mercoledì 23 novembre 2016

La politica, tra padri e madri

Forse in tempi di gravi crisi economiche e sociali non servono a molto analisi scientifiche per capire qualcosa dei comportamenti politici. Le analisi hanno bisogno di dati certi da organizzare. Ma in tempi di crisi tutto è fluido, in politica. In tempi di crisi sociali profonde la dimensione emotiva della politica che, come sosteneva già M. Foucault anni fa, precede sempre le scelte razionali, diventa ancora più mobile e indecifrabile. In politica prima, ci troviamo schierati in una posizione, e solo dopo cerchiamo di capire perché, e non sempre riuscendoci.
È un pò come nell'innamoramento: prima ci si innamora e poi si cercano i fattori che potrebbero averci spinti, e spesso tutta una vita non basta per individuarli. Anzi capita che la vita  a volte serve solo per capire che non esistevano motivi per amare proprio quella persona.
Non capita qualcosa del genere anche in politica? Quanti "amanti" e "amati" sono stati scoperti e lasciati, e poi di nuovo riscoperti e ancora lasciati, in politica, con una stanca e inconsapevole  coazione a ripetere?
Forse è anche per questo, che, in periodi di crisi, le indagini e i sondaggi sociologici fanno sempre cilecca: quelle e questi hanno bisogno di costanti e variabili chiare per poter assumere un carattere scientifico. Ma il campo della politica, che ha a che fare con la dimensione del "potere" e della "relazione" e quindi con quella delle "origini" e della "separazione" dalla natura, è fluido e liquido proprio come il campo dell'amore.
La politica è qualcosa che avviene tra i "corpi" prima che tra lucide menti razionali!
E allora, soprattutto in tempi di crisi profonde, forse, è più utile provare a servirsi della grammatica e della logica dei simboli, invece di pretendere di dare un carattere razionale a comportamenti e a presunti "dati". Forse è più utile percorrere o ripercorrere i "sentieri dei miti", per capire cosa succede tra i "corpi" nel dominio del "politico". Senza la ridicola supponenza di chi ritiene di aver fatto i conti una volta per tutte con il retroterra mitico dell'umanità!
Ebbene i simboli che vi invito a usare come "lenti" della politica, sono quelli di "padre" e di "madre". Simboli che anche storicamente e non solo antropologicamente sono presenti, in filigrana, in ogni dinamica di potere e di oiko-nomia, in ogni forma di organizzazione sociale, da quelle familiari e di clan a quelle religiose o politiche.
Il "padre-maschio" è sempre stato il simbolo della potenza, della forza, dell'autorità, del guerriero, della protezione, dell'identità: una volta anche a proposito dei rapporti di coppia, si diceva, che pure la donna cercava, nel maschio, soprattutto. pretezione. Non è un caso se anche Dio è stato in genere pensato come "padre-maschio". E se in quasi tutte le religioni il ruolo predominante è occupato da maschi. E probabilmente questo è uno dei problemi delle religioni tradizionali.
La "madre-donna" ha sempre rappresentato il simbolo della fecondità della vita, della vita che fa nascere e crescere. La madre "cresce" i figli. Il ruolo simbolico della madre è stato sempre quello di creare le condizioni perché i figli potessero crescere, il suo senso è quello di "spingerli" a vivere, a fare la propria strada, e a gioire nel "guardarli" crescere. La madre introduce non solo alla vita, ma al linguaggio e cioè alla possibilità del dialogo e quindi della convivenza politica. La "madre", se ne analizziamo in profondità la valenza simbolica, o anche se indaghiamo con attenzione la nostra personale esperienza di figli, rappresenta non tanto la protezione e tanto meno la forza, ma simboleggia e rende presente e tangibile, semplicemente, il catattere benevolo della vita per ogni nato. In un linguaggio religioso penso si potrebbe anche dire che la "madre" è l'unico vero segno sperimentabile della presenza del Divino, inteso come la garanzia che ogni vivente è "voluto" e "accompagnato" da una forza benevola e imperitura. Quando questo tipo di esperienza non c'è, in nessun modo, per i motivi più diversi, rimane vulnerabile anche la fiducia (la fede?) in se stessi, negli altri e nella vita!
Non è un caso se in periodi storici di crescita, di sviluppo e di prosperità (individuale o collettiva) si creino quasi sempre le condizioni per il "rifiuto" dei padri: i padri biologici, i padri-autorità, i padri-identità, i padri-appartenenza, i padri-religione-tradizione, (dallo sviluppo delle poleis greche agli anni sessanta del 900, per fare qualche esempio storico veloce: tempi in cui è nata "la democrazia", cioè, almeno in germe, il prevalere della "relazione tra uguali" sull'assolutezza della verità, o sono i tempi della "immaginazione al potere" e cioè la vita che inventa se stessa, rompendo i vincoli, senza paure e senza confini).
Così come non è un caso se, in situazioni di crisi, di precarietà, di insicurezza e di paura, come la nostra, (gli esempi storici qui sarebbero molto più numerosi), i comportamenti politici sono in genere orientati verso la ricerca ossessiva, e alla fine sempre frustrata, di padri: e cioè verso la ricerca e la richiesta di protezione (protezionismo), di identità, di salvatori e liberatori dal male e dal "nemico", di vendicatori, di barriere, di esclusione, di forza, di supremazia, di aggressività, e alla fine di guerra.
Se, in seguito a una rivoluzione culturale e di mentalità, diventerà "naturale" e normale, anche in periodi di crisi, insicurezza e paura, rivolgersi per compiti di potere e di governo, non a padri-uomini, guerrieri e giustizieri, ma a madri-donne, allora potremo dire di essere usciti dalla preistoria della politica...e dell'umanità.







