giovedì 27 luglio 2017

La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno.
Certo, nella logica del suo sistema di pensiero, tra l’altro geniale secolarizzazione o laicizzazione della teologia cristiana dell’Incarnazione, l’affermazione sembra avere un senso coerente.

Non è, ovviamente, solo un invito alla lettura dei giornali, ma richiama due presupposti importanti per Hegel. 
Il primo è la necessità di una visione della realtà come un Tutto che ha un senso logico. Un Tutto connesso in ogni sua parte. Un Tutto che è essenzialmente Spirito, e quindi progetto intelligibile, in cui ogni singola parte acquista senso solo nella connessione con le altre parti. Uno Spirito che è l’Assoluto nel quale tutti veniamo all’esistenza e abitiamo, e del quale tutti siamo, per così dire, “un” volto e “una” voce.
Da questo punto di vista si comprende anche il bisogno di Hegel di far ricorso a un termine “religioso” come “preghiera”. 
In effetti, che cosa è la “preghiera”? 
Al di là della sua banalizzazione in preghiera di “domanda” (di grazie o di favori), la preghiera è, essenzialmente, in tutte le grandi tradizioni spirituali, soprattutto una capacità di relazione, di <<apertura>> verso l’Altrove; è la disposizione a “de-centrarsi” verso il Fondamento della realtà. È riuscire a pensarsi e immaginarsi come esistenti in una realta non chiusa in se stessa, ma con una parete sempre mancante, continuamente <<aperta>> verso l’altra dimensione, verso il mistero dell’Infinito.
Per Hegel quel Fondamento, quell’Altrove, è lo Spirito, è la Totalità assoluta. Con la quale è necessario ristabilire a ogni inizio di giornata il contatto e la relazione. Solo così, solo con questa capacità di de-centrarsi è possibile anche pensare davvero, è possibile conoscere veramente e vivere autenticamente, nella “verità”. Perché la Verità è l’intero!
L’altro importante presupposto è quello implicito nel richiamo al giornale “quotidiano”. Sì, perché, per Hegel, anche qui geniale interprete laico della teologia dell’ Incarnazione cristiana, le tracce di quello Spirito, di quella Totalità infinita, di quel Senso assoluto. possono essere trovate solo se siamo capaci di connetterci, di relazionarci in profondità con la storicità del mondo, con la quotidianità non superficiale (o ‘astratta’  o “separata”, come dice Hegel), ma “concreta” (e cioè colta nella sua connessione al Tutto) della storia. Tenendo a mente ciò che Hegel chiamava “l’astuzia della Ragione” e cioè il fatto che la Realtà ha una sua logica e che il compito dei singoli umani non è inventare il mondo o la storia, perché anche “quando gli uomini fanno la storia non sanno la storia che fanno”(J. d’Ormesson). Ciò che gli umani possono e devono fare è essere attenti e pensanti osservatori, per riuscire a riconoscere il dove e il “quando” del <<passaggio>> dello Spirito, cioè del Senso del mondo, e poterne inseguire le orme!

Non c’è che dire: sempre originale e creativo Hegel! Anche con questa piccola nota che invita a trovare il modo più giusto e più autentico di cominciare la giornata. E, si sa, riuscire a trovare il modo più fecondo con cui dare, per così dire, il la alla nostra giornata, è un po’ come trovare il segreto di una vita riuscita!

Certo, il giornale dovrebbe essere, secondo Hegel, il modo migliore per iniziare la nostra giornata, perché dovrebbe consentirci di aprire gli occhi sulla totalità del reale di cui sentirci parte. Perciò sarebbe come una preghiera che ci connette all’Assoluto.
Non sappiamo però se il grande filosofo avrebbe confermato il suo invito e avrebbe continuato a privilegiare quella modalità di “preghiera del mattino”, anche una volta conosciute le attuali aggrovigliate e contorte dinamiche della società di massa in quanto età dell’informazione, dello spettacolo e del mercato dei segni.
Non sappiamo come avrebbe modificato il suo invito se, edotto dalla sofisticata ermeneutica, frutto della novecentesca “svolta linguistica”, avesse cominciato a distinguere “il racconto dei fatti” da parte dei giornali, da “i fatti” realmente avvenuti.
Non sappiamo come avrebbe riformulato quella sua annotazione se avesse previsto che l’informazione giornalistica, come avviene oggi, tende a trasformarsi in un settore del marketing, della pubblicità e del controllo sociale, invece di essere una rigorosa e completa registrazione di fatti, eventi e processi non banali.
E cosa avrebbe pensato di quel tipo di preghiera se avesse avuto gli strumenti concettuali per analizzare il fatto che, nella società di mercato, l’ossessione di offrire notizie "vendibili" finisce spesso per "vendere" o ”appaltare” anche l'informazione?

