martedì 21 febbraio 2017

Il problema dell'altro, di fronte all'estremo

Il titolo di questo post richiama una condizione cruciale della nostra esistenza contemporanea. Il problema dell'altro, - che si impone oggi principalmente a partire dall'ottica dei confini, delle soglie/muri, dei confronti/scontri tra noi e gli altri, tra popoli e culture, - ripropone una impasse che si è presentata diverse volte nella storia dell'umanità. Impasse che ha spinto nel passato gli umani verso l'abisso, esattamente verso l'estremo rischio per la convivenza. Situazione di impasse che, bisogna pur dire, ha più volte costretto gli umani a inventare o riscoprire valori essenziali per la loro salvezza.
Il titolo di questo post, però, evoca anche due libri di Tzvetan Todorov, filosofo, semiologo e storico delle idee, morto in seguito a una malattia, qualche settimana fa. I libri sono: La conquista dell'America - Il problema dell'altro, Einaudi, opera originale e fondamentale; e, appunto, Di fronte all'estremo, Garzanti, indagine sulla permanenza dei valori in condizioni umane critiche ed  estreme. Perciò questo post vuol anche essere un omaggio a un maestro del pensiero contemporaneo. Un maestro al quale io sono debitore per alcune tappe decisive della mia formazione intellettuale ed umana. (Al suo pensiero del resto è stato già dedicato, in questo blog, il 15 febbraio 2011, un altro post, vedi: http://www.in-crocivie.com/2011/02/la-materia-che-diventa-bellezza.html )
Io considero Todorov soprattutto un maestro di sguardi: uno che mi ha insegnato a "guardare diversamente". Forse è per questo che una parte considerevole del suo lavoro ha avuto a che fare con l'arte, dal momento che anche l'esperienza artistica è, in un certo senso, un imparare a vedere e a guardare.
Qui voglio perciò ricordare una delle sue "lezioni" più recenti, proprio quella che intreccia le sue riflessioni sulla natura dell'arte al tema della relazione tra il bello il bene e il vero. E penso che questa "lezione" abbia a che vedere in modo particolare con la drammatica questione evocata nel titolo di questo post.
La riflessione di Todorov, che voglio condividere con voi, amici lettori, parte da una frase di Rilke che Todorov cita nell'appendice de "Il caso Rembrandt", ed. Garzanti. Scrive Rilke, in una lettera alla moglie Clara, a proposito della creazione artistica: "Non è permesso al creatore di straniarsi da alcuna forma di esistenza".  Todorov sviluppa questa intuizione di Rilke, dialogando con Michail Bachtin e soprattutto con Iris Murdoch, riprendendo la loro idea secondo cui un buon romanziere è quello i cui personaggi non sono riconducibili a lui e anzi sono capaci di comportarsi come soggetti autonomi da lui. Come scrive la filosofa e scrittrice inglese Murdoch, la cosa più importante, per esempio, nel caso del romanzo, è "rivelare...che esistono altre persone". È per questo che Todorov condivide l'opinione che l'arte, la letteratura in particolare, ma ogni forma di grande arte, "non è una semplice fonte di piacere", né solo una gradevole distrazione; ma "merita rispetto". "L'arte infatti, lungi dall'essere un allegro diversivo per la razza umana, è il luogo di molte delle sue più fondamentali intuizioni"(Murdoch).

Per questo, Todorov non considera paradossale il nucleo della tesi di Iris Murdoch, secondo cui si può parlare di una forma di identità tra arte e morale, identità che si basa (al di là dell'intenzione dell'artista) sulla presenza di un solo elemento comune a entrambe: la coscienza di una realtà altra dall'io. La rivelazione e la conoscenza della esistenza di una realtà altra dall'io e quindi della complessità e pluralità del mondo sono insite nell'opera artistica, al di là, come si è detto sopra, dell'intenzione dell'artista, il quale, non solo non agisce con tale obiettivo, ma potrebbe paradossalmente anche escluderlo deliberatamente. 