mercoledì 26 ottobre 2016

Uno Young Pope per Paolo Sorrentino

Cominciamo con il sottolineare un fenomeno apparentemente paradossale, di cui anche The Young Pope è un segno: in tempi di "eclissi del sacro", di chiese vuote e di marginalizzazione della religione nella coscienza comune, assistiamo a un moltiplicarsi della presenza del fatto religioso in romanzi, film, serie tv. Basta girare per le grandi librerie, guardare più spesso film di ogni genere e anche serie televisive per rendersene conto.
Penso che questo fatto dia da pensare. Al punto che, se fossi responsabile della formazione del clero, obbligherei papi, vescovi, cardinali, preti e religiosi a informarsi e conoscere molto di più tutti quei prodotti culturali, e a studiarli confrontandosi con essi. Credo che quei romanzi e quei film potebbero  fungere da necessario controcanto oltre che da specchio nella ricerca del loro rapporto con il mondo attuale. Li aiuterebbe a capire, per esempio, cosa manca loro, "cosa hanno dimenticato", domanda che torna in maniera prepotente, e non a caso, già nelle prime due puntate della nuova serie tv del regista Paolo Sorrentino, trasmessa da Sky tv., 
Ecco, io credo che Sorrentino voglia soprattutto questo, al di là dello svolgersi della vicenda e della trama, di cui si potrà parlare alla fine della serie: offrire quasi un colpo d'occhio, uno sguardo da "altrove", uno specchio sulle vicende della storia del cristianesimo e non solo del papato.
Come del resto hanno fatto molti artisti soprattutto pittori, scultori, architetti, nel corso dei secoli della storia del cristianesimo e delle chiese. Potremmo immaginare la consapevolezza cristiana dei credenti senza lo specchio rappresentato da tante opere d'arte che hanno contribuito e far emergere significati talora nascosti o inconsapevoli del racconto cristiano?
È per questo che Paolo Sorrentino mette in campo un papa giovane e statunitense, che rappresenta, non solo una "novità", anche attraverso un tipo di linguaggio, diretto, chiaro e privo della tipica inflessione clericale della voce, ma quasi un "marziano" al vertice della Chiesa. Uno che potesse costringere a uno sguardo "altro", inconsueto. Uno che, anche rifiutando di indicare agli altri la strada, potesse porre chiaramente domande inaudite come "cosa abbiamo dimenticato"; uno che potesse dare risposte altrettanto inaudite come "abbiamo dimenticato voi (l'umanita)" o, peggio, " abbiamo dimenticato Dio". Ecco perché Sorrentino ha bisogno di farsi soccorrere anche, nelle primissime battute, dal "sogno" per aiutare lo spettatore a decentrarsi, rispetto ai luoghi comuni, sia positivi che negativi.