Chissà se, dall’alto della sua lucida logica, poteva prevedere che, nonostante i nostri tanti e vocianti giornali quotidiani, diventano “sempre più le cose che non sappiamo di non sapere”!(M.Forsyth)
E allora? Addio, necessaria conoscenza e immersione nella storia del nostro mondo! E, addio, insostituibile preghiera del mattino dell’uomo moderno. 
E, soprattutto, addio connessione con la Totalità e con il Senso della storia!








mercoledì 28 giugno 2017

Lo sguardo delle cose



Non avete l’impressione che qualcosa non funzioni nel principio etico secondo cui non bisogna trattare le persone come una cosa, come oggetto? Non nel senso che il principio non sia valido, ma nel senso che esso mostra un “tallone d’Achille”.  
Infatti quel principio si fonda sul presupposto che le cose, invece, non si appartengono, possono essere possedute, non possono essere concepite come soggetto di nessun diritto (Lalande).

Ma è proprio così? È, quest’ultima, una giusta prospettiva?

Se il principio di cui sopra presuppone un’eccezione, nel senso che esiste qualcosa, intorno a noi, che può essere usata e abusata in quanto oggetto, chi ci impedirebbe di trovare, come è già accaduto, delle eccezioni, a quel principio, anche riguardo agli umani? Basterà descrivere qualcuno come “meno” umano, o addirittura “per niente” umano!
In realtà, i diritti hanno una strana caratteristica intrinseca: o sono riconosciuti come universali, nel senso più ampio della parola, o sono destinati a franare facilmente.

E, infatti, con il passare dei secoli abbiamo imparato ad estendere quella universalità a una parte del mondo animale, e per certi aspetti anche al mondo vegetale.
Oggi, siamo tutti più sensibili verso “l’ambiente”, verso la natura; abbiamo sviluppato una nuova consapevolezza “ecologica”. Ma tutto ciò è sufficiente?

Credo di no. Il cammino sembra ancora incompleto. 
Per due ordini di considerazioni.

Prima di tutto.
I concetti di “ambiente”, “natura”, corrono il rischio di trasformarsi, come pensava Chesterton, solo in una specie di “mostri” con tante teste, se non siamo capaci di andare oltre, fino a capire che, per esempio, i “singoli” alberi o piante non sono, solo, "il bosco". Così come non basta pensare all’ “ambiente”, ma occorre mettere al centro le “singole cose” che lo abitano. Ognuna con la sua individualità. Con un suo significato e un suo posto specifico. 
Finché non capiremo che non ci conviene dissolvere i contorni delle singole cose, quella nuova sensibilità ambientale sarà sempre ancora vulnerabile. 

Secondo ordine di considerazioni.
Finora abbiamo esteso quel principio, anche se in modo relativo, solo al mondo animale e a quello vegetale. 
Manca, però, un passo ulteriore. Occorrerebbe una svolta anche nell’atteggiamento verso “le cose” inanimate, siano esse naturali o manufatti: anch’esse parte insostituibile del “nostro” ambiente. 
Quante “cose” sono intorno a noi, nelle nostre città, nelle campagne o sulle colline, nelle volte celesti, nelle nostre case, sui nostri tavoli, sui nostri comodini, sulle pareti della nostra camera, nella nostra borsa, sulle nostre verande, tra le nostre mani...ognuna con la sua individualità, la sua “voce”, il suo senso insostituibile per noi! Sono solo “oggetti” senza diritti? E, allora, per quale ragione, quando una minuscola sezione di uno degli innumerevoli monumenti in pietra o anche semplicemente un ciottolo da noi raccolto sulla riva di un fiume, o addirittura una vecchia sedia che conserviamo su una veranda, vengono maltrattati, reagiamo tanto?
Scriveva Benjamin: “alle cose che non ho più...appartiene a volte la beatitudine del non ancora vissuto, della ripetizione, del recupero”. Quante volte una “cosa” è per me, per noi, come il “complemento dell'esperienza vissuta"?
Ci servirebbe, forse, un allenamento a vedere il lato individuale, eccezionale e sorprendente delle cose, non solo delle cose straordinarie, o cariche di memoria collettiva, ma anche di quelle ordinarie e banali, compagne del nostro vivere di ogni giorno.