È vero, dice Todorov che non tutte le opere d'arte rivelano in egual misura la verità e la complessità del mondo, né mostrano lo stesso "amore del reale" che rende possibile l'annullamento dell'ego di fronte all'alterità; così come, sostenere che ogni grande opera costituisce di per sé un atto morale non vuol dire affermare che lo scrittore (o l'artista) che l'ha creata sia un essere virtuoso o debba avere una finalità virtuosa. 
Per esempio,"l'umanità che emana dai dipinti di Rembrandt non è presente nelle relazioni del pittore con le sue compagne"(Todorov), così come, talora, "il messaggio trasmesso dalla qualità dell'esecuzione va oltre o contraddice quello che l'autore mette deliberatamente in bocca ai suoi personaggi". E, ancora "più problematico è il rapporto tra la virtù dell'opera e quella dei suoi lettori o fruitori": anche se è vero che di fronte ai personaggi che popolano, per esempio, un'opera di narrativa, ogni lettore è invitato ad allargare il proprio essere; tuttavia niente garantisce che il lettore o il fruitore accettino l'invito!
Nonostante le restrizioni e le limitazioni di cui sopra, è vero tuttavia, secondo Todorov, che l'atto artistico  è anche un atto etico perché esso ha inscritto in se stesso un atto di conoscenza e di apertura al mondo.
Da questo punto di vista Todorov concorda con le argomentazioni di Iris Murdoch secondo la quale il senso pieno di una opera artistica è colto davvero se si comprende che essa ha inscritto, in se stessa, insieme alla dimensione estetica, quella cognitiva e quindi quella etica.
Attenzione!, la dimensione etica di cui parlano Murdoch e Todorov non va intesa come lezione morale di condanna dei vizi e di lode delle virtù.
Pensiamo, per esempio, a molte opere di Rembrandt, soprattutto incisioni e disegni, in cui il pittore  cerca di cogliere la realtà di una situazione. Lì, la "lezione morale" è assente, il suo solo scopo è capire intimamente ogni azione umana. Lì, il pittore non sente il bisogno di esprimere giudizi, ma si limita a mostrare e per far questo si proietta "in ogni gesto, in ogni atto: così si fa molteplice, proteiforme, universale".


mercoledì 25 gennaio 2017

Il tradimento delle élites

Sono sempre più convinto, cari lettori, che, nonostante il clamore che si fa da sempre su scandali, disonestà e corruzione, il vero "scandalo" (dal greco "skàndalon": inciampo, stessa radice di "skolon": ostacolo, impedimento) è il tradimento o l'abdicazione al loro ruolo da parte delle élites.

È questo tipo di tradimento che impedisce il cammino e il progresso civile umano.
Infatti, se guardiamo alla storia, non necessariamente le élites che vengono meno al loro ruolo sono quelle coinvolte in fenomeni di corruzione o di disonestà; né, necessariamente, le élites "positive" sono quelle apparentemente integre. 

Il vero impedimento al progredire dell'umanità anche sul piano culturale e spirituale, e non solo su quello politico-sociale, tecnico o economico, è la rinuncia al loro ruolo, al loro compito, ai loro "talenti", alla loro "vocazione", da parte delle élites.
Oggi vediamo élites intellettuali, professionali, economiche, religiose, politichecosì come vediamo anche nazioni e popoli, una volta guide del progresso e dello sviluppo, che fuggono davanti ai rischi e alle paure.
Le paure oggi sono prodotte dalla crisi dei vecchi modelli di stato e sovranità, dai cambiamenti e dalle trasformazioni dell'economia, dall'incertezza del futuro, dagli inarrestabili processi di integrazione globale, dai movimenti di popoli disperati in cammino verso il futuro.

Spesso, ma è già accaduto nella storia, quelle che appaiono come élites "positive", fuggono dalle loro responsabilità e dal loro ruolo, o per semplice paura, o per mancanza di fantasia e inventiva, o per miopia, o per l'incapacità a cogliere le dinamiche della storia, o, a volte, per puro ipertrofico egoismo!
Vedi, oggi, a modo di esempio, l'Inghilterra della Brexit, vedi il leghismo nel nord Italia, vedi gli USA di Trump, vedi nazioni del nord o dell'Est europeo, come Olanda, Polonia e Ungheria, dove popoli e ceti sociali che hanno avuto, nella storia passata, un ben altro ruolo, fuggono a briglie sciolte e in direzioni diverse di fronte a rischi e incertezze, o per rinchiudersi in impossibili fortezze, o alla ricerca di una unità e un'armonia passate, perdute!