Ecco perché, e non solo per dare suspence alla trama, ha bisogno di immaginare un papa visionario e misterioso, quasi ambiguo, non collocabile secondo schemi consueti. Quello sguardo da un "altrove", da un "fuori" è plasticamente e scenograficamente posto quasi come una delle "cifre" dell'intera opera, all'inizio della prima puntata, in una elegante scena della sala dei palazzi vaticani dove sono ripresi quasi come "in posa", per pochi attimi, alcuni gruppi di prelati anziani o molto anziani, nelle loro fastose vesti, in atteggiamenti simili a quelli che si possono verificare in alcuni dipinti rinascimentali; essi sono "visti" così, quasi immobili, come una composizione di quadri esposti in un museo!
Così sembra che, per un momento, la scena si blocchi e tutti i protagonisti di quel mondo si offrano allo sguardo dello spettatore e si fermino essi stessi nell'atto di chiedersi: cosa stiamo facendo qui, e, appunto, "cosa abbiamo dimenticato", cosa ci manca, e, per caso, è possibile "riavviare" questa storia?
Del resto, ed è quello che mi affascina nell'opera di Paolo Sorrentino, a me pare che al regista interessi soprattutto, più delle trame, rappresentare atmosfere, colpi d'occhio, sguardi. Direi che a lui piaccia, come ad ogni vero artista, non tanto "descrivere", anche se lo fa ottimamente, ma alludere, evocare, far intuire, far immaginare, richiamere memorie ed emozioni, dicendo senza dire. Lo abbiamo visto in modo eccellente ne "La grande bellezza", film premiato anche con l'Oscar!
È quello che, mi pare, emerga già, anche nelle prime puntate di "The Young Pope".

Quello di Sorrentino è uno sguardo che aiuta a capire, perché nonostante le apparenze non è prevenuto. Direi che è uno sguado benevolo e compassionevole, simile allo sguardo che Wim Wenders attribuisce a Damiel e Cassiel, nel film "L'angelo sopra Berlino", quando osservano gli esseri umani. Quello di Sorrentino è uno sguardo che aiuta a capire, perché guarda senza voler giudicare, senza maliziosità, sia quando pone sotto i riflettori le complessità, il mistero e le contraddizioni umane, molto umane, dello Young Pope, sia quando, pur mettendo in luce le dinamiche e le logiche di potere, i personalismi e gli intrighi dentro i palazzi pontifici, consente parimenti allo spettatore di osservare, quasi di nascosto, il cardinale Voiello (un magistrale Silvio Orlando), emblema del primato della forma e della tendenza dell'istituzione a conservare se stessa frenando l'utopia, nell'atto, segreto e ripetuto, di assistere con umanità e con cura un disabile, pure se probabilmente è difficile anche per lui, soprattutto per lui, ascoltare quel "silenzio infinito" di Dio, di cui lo Young Pope è almeno consapevole.

Non bisogna aver paura di esporsi e specchiarsi nello sguardo dell'altro, per conoscere che cosa, della propria storia e della propria identità, si è dimenticato, e cosa si può essere ancora!




lunedì 26 settembre 2016

Mai più solo crescita!