Qualcuno ha detto che le cose non stanno “lì fuori”, come silenziosa materia indistinta e inerte ma sempre come qual-cosa che “viene a noi”.

Sì, “ciò che vediamo e che guardiamo è, al contempo ciò che ci ri-guarda, nel duplice senso, insieme percettivo ed etico, del guardare e del concernere” (Pinotti Somaini).
Sì, esiste “sguardo” anche senza “visione”. Possiamo avere un’idea di questo “fenomeno”, se pensiamo ad alcune cose-immagini, che ci “guardano” senza vederci, come per esempio il famoso poster I Want You! dello Zio Sam, creato per la guerra del 1917, o il dipinto Las Meninas di Velasquez. “Sguardi” che ci provocano. Ci chiedono qualcosa.
Ebbene, tutte le cose ci ri-guardano anche senza vederci, e quindi ci apostrofano, ci interpellano, ci domandano!
Le cose, rappresentano, in qualche modo, il nostro “limite” non negoziabile e non riducibile; il limite di cui abbiamo bisogno. Le cose sembrano dire solo con la loro presenza: non esisti solo tu, non esistete solo voi umani o viventi

Lasciare che gli oggetti svolgano il loro compito è un nuovo urgente esercizio per noi!
“Le cose, i tanti aspetti degli esseri, sono come un alfabeto misterioso, diceva Andrea Emo, che tutti dovrebbero saper leggere o ascoltare. E non occorre essere un idealista o uno spiritualista, per cogliere questa dimensione della realtà: pure un distruttore di certezze metafisiche e un dissacratore, come Nietzsche, aveva capito che anche le cose, tutte le cose, “cercano le parole per essere dette”, e quindi interpellano, chiedono, vogliono!

Le cose “dicono” sempre qualcosa! Sembra che ti guardino e ti dicano qualcosa, o ti chiedano qualcosa! È come se ognuna di esse ti dicesse: io sono qui, ci sono anch’io, il radicalmente altro da te! cosa vuoi farne di me? Vuoi solo usarmi o senti che sono qualcosa che ti ri-guarda?
Qualcosa a cui devi gratitudine, perché noi, le cose, doniamo orizzonti, sfondi e prospettive alle vostre esperienze umane. Diamo movimento, ritmo ed emozioni al vostro spazio. Talora riempiamo la vostra solitudine.

Qualcuno arriccerà il naso, considerando tutto questo solo antiquato antropomorfismo.
Ma forse è il caso di riconoscere che c’è qualcosa di vero, di reale e di incancellabile anche nell’antropomorfismo! Nel guardare alle cose e lasciarsi guardare da esse, come espressione non di inerte e disponibile materia, ma come “soggetti”, in qualche modo dotati di una forma di “personalità”!

Del resto, se quelle particelle e quelle molecole, dell’alba dell’evoluzione, sono riuscite a trasformarsi nel linguaggio, nel pensiero e nella coscienza umana, una qualche forma di coscienza deve pur esserci, da sempre, anche nelle cose “inanimate”, a dispetto del nostro ingenuo separare nettamente, in comode classificazioni, la molteplicità del reale, magari con la presunzione di addomesticarlo e renderlo manipolabile e disponibile.

