi aspetti dei problemi, degli eventi, o alle diverse sfumature delle posizioni politiche o culturali assunte da tizio o caio, da quel gruppo o da quell'altro, da quell'istituzione o da quell'organizzazione? Non siete voi quelli deputati a dare voce anche a chi non ha voce? agli "invisibili", e non soltanto ai soliti "noti"? Una volta, quando quelli più anziani di noi frequentavano le scuole superiori, la storia che ci veniva insegnata era una materia fatta solo di noiosi elenchi di vicende riguardanti re, papi, principi, nobili e guerre. Tutta la vita dei paesi sembrava che si riducesse solo a quelle vicende. Poi, dopo la Scuola delle Annales, abbiamo capito che la "storia" era una materia più ricca, varia, fatta di molteplici livelli, di infiniti protagonisti, fatta anche di gente comune e della vita di tutti i giorni. Perché così varia, ricca, molteplice e plurale era la realtà dei paesi, delle epoche e delle genti che la scienza storica intendeva rappresentare. Oggi il vostro modo di fare informazione e i vostri giornali mi fanno pensare, a quei noiosi libri di storia che studiavamo da ragazzi, magari solo con un pò di contorni e di "pepe" in più!

3) Inoltre poiché la realtà attuale è tanto interconnessa e non si riduce al cortile di casa nostra, tanto meno al "pollaio" del nostro cortile, non capiremmo meglio la nostra vita, se voi giornalisti foste più capaci e preparati per aiutarci a guardare oltre i nostri confini nazionali, oltre il nostro provincialismo, e a fare attenzione al vasto mondo, e ai diversi mondi, di oggi? Non svolgereste meglio il vostro compito se faceste in modo che anche altri popoli, del nord o del sud del mondo, dell'est o dell'ovest, "esistessero" nella vostra informazione e rientrassero anch'essi nell'ambito del nostro sguardo, non solo quando si massacrano tra loro o sono vittime di qualche catastrofe, ma anche quando si divertono, scrivono libri o fanno film, o quando inventano qualcosa o sviluppano i loro sistemi scolastici e sanitari, o costruiscono le loro relazioni sociali, o quando vivono il loro dolore e i loro sogni?

4) Credete sia opportuno che i "professionisti dell'informazione" tendano a trasformarsi in "intrattenitori" dei lettori o degli spettatori? È vero che viviamo nella società dello spettacolo, ma vi pare conveniente considerare e presentarci sempre anche il più banale e quotidiano degli "starnuti" come fosse un evento straordinario? Mi sembra che la mania di "arrivare primi" su fantomatiche notizie porta facilmente a cercare di "spararla" più grossa dei concorrenti. Vi pare davvero così noioso accettare il "sacro" compito di ogni giornalista: quello di informare a 360 gradi, indipendentemente dall'effetto che, a vostro parere, produrrà la pubblicazione di una notizia o la descrizione di un fenomeno? Non sarebbe bene, nell'informazione, usare tutte le sfumature dei colori e tutte le tonalità della voce, senza preferire solo i colori forti e i toni urlati?
Ma allora bisognerebbe anche che foste convinti che "notizie" non sono solo le "cattive" notizie, e che è necessario fare informazione anche su ciò che non è alla ribalta o non vi porta alla ribalta. Per esempio fare informazione su ciò che funziona e su quello che non funziona nella convivenza comune; su ciò che è brutto ma anche su quello che c'è di bello, in questo nostro mondo; su ciò che richiama immediatamente l'attenzione, ma anche su ciò che non fa audience, o non fa "vendere" giornali e telegiornali. Altrimenti il rischio è che, come voi sapete meglio di noi lettori e ascoltatori, a furia di cercare e proporre solo notizie "vendibili" si finisce poi facilmente per "vendere" anche l'informazione e con essa la stessa democrazia!