Forse ha ragione Peter Sloterdijk (Crescita o extraprofitto, Mimesis Edizioni) quando colloca un fattore fondamentale della crisi della politica attuale nella incapacità delle classi dirigenti europee di tradurre in narrazione efficace i bisogni profondi dei popoli europei d'oggi. Insomma siamo di fronte anche a un difetto di parola, di linguaggio: il che significa anche un difetto di Idea, o di Pensiero, come ritiene d'altronde anche Alain Badiou (La vera vita, Ponte alle Grazie).
Questo handicap, linguistico e di pensiero, delle classi dirigenti europee (e si badi bene a non pensare solo alle classi dirigenti al potere, perché questo "vuoto" riguarda in modo particolare, e forse di piú, le classi di opposizione, che avrebbero in misura maggiore l'onere di offrire narrazioni simboliche significative ed efficaci, mentre invece, come si può notare, sanno fermarsi semplicemente alla semplice invettiva, alla sterile indignazione, o alla mera individuazione del "nemico", dell'indegno, del corrotto. Ancora, qui, con "classi dirigenti" non si devono intendere solo quelle politiche, ma anche quelle intellettuali, in generale), a parere di Sloterdijk, si accompagna ed è aggravato da un oblio del sogno originario da cui è nata la modernità europea con la sua evoluzione culturale ed  economica e la sua differenziazione da altre culture. 
Insomma siamo di fronte a una pigrizia "linguistica", che è una pigrizia di pensiero e di immaginazione, ma anche a un difetto di memoria.
Infatti cosa c'era alle origini? Per Sloterdijk, che in questo segue in parte le tesi di Egon Friedell (1878-1938), la storia della moderna civiltà europea comincia dalla "peste nera" del 1348. Quella pandemia è stata come un "diluvio universale batteriologico". Lì, cominciò quella "spinta storica mondiale" che fece dell'Europa il centro del mondo per mezzo millennio circa, e diede l'avvio a quel vasto processo espansivo che oggi chiamiamo globalizzazione.
"Intorno al 1350, i sopravvissuti dell'arca Europa (in pochi anni fu decimato un terzo della popolazione europea!) avevano visto aprirsi l'inferno e dovettero render conto con una nuova categorizzazione dei fondamenti del loro vivere". Gli europei sopravvissuti alla peste videro crollare tutte le loro speranze precedenti e "non poterono far altro che aggrapparsi a una tipica e nuova accentuazione della vita prima della morte". Senza tutto ciò, non si spiega né Boccaccio col suo "famoso e famigerato" Decameron, che, secondo Sloterdijk, è "la Magna Charta dell'autoincoraggiamento europeo", è "il documento classico del nuovo orientamento europeo sull'esistenza dell'al di qua", che in modo "inequivocabile attesta il nuovo legame con la vita terrena dell'europeo sopravvissuto alla peste"; ma non si spiegherebbe, sostiene Sloterdijk, neppure la "follia" di Colombo, in cui precipitò, in modo esemplare, "l'esplosivo sogno delirante" del continente europeo
Quindi, altro che il concetto di "crescita" serve per indicare l'avvio della nuova economia europea. Allora, non bastava riferirsi alla ciclica, naturale e lenta crescita. Il "salto mortale nell'Atlantico" con tutte le implicazioni di ricerca, tecnica e imprenditoria, è spiegabile solo come l' organizzazione di un "sistema di produzione del desiderio"
"Dall'impresa europea 'America', scrive Sloterdijk, si può dedurre quale e quanta fosse la potenza di sogno e la produzione di desiderio della modernità statu nascenti".
Oggi, forse, si è rotto qualcosa in quella spinta originaria. Ne sono segnali la depressione dei popoli europei, l'incapacità di narrazioni significative da parte di governanti e oppositori, il parlare a vuoto e la povertà di pensiero e immaginazione delle classi intellettuali. 
Mentre, invece, all'interno e dopo questa grave crisi attuale, "come dopo una nuova peste, gli europei, devono di nuovo imparare a chiedersi per che cosa vogliono vivere in futuro" (P. Sloterdijk), incominciando con il riappropriarsi dello spirito di quelle origini.