Non è un caso, d’altra parte, se oggi, nell’ambito degli “studi visuali”, si tende a pensare che l’inclinazione antropomorfica nei confronti degli oggetti inanimati rappresenta una strutturale disposizione degli umani, e un “sintomo incurabile” come pensa W.J.T. Mitchell, citato da A. Pinotti e A. Somaini nel loro illuminante volume Cultura visuale, Einaudi. È proprio vero, come ha scritto anni fa Bruno Latour, che, da questo punto di vista, “non siamo mai stati moderni”!  
E inoltre, tanto per fare qualche esempio, come spiegare, se non con quella inclinazione, con quel “sintomo incurabile”, il senso profondo che ci comunicano il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, o il Canto alla Luna di Leopardi? O, per vemire ai nostri giorni, Conversazione con una pietra, di Wisława Szymborska?
E, ancora, credo che, se non tenessimo conto di questa “disposizione strutturale”, non riusciremmo neppure a comprendere a fondo il ruolo che i media, il cinema e l’arte contemporanea, con i loro metodi e i loro contenuti molto peculiari, svolgono oggi nella nostra vita individuale e collettiva.

Partire dalle cose, accorgersi di esse e accogliere il loro “sguardo cieco”: forse solo se si comincia da un nuovo sguardo verso le cose è possibile arrivare davvero anche ai valori essenziali ed universali.
Forse se ci sentissimo responsabili della "cura" e della custodia delle “cose”, di tutte le cose che esistono, creeremmo nuove condizioni e un atteggiamento giusto per uno sguardo e un'attenzione meglio motivata anche verso ogni singolo essere umano. 







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giovedì 25 maggio 2017

I sentieri interrotti della conoscenza

La storia del cammino umano verso il sapere è piena di vie di ricerca cancellate, di sentieri della conoscenza interrotti.
Quante ipotesi, quante "strade di ricerca" e di conoscenza, quante "parole" dell'umanità, sono state "silenziate" nella storia, a volte con violenza. In ogni caso con superbia. Con quella tipica "hybris" umana, che faceva temere e tremare, già ai primordi della storia delle civiltà.
Una forma di "totalitarismo" della conoscenza è riuscita spesso ad imporsi, per ragioni non sempre chiare e con metodiche diverse. Attraverso "procedure di controllo e di esclusione", spesso mascherate anche da "volontà di verità", come quelle descritte da Michel Foucault nel prezioso L'ordine del discorso. Quelle procedure di esclusione e quella interruzione di sentieri della conoscenza hanno riguardato i campi più diversi della cultura umana.
Qui vogliamo denunciare ciò che è stato perso, soprattutto a partire dall'età moderna, (si potrebbe anche dire: a partire da Kant) quando i racconti dei miti antichi e le grandi storie delle tradizioni spirituali e religiose dell'umanità sono state confinate nell'area insidiosa della non conoscenza.
Da un certo momento in poi, siamo tutti apparsi impegnati, più che a proseguire il cammino, impervio e spesso imprevedibile e inaspettato, della conoscenza, a realizzare un'accurata e presuntuosa "differenziata", tra idee e conoscenze umane da mantenere, e altre da trasformare in rifiuti e scarti.
Come mai ci è accaduto questo? Perché? Perché ci succede anche oggi, quando ci consideriamo super-evoluti e aperti intellettualmente?
Che cosa ci ha spinto a identificare la conoscenza in modo esclusivo con la conoscenza scientifica quantitativa?

E se avessimo, in questo modo, escluso e dichiarati privi di senso ambiti fondamentali dell'esperienza umana? E se, con la pretesa di classificare e definire in anticipo quali ambiti siano degni di conoscenza, avessimo perso il contatto con il "mondo della vita", come scriveva Husserl?

È un atteggiamento semplicistico immaginare lo sviluppo della conoscenza come un "edificio", in cui si tratta di sovrapporre un piano superiore e successivo, a uno precedente. È una idea semplicistica della conoscenza anche immaginarla come una "città" in cui si demoliscono periodicamente edifici, e "vecchi" quartieri, per sostituirli con costruzioni nuove e moderne. La conoscenza è invece pensabile come un "reticolo", in cui le connessioni si espandono, si esplicitano e si moltiplicano in forme sempre diverse, invece di ridursi, e dove, come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge.

