Il filosofo che ragionava sulle favole

 Secondo una segreta e antica genealogia, "il dio" genera l'eroe, questi genera il creatore di favole (il "favolista"), ed è quest'ultimo infine che  genera il filosofo.

È ciò che ci ricorda, sulle tracce di Socrate, Michel Serres, filosofo libero da schemi e amante delle favole. È per questo che, a suo parere, la verità discende dalla "pietas", dal coraggio e dalla bellezza.


Quando, verso la fine della sua vita, in "quei momenti in cui nessuno mente", egli scrive "ragiono sulle favole che cantano al mio posto", il filosofo, ancora sull'esempio di Socrate, completa  una sorta di somma finale della conoscenza e della vita tra ragione, mito e musica.


Noi sappiamo, però, che il ragionare sulle favole, a partire da quelle degli amati  Esopo e La Fontaine, non ha mai smesso di accompagnare Michel Serres, nelle diverse fasi della sua avventura intellettuale.

In effetti, a partire dal suo insegnamento a Stanford, e dai libri della serie Hermès fino al Parassita, arrivando alle sue ultime opere, le favole non sono state solo una fonte tra le tante di Michel Serres. È vero, invece, che egli ne ha fatto una risorsa senza precedenti per sviluppare nuovi modelli, approfondire le proprie domande e spianare altre strade del pensiero, come nota Jeans-Charles Darmon nella sua introduzione al libro postumo di Michel Serres, La Fontaine. Une rencontre par-delà le temps, Le Pommier ed.


Una strada, questa, ci ricorda Michel Serres percorsa già anche da Socrate.

Tutti coloro che si interessano un po' di filosofia conoscono la tesi secondo cui la filosofia occidentale ha la sua radice nell'evento della morte di Socrate. Ma forse non tutti ricordano che proprio in quei momenti cruciali, Socrate sentì il bisogno di confessare che, nonostante avesse scelto, all'inizio del suo percorso intellettuale la filosofia invece della musica, come gli suggeriva il suo demone, egli aveva poi contravvenuto alle indicazioni dei suoi sogni, e continuato, nel corso degli anni,  ad arrangiare in ritmi o metri cantati alcune favole di Esopo, che, secondo la tradizione, egli chiamava miti.


Favole come quelle di Esopo, La Fontaine, e altri grandi "favolisti", ci consentono di accedere all'universale attraverso un mosaico di singolarità, e raggiungono la punta finale dell'individuo, il tipo, attraverso molteplici miscele.


Ma per cogliere tutto ciò occorrerebbe l'intelligenza di capire ciò che scriveva già La Fontaine: "le favole non sono quello che sembrano essere".

Serres esplora le favole come palinsesti prodigiosi che possono costituire tanti viaggi alle origini del nostro pensiero, a quella che lui chiama la nostra "preistoria" (Jean-Charles Darmon).


Il "potere delle favole" trova una delle sue origini più feconde, non in un ritorno - o come direbbero alcuni una "regressione" - ai primi stati di conoscenza, ma in una riattivazione di un'intera grammatica nascosta che sta alla base del nostro apprendimento del mondo e di noi stessi, collegando, spesso a nostra insaputa, questo apprendimento cognitivo a un alfabeto clandestino di posture del corpo.


A Serres piaceva opporre queste diverse modalità di pensiero,  che attingono anche a risorse apparentemente impensabili per un filosofo, come le favole, alle concezioni più monumentali e sistematiche della filosofia.

Purtroppo, il lavoro filosofico, già di per sé astratto,  viene spesso condotto come in un asettico laboratorio, dove si taglia bruscamente il fenomeno per gettare nella spazzatura le cosiddette circostanze estrinseche o i "dettagli secondari", restringendo però, in tal modo, il campo vasto delle conoscenze e dei saperi umani.

È come se la filosofia, scrive Michel Serres, temesse il "tuffo del corpo" tra i corpi e nei molteplici  banali dettagli del mondo.


Invece,, le favole ci allenano a un tipo di conoscenza più integrale, e quasi corporea appunto, che andrebbe "portata", annota il filosofo-narratore Michel Serres  come una donna porta il suo bambino,  mentre entrambi crescono, insieme, quasi in un corpo a corpo. 

Proprio come in una danza. È questo forse che Michel Serres intende quando afferma: "l'inizio della conoscenza, la danza".


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