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venerdì 26 agosto 2016

New York Stories

Tra i grattacieli di Manhattan
Girovagare distrattamente e fermarsi ad un tratto a contemplare l'ambivalenza dello slanciarsi in forme sempre nuove verso l'alto, di questi stupefacenti grattacieli postmoderni.
Forse hybris e salvezza insieme?

Bryant Park
Come una radura che spunta, imprevista, in una foresta buia, questo piccolo parco, appare anch'esso, quasi all'improvviso, mentre ti muovi nella "foresta" dei grattacieli. Circondato da una ombrosa e fresca corona d'alberi (platanus acerifolia) questo incantevole prato verde, più seducente per me di Hyde Park, si mostra subito invitante e benevolo e sembra dire a te forestiero e agli affannati newyorkesi: fermatevi un pò qui per qualche ora, stendetevi con me, provate a interrompere quello che state facendo e quello che state pensando!

Il Palazzo di vetro
Mentre lo guardo, nascosto un pò dagli alberi, mi viene da pensare che, certo, così come ora il Palazzo mi appare un pò nascosto, la figura e il ruolo delle Nazioni Unite non appaiono molto evidenti e decisivi. E tuttavia è anche vero che nel nostro complicato mondo multipolare, l'ONU resta l'unica "barra" che abbiamo. Perciò onore all'ONU, in ogni caso.

Il Palazzo del Congresso USA in restauro
Non ho potuto ammirare la bella cupola del Campidoglio statunitense, perché il Palazzo è in parte ingabbiato in una struttura di restauro. Allora, avendo nella mente i dibattiti, talora molto accesi e indignati, che si fanno da noi in Italia sul degrado della politica e sulla crisi della nostra democrazia, è stato facile associare le cose e, giocando con le metafore, riflettere sul fatto che, in fondo, il degrado tocca ogni cosa umana, e i restauri sono sempre e dovunque necessari, anche....nelle migliori famiglie politiche!

I ponti di New York
New York senza i suoi ponti non sarebbe New York!
I ponti, i ponti, i ponti: una delle creazioni dell'umanità più belle, più ardite, più essenziali e più pregne di futuro! Il nostro futuro dipende dai ponti che sapremo inventare!

Danzare sugli abissi?
New York non appare una città "ordinata". L'unico ordine sembra essere quello che nasce da una forma di caos. E sembra che funzioni! Esiste una sorta di unione di controllabile e incontrollabile da cui pare emerge una configurazione apparentemente armonica. Non c'è separazione tra rumore e silenzio, tra notte e giorno, tra movimento e quiete, tra sonno e veglia, forse neppure tra bene e male o tra falso e vero. Del resto qualcosa di simile a proposito di New York, lo ha sempre detto Woody Allen nei suoi film. Per questo, dopo aver visto i suoi lavori al MoMA, (vedi soprattutto, One: Number 31, 1950) mi è parso efficace usare Jackson Pollock per "leggere" New York. Per scoprire l'ordine nascosto del caos. E la danza possibile sull'abisso del mondo.

I Memoriali
È qualcosa che a noi, in Italia, ma forse anche in altri paesi europei, manca. Non solo monumenti, non solo statue distribuite qui e là. Non solo piazze o strade intitolate
a protagonisti della storia, ma luoghi e grandi spazi riservati, quasi sacri, destinati non tanto al semplice ricordo, ma, con una logica performante, intenti a creare esperienza, per riportare in vita continuamente, ogni volta che è necessario, ciò che è stato all'origine della comunità nazionale e ciò che crea legame e appartenenza. I Memoriali sono memorie per così dire "sovversive", destinate a tenere svegli gli animi e a ricondurli costantemente, dopo ogni deviazione,  al punto di partenza, lì dove tutto ha avuto origine!

