martedì 24 maggio 2016

Il diluvio universale e la relazione materna


È intrigante la lettura che Peter Sloterdijk fa del racconto biblico del "diluvio universale", racconto presente nelle scritture sacre ebraico-cristiane ma anche narrazione costante in molti antichi racconti religiosi e mitici.
Sloterdijk sostiene che il racconto del diluvio è un vero punto di svolta nella storia dell'umanità e della consapevolezza umana: nnm testimonia infatti la presa d'atto, da parte degli esseri umani, che la natura non è più madre, e che, a partire da quell'evento, realistico o simbolico che sia, il compito di essere madre nei confronti di umani, animali e vegetali, è affidato ormai all'umanità. (cfr. Sfere II, Cortina Editore).
In altre parole, la relazione materna, da quel momento, non è più solo un fatto biologico ma diventa una imprescindibile categoria della cultura, diventa "un asse portante della civiltà umana universale" (Luisa Muraro).

A partire da questa interpretazione, penso si possa dire che, da quel momento in poi, si è avviata una "trasformazione" della modalità di "presenza", nel cosmo, da parte degli umani: essi non hanno più l'incarico di farsi "dominatori" della natura, ma piuttosto, e addirittura sotto forma di mandato da parte della divinità, come si desume dai testi, hanno la responsabilità di custodire, avere cura, sanare, nutrire, allevare, preservare tutto ciò che vive, proprio come una madre fa con i suoi piccoli. Perciò la relazione materna è così essenziale per l’esperienza umana: perché senza quella relazione da cui riceviamo vita e linguaggio, natura e cultura, sarebbe quasi impossibile definire la specificità del progetto umano.

Da qui si potrebbe anche concludere che la drammatica e universale esperienza del “diluvio” ha rappresentato, in un certo senso, l'atto di nascita della nuova umanità, l'umanità adulta. Forse l'autentico “umanesimo” nasce proprio allora, e sta nel riconoscimento e nell'accoglimento, progressivi e tuttavia laboriosi entrambi, del "primato della relazione” nell’esistenza umana, a partire dal primato della "relazione materna".
La relazione materna nei confronti di tutto ciò che vive, diventa, da allora in poi, ciò che costituisce l'umanità come umana, diventa lo specifico dell'umanità.

Infatti nell’accoglienza e nella salvaguardia del primato della relazione materna nei confronti di tutto ciò che vive, si radica anche il riconoscimento del primato della relazione nei rapporti interumani. E cioè, il riconoscimento di un qualcosa che unisce gli umani, “prima” delle loro convinzioni e dottrine, prima della loro condizione o posizione.
Di quel "qualcosa" ognuno di noi è costituito custode, levatrice e responsabile. Quel qualcosa è la fondamentale relazione umana. È la comune umanità.
Solo in questo, credo, consista l'autentica "fede nell'umano". L'autentico umanesimo.


