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Alla ricerca di altre genealogie

Sembra che nei periodi di confinamento si legga di più. 

A me per esempio capita di leggere di più. Soprattutto romanzi e racconti. Qualcuno lo avevo già letto, altri mai. E mi sono accorto che avevo perso qualcosa di importante!

Naturalmente, disponendo di più tempo con meno urgenze, diventa possibile anche indugiare, mentre si legge con più lentezza e più calma, su domande e interrogativi relativi a ciò che si sta leggendo. Capita anche a voi, immagino, mentre state leggendo, di prendervi qualche pausa per un motivo qualunque. Perché un lettore ha anche il bisogno di “staccare”, magari per far “sedimentare” qualcosa che ci ha colpito o impressionato. 

Ecco, durante quelle pause, che sono come il “prendere fiato” del lettore, si affollano nella mente domande e interrogativi, alcuni dei quali saranno molto comuni o banali, altri invece inconsueti; a volte saranno interrogativi molto seri, altre volte addirittura buffi, come è capitato anche a me.


In effetti, mi è capitato più di una volta, mentre leggevo Pastorale americana, di Philip Roth, o Bartleby lo scrivano, di Hermann Melville, o Il diario di Jane Somers, di Doris Lessing, (sono le mie  ultime letture), di lasciarmi suggestionare da un’esperienza descritta da John Berger, autore e pensatore interessante e originale. Durante la lettura mi sono chiesto, come lui, più di una volta: ma in questo momento ci sarà qualcuno, nel mondo, che sta leggendo questo stesso romanzo?

Domanda peregrina? Semplice curiosità? Non mi pare.


Interrogativi del genere invece potrebbero aprire spazi e orizzonti nuovi di significato. E Dio sa quanto, in questo tempo più cupo del tollerabile. sarebbero necessari spazi e orizzonti aperti su nuovi significati.

Ebbene mi sono posto anch’io  il “buffo interrogativo”, come lo chiama John Berger, e cioè: se io e l’altro o l’altra, che sta leggendo questo stesso romanzo in questo momento, ci incrociassimo al supermercato, o uscendo dalla metropolitana, o a un incrocio pedonale, o in pasticceria, “ci scambieremmo forse un’occhiata che troveremmo entrambi lievemente sconcertante? Potremmo, senza riconoscerlo, riconoscerci?”


In realtà, pensa Berger, quando una storia ci colpisce e ci coinvolge o ci com-muove, genera sempre qualcosa di concreto e reale “che diventa, o può diventare, una parte essenziale di noi”.

Questa parte allora, in realtà, non potrebbe anche essere considerata, per così dire, la discendenza o la prole, di quella storia e di quel romanzo?

In questo caso, non sarebbe in gioco solo una semplice eredità culturale, ma di qualcosa di più intimo e personale. Insomma, sarebbe “come se il flusso sanguigno del racconto letto si congiungesse al flusso sanguigno della nostra storia di vita”. 

In questo modo, quella storia raccontata da quel romanzo, contribuirebbe “a farci diventare quel che diventiamo e continueremo a diventare”


Non è proprio questo ciò che ci accade ogni volta che ci fermiamo a leggere o ascoltare una storia che ci coinvolge, anche senza che noi lo vogliamo? 

Quando implementeremo il fatto che le storie, come ha scritto il regista de Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, e come ci testimonia del resto la storia recente dei media, ci generano e ci cambiano la mente e la vita, più del cosiddetto “esempio, il cui primato formativo è sopravvalutato?

Gli esempi da soli non bastano a generare e cambiare le vite. Hanno bisogno di essere “spiegati”. Hanno bisogno di idee e di storie che come un flusso sanguigno si congiungano al flusso sanguigno della nostra propria storia di vita. Infatti, “fai questo” o “non fare quest’altro” è presto dimenticato, “c’era una volta” lascia invece tracce durature.


La fame di storie in realtà è sotto i nostri occhi, ed è testimoniata da innumerevoli fenomeni sociali, culturali e anche politici. La tecnologia dei media rende tutto ciò oggi molto evidente, ma è sempre stato così, fin dai “graffiti” nelle caverne della preistoria umana.

Il problema è che oggi molti, troppi, tra quanti si affannano ad attribuirsi compiti direttivi e normativi, o ruoli di “guida” nei vari ambiti sociali, non sembrano più avere storie appassionanti da raccontare, storie in cui mostrino di credere per davvero!


Ecco perché dovremo essere sempre alla ricerca di altre genealogie. E di una diversa comunità umana,  che ci stimoli a “diventare quello che diventiamo”.


E sì, l’interrogativo posto all’inizio, come nota John Berger sarà anche “buffo”, però mi aiuta a pensare che stasera qualcuno - in qualunque angolo del pianeta - sedendosi in poltrona a leggere il mio stesso romanzo sia già un mio fratello o un mio cugino, magari “alla lontana”. 

Questo perché le storie create dallo spirito umano, a partire dalle piccole storie raccontate intorno ai fuochi nelle tribù preistoriche fino ai romanzi e racconti contemporanei, quelle storie non sono solo eredità culturale, sono “storie che ci formano”, e perciò sono, a differenza degli antenati biologici, nostri progenitori fortuiti”(John Berger), ma pur sempre progenitori capaci di generare una parte essenziale di noi!


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