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L'informazione è solo mitologia?

L'ultima illusione che sarebbe il caso di abbandonare è l'idea che l'informazione, (via stampa, tv, nuovi media) possa essere una via d'accesso al reale: la verità invece è che il reale assume sempre più la figura dell'oggetto perduto.  .


Questo avviene non solo quando ci troviamo di fronte a organi o operatori dell'informazione inaffidabili e professionalmente disonesti - capitano pure casi del genere -, ma anche quando gli operatori della comunicazione fanno con professionalità e onestà il proprio mestiere.

Anche se, mentre in quest'ultimo caso, la difficoltà di accesso al reale è dovuta a cause, potremmo dire, oggettive, derivanti dalla natura stessa dell'informazione moderna, e dalla logica del mercato; nel caso dei primi, la nostra situazione è aggravata da una deliberata mistificazione della realtà e da un inquinamento del rapporto che noi abbiamo con essa, per interessi che non hanno niente a che vedere con la responsabilità dell'informazione..


In ogni caso, il reale rimane un enigma, oggi più che mai. Nonostante la nostra epoca sia definita l'età dell'informazione. O forse proprio per questo! Soprattutto considerando che, notava Roland Barthes, forse il vero grande problema della modernità sembra essere la disintegrazione del "segno".


In effetti, in questo quadro, cosa può significare, oggi, "notizia"?

L'interrogativo si chiarisce se pensiamo che l'informazione non è tanto una somma di informazioni. E che, i cosiddetti fatti o cose, non sono oggetti dati ma soltanto "materiali".

Per cui occorrerebbe abituarsi a considerare un "giornale" non come una specie di scorza destinata a rendere visibile la verità del mondo o l'annuncio di una realtà. I "giornali" in effetti non sono affatto la superficie "visibile" della realtà.


L'informazione oggi dovrebbe essere considerata - è stato detto opportunamente - piuttosto un "sistema di scrittura" che, come altri sistemi di scrittura, ha una propria logica e propri postulati di partenza (M.De Certeau).

Se è così, i "prodotti" dell'informazione, proprio perché prodotti, non sono tanto cose o "fatti" ma risultati di selezione, analisi ed elaborazione di "materiali".

Si tratta quindi di materiali -  non oggetti o fatti - che vengono organizzati e posti in relazione con altri elementi, in funzione delle regole, dello stile, del pubblico proprio e delle specifiche finalità di quel "sistema di scrittura" che è l'informazione, e che si manifesta in quella determinata macchina informativa, quel particolare organo di informazione. 


Perciò, il "giornalista", in effetti,  seleziona e "tratta" i suoi materiali, "fabbrica" giornali, "fa" dell'informazione, secondo regole specifiche non determinate da un oggetto "da rivelare", ma in funzione di operazioni che permettono la produzione di una letteratura particolare. secondo postulati e presupposti specifici che regolano, del resto, l'epistemologia contemporanea, anche in analoghi altri ambiti disciplinari,

Che poi la letteratura prodotta in contesto giornalistico sia scadente o meno, è un altro discorso, Il fatto è che la "verità" o la "realtà", hanno poco a che vedere con tutto questo, anche nel caso di "produzione" professionalmente onesta del "racconto" giornalistico.


Certo, scegliendo il suo materiale dalle notizie prodotte dalle agenzie il "giornalista" deve mantenere "l'effetto di reale" (attraverso quei piccoli dettagli, che sarebbero anche inutili e superflui ai fini del suo discorso complessivo, ma che "servono" per una funzione/finzione di "aggancio" con il reale); l'effetto di realtà, infatti diceva Barthes, è la condizione prima della scrittura della stampa (R.Barthes, Il brusio della lingua), pur rimanendo solo un effetto, una impressione, per così dire.

Il richiamo a Barthes ci guida infine a fare l'ulteriore passo verso una definizione dell'informazione come una mitologia contemporanea.

È ciò che intendeva Violette Morin quando scriveva che "i racconti persistenti della stampa e dell'insieme dell'informazione di massa, mitizzano la realtà vivente. (L'écriture de presse, cit. da De Certeau). Insomma l'informazione, questa produzione di grandi o piccole leggende o racconti o narrazioni popolari, con dentro qualche elemento del quotidiano, è l'equivalente delle mitologie di un tempo. "Essa risponde a una funzione e obbedisce, come la poetica di ieri, a regole che ordinano stereotipi e figure di stile, in vista della drammatizzazione della vita corrente. Perciò, come gli atlanti dell'età classica, queste "rappresentazioni" presentano al pubblico un "teatro del mondo" più che il mondo stesso.


Forse dovremo adattarci a questa situazione di mancanza dell'oggetto o di realtà negata in cui è sempre più difficile, per chi non ha raffinati strumenti di decodifica e provata metodologia di conoscenza, capire come va il mondo.

Si parla tanto di politica spettacolo o di politica come mitologia; perché non si dovrebbe parlare anche di informazione come mitologia?


Se il tutto deve servire a costruire un racconto (una mitologia), se il reale è l'oggetto perduto, e alla fine irrilevante, tutto diventa solo un ritrovarsi insieme in un vuoto, un "quasi niente", accompagnato solo dallo stesso tipo di trasporto che caratterizza le forme contemporanee della società dello spettacolo.

E forse oggi i vari organi di informazione ("la fabbrica" dell'informazione) hanno, come interesse e obiettivo, solo la creazione di comunità di lettori e spettatori fedeli, tenute insieme dal "puro bisogno di un'appartenenza il cui contenuto è divenuto vuoto", assente.  Una  forma di appartenenza, in cui la verità e la realtà alla fine diventano irrilevanti, purché funzionali ai desideri e ai bisogni di una comunità, dove in sostanza ciascun individuo, alla fine, è responsabile solo di fronte a se stesso. 

Sono comunità, quelle che gli organi di informazione mirano a costruire, nelle quali in realtà non  c'è più niente di vero che unisce, ma tutto può essere vissuto come ugualmente molto "bello", come una festa, come un coro, come una danza, come una lotta, come una marcia, come una "massa di manovra", come un'esaltante estasi effimera di comunione e di passione collettiva. Come le liturgie estetizzanti di certe comunità religiose, alla fine delle quali è importante solo che ognuno se ne torni a casa appagato dall'esperienza fatta.












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