martedì 26 aprile 2016

Democrazia è compassione

Senza la capacità di sentire "il lato soft delle cose, quel lato che ama il piacere, che è spaventato dalla morte e nutre un forte scetticismo contro ogni forma di 'maschile' aggressività" (Martha Nussbaum), in altre parole, senza la capacità di riconoscere che abbiamo tutti un corpo e una natura vulnerabili, la nostra democrazia non ha futuro!
Qualcuno potrebbe considerare inadeguato questo accostamento tra i problemi della democrazia politica, che tutti oggi tentiamo di risolvere riconducendoli su un piano di astratta analisi razionalistica, e un approccio ascrivibile al campo dei sentimenti e delle emozioni.
Eppure forse è il caso di cominciare ad affrontare la crisi della democrazia considerandola anche da questo punto di vista.
Ormai dovremmo saperlo, di crisi della democrazia si è cominciato a prendere atto non oggi, ma già a partire dalla "seconda sofistica", e cioè quando la democrazia aveva appena cominciato ad emettere i primi vagiti. Il che significa che, appena nata, la democrazia si è trovata subito davanti le difficoltà e le aporie della propria autofondazione. Aporie e difficoltà rimaste in piedi fino ad oggi, come dimostrano non solo le vicende della storia e i dibattiti contemporanei, ma anche il fatto che la democrazia, ancora oggi, è presente, pur se in modo imperfetto, solo su una parte del nostro pianeta.
Perciò la ricerca di fondamenti e di argomentazioni razionali a favore della democrazia non si può considerare conclusa, neppure oggi. E non tanto perché qualcuno o qualcosa dall'esterno può mettere in pericolo la democrazia, ma perché probabilmente i percorsi seguiti fino ad oggi per legittimarla e farla diventare, non soltanto procedure istituzionali, ma comportamenti e atteggiamenti acquisiti non sono stati sufficienti.
Ecco perché quando Martha Nussbaum invita a recuperare il valore delle emozioni nel campo della convivenza democratica (Emozioni politiche, Il Mulino), quando invita a cercare, anche in quell'ambito, il collante delle democrazie liberali, forse indica una strada da percorrere, per affrontare oggi la crisi delle nostre società democratiche.
Insomma se si cercano i fondamenti e le motivazioni del comportamento democratico non si tratta solo della proclamazione e delle argomentazioni a favore dei diritti, del valore di ogni persona, della partecipazione, della libertà di critica, dei limiti al potere, della volonta popolare, del gioco di maggioranze o minoranze, della possibilità di scegliere e cambiare i govenanti e neppure solo del principio "una testa un voto"...c'è qualcos'altro in gioco. Anche i principi e le procedure suddette, su cui tutti, sembra, sono d'accordo, non possono legittimarsi solo con il ragionamento ma hanno bisogno di radicarsi su qualcosa di più profondo che integri anche il livello delle emozioni e dei sentimenti umani.
Perché la democrazia non sia solo un guscio vuoto o un complesso di procedure che prima o poi si corrodono e vanno in tilt, occorre che la democrazia non si riduca a mero gioco di interessi, di forze e di poteri. Forse occorre un fondamento e un legame più profondo, etico, senza il quale neppure il diritto conserva la sua legittimità e obbligatorietà, nonostante il permanere delle regole procedurali dello stato democratico.

Insomma dove si può ritrovare e radicare la "passione dello stare insieme" (J.L. Nancy), e dell'esistere insieme? dove, un'autentica "religione civile", o quella "religione dell'umanità" (J.S. Mill), che possono dare sostanza e continuità alla convivenza democratica?
A questo proposito ha ragione Nussbaum quando scrive che qualsiasi ragionamento non sarà mai in grado di funzionare bene senza l'immaginazione e il sentimento, e cioè senza la capacita di immaginare cosa si prova ad essere nella situazione di altri. Non si può parlare di convivenza democratica se non si parte da qui.
L'esperienza democratica, nel senso migliore, si radica sulla consapevolezza della fragilità comune a tutti gli esseri umani, e si nutre del sentimento corrispondente che è la com-passione. Non possiamo separare la democrazia da questi atteggiamenti fondamentali.

La fragilità, non la perfezione, caratterizza la natura e l'esperienza umana: perciò no ad assolutismi ideologici, no ad esclusioni, no al rifiuto di compromesso, no al pensare agli altri come dissimili. 
Non ci si può chiudere soltanto nella propria sfera di valori, trascurando il punto di vista e l'esperienza dell'altro, in democrazia.

Possiamo prescindere dal fatto che la fragilità comune a tutti gli esseri umani ci fa ritrovare tutti, in ogni situazione e in ogni scelta, spesso irretiti in un insuperabile conflitto di valori, che rende lo schierarsi definitivo e non negoziabile, da una parte o dall'altra, a volte, irrealistico? In questo conflitto talora insuperabile si radicano forse anche la crisi attuale dei partiti e i loro limiti costitutivi, come il parteggiare aprioristico e la pretesa di individuare una volta per tutte la "giusta causa", di conoscere sempre la risposta giusta.

