La cultura non é un arsenale, la cultura é un orizzonte

 La cultura non gode di buona salute, oggi. Crescono gli  ambienti malsani per la cultura anche in ambiti dove essa dovrebbe sentirsi a casa, come centri politici, settori accademici, gruppi rilevanti delle chiese, organi di informazione, agenzie educative, e addirittura anche settori scientifici, come abbiamo tutti potuto verificare in occasione della pandemia in corso. Dove si sono imposti tanti soggetti chiaramente interessati alla propria autoconservazione più che alla crescita culturale.

E tuttavia sappiamo che la cultura è la nostra natura. Noi cresciamo con essa.

Naturalmente, come tutto ciò che è umano, anche la cultura è instabile, fluttuante, ed evolve, da sempre. Tutte le componenti delle culture si trasformano, a volte si reinterpretano vicendevolmente, per rimanere vive; così come a volte diventano leggende o favole e letteratura, o danno origine a speculazioni, a direzioni di ricerca, indagini, artefatti, contenuti, nozioni e pratiche di vario genere. 

È vero anche, però, che la cultura, la cultura di un popolo, di una comunità umana, di un individuo, non si riduce solo ai suddetti "prodotti". 

Essa è qualcosa di più. Ed è in quel "qualcosa di più" che si radica la costruzione dell'identità di un popolo o di un individuo. 

È, a partire da quel qualcosa di più, che la cultura è in grado di durare e di far durare

Forse questo fattore in più spiega anche la funzione “creativa” della cultura. Perciò noi, animali culturali, diceva Claude Lévi-Strauss, siamo destinati appunto ad essere dei bricoleurs, degli improvvisatori.


È a questo che probabilmente si riferiva Hans Blumenberg,  quando citava l'espressione di Edouard Herriot, secondo cui "cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto". Sì, perché se una cultura si identifica solo con i suoi "prodotti", se non ha qualcosa che la attiri oltre, essa perde qualcosa di fondamentale e quindi anche la capacità di creare e di sopravvivere.


"Quel" qualcosa in più che dà significato alle culture e che consente ad esse di resistere, di durare, di essere creative e feconde, quel qualcosa che "anima" i prodotti, i valori, le nozioni, le istituzioni e le pratiche di una cultura è l'orizzonte: in cui quei prodotti sono inquadrati, l'orizzonte da cui sono ispirati, l'orizzonte che costituisce la natura essenziale di ogni cultura


Sì, la cultura è essenzialmente un orizzonte, secondo Hans Blumenberg. E l'orizzonte è appunto ciò che resta, dopo che si è dimenticato tutto; ma, attenzione,  aggiungeva Blumenberg, a scanso di equivoci, "bisogna tuttavia potersi ricordare di molte cose, per avere la licenza di dimenticare tutto”. Come per dire: la cultura è essenzialmente un orizzonte, ma non è un orizzonte di nebbie indefinite e indistinguibili. 

Infatti, solo chi ricorda molte cose della cultura a cui appartiene, solo chi ha, per così dire, implementato quel patrimonio, può riuscire davvero anche a dimenticare tutto e continuare a riconoscersi in un orizzonte che gli consenta di fare ancora balzi in avanti. 

Sì, in realtà questo è abbastanza evidente sul piano logico: io posso dimenticare solo ciò che ricordo!

In altre parole, se la cultura è ciò che resta, dopo che si è dimenticato tutto, questo è possibile solo se la cultura è anzituttoun orizzonte di senso vivo e luminoso. 

Solo una cultura che è percepita prima di tutto come un orizzonte, è creativa e pregna di futuro.


Possiamo allora comprendere meglio in che senso la cultura non gode di buona salute, oggi, come si diceva all'inizio.

Attenzione, qui non si tratta del fatto che oggi sembrano imporsi, relativamente alla cultura, pericolosi atteggiamenti: come quello che porta a considerare la cultura un accessorio opzionale; o la tendenza a una plateale esibizione dell'ignoranza, oppure, all'opposto, una boriosa presunzione di sapere, che molti, troppi, sbandierano su ogni argomento. 

No, non si tratta solo di questo: ai suddetti atteggiamenti, in tempi di fake news e di post-verità, dovremo purtroppo fare l'abitudine. Caso mai possiamo tentare di applicare in questo, come in altri casi "difficili", la saggia regola di Max Horkheimer: «attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire in qualche modo alla realizzazione del meglio ».


No, se la cultura non gode di buona salute, è soprattutto perché troppo spesso si pensa di poter distorcere la sua natura essenziale di orizzonte, e trascinarla nella polvere del banale e venale scontro degli interessi.

È evidente la tentazione da parte di molti, ad abusare della cultura e delle culture dei popoli, per utilizzarle come armi.  sono infatti chiaramente visibili oggi inaspettate ambigue corrispondenze tra fenomeni e soggetti, magari lontani sul piano geografico o diversi dal punto di vista ideologico

Insomma, pare annunciarsi una fase di vera e propria chiamata a subdole guerre culturali, talora più violente e inquietanti di quelle militari, economiche o politiche:  esplicite forme di integralismi e fondamentalismi appaiono nei contesti più impensati, e coinvolgono istituzioni, organizzazioni, movimenti politici e religiosi, gerarchie e leadership, gruppi e individui.


È perciò il momento di ricominciare a chiedersi: che cos'è cultura?

Infatti, se la cultura diventa solo un deposito intoccabile, o una rigida identità da replicare e su cui arroccarsi, contro tutto e tutti, allora dovremo attenderci pessime  notizie per la comunità umana. 

Se le culture diventano armi, esse distruggeranno non solo le relazioni, ma se stesse e la stesa natura umana.


Cos'è cultura, allora?

"La cultura non è un arsenale, la cultura è un orizzonte", risponde Hans Blumenberg, originale e importante pensatore del Novecento..

Se la cultura è un arsenale, se  le culture sono utilizzate come arsenali, allora, alla fine, il loro destino è quello di diventare superflue e infeconde, e disintegrarsi.

Una cultura che è intesa come un arsenale, come deposito di armi contro altri, è destinata a ridursi all.assurdo ruolo di guardia del nulla, in attesa del nulla, un pò come capita  ai guardiani della Fortezza Bastiani, di cui parla Dino Buzzati, ne Il deserto dei Tartari.


Se invece la cultura e le culture sono prima di tutto orizzonti di sensi, l'umanità dispone di sorgenti di senso, di sistemi di simboli e metafore non riducibili definitivamente in nozioni o concetti, ma sempre traducibili e reinterpretabili nelle varie epoche, attraverso cui comprendere se stessa e oltrepassare se stessa.

Proprio perché la cultura è un orizzonte, disporremo di una sorta di una riserva di "immaginazione metaforica" che "conosce ragioni che la ragione non conosce, ed è refrattaria ad esperimenti dirimenti che le vogliano far dire sempre inesorabilmente una cosa sola".(Francesca Rigotti).

È vero, se la cultura è un orizzonte "viviamo anche sempre tra gli estremi della disintegrazione e della (re-)integrazione" (Blumenberg), ma la nostra identità disporrà sempre di risorse per ricostruirsi e reinventarsi, magari attraverso interminabili incroci e comunicazioni tra orizzonti e culture diverse.

In realtà, lo sappiamo bene: solo forme di incroci o di "fusioni di orizzonti" hanno reso possibili da sempre i balzi in avanti delle civiltà e dell'umanità. 


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