Siamo troppo condizionati da modelli interpretativi che non hanno fondamento nella realtà della storia delle culture, come quello secondo cui il pensiero umano è passato, a un certo momento, come attraverso un salto, dal "mito" al "logos", come si passa dall'infanzia alla maturità, dimenticando che, in realtà, anche nelle varie età della nostra vita individuale, quello che eravamo ci accompagna sempre, e rende possibile ciò che siamo ora. In effetti, esistono evidenti forme di razionalità nei miti più antichi e arcaici, così come sussistono "mitologhemi" anche nelle teorie "scientifiche" più evolute e recenti.
Sarebbe necessario perciò non perdere la memoria, e addestrarsi invece all'uso dei molteplici "linguaggi" e delle diverse "lenti" che l'intuito umano ha creato, per riuscire a pensare e comprendere in modo più ampio possibile i vari aspetti della vita umana e del  mondo.
I racconti dei miti, come le storie delle grandi tradizioni religiose dell'umanità, non sono solo "favole" o solo "culto", e neppure solo "regole etiche". Esse sono anche specifiche modalità di conoscenza, tentativi dell'umanità elaborati con gli strumenti disponibili nelle varie epoche per riuscire a comprendere e spiegare il mondo e la vita. Esse rivelano ciò che gli esseri umani hanno in comune. Ci ricordano da dove viene quello che crediamo di vedere e di sentire, quando diamo un nome o associamo un'immagine alle nostre esperienze umane. Rivelano, scriveva J. Campbell, la nostra "ricerca", attraverso i secoli, della verità, del senso e del significato. Perciò sono patrimoni e risorse insostituibili per la vita. Rivelano aspetti del mondo e della realtà non altrimenti percepibili.
Perciò è il caso di non legittimare la nostra presunzione di aver ormai fatto i conti una volta per tutte, con la questione relativa a: "che cosa significa conoscere".

Occorrebbe riconoscere invece, come diceva Rilke, che "le cose sono ben lontane dall'essere tutte tangibili e dicibili [con le attuali categorie dominanti] come ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli avvenimenti è inesprimibile e avviene in uno spazio in cui nessuna parola ha mai messo i piedi".

Occorre liberarci dalla nostra attuale presunzione secondo cui "conoscere", "ricerca", "scienza", sono, in fondo, come "un album da colorare, in cui blocchi differenti di paesaggio vanno riempiti, uno per uno, con colori opportunamente numerati" e determinati in anticipo (Peter Brown).

Roberto Calasso fa notare che "nell'espandere l'area del noto, la conoscenza scientifica espande anche quella dell'ignoto". E dunque quando noi, figli dell'era "scientifica", ci confrontiamo con i racconti dei miti e con le storie delle grandi tradizioni religiose dell'umanità, "non si tratta di mettere a confronto il nostro noto con il loro ignoto, il che non può avvenire se non con un certo senso di sufficienza. Si tratta di mettere a confronto il loro ignoto con il nostro ignoto, come accostando due infiniti. E si sa che, quando si passa al transfinito, spesso avvengono cose che discordano dal buon senso". (R. Calasso, Il cacciatore celeste, Adelphi).

Ciò che serve oggi è espandere l'area della consapevolezza e della coscienza, non ridurla. Serve non cancellare ma imparare le diverse "lingue" - i miti, le storie religiose, ma anche la poesia, la musica, l'arte, sono alcune di quelle "lingue" - per conoscere e parlare del mondo della vita, in modo più ampio e globale.

Oggi è il caso di chiederci: che cosa, e quanto, ha perso l'umanità, quanto abbiamo perso noi, con quelle esclusioni e quei silenziamenti?
E se derivasse anche da queste esclusioni la nostra profonda, indecifrabile crisi attuale, che, riconosciamolo, non è essenzialmente economica?
Se la nostra crisi, che pare investire ogni cosa, dipendesse proprio dal fatto di esserci rinchiusi in orizzonti cognitivi troppo ristretti e angusti?
Se questa crisi fosse il prodotto di un'epistemologia "incartata"? Se la nostra, fosse anche una crisi di "metodo"?
E se, in tal modo, ci sfuggisse l'essenziale o almeno qualcosa di importante?