Cosa può consentirci allora di sopravvivere e convivere in queste situazioni se non la consapevolezza e l'accoglimento della comune e universale fragilità umana? E quindi come non considerare fondamento solido dell'atteggiamento democratico non tanto il gioco di forze e di numeri, ma soprattutto la com-passione, frutto dell'immaginazione e di quella bella emozione che ci consentono di porci sempre nei panni dell'altro, di ogni altro, anche del colpevole, almeno per ciò che, ad esempio, la sua colpa gli toglie?
Quale democrazia potrebbe durare se tutti noi, pur non rinunciando a desiderare e costruire la giustizia, non fossimo capaci anche di amare e sposare l'imperfezione umana?

La democrazia non può funzionare se ci si chiude in se stessi e ci si abitua a considerare assoluta la propria sfera di valori; se si trascura il punto di vista dell'altro o lo si acquisisce solo sul piano metodologico; se si pretende di tranciare giudizi decisi, risoluti e aggressivi, senza l'opportuna dose di scetticismo verso le proprie convinzioni.
In democrazia, non dovrebbe trovare cittadinanza la pretesa di indefettibilità e invulnerabilità; da parte dei politici né da parte di ogni cittadino.
Ma è possibile tutto questo, senza il riconoscimento e l'accoglimento consapevole della fragilità comune a tutti gli esseri umani?
È possibile educarsi alla democrazia senza educarsi alla compassione?








giovedì 31 marzo 2016

Il Timelapse e l'arte della manutenzione dell'intelligenza

I lettori più giovani di questo blog o i più "tecnologici", sanno molto bene cos'è il timelapse o time-lapse. Non è il caso qui di fermarsi ad illustrarne i dettagli tecnici, ma molti avranno già fatto esperienza di quella tecnica cinematografica guardando le sigle che aprono famose serie tv, come Il Trono di Spade o House of Cards, o I Borgia, o alcuni documentari naturalistici. 
La domanda ora è: che c'entra il time-lapse con la manutenzione dell'intelligenza? Perché scomodare la tecnologia? (Anche se occorre dire che ormai la tecnologia, almeno a partire da Galilei, non è più solo uno strumento del sapere, come un paio di occhiali che possiamo sostituire come vogliamo, ma è essa stessa una modalità di conoscenza che, a sua volta, plasma, per così dire, il nostro cervello e i modi con cui osserviamo e comprendiamo la realtà).
Il punto è che quell'affascinante tecnica - timelapse - ci mette davanti un tipo di tempo che sembra scorrere più velocemente di quello di cui abbiamo esperienza normalmente e quotidianamente. In altre parole, nella tecnica del timelapse, la frequenza di riproduzione di ogni fotogramma è molto superiore a quella di cattura dei fotogrammi stessi. Per cui, questa tecnica rende possibile osservare fenomeni di per sé non visibili a occhio nudo, e tuttavia reali, come lo scorrere delle stagioni, o il movimento delle nuvole e del sole, o il succedersi delle fasi secolari della costruzione di una città o di una società.
Questo ha a che fare con l'intelligenza, o con un tipo di intelligenza di cui, nella nostra società complessa e apparentemente indecifrabile, abbiamo un enorme bisogno.
Infatti, più sopra ho detto che, nel timelapse, il tempo di cattura di un fotogramma è di molto inferiore a quello di riproduzione, ed è questa maggiore frequenza di riproduzione che rende possibile osservare fenomeni reali ma invisibili ad occhio nudo. Tuttavia, se non si usassero complesse tecniche e anche trucchi, insieme a vari dispositivi e software, in tempi diversi, come è richiesto dalla tecnica del timelapse, cioè, se non ricorressimo a un'altra modalità di approccio e a un altro tipo di "intelligenza" di quello che ci circonda, ci sfuggirebbero fenomeni reali ma invisibili che precedono, accompagnano e seguono quel singolo fotogramma che ci attardiamo a catturare e, quasi, a "fermare".
Insomma, ciò che il timelapse ci dice è che ci occorre un tipo di intelligenza e di approccio alla realtà che ci addestri a guardare i singoli "fotogrammi", o per uscire dalla metafora, a guardare i singoli fatti, eventi, immagini che abbiamo di fronte, di volta in volta, nella nostra vita e nella nostra esperienza, non come semplici "dati" ma come processi che non si riducono solo a ciò che abbiamo, in quel momento, davanti agli occhi.
Tutta la realtà è processo: cioè insiemi di processi, in atto, interconnessi e sempre "aperti". Non abbiamo mai a che fare solo con ciò che è reso  "presente" come fosse un evento televisivo, né con "dati" che sono "lì fuori", nelle loro illusoria completezza ed esaustività. Invece noi di solito, riusciamo a "mettere a fuoco" fatti o eventi puntuali, quelli che abbiamo di fronte, o nella mente, in un certo momento, ma non vediamo per nulla ciò che segue o precede, e neppure ci accorgiamo del fatto che tutto quello che abbiamo di fronte è un processo ancora in atto e mai un "dato".
Perciò, abbiamo bisogno di introdurre nella nostra intelligenza, la velocità, la capacità di dispersione ed espansione nel tempo e nello spazio, il moltiplicarsi di prospettive e di livelli, tutte modalità che ci aiutino a "decostruire" e "fluidificare" ciò che, a prima vista ci appare in tutto il peso della sua ingombrante "presenza" e unicità. Solo così potremo sperare in una  reale “intelligenza” delle cose e dei fatti.

