A ogni giorno basta la sua paura!

Sì, a ogni giorno basta la sua paura, senza necessità di aggiungerne altre. 

Infatti la paura frammenta l’anima e rende feroci gli esseri umani. Per questo il ricorso alla paura come tattica o strategia per governare i fenomeni sociali è, come la tortura, un crimine contro l’umanità!


Tocca già a ognuno di noi, purtroppo, fare i conti ogni giorno con la paura “naturale, quella che ci accompagna sempre, la paura costitutiva della nostra esistenza, prodotta dal sentimento dell’ignoto, della precarietà della nostra vita e della ineluttabilità della morte.

Bene allora! Ci basta quella, senza che molti si sentano autorizzati ad aggiungere supplementi di paura “indotta, sia pure con le più nobili motivazioni. Si sa da molto, ormai, che i danni provocati dalla paura sono più profondi e duraturi - per gli individui e per le comunità - di quelli eventualmente provocati da possibili comportamenti devianti. 


Al tempo della rete, poi, questo problema è ancora più serio. Dal momento che, oltre tutti quelli investiti di una qualunque forma di potere, in grado di condizionare e determinare i comportamenti e le emozioni degli altri, ognuno di noi rischia di trasformarsi in uno strumento o in una stazione trasmittente di quell’altra “paura indotta”, capace di provocare la “decomposizione dell’anima”, come scriveva Maupassant.


La liberazione dalla paura invece dovrebbe appartenere ai diritti umani fondamentali, come quello alla vita e quello alla libertà: perciò la lotta per liberare l’umanità dalla paura deve rimanere, come lo è stata da tempi immemorabili, tra i compiti fondamentali del “filosofo”, del saggio, dell'educatore, e di ogni essere pensante.


Ancora di più in regime democratico, e in uno stato di diritto, dove sono disponibili molti strumenti razionali per governare i fenomeni sociali, l’uso della paura come tattica o  strategia è in realtà la negazione assoluta del “diritto”.

Purtroppo, anche nei regimi liberali e democratici, chiunque eserciti una forma di potere rischia di essere pervertito dal “demone”, dal lato oscuro del potere. È questa la ragione per cui la tentazione di scorciatoie nella politica, la ricerca dello “stato di eccezione” permanente, l’uso  delle categorie di “nemico”, di “guerra”, come strumenti ordinari di governo, e il ricorso alla strategia della paura, nei momenti cruciali, fanno parte, aveva ragione Carl Schmitt, anche dei regimi democratici e liberali moderni.


Del resto, questa paradossale relazione tra la modernità e le categorie della paura è un caso da approfondire. E sarebbe interessante e utile andarsi a rileggere quanto scriveva Jean Delumeau a proposito della suddetta relazione, in La paura in Occidente. Storia della paura nell’età moderna, (Ed. Il Saggiatore), un testo pionieristico e ormai classico sulla questione, da rileggere per capire meglio ciò che noi siamo oggi.


Ebbene, è curioso, fa notare l’autore, che la paura sembra caratterizzare i moderni ancora più che le epoche medievali e premoderne.

È vero che «senza la paura nessuna specie avrebbe potuto sopravvivere. Ma se essa supera una dose sopportabile, diventa patologica e crea dei blocchi”. Tuttavia, scrive Jean Delumeau, all’alba dei tempi moderni (1400/1500) assistiamo a una crescente ossessione della paura - sia tra le classi dirigenti che tra le masse - in Occidente. Non è un caso infatti, che la leggenda della paura dell’Anno Mille sia nata all’inizio dei nostri tempi moderni!


Certo, il periodo dal 1348 al 1660 è stato un periodo di angoscia profonda, durante il quale

si sono accumulate in Europa epidemie mortali, guerre, rivolte, l’avanzata turca, ecc.

Però era accaduta la stessa cosa 400 anni prima, quando il periodo che va dalla morte di Carlo Magno al principio dell’XI secolo, aveva anch’esso apportato all’Europa una pesante messe di calamità di ogni genere.


E tuttavia, nota ancora Jean Delumeau, i medievali erano stati meno ossessionati dalla paura, a differenza dei “rinascimentali”, che a dispetto della loro denominazione, si confrontavano continuamente con le categorie di “fine dei tempi” e di “giudizio universale”, quest'ultimo, in modo particolare, rappresentato ovunque e in tutte le forme, nella riflessione, nell’arte, nella predicazione, nel teatro, nella letteratura.

La paura dei moderni si manifestava con una speciale aggressività che l’angoscia generava in ogni comunità umana assalita dall’epidemia o da altre sciagure impreviste. Non esiste infatti nessuna relazione contemporanea sulla peste, per esempio, che non riporti sempre violenti scoppi collettivi d’ira.


L’aggressività e la violenza si scaricavano, quando la minaccia era indecifrabile e incontrollabile, come nel caso delle epidemie, soprattutto attraverso la caccia a capri espiatori, come le donne, gli ebrei, gli stranieri, gli eretici, o altri presunti colpevoli, la cui platea si allargava sempre di più fino a far emergere, quando la paura cominciò ad essere non solo subita ma utilizzata dai poteri costituiti, il fenomeno della colpevolizzazione delle masse, che nella storiografia e nella sociologia del novecento è stato poi attentamente analizzato.


Occorre notare che, allora come oggi, a rendere ossessiva la paura contribuì in modo forse determinante il ruolo della tecnologia e di quei “media” che ai medievali erano mancati.  Così, in tutti i modi – mediante la predicazione, mediante il teatro religioso, mediante i canti liturgici, la stampa, l’incisione o per mezzo di tutti i generi di immagini – gli occidentali dell’inizio dell’età moderna si sentirono circondati da minacce insuperabili: una forma di facile e rapida diffusione a mezzo stampa delle angosce apocalittiche.

Poi, forse, attraverso tali nuovi mezzi, anche allora sarà accaduto ciò che succede spesso ai predicatori della paura. Alla fine, non credevano di utilizzare solo uno slogan o una tecnica di propaganda, ma erano convinti di identificare una situazione storica ben precisa.


Che dire allora? Chissà perché la paura e le paure si sono paradossalmente amplificate nei tempi moderni.

Sembra che i benemeriti pionieri della nostra modernità ci abbiano lasciato in eredità, insieme alle altre loro scoperte,  un tipo speciale di paura.

Del resto, non è forse vero, come sottolineava Jean Delumeau,  che anche “i giochi in Borsa da cui purtroppo dipendono tanti destini umani contemporanei non conoscono in definitiva che una sola regola: l’alternanza di speranze smodate e di paure inconsulte”?  





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