"Vi sono momenti, nella vita, ha scritto Michel Foucault, in cui la questione di sapere se si può pensare e vedere in modo diverso da quello in cui si pensa e si vede, è indispensabile per continuare a guardare o a riflettere". Il nostro, forse, è uno di quei momenti, in cui servirebbe recuperare tutte le risorse importanti della nostra storia comune, tutta quella molteplicità di memorie, di saperi e di "sguardi", che hanno contribuito a produrre i dettagli comuni ed essenziali della nostra identità, e potrebbero proiettarci verso nuovi orizzonti di senso.




mercoledì 26 aprile 2017

Avvenire, grillismo e politica



L' intervista che il "quotidiano dei vescovi", Avvenire, ha fatto, la settimana scorsa, al proprietario del Movimento cinque stelle, e il dibattito che ne è seguito, hanno provocato perplessità di varia natura, sia nel mondo cattolico che nel mondo politico in generale.
D'altra parte quell'intervista, e anche le successive "precisazioni" del Direttore del quotidiano, sembrano aver prodotto nei lettori una senso di ambiguità. Perciò è opportuno tornarci su, anche in questo blog, per porre, a freddo per così dire, alcune questioni.
L'ambiguità è provocata da alcune domande preventive, che sorgono e che restano senza risposta, e cioè: "chi è realmente l'intervistatore?", dal momento che si tratta del quotidiano di proprietà della Conferenza episcopale; "perché adesso?"; "per quali scopi?"; infine, con questa intervista, "chi sta sperimentando cosa"?
L'ambiguità deriva dall'impressione che quel "confronto" in realtà offra all'interlocutore solo un "megafono" per ripetere slogan e parole d'ordine generiche e già note.
L'ambiguità è anche il frutto della spontanea associazione mentale tra questa iniziativa e la ricorrente e ingenua (perché già molte volte contraddetta dalla storia) presunzione, di parti della gerarchia ecclesiastica, di poter determinare direttamente le dinamiche politiche, o di essere capaci di "riconoscere" tra i nuovi attori della politica, eventuali "uomini della Provvidenza".
La sensazione di ambiguità deriva, infine, sia da questioni che dovrebbero essere essenziali per un giornale della Chiesa italiana, ma che nell'intervista non sono poste con sufficiente chiarezza, sia da preoccupanti presupposti, del M5S, non esplicitati e non discussi, né nell'intervista, né nelle successive dichiarazioni del direttore di Avvenire.

È evidente che le questioni, di cui si parla, non potevano tradursi in un "normale" confronto sui programmi politici ma dovevano riguardare soprattutto l'idea di politica e di società, il senso del "fare politica", e lo "stile" dell'essere in politica.  
Sarebbe stato opportuno, per esempio, verificare non solo le eventuali strategie razionali del governare, ma il senso e il peso che ha in quel movimento ciò che il filosofo J-L. Nancy chiama "l'etologia dell'essere-con", e cioè "il sentimento e la passione dell'essere insieme".
E, inoltre, dal momento che a porre le domande è l'ottimo quotidiano della Chiesa italiana, stupisce che, al centro del confronto, manchi una questione che anche una pensatrice non credente, come Julia Kristeva, considera un elemento specifico dell'umanesimo cristiano; si tratta di quella "compresenza al soffrire degli altri, indispensabile per 'cambiare lo sguardo'...e cioè per riconoscere la vulnerabilità dentro di sé...e condividere così meglio le battaglie politiche di quanti sono in condizione di sofferenza".
Non pare che su queste questioni, i presupposti, peraltro, vaghi, dell'interlocutore dell'intervista di Avvenire, siano rassicuranti! Anzi! 
Quali idee di vita comune, di politica democratica o di governo, al di là di programmi contingenti, sono alla base del Movimento? Su queste questioni l'oscurità è grande, e l'intervista non è servita a fare luce.
Invece, sarebbe dovuto emergere come acquisita l'idea che, in un sistema democratico, la politica è il mezzo, umano, "molto umano", con cui si cerca di conciliare interessi divergenti e a volte contrapposti, senza ricorrere alla violenza. Come pure, il fatto che la politica non è altro che l'invenzione di una "tecnica" con cui una comunità, sempre in cammino, "aggiusta", in fieri, i suoi obiettivi e il suo percorso, sapendo che ogni soluzione sarà sempre provvisoria e non produrrà né palingenesi, né società ideali, né tantomeno "paradisi" in terra! 
Sarebbe anche stato opportuno mettere in chiaro che la politica, un'autentica politica democratica, non tollera né idoli, né principi taumaturghi, né aristocrazie, né grandi sacerdoti, né "sapienti" possessori della verità, né stregoni, né angeli, né interpreti autentici del "popolo", o della "gente", né "capi", né furiosi "savonarola" messaggeri del Bene, né imbonitori, né, tanto meno, "salvatori"! 
Tutte le volte che, nelle storia, è accaduto il contrario, il cammino delle comunità umane si è trasformato sempre in disastri e tragedie! 
Nella politica "democratica", esistono, solo, "rappresentanti": il termine stesso esclude una identità o "fusione" tra rappresentante e rappresentato, e presuppone l'accettazione di un ineliminabile elemento di "finzione", e di relativismo, nel rapporto. 
Ecco perché in politica si resta, sempre, nel campo del relativo, nonostante i nostri sogni e le nostre aspettative! Accettare questa condizione è la premessa indispensabile per costruire o migliorare la polis terrena.  
Nello spazio politico democratico, non ci sono, mai, da una parte, il bene e i puri, e, dall'altra, il male e i reprobi. Non è possibile attendersi che qualcuno faccia "piazza pulita" e ci aiuti a costruire una comunità di giusti: ciò che si può attendere, e desiderare, è soltanto una convivenza, un po' meno intollerabile per tutti, e, con il contributo di tutti, più degna, giorno dopo giorno, di essere vissuta. 
E, a tale scopo, servono non i "duri e puri", che non esistono su questo pianeta, ma piuttosto quelli che, consapevoli della propria costitutiva vulnerabilità, "sanno" tessere la tela sociale, con pazienza, sporcandosi le mani, per intrecciare fili diversi e stabilire nessi tra gruppi, interessi e progetti.