E tuttavia, quale sarebbe stata la storia dell'umanità se nei momenti nodali, decisivi e anche tremendi e terribili della storia dell' uomo, le élites di allora avessero rifiutato di affrontare le novità, le incertezze e i rischi?
Avremmo avuto la straordinaria civiltà apparsa nella storia occidentale grazie al coraggio delle élites aristocratiche della Grecia classica nell'immaginare una nuova struttura dello stato, nel consentire la nascita della polis e l'invenzione della democrazia? E che sarebbe la moderna Europa se, di fronte a quel "diluvio universale" (P. Sloterdijk) che fu la "peste nera" del 300, le élites di allora, (tra cui in modo peculiare quelle inglesi e olandesi), non avessero reagito avviando quella "spinta storica mondiale" che fece dell'Europa il centro del mondo per mezzo millennio circa? Avremmo avuto la "follia di Colombo", il Rinascimento o la rivoluzione scientifica, senza la temerarietà, l'azzardo e "l'esplosivo sogno delirante" delle élites del continente europeo? E si potrebbe continuare trovando altri esempi che hanno accompagnato il tortuoso cammino della storia, tra l'altro anche italiana, come quell'ardire di élites intellettuali, economiche e borghesi, soprattutto del Nord Italia, che nell'800 osarono immaginare un'Italia più grande, più unita e più moderna!
Che ne è, oggi, di quel tipo di gente che con tutte le proprie contraddizioni e i propri grovigli di interessi non sempre trasparenti, non ebbero paura di accompagnare le loro comunità e i loro popoli verso il futuro, pur se sconosciuto e rischioso? 

Oggi, forse, abbiamo perso qualcosa? Deriva da questo la "depressione" dei popoli europei, l'incapacità di narrazioni significative da parte di governanti e oppositori, il parlare a vuoto e la povertà di pensiero e di immaginazione delle élites intellettuali, politiche ed economiche?



mercoledì 28 dicembre 2016

Bilanci


Certe volte, come esortava Kavafis, bisogna privilegiare "il viaggio", e accontentarsi di esso, godendone, sopportandone anche i timori, le inclinazioni e le interruzioni, pur senza rinunciare ad "avere in mente Itaca".

Certe volte bisogna decidersi per nuove "piccole" possibilità di diventare umani adesso, senza attardarsi a pretendere tutto insieme.

Certe volte bisogna accettare di "fare" la verità un pezzo per volta, o, se si è saggi, di farsi "condurre" da essa, giorno per giorno, piuttosto che pretendere di "contenerla", tutta e limpida, nella propria bisaccia. 

Certe volte bisogna rinunciare a usare la maiuscola, perché le più belle parole come libertà, democrazia, comunità, scienza, verità, popolo, fede, ragione, diritto, ideali, etica, politica, ecc., quando sono pronunciate con la maiuscola, diventaro spesso macigni insopportabili, muri invalicabili e bracci violenti del potere, come pensava Simone Weil.

Certe volte occorre riconoscere che il nostro personale profondo non è fatto tanto di vita personale, di infanzia, di trauma, di famiglia. Nelle profondità dell'essere umano c'è piuttosto la storia umana, ci sono figure mitiche, figure religiose, immagini, creature, scene, paesaggi, voci, insegnamenti, un mondo straordinario. Occorre convincerci che noi siamo tenuti in vita da quelle immagini, da quelle figure, da quei miti. (Sonu Shamdasani)

Certe volte sarebbe il caso di riuscire finalmente a sottrarsi al rumore incessante delle notizie che ci arrivano da ogni parte. Perché, suggerisce C.Ginzburg, per capire il presente è meglio imparare a guardarlo di sbieco, e come da lontano.

