Che fine ha fatto lo spirito critico?

 Lo spirito critico sembra diventato solo una risorsa tattica, una competenza tra le altre, quasi semplicemente una forma di "grammatica dell'indignazione.

"Disvelare": ecco il mantra, ciò che sembra diventato un compito sacro per noi moderni. Rivelare, cioè sotto le false coscienze i veri calcoli o sotto i falsi calcoli i veri interessi. Ma, è tutto qui? La critica sarebbe solo una grammatica dell'indignazione

E, in effetti, chi oggi non ha sempre un filo di bava alla bocca per questa rabbia?, si chiede Bruno Latour (Non siamo mai stati moderni).


Abbiamo forse rifiutato vecchie gerarchie sacerdotali e antiche "rivelazioni", solo per acclamare nuovi e improvvisati "rivelatori"

Come non dare ragione a Bruno Latour, quando dichiara che ne abbiamo più che abbastanza di dover stare sempre in attesa dell'arrivo di nuovi "rivelatori", - siano essi filosofi, intellettuali di varie scuole, esperti di complotti, grandi firme, topi della rete e dei media, o affascinanti "scienziati", - che, finalmente, portano alla luce e rendono "visibili" a tutti realtà e nature "trascendenti", inconoscibili, inaccessibili prima del loro arrivo, "esatte" e popolate da entità assopite come la Bella Addormentata", che loro però riescono a destare dal sonno?


Davvero una strana forma di secolarizzazione, questa, in cui "il religioso" si rende presente in vesti sempre nuove e variopinte!

Infatti, come nota Pierre Legendre, sembra davvero che l'onniscienza divina, trasposta prima nello stato dell'imperatore romano, poi del Papa, si sia trasmessa allo Stato moderno secolarizzato e laico, e, giù giù, recentemente, fino a tutti ii singoli individui, nostri contemporanei, che, pur rifiutando l'esistenza di verità metafisiche, si considerano - ognuno di essi - fonti di verità infallibili, e abilitati a sottoporre a giudizio definitivo (a "critica") ogni tipo di conoscenza e ogni forma di sapere, a prescindere dalle proprie conoscenze e competenze effettive (P. Legendre, Le désir politique de Dieu).


Anche se, come pensa opportunamente Peter Sloterdijk, un'ingiunzione primaria di una vera etica della conoscenza dovrebbe suonare più o meno così: "rifletti sul fatto che, se sai qualcosa, non sai abbastanza per vedere il tutto" e giudicarlo.


Come è stato possibile allora che la critica, da metodo di ricerca e precondizione per l'indagine, sia diventata invece solo una banale e cieca caccia all’errore o addirittura una cinica tattica di combattimento?

Non ci aveva già messo in guardia Immanuel Kant, quando rilevava che "critica" è prima di tutto presa di coscienza delle pre-condizioni e dei presupposti impliciti, e spesso inconsapevoli, del nostro pensare e del processo di conoscenza

Non ci aveva anche spiegato che questa consapevolezza implica il riconoscimento della finitezza del nostro pensiero e dei limiti delle nostre idee? 

E tutto questo non significa forse che il pensiero, e il pensare, in effetti, non partono mai da zero, né dal nulla e tanto meno da noi stessi? 

Sì, perché, sottolineava Deleuze, il pensiero non è mai un'attività spontanea che si genera naturalmente. Esso è piuttosto attivato sempre da una forza esterna che ci obbliga a pensare, rompendo col senso comune e con le opinioni consolidate.

E, non è forse vero, infine, che, solo su questi presupposti, pensare si può identificare con critica?


Del resto, non è altrettanto risaputo che - dal momento che il pensiero critico è l'atto del vagliare ("critica" infatti deriva dal greco krisis, e dal verbo krino), a partire dalla consapevolezza dei presupposti e dei limiti della propria conoscenza,- esiste una enorme differenza tra la critica e quelle subdole tecniche di aggressione e annientamento, che oggi ci stiamo abituando a classificare come spirito critico o diritto di critica?

In realtà, il pensiero non si genera mai dalla critica del pensiero di altri, ma dalla capacità di creare concetti e idee. Se quella capacità esiste. Solo gli amanti delle obiezioni e delle contestazioni, animati dal risentimento,  solo quei pensatori che vivono come parassiti del lavoro altrui, chiamano gli altri pensatori a rendere conto delle loro opinioni, anziché cercare di capire se hanno anch'essi qualcosa da dire (Deleuze e Guattari, Che cos'è la filosofia).

Non è possibile un pensiero critico, ci hanno detto sia Adorno che Foucault, senza prima di tutto "un lavoro critico del pensiero su se stesso", o addirittura "contro se stesso", piuttosto che contro gli altri.


Ma, pare che oggi, in un tempo di polarizzazioni indotte, siamo soliti ritenere che pensiero autonomo e critica debbano identificarsi necessariamente con rottura, meglio se "rottura rivoluzionaria", mentre forse si dovrebbe recuperare, scriveva la Arendt, il significato originario dello stesso termine "rivoluzione", che era quello di "girare attorno", non solo nel senso del movimento dei pianeti, ma un po' come quello circolare e ondulatorio, al tempo stesso, dei vecchi cercatori d'oro con il loro setaccio

Solo in questo senso critica si può coniugare con rivoluzione.

Il vagliare della critica, è come un girare attorno, un cercare per trovare, attraverso un rapporto ininterrotto con quello che è al centro del setaccio (e delle questioni), e "che è spesso propriamente l’introvabile, la tessera mancante, il vuoto, ciò che induce a tracciare e mappare [tutte] le vie del possibile. (Arianna Agudo, George Perec, Le parole e la cosa,Alfabeta2 20/5/18).


Non è forse questo un percorso più promettente per un esercizio critico creativo?


















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