mercoledì 29 marzo 2017

La storia, signori, la storia!

È davanti agli occhi di tutti la condizione, quasi di "blocco", in cui ci troviamo, oggi, relativamente a molte questioni cruciali.
Nello stesso tempo, una cosa sembra emergere con chiarezza: di fronte alle grandi questioni del nostro tempo, politiche, economiche, ambientali, sociali, culturali, ecc., nessuno sa veramente cosa fare o proporre.
Non lo sanno, né quelli che hanno responsabilità di governo, né quelli che a quei governi si oppongono proponendosi come alternative.

Siamo, per così dire, senza orizzonti, senza alternative proponibili e praticabili. sarebbe il caso di riconoscerlo!
Siamo come intrappolati  in un groviglio, in un meccanismo, che non riusciamo a controllare.
Nessuno è in grado di dire se esiste qualche alternativa reale, per esempio, al capitalismo neoliberista.
Nessuno degli oppositori dello status quo sembra in grado di indicare o di pensare una strategia che non sia solo una declamazione di parole d'ordine.
Nessuno è in grado di proporre analisi, fondate su dati, e non solo su emozioni o rivendicazioni.
Nessuno sa, per esempio, come conciliare oggi lo sviluppo con l'eguaglianza.
Nessuno dei leader politici sa, neppure, dove sono i reali luoghi di comando.
Nessuno degli "opinionisti" e presunti "esperti", che riescono benissimo solo nell'obiettivo di delegittimare i governanti e la politica in generale, sa, in realtà, per il re di quale "Prussia" sta operando.

Si diceva, prima, che sembriamo senza orizzonti e aggrovigliati in qualcosa che non riusciamo a sciogliere, perché non capiamo nemmeno cosa c'è "davvero" da sciogliere. È quello che dice, con altre parole, Peter Sloterdijk, quando scrive che "nel regno dei capitali circolanti, il momentum ha sostituito i motivi. Il compimento prende il posto della legittimazione, i fatti sono divenuti le potenze supreme.....La discussione della situazione si è sostituita alla critica" (P. Sloterdijk).

In realtà, il nostro vero e proprio "peccato originale", è che ci siamo abituati da tempo ormai (secondo alcuni ricercatori, a partire dagli anni settanta del 900) a muoverci e a ragionare, tutti, solo in un orizzonte di breve termine. È qui che entra in gioco il ruolo della storia: perché "nell'epoca globale in cui siamo entrati, quel che...colpisce è effettivamente la sua struttura 'post storica', cioè uno spostamento di peso dalla storia alle notizie..." (P. Sloterdijk).
(Non sarà forse anche per questo che oggi, troppo spesso, il compito di divulgazione storica è assunto, ahimè, dai giornalisti?)