Certe volte occorerebbe prendere atto del fatto che i contenuti del nostro linguaggio e del nostro comunicare si uniformano troppo, e si omogeneizzano in un "cocktail di espressioni svuotate di originalità e di emotività, di bagliori e di smalto, di tensioni e di trascendenza". (Eugenio Borgna)

Certe volte infine bisognerebbe riconoscere che una buona regola, nella vita, è quella di accettare l'incompiutezza delle cose umane e le molte polarità della realtà, anche se è così difficile. Cercare sì di capire, diceva Iris Murdoch, ma imparare anche l'arte dell'accogliere e del "contemplare" quello che non si riesce a capire, senza pretendere di cancellarlo.



mercoledì 23 novembre 2016

La politica, tra padri e madri

Forse in tempi di gravi crisi economiche e sociali non servono a molto analisi scientifiche per capire qualcosa dei comportamenti politici. Le analisi hanno bisogno di dati certi da organizzare. Ma in tempi di crisi tutto è fluido, in politica. In tempi di crisi sociali profonde la dimensione emotiva della politica che, come sosteneva già M. Foucault anni fa, precede sempre le scelte razionali, diventa ancora più mobile e indecifrabile. In politica prima, ci troviamo schierati in una posizione, e solo dopo cerchiamo di capire perché, e non sempre riuscendoci.
È un pò come nell'innamoramento: prima ci si innamora e poi si cercano i fattori che potrebbero averci spinti, e spesso tutta una vita non basta per individuarli. Anzi capita che la vita  a volte serve solo per capire che non esistevano motivi per amare proprio quella persona.
Non capita qualcosa del genere anche in politica? Quanti "amanti" e "amati" sono stati scoperti e lasciati, e poi di nuovo riscoperti e ancora lasciati, in politica, con una stanca e inconsapevole  coazione a ripetere?
Forse è anche per questo, che, in periodi di crisi, le indagini e i sondaggi sociologici fanno sempre cilecca: quelle e questi hanno bisogno di costanti e variabili chiare per poter assumere un carattere scientifico. Ma il campo della politica, che ha a che fare con la dimensione del "potere" e della "relazione" e quindi con quella delle "origini" e della "separazione" dalla natura, è fluido e liquido proprio come il campo dell'amore.
La politica è qualcosa che avviene tra i "corpi" prima che tra lucide menti razionali!
E allora, soprattutto in tempi di crisi profonde, forse, è più utile provare a servirsi della grammatica e della logica dei simboli, invece di pretendere di dare un carattere razionale a comportamenti e a presunti "dati". Forse è più utile percorrere o ripercorrere i "sentieri dei miti", per capire cosa succede tra i "corpi" nel dominio del "politico". Senza la ridicola supponenza di chi ritiene di aver fatto i conti una volta per tutte con il retroterra mitico dell'umanità!
Ebbene i simboli che vi invito a usare come "lenti" della politica, sono quelli di "padre" e di "madre". Simboli che anche storicamente e non solo antropologicamente sono presenti, in filigrana, in ogni dinamica di potere e di oiko-nomia, in ogni forma di organizzazione sociale, da quelle familiari e di clan a quelle religiose o politiche.