lunedì 25 luglio 2016

Un'estate tra suoni e silenzi

Prendere tempo! In estate dovrebbe essere possibile ciò che è poco agevole in altri periodi dell'anno. Prendere tempo, prendere in mano il nostro tempo, per sperimentare un modo d'esperienza più intenso e un diverso approccio alla realtà quotidiana.
E allora, si potrebbe partire dal mettere a fuoco quella strana cosa che accade a tutti con l'esperienza musicale. Ci avete mai pensato? Noi possiamo fruire e godere della musica solo perché, in ogni esperienza musicale, suoni e silenzi sono indissociabili. Se non avessimo la capacità di "ascoltare" il silenzio, sarebbe impossibile anche identificare i suoni. Potremmo quasi dire che tutto il bello della musica dipende da quello che manca!
Se è così, cosa ci impedirebbe ora, in estate, mentre tentiamo di prenderci il tempo e quasi di fermarlo, di dare ascolto anche, pur non essendo filosofi, a quello che intendeva il giovane Novalis quando scriveva che "tutto il visibile è attaccato all'invisibile, l'udibile all'inudibile. Il sensibile a ciò che non può essere sentito. Il pensabile all'impensabile"?
Eccolo, di nuovo, "quello che manca", quello che ordinariamente ci sembra non esistere, offrirsi come ingrediente ineliminabile della nostra esistenza. Almeno per quelli che hanno il tempo di accorgersene o di cercarlo. Che strano! Pare quasi che l'attenzione a ciò che manca (il silenzio, l'invisibile, l'inudibile, l'impensabile) debba rappresentare ciò che acutizza lo sguardo, ciò che apre campi d'esperienza non altrimenti possibili, come scriveva Ricoeur.
Forse non è il caso, per evitare la questione, di considerare solo un ingenuo misticismo usare anche il termine "invisibile" per descrivere la nostra esperienza della realtà. D'altra parte, anche se rimaniamo figli rispettosi della rivoluzione scientifica, non è necessario temere il termine "invisibile". Si tratta di allenarci ad accogliere, senza presunzione, la parte "in ombra", di questo nostro strano mondo (cose, eventi, individui umani), quella parte non riducibile alla metà visibile, senza la quale, però, neppure il visibile è veramente completo e conosciuto. Del resto, ad esempio, chi può dire che, anche, l'individuo che ho continuamente davanti è completamente definito solo da cio che vedo di lei/lui? O che le sensazioni che generano in me gli oggetti che accompagnano la mia quotidianità non rinviino ad altre dimensioni e significati indipendenti dalla loro fisicità?
In realtà avremmo bisogno di esercitarci a non fissare il senso solo in ciò che il mondo ci offre qui e ora, e di non nascondere a noi stessi l’enigma di fronte al quale siamo, e rimarremo. 
Forse possiamo, almeno adesso, in estate, quando ci si offre l'opportunità di "prendere tempo" e... "perdere tempo" per avventurarci su sentieri non consueti, fare in parte quello che fanno già i poeti e gli artisti. Loro sono in grado di vedere che ogni genere di cosa ha un modo specifico di trascendere la sua apparenza, ovvero di essere realmente al di là di quanto ne appare” (R. De Monticelli). 
Qualcuno ha scritto che diventiamo sempre più incapaci di "fare esperienza", di fare attenzione alle esperienze ordinarie e farle nostre. Pare, infatti, che oggi, solo in presenza di situazioni da shock, siamo ancora capaci di provare qualcosa. Il che, ovviamente, non riguarda solo le nuove generazioni, come si è soliti pensare. E se ciò dipendesse soprattutto dalla perdita di attitudine a cercare e vedere quello che manca, l'invisibile e l'inudibile, nelle nostre esperienze quotidiane: quello che a loro appartiene, come i silenzi alla musica, e a cui esse tendono di rinviare in ogni modo per avere un senso più pieno? 
Diceva Nietzsche che le cose (oggetti, eventi, persone...) cercano le parole per essere dette: non sarà che molte delle parole che ci servirebbero per "dire" le cose, sono scivolate via dal nostro sempre più ristretto e saccente vocabolario, impedendoci così di sperimentare davvero la vita?