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Da dove vengono i tuoi pensieri?

 "Prima o poi cominciamo a scegliere e a inventarci l'io che vogliamo". In questa frase di Mary McCarthy, mi pare importante il termine "inventarci". Al quale non darei il senso usuale di "scoprire" o "progettare" se stessi. Ma, piuttosto, il significato di: fingersi, raccontarsi,  immaginarsi qualcosa che sta solo nella propria mente, esattamente nel senso di una "fiction". 

Ecco, se è vero che noi umani siamo, tutti, storytellers, narratori di storie, lo siamo prima di tutto a proposito di noi stessi, e del nostro "io".

Allora, senza la pretesa di interpretare il pensiero della grande scrittrice americana del 900, forse quella frase andrebbe letta così: noi umani, appena possibile cominciamo a inventarci, a prescindere dal rapporto con la realtà, l'io che ci piace, e a strutturarlo in modo che abbia una apparente coerenza narrativa, anche se questa coerenza, in realtà, non è possibile, per nessuno.


Tuttavia, siamo tutti ostinatamente coinvolti in questo "gioco", in questa pretesa, in questo racconto fantasioso, pur sapendo che troppi momenti e svolte decisive della vita dell'io reale sfuggono a tutti. Ha ragione Ian McEwan quando a questo proposito, cita l'opinione di Virginia Wolf, secondo cui "la vita non è una serie di lampioncini disposti in ordine simmetrico; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci racchiude dall'alba della coscienza fino alla fine".


A dire il vero, già a partire dalla nascita e da prima ancora della nascita, e poi continuando con la nostra immersione-emersione nel linguaggio e nella lingua che strutturano le nostre categorie mentali e intellettuali senza il nostro consenso; fino alla "rete" di relazioni personali, sociali e tecniche, che non siamo noi a scegliere, rete che ci "situa" (o ci incarna) in "assemblaggi", e sistemi cognitivi umano-tecnici, che ugualmente non controlliamo del tutto, come nota Katherine N. Hayles (L'impensato. Teoria della cognizione naturale); e poi fino, appunto, a quell'impensato che prepara i materiali per la nostra coscienza; senza infine tener conto di tanti altri episodi, situazioni, esperienze, i cui dettagli ci sfuggono e non sono catalogati in nessun "archivio", occorre prendere atto che non abbiamo quasi nessuna possibilità di confezionare un coerente e organico racconto del nostro io reale.


Eppure....noi continuiamo, consapevoli o meno, colti o ignoranti, a fare lo stesso gioco, perché?

Forse, c'entra qualcosa l'ossessione contemporanea per una certa idea di individualismo a cui si accompagna quasi sempre una esasperata ricerca di originalità.


Anche per questo, occorre  mettere in conto che un tentativo di comprensione, almeno parziale, dell'io e del "", può e deve sempre includere, pensava Ricoeur, una critica marxiana e freudiana delle tante illusioni del soggetto. In gran parte fondate sull'esasperazione sia dell'individualismo che dell'originalità.


Tra quelle illusioni, la più insidiosa è un tipo di "ego-latria", che insieme all'invenzione e all'adorazione del proprio io, anzi proprio a causa di ciò, è spinto a una forma di "distorsione epistemica", che porta a pensare l'io come un creatore ex nihilo di pensieri e idee. Un creatore, autosufficiente a tal punto da ritenersi non solo l'unica fonte originaria dei propri pensieri, ma da arrivare paradossalmente a identificare "pensare" con la propria testa, con "pensare il contrario", in ogni caso, associando così al "pensare il contrario" un fattore di identità dell'io.


Infatti, l'affannosa corsa, oggi molto evidente, a costruirsi uno spazio autonomo e fortificato del proprio io, impedisce di capire che, anche qui e ora, "questa" idea, che mi appare unica e diversa da tutte le altre, non la trovo da solo, ma mi "arriva" forse per caso, oppure è stato necessario che qualcuno, in un modo o nell'altro, me l'abbia trasmessa (Deleuze, Conversationi).


Perciò, si fa ancora molta fatica a rendersi conto che la conoscenza umana, anche nelle sue espressioni più eccezionali, è sempre, essenzialmente, un processo collettivo. Su questo pianeta, non si pensa mai da soli, proprio come non ci si salva mai da soli!


Anche oggi, quando siamo stati costretti da una forza esterna (il virus) a lavorare insieme, "in tempo reale", in una specie di laboratorio globale, per fare ipotesi e trovare soluzioni. non è ancora acquisita l'idea che la scienza moderna (e ogni tipo di ricerca), non può essere solo un fatto privato, né di individui e neppure di singoli gruppi.

Insomma, non siamo ancora in grado di renderci disponibili per ciò che Bruno Latour invoca come il passaggio dal "cogito" cartesiano al "cogitamus". 

Sì, non tanto "cogito ergo sum", ma  "pensiamo insieme perciò siamo quello che siamo", dovremmo abituarci a dire, dal momento che nessuno può più pensare di percorrere in solitudine le strade della verità.


Ognuno di noi dovrebbe sapere, sosteneva J. Hillman sulla scia di Alfred N. Whitehead, che ciò che considera le sue certezze immediate, le cose che dà per scontate, non sono tali, bensì hanno avuto origine da viaggi complessi e affascinanti nella storia delle idee, o da  vere "avventure di idee".

Le nostre idee, i nostri pensieri: da dove vengono allora? dal passato, dal passato della lingua, dal passato della cultura (o delle culture), e dai mille rivoli delle nostre reciproche  inter-intra/connessioni, nel tempo e nello spazio


Sembra difficile accettare questa prospettiva. Forse proprio a causa dell'esasperazione dell'individualismo e dell'idea di originalità.

Infatti, tutti gli individui/pensatori, nota il filosofo Galen Strawson (Quel che resta dell'io). si dividono ancora in due categorie: quelli convinti sostenitori dell'autorialità dei propri pensieri e delle proprie idee (le mie idee, i miei pensieri, io penso da me, in assoluta autonomia, io sono l'originale), e quelli che, più liberi dalla distorsione epistemica dell'io, sentono i propri pensieri come cose che semplicemente "accadono".


Ma come la mettiamo, allora, con i geni, i grandi protagonisti della scienza, dell'arte, della letteratura, della musica, delle religioni, ecc.?

Una chiara risposta ce la fornisce Julia Kristeva, quando scrive:  "ciascuno dei grandi geni - Shakespeare, Darwin o Einstein - apporta esperienze soggettive e scoperte che rispondono a preoccupazioni [intuizioni e sensibilità] universali, che si possono trovare in altre soggettività creative nell'infinità del tempo. Questi incontri dipendono, evidentemente e ogni volta, sia dalle capacità bio-psico-sociali degli individui, sia dal contesto storico e politico della ricezione".


Grandi filosofi, scienziati, artisti,...sono forse come strumenti attraverso cui la storia, la cultura, l'umanità nel suo complesso, si esprimono. L'individuo "creativo" potrebbe essere considerato come un geniale bricoleur, nel pieno senso della parola. Potremmo dire che loro, i geni, sono quei punti di incrocio e di coagulo, quegli assemblatori, quei portavoce (Hegel) attraverso cui la Realtà (Hegel e i Romantici avrebbero detto "lo Spirito") arriva alla piena consapevolezza di sé, quando, e se, trova le condizioni soggettive e oggettive appropriate.











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