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Che ne è degli intellettuali?

 "L'intelligenza, questa agilità dello spirito atta a far credere che egli ne sappia più di quanto non sa, non fa l'intellettuale".

E, allora, chi sono gli intellettuali? Chi merita di esserlo? E quando lo si diventa

E ancora, chi e perché si sente screditato se gli si dice che lo è?

Sono le domande che Maurice Blanchot si pone all'inizio del prezioso saggio La questione degli intellettuali. Abbozzo di una riflessione, Mimesis ed.

Credo che una rilettura delle pagine di un pensatore-narratore, solitario e originale, possa essere molto utile oggi, mentre viviamo una crisi che è innanzi tutto crisi culturale.


E, allora, che ne è dell'intellettuale, in questo drammatico momento della storia europea e mondiale?

Io non sono tra quelli che depongono a cuor leggero la lapide funeraria sugli intellettuali, dichiara Blanchot, perciò è ancora più importante la riflessione e la risposta alle domande fatte sopra.


Siamo di fronte a un avvilimento o a una rinuncia dell'intellettuale? O addirittura a una ambigua forma di metamorfosi?

Sì, perché oggi capita anche questo. Assistiamo, infatti, a strani fenomeni intrinsecamente contraddittori, dove "intellettualità de facto e anti-intellettualismo possono persino coincidere", come scrivono Luca Barra e Nicola Pedrazzi  nell'illuminante e denso ultimo numero (517) della Rivista del Mulino, dedicato appunto a "La vocazione intellettuale".

Insomma, ci  troviamo spesso di fronte (su carta stampata, talk show o social) a un ibrido tipo di nuovi o vecchi intellettuali che assumono il loro ruolo nel nome di un dichiarato anti-intellettualismo.

Qui forse il saggio di Maurice Blanchot ci può aiutare a capire la radice di queste ambiguità e contraddizioni nel modo di porsi di "intellettuali" nuovi e vecchi.


Infatti, egli argomenta, si è lentamente fatta strada non da oggi, una tendenza a sostenere che l'idea universale (i valori universali) non sarebbe più nell'orizzonte degli intellettuali. "Oggi si crede di poter annunciare, come fosse un'idea nuova, la fine, la rovina di una ragione valida per tutti e in grado di imporsi a tutti. E frattanto, l'intero XX secolo ha cercato, in forme sottili o sornione, di sostituirle una Sragione che non la rovescia, ma si afferma [addirittura] come suo fondamento (il suo abisso, annota Blanchot)".


Insomma abbiamo valanghe di "nuovi intellettuali", opinionisti (su carta stampata, talk show o social), o facenti funzione di intellettuali, per i quali, né la verità, né la ragione classica, né la scienza (come stiamo verificando in questi giorni), né i fatti stessi, sembrano avere una effettiva importanza


Così diventa possibile quella innaturale coincidenza tra intellettualismo e anti-intellettualismo, terreno di coltura, di questa nuova razza di intellettuali.

Il gioco è semplice: complice il movente pubblicitario del circo mediatico (Juan Carlos De Martin, Che ne è stato degli intellettuali?, Il Mulino 1/22), attraverso un cocktail di verità e post-verità, vero e falso, razionale e irrazionale, miscelati indifferentemente, assistiamo a un "sentire" (o dovremmo dire: il "mio" sentire?) che si impone sul "pensare", o addirittura è il "pensare" stesso immaginato come emergente, magicamente, come da un "cilindro", dal "mio sentire"!   

A questo punto, è facile verificare, come notano Luca Barra e Nicola Pedrazzi, (Intellettuali d'oggi, in il Mulino 1/22) che la funzione intellettuale, "privata di ogni (auto)riflessione e svincolata da ogni pudore o complessità, può diventare un’etichetta, un marchio, una scatola vuota. L’intellettuale è un brand, una precisa categoria merceologica su uno scaffale affollato, uno degli ingredienti necessari per cucinare un programma che abbia pretese culturali, una testata che si vuole plurale, un dibattito che funzioni e «diventi virale».


Il tutto aggravato dal fatto che, quando questi nuovi intellettuali, "ritengono di conoscere i fini della storia", allora davvero essi diventano anche "esseri umani pericolosi". (Mario Ricciardi, Tradimento e impegno, Il Mulino 1/22).


Ecco allora perché ci conviene tornare alle riflessioni che Maurice Blanchot proponeva nel saggio citato sopra, per mettere a fuoco quale funzione dell'intellettuale è oggi urgente.


Insomma, non basta essere uno scrittore, un filosofo, un artista, un giurista, uno scienziato, uno studioso, ecc., per essere un  intellettuale.


E, soprattutto, insiste Blanchot, "non lo si è sempre, così come non lo si è per intero". L'essere intellettuale è solo "una parte di noi stessi", che non solo ci svia momentaneamente dal nostro compito abituale, ma che ci volge verso ciò che si fa nel mondo, per valutare quel che vi si fa.


In altre parole, non si è intellettuale per professione, lo si diventa provvisoriamente quando si è in grado di uscire per qualche tempo dalla propria condizione o compito di scrittore, filosofo, artista, scienziato, direttore d'orchestra,, ecc., per porre con responsabilità la propria autorevolezza a servizio di valori umani universali, cioè, alla fine, per interessarsi dell'altro in modo incondizionato.  


L'intellettuale, pensa Maurice Blanchot, non è infatti uno specialista dell'intelligenza. L'intelligenza non fa di per se un intellettuale. L'intellettuale conosce i suoi limiti, non è credulo, dubita, approva quando deve, non acclama. 


Egli ha la funzione di continuare a preoccuparsi dell'universale, anche quando questo sembra passato di moda. Egli è uno che aspetta, con un'attenzione attiva che esprime più la preoccupazione per gli altri che per se stesso.


Sì, perché, per sua natura, "ciò che è lontano gli interessa quanto ciò che è vicino, e ciò che è vicino più di se stesso".

Come si può non essere d'accordo con Maurice Blanchot? Come non ascoltarlo?


Quello delineato da lui è forse il tipo di intellettuali di cui avremmo bisogno oggi; 

tutto il resto è solo noia!








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