Il "padre-maschio" è sempre stato il simbolo della potenza, della forza, dell'autorità, del guerriero, della protezione, dell'identità: una volta anche a proposito dei rapporti di coppia, si diceva, che pure la donna cercava, nel maschio, soprattutto. pretezione. Non è un caso se anche Dio è stato in genere pensato come "padre-maschio". E se in quasi tutte le religioni il ruolo predominante è occupato da maschi. E probabilmente questo è uno dei problemi delle religioni tradizionali.
La "madre-donna" ha sempre rappresentato il simbolo della fecondità della vita, della vita che fa nascere e crescere. La madre "cresce" i figli. Il ruolo simbolico della madre è stato sempre quello di creare le condizioni perché i figli potessero crescere, il suo senso è quello di "spingerli" a vivere, a fare la propria strada, e a gioire nel "guardarli" crescere. La madre introduce non solo alla vita, ma al linguaggio e cioè alla possibilità del dialogo e quindi della convivenza politica. La "madre", se ne analizziamo in profondità la valenza simbolica, o anche se indaghiamo con attenzione la nostra personale esperienza di figli, rappresenta non tanto la protezione e tanto meno la forza, ma simboleggia e rende presente e tangibile, semplicemente, il catattere benevolo della vita per ogni nato. In un linguaggio religioso penso si potrebbe anche dire che la "madre" è l'unico vero segno sperimentabile della presenza del Divino, inteso come la garanzia che ogni vivente è "voluto" e "accompagnato" da una forza benevola e imperitura. Quando questo tipo di esperienza non c'è, in nessun modo, per i motivi più diversi, rimane vulnerabile anche la fiducia (la fede?) in se stessi, negli altri e nella vita!
Non è un caso se in periodi storici di crescita, di sviluppo e di prosperità (individuale o collettiva) si creino quasi sempre le condizioni per il "rifiuto" dei padri: i padri biologici, i padri-autorità, i padri-identità, i padri-appartenenza, i padri-religione-tradizione, (dallo sviluppo delle poleis greche agli anni sessanta del 900, per fare qualche esempio storico veloce: tempi in cui è nata "la democrazia", cioè, almeno in germe, il prevalere della "relazione tra uguali" sull'assolutezza della verità, o sono i tempi della "immaginazione al potere" e cioè la vita che inventa se stessa, rompendo i vincoli, senza paure e senza confini).
Così come non è un caso se, in situazioni di crisi, di precarietà, di insicurezza e di paura, come la nostra, (gli esempi storici qui sarebbero molto più numerosi), i comportamenti politici sono in genere orientati verso la ricerca ossessiva, e alla fine sempre frustrata, di padri: e cioè verso la ricerca e la richiesta di protezione (protezionismo), di identità, di salvatori e liberatori dal male e dal "nemico", di vendicatori, di barriere, di esclusione, di forza, di supremazia, di aggressività, e alla fine di guerra.
Se, in seguito a una rivoluzione culturale e di mentalità, diventerà "naturale" e normale, anche in periodi di crisi, insicurezza e paura, rivolgersi per compiti di potere e di governo, non a padri-uomini, guerrieri e giustizieri, ma a madri-donne, allora potremo dire di essere usciti dalla preistoria della politica...e dell'umanità.