Davanti a un mondo che è "processo", che scorre anche quando sembra che stia fermo o che sia sempre lo stesso, un mondo interconnesso da ogni lato, sul piano delle relazioni, sul piano storico e sul piano spaziale, non basta il compasso e il metro, bisogna farsi più fluidi, più ambigui, più flessibili (J.-Pierre Vernant). Se vogliamo veramente comprendere ciò che ci è davanti, occorre un altro tipo di intelligenza: forse quella che i greci chiamavano "metis", dal nome della divinità mitologica greca Meti o Metide. Una divinità femminile, non a caso, che troviamo alle origini, nella fase di formazione del cosmo, e che, secondo Esiodo, è dotata di un'intelligenza superiore a quella degli altri immortali e mortali. Al punto che Zeus stesso ha bisogno di ingoiarla per tenerla dentro di sé, fare sua l'intelligenza di lei, per continuare ad essere il re degli dei. Ma, attenzione, l'intelligenza di Meti non è solo metro e calcolo o strategia e logica, è più di tutto questo, è altro: come narra una leggenda, è astuzia, flessibilità, fluidità, e anche ambiguità e capacità di cambiare, come e quando vuole, di forma e di aspetto, per trasformarsi in altro (L. Ferry).
Ecco ciò di cui avremmo bisogno! Ma, ohimè, a dispetto delle acquisizioni della quantistica, siamo troppo abituati, da una banale alfabetizzazione scientifica, a una visione del mondo fisico, come anche di quello storico, sociale...ecc., come collezione di entità separate, come un edificio fatto di "mattoni", mentre siamo ancora incapaci di una coerente visione del mondo come rete di relazioni.

Riconosciamolo, concettualmente siamo ancora dei "cavernicoli": siamo portati a pensare prima le cose con le loro proprietà e dopo i meccanismi e le forze che le collegano. In realtà non abbiamo ancora capito che tutte le proprietà delle cose scaturiscono dalle loro relazioni.

Non è che non esistono le parti, non esistono le parti "isolate", in nessun campo della realtà e della conoscenza: tutto questo esige un altro approccio, un altro modo di guardare e di conoscere (F. Capra). Una modalità flessibile, ambigua, astuta, mutante. Intenta, per così dire, ad inseguire senza sosta la realtà del mondo, delle cose e degli uomini, nelle sue interminabili pieghe, e continue connessioni e trasformazioni.