5) Non sarebbe tutto più "leggibile", da parte nostra, se i giornalisti ci aiutassero a distinguere non tanto tra i fatti e le opinioni, dal momento che tutti i fatti sono sempre anche racconti e opinioni, ma tra "i fatti" e "il racconto dei fatti". Noi cittadini lettori siamo troppo abituati a considerare le "notizie" date da giornali o da altri mezzi di informazione, come "dati" invece che il "racconto dei fatti". Ecco, forse tutto sarebbe più chiaro se noi conoscessimo anche perché avete scelto di dare "quella" notizia, proprio in quel giorno e non in altri momenti; se noi sapessimo "come" avete acquisito quella informazione; se conoscessimo quali metodi e quali tecniche vi hanno guidati nel produrre le notizie che ci date, e cosa vi ha portati a ritenere "quelle" notizie importanti per la pubblicazione. A tale proposito, sarebbe tutto più chiaro se noi cittadini lettori conoscessimo anche quali sono le direttive che i direttori dei vostri organi di informazione propongono alle loro redazioni come "filtri" per la produzione delle notizie, per quel giorno, e riuscissimo a capirne le motivazioni. In questo modo, attraverso una maggiore "trasparenza", saremmo anche "vaccinati" nei confronti dell'eventuale uso delle notizie, sia come filtri "opachi", sia come "armi improprie", invece che come strumento di comunicazione, di conoscenza e di controllo democratico.

6) Forse tutto sarebbe più chiaro ancora se i giornalisti ci facessero conoscere anche ciò che manca alla loro informazione. Forse sarebbe tutto più chiaro se ci dicessero ogni volta: queste notizie le ho verificate personalmente, in scienza e coscienza, queste altre me le hanno comunicate altri, ma non le ho potuto verificare; queste le ho ricavate da quel sito web o da quell'agenzia di notizie, ma ci sono altri aspetti, positivi o negativi, di questa questione che mi sfuggono.
Spero non pensiate che il problema si possa risolvere solo separando, graficamente, nei vostri organi di informazione, i cosiddetti "retroscena", i "commenti", e le "notizie", come se questa fosse una separazione oggettiva!
Se è vero che l'informazione esercita una necessaria funzione critica in democrazia, è anche vero che la critica è credibile se diventa anche consapevolezza autocritica. Non vi pare strano che oggi, da parte degli organi di informazione si individuino facilmente privilegi, vizi di casta e interessi opachi in tutte le categorie sociali, mentre la classe dei giornalisti non è mai oggetto di analisi da quel punto di vista?

7) Un'ultima domanda: non credete, anche voi giornalisti, che, se nella proprietà dei vostri giornali e dei vostri organi di informazione non ci fossero i grandi gruppi finanziari o industriali o economici, l'informazione in generale svolgerebbe meglio il suo ruolo e sarebbe più democratica? Infatti, in realtà, è abbastanza evidente che oggi, nel nostro Paese come altrove, la posta in gioco non sta nel conflitto tra governanti di una nazione o di un'altra, né tra islam e occidente, né tra politici di destra o di sinistra, e, paradossalmente, neppure tra politici corrotti o integri, come ritiene una diffusa e ingenua "vulgata", ma nello scontro per il controllo delle risorse del mondo tra politica ed economia, tra grandi poteri economici e poteri politici, i quali ultimi appaiono oggi nettamente più fragili e più sotto scacco che mai. Non è un caso se alcune ricerche sociologiche hanno evidenziato che il cosiddetto "disamore" per la politica e il conseguente individualismo è prodotto in gran parte non prevalentemente dalla corruzione politica, sempre esistita da che mondo è mondo, ma dalla percezione che tutti gli strumenti politici siano degradati e irrecuperabili, percezione che è frutto anche di una incompleta e forse interessata informazione.
A chi credete che, tra i protagonisti di quella sfida decisiva per la democrazia, di cui sopra, andrebbero i vantaggi del disamore per la politica e del disinteresse per il "patto sociale"?
In tal caso non credete, cari giornalisti, che quei legami, diretti, ma anche indiretti come quelli derivanti per esempio dagli introiti pubblicitari, tra organi di informazione e cordate finanziarie o industriali, andrebbero seriamente analizzate e messe in luce da parte di una seria informazione democratica?
Il problema è: abbiamo giornalisti in grado di svolgere anche questo importante compito?







martedì 24 maggio 2016

Il diluvio universale e la relazione materna


È intrigante la lettura che Peter Sloterdijk fa del racconto biblico del "diluvio universale", racconto presente nelle scritture sacre ebraico-cristiane ma anche narrazione costante in molti antichi racconti religiosi e mitici.
Sloterdijk sostiene che il racconto del diluvio è un vero punto di svolta nella storia dell'umanità e della consapevolezza umana: nnm testimonia infatti la presa d'atto, da parte degli esseri umani, che la natura non è più madre, e che, a partire da quell'evento, realistico o simbolico che sia, il compito di essere madre nei confronti di umani, animali e vegetali, è affidato ormai all'umanità. (cfr. Sfere II, Cortina Editore).
In altre parole, la relazione materna, da quel momento, non è più solo un fatto biologico ma diventa una imprescindibile categoria della cultura, diventa "un asse portante della civiltà umana universale" (Luisa Muraro).