mercoledì 26 ottobre 2016

Uno Young Pope per Paolo Sorrentino

Cominciamo con il sottolineare un fenomeno apparentemente paradossale, di cui anche The Young Pope è un segno: in tempi di "eclissi del sacro", di chiese vuote e di marginalizzazione della religione nella coscienza comune, assistiamo a un moltiplicarsi della presenza del fatto religioso in romanzi, film, serie tv. Basta girare per le grandi librerie, guardare più spesso film di ogni genere e anche serie televisive per rendersene conto.
Penso che questo fatto dia da pensare. Al punto che, se fossi responsabile della formazione del clero, obbligherei papi, vescovi, cardinali, preti e religiosi a informarsi e conoscere molto di più tutti quei prodotti culturali, e a studiarli confrontandosi con essi. Credo che quei romanzi e quei film potebbero  fungere da necessario controcanto oltre che da specchio nella ricerca del loro rapporto con il mondo attuale. Li aiuterebbe a capire, per esempio, cosa manca loro, "cosa hanno dimenticato", domanda che torna in maniera prepotente, e non a caso, già nelle prime due puntate della nuova serie tv del regista Paolo Sorrentino, trasmessa da Sky tv., 
Ecco, io credo che Sorrentino voglia soprattutto questo, al di là dello svolgersi della vicenda e della trama, di cui si potrà parlare alla fine della serie: offrire quasi un colpo d'occhio, uno sguardo da "altrove", uno specchio sulle vicende della storia del cristianesimo e non solo del papato.
Come del resto hanno fatto molti artisti soprattutto pittori, scultori, architetti, nel corso dei secoli della storia del cristianesimo e delle chiese. Potremmo immaginare la consapevolezza cristiana dei credenti senza lo specchio rappresentato da tante opere d'arte che hanno contribuito e far emergere significati talora nascosti o inconsapevoli del racconto cristiano?
È per questo che Paolo Sorrentino mette in campo un papa giovane e statunitense, che rappresenta, non solo una "novità", anche attraverso un tipo di linguaggio, diretto, chiaro e privo della tipica inflessione clericale della voce, ma quasi un "marziano" al vertice della Chiesa. Uno che potesse costringere a uno sguardo "altro", inconsueto. Uno che, anche rifiutando di indicare agli altri la strada, potesse porre chiaramente domande inaudite come "cosa abbiamo dimenticato"; uno che potesse dare risposte altrettanto inaudite come "abbiamo dimenticato voi (l'umanita)" o, peggio, " abbiamo dimenticato Dio". Ecco perché Sorrentino ha bisogno di farsi soccorrere anche, nelle primissime battute, dal "sogno" per aiutare lo spettatore a decentrarsi, rispetto ai luoghi comuni, sia positivi che negativi.
Ecco perché, e non solo per dare suspence alla trama, ha bisogno di immaginare un papa visionario e misterioso, quasi ambiguo, non collocabile secondo schemi consueti. Quello sguardo da un "altrove", da un "fuori" è plasticamente e scenograficamente posto quasi come una delle "cifre" dell'intera opera, all'inizio della prima puntata, in una elegante scena della sala dei palazzi vaticani dove sono ripresi quasi come "in posa", per pochi attimi, alcuni gruppi di prelati anziani o molto anziani, nelle loro fastose vesti, in atteggiamenti simili a quelli che si possono verificare in alcuni dipinti rinascimentali; essi sono "visti" così, quasi immobili, come una composizione di quadri esposti in un museo!
Così sembra che, per un momento, la scena si blocchi e tutti i protagonisti di quel mondo si offrano allo sguardo dello spettatore e si fermino essi stessi nell'atto di chiedersi: cosa stiamo facendo qui, e, appunto, "cosa abbiamo dimenticato", cosa ci manca, e, per caso, è possibile "riavviare" questa storia?
Del resto, ed è quello che mi affascina nell'opera di Paolo Sorrentino, a me pare che al regista interessi soprattutto, più delle trame, rappresentare atmosfere, colpi d'occhio, sguardi. Direi che a lui piaccia, come ad ogni vero artista, non tanto "descrivere", anche se lo fa ottimamente, ma alludere, evocare, far intuire, far immaginare, richiamere memorie ed emozioni, dicendo senza dire. Lo abbiamo visto in modo eccellente ne "La grande bellezza", film premiato anche con l'Oscar!
È quello che, mi pare, emerga già, anche nelle prime puntate di "The Young Pope".

Quello di Sorrentino è uno sguardo che aiuta a capire, perché nonostante le apparenze non è prevenuto. Direi che è uno sguado benevolo e compassionevole, simile allo sguardo che Wim Wenders attribuisce a Damiel e Cassiel, nel film "L'angelo sopra Berlino", quando osservano gli esseri umani. Quello di Sorrentino è uno sguardo che aiuta a capire, perché guarda senza voler giudicare, senza maliziosità, sia quando pone sotto i riflettori le complessità, il mistero e le contraddizioni umane, molto umane, dello Young Pope, sia quando, pur mettendo in luce le dinamiche e le logiche di potere, i personalismi e gli intrighi dentro i palazzi pontifici, consente parimenti allo spettatore di osservare, quasi di nascosto, il cardinale Voiello (un magistrale Silvio Orlando), emblema del primato della forma e della tendenza dell'istituzione a conservare se stessa frenando l'utopia, nell'atto, segreto e ripetuto, di assistere con umanità e con cura un disabile, pure se probabilmente è difficile anche per lui, soprattutto per lui, ascoltare quel "silenzio infinito" di Dio, di cui lo Young Pope è almeno consapevole.

Non bisogna aver paura di esporsi e specchiarsi nello sguardo dell'altro, per conoscere che cosa, della propria storia e della propria identità, si è dimenticato, e cosa si può essere ancora!