Ci siamo adattati a pensare e progettare in termini di breve termine invece che di lungo termine, e in termini di passato breve invece che di lunga durata. Occorrerebbe recuperare una prospettiva e una metodologia storica, nell'approccio alle questioni cruciali di oggi. Ma per comprendere il presente non basta concentrarci sugli ultimi quaranta o settanta o cento anni della nostra storia; occorrerebbe investigare il "passato lungo", e portare alla luce quelle strutture ampie, profonde e reticolari che hanno governato e governano i nostri comportamenti individuali e collettivi. 
Concentrati, come siamo, solo su ciò che è avvenuto o avviene nelle nostre prossimità e contiguità spaziali e temporali, non riusciamo più a pensare con l'ausilio della storia; e pensare con l'ausilio della storia significa imparare, tutti, anche con l'aiuto di grandi narrazioni (che oggi mancano), a prendere in considerazione lunghissimi tratti della storia stessa. È, quest'ultima, l'unica condizione perché la storia possa diventare veramente uno strumento utile per progettare il nostro futuro. Affinché assuma, come scienza umana critica, una funzione pubblica.
Siamo forse sprofondati in una irreversibile crisi della capacità di sintetizzare il passato e di scrutare il futuro, come sostengono David Armitage e Jo Guldi (Manifesto per la storia, Donzelli)?
Una crisi che, pare, ha contagiato anche gli storici di professione, i quali "hanno lasciato l'arena pubblica, sia a livello nazionale che internazionale, agli economisti e, occasionalmente, ai giuristi e agli scienziati della politica"(Armitage e Guldi).
Sembra infatti che anche gli storici si siano condannati, almeno a partire dagli anni settanta del 900, solo alla microstoria, a "studiare soltanto giardini ben chiusi da mura", secondo il rimprovero che rivolgeva loro, anni fa, Fernand Braudel, il grande storico e maestro contemporaneo, teorico della "lunga durata". Invece, ci sarebbe bisogno, oggi, che venissero prodotte opere come Civiltà materiale, economia e capitalismo, o come Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione.
L'attenzione prevalente al breve termine e al breve Passato può davvero diventare "l'anticamera del dimenticatoio della storia". E ciò pregiudicherebbe la nostra capacità di pensare anche il futuro a lungo termine!
Abbiamo bisogno, tutti, di imparare a pensare guardando sia molto avanti che molto indietro nel tempo. Infatti, "per collocare in prospettiva tutte le nostre sfide globali e combattere lo short-termism della nostra epoca, abbiamo urgente bisogno di quello sguardo che spazia ampiamente e a lungo termine, quello sguardo che solo gli storici possono fornire" (Armitage e Guldi).
Per questo, bisogna smettere di "pensare alla storia...come alla proprietà di una piccola corporazione di colleghi ma come al legittimo patrimonio di milioni di persone" (J.Franklin Jameson). Occorerebbe prendere coscienza del fatto che "siamo intrappolati nella nostra storia, e che il nostro percorso dipende da strutture più ampie che esistevano molto prima che noi esistessimo"(D.Armitage, J.Guldi). Strutture che, sarebbe utile, tutti, non solo gli storici, conoscessero bene, come, e anche di più della nostra storia recente e immediata.

Infine, le urgenti e necessarie conoscenze e discussioni sul lungo termine  non andrebbero lasciate soltanto agli studiosi di biologia evolutiva, né agli archeologi, né ai climatologi, né agli economisti. Le storie costruite solo da costoro sono spesso solo "mitologiche" (Armitage e Guldi), e non servono molto, da sole, come si può verificare continuamente, ad aprire un più ampio destino alle civiltà moderne.
Non sono sufficienti per comprendere né le grandi questioni globali - e glo-cali -, né la posta in gioco oggi, né le implicazioni dei cambiamenti in atto.
Tanto meno sono sufficienti per aiutarci a scegliere e organizzare "futuri molteplici" per le nostre società.











La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno. Certo...