A partire da questa interpretazione, penso si possa dire che, da quel momento in poi, si è avviata una "trasformazione" della modalità di "presenza", nel cosmo, da parte degli umani: essi non hanno più l'incarico di farsi "dominatori" della natura, ma piuttosto, e addirittura sotto forma di mandato da parte della divinità, come si desume dai testi, hanno la responsabilità di custodire, avere cura, sanare, nutrire, allevare, preservare tutto ciò che vive, proprio come una madre fa con i suoi piccoli. Perciò la relazione materna è così essenziale per l’esperienza umana: perché senza quella relazione da cui riceviamo vita e linguaggio, natura e cultura, sarebbe quasi impossibile definire la specificità del progetto umano.

Da qui si potrebbe anche concludere che la drammatica e universale esperienza del “diluvio” ha rappresentato, in un certo senso, l'atto di nascita della nuova umanità, l'umanità adulta. Forse l'autentico “umanesimo” nasce proprio allora, e sta nel riconoscimento e nell'accoglimento, progressivi e tuttavia laboriosi entrambi, del "primato della relazione” nell’esistenza umana, a partire dal primato della "relazione materna".
La relazione materna nei confronti di tutto ciò che vive, diventa, da allora in poi, ciò che costituisce l'umanità come umana, diventa lo specifico dell'umanità.

Infatti nell’accoglienza e nella salvaguardia del primato della relazione materna nei confronti di tutto ciò che vive, si radica anche il riconoscimento del primato della relazione nei rapporti interumani. E cioè, il riconoscimento di un qualcosa che unisce gli umani, “prima” delle loro convinzioni e dottrine, prima della loro condizione o posizione.
Di quel "qualcosa" ognuno di noi è costituito custode, levatrice e responsabile. Quel qualcosa è la fondamentale relazione umana. È la comune umanità.
Solo in questo, credo, consista l'autentica "fede nell'umano". L'autentico umanesimo.


martedì 26 aprile 2016

Democrazia è compassione

Senza la capacità di sentire "il lato soft delle cose, quel lato che ama il piacere, che è spaventato dalla morte e nutre un forte scetticismo contro ogni forma di 'maschile' aggressività" (Martha Nussbaum), in altre parole, senza la capacità di riconoscere che abbiamo tutti un corpo e una natura vulnerabili, la nostra democrazia non ha futuro!
Qualcuno potrebbe considerare inadeguato questo accostamento tra i problemi della democrazia politica, che tutti oggi tentiamo di risolvere riconducendoli su un piano di astratta analisi razionalistica, e un approccio ascrivibile al campo dei sentimenti e delle emozioni.
Eppure forse è il caso di cominciare ad affrontare la crisi della democrazia considerandola anche da questo punto di vista.
Ormai dovremmo saperlo, di crisi della democrazia si è cominciato a prendere atto non oggi, ma già a partire dalla "seconda sofistica", e cioè quando la democrazia aveva appena cominciato ad emettere i primi vagiti. Il che significa che, appena nata, la democrazia si è trovata subito davanti le difficoltà e le aporie della propria autofondazione. Aporie e difficoltà rimaste in piedi fino ad oggi, come dimostrano non solo le vicende della storia e i dibattiti contemporanei, ma anche il fatto che la democrazia, ancora oggi, è presente, pur se in modo imperfetto, solo su una parte del nostro pianeta.
Perciò la ricerca di fondamenti e di argomentazioni razionali a favore della democrazia non si può considerare conclusa, neppure oggi. E non tanto perché qualcuno o qualcosa dall'esterno può mettere in pericolo la democrazia, ma perché probabilmente i percorsi seguiti fino ad oggi per legittimarla e farla diventare, non soltanto procedure istituzionali, ma comportamenti e atteggiamenti acquisiti non sono stati sufficienti.
Ecco perché quando Martha Nussbaum invita a recuperare il valore delle emozioni nel campo della convivenza democratica (Emozioni politiche, Il Mulino), quando invita a cercare, anche in quell'ambito, il collante delle democrazie liberali, forse indica una strada da percorrere, per affrontare oggi la crisi delle nostre società democratiche.
Insomma se si cercano i fondamenti e le motivazioni del comportamento democratico non si tratta solo della proclamazione e delle argomentazioni a favore dei diritti, del valore di ogni persona, della partecipazione, della libertà di critica, dei limiti al potere, della volonta popolare, del gioco di maggioranze o minoranze, della possibilità di scegliere e cambiare i govenanti e neppure solo del principio "una testa un voto"...c'è qualcos'altro in gioco. Anche i principi e le procedure suddette, su cui tutti, sembra, sono d'accordo, non possono legittimarsi solo con il ragionamento ma hanno bisogno di radicarsi su qualcosa di più profondo che integri anche il livello delle emozioni e dei sentimenti umani.
Perché la democrazia non sia solo un guscio vuoto o un complesso di procedure che prima o poi si corrodono e vanno in tilt, occorre che la democrazia non si riduca a mero gioco di interessi, di forze e di poteri. Forse occorre un fondamento e un legame più profondo, etico, senza il quale neppure il diritto conserva la sua legittimità e obbligatorietà, nonostante il permanere delle regole procedurali dello stato democratico.

Insomma dove si può ritrovare e radicare la "passione dello stare insieme" (J.L. Nancy), e dell'esistere insieme? dove, un'autentica "religione civile", o quella "religione dell'umanità" (J.S. Mill), che possono dare sostanza e continuità alla convivenza democratica?
A questo proposito ha ragione Nussbaum quando scrive che qualsiasi ragionamento non sarà mai in grado di funzionare bene senza l'immaginazione e il sentimento, e cioè senza la capacita di immaginare cosa si prova ad essere nella situazione di altri. Non si può parlare di convivenza democratica se non si parte da qui.
L'esperienza democratica, nel senso migliore, si radica sulla consapevolezza della fragilità comune a tutti gli esseri umani, e si nutre del sentimento corrispondente che è la com-passione. Non possiamo separare la democrazia da questi atteggiamenti fondamentali.

La fragilità, non la perfezione, caratterizza la natura e l'esperienza umana: perciò no ad assolutismi ideologici, no ad esclusioni, no al rifiuto di compromesso, no al pensare agli altri come dissimili. 
Non ci si può chiudere soltanto nella propria sfera di valori, trascurando il punto di vista e l'esperienza dell'altro, in democrazia.

Possiamo prescindere dal fatto che la fragilità comune a tutti gli esseri umani ci fa ritrovare tutti, in ogni situazione e in ogni scelta, spesso irretiti in un insuperabile conflitto di valori, che rende lo schierarsi definitivo e non negoziabile, da una parte o dall'altra, a volte, irrealistico? In questo conflitto talora insuperabile si radicano forse anche la crisi attuale dei partiti e i loro limiti costitutivi, come il parteggiare aprioristico e la pretesa di individuare una volta per tutte la "giusta causa", di conoscere sempre la risposta giusta.

Cosa può consentirci allora di sopravvivere e convivere in queste situazioni se non la consapevolezza e l'accoglimento della comune e universale fragilità umana? E quindi come non considerare fondamento solido dell'atteggiamento democratico non tanto il gioco di forze e di numeri, ma soprattutto la com-passione, frutto dell'immaginazione e di quella bella emozione che ci consentono di porci sempre nei panni dell'altro, di ogni altro, anche del colpevole, almeno per ciò che, ad esempio, la sua colpa gli toglie?
Quale democrazia potrebbe durare se tutti noi, pur non rinunciando a desiderare e costruire la giustizia, non fossimo capaci anche di amare e sposare l'imperfezione umana?

La democrazia non può funzionare se ci si chiude in se stessi e ci si abitua a considerare assoluta la propria sfera di valori; se si trascura il punto di vista dell'altro o lo si acquisisce solo sul piano metodologico; se si pretende di tranciare giudizi decisi, risoluti e aggressivi, senza l'opportuna dose di scetticismo verso le proprie convinzioni.
In democrazia, non dovrebbe trovare cittadinanza la pretesa di indefettibilità e invulnerabilità; da parte dei politici né da parte di ogni cittadino.
Ma è possibile tutto questo, senza il riconoscimento e l'accoglimento consapevole della fragilità comune a tutti gli esseri umani?
È possibile educarsi alla democrazia senza educarsi alla compassione?