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Come il baule di Newton

Alcuni miti arcaici delle origini hanno un tratto molto peculiare. Infatti fanno risiedere l’ingresso della morte nell’esistenza dell’uomo, in un “erroreoriginario, una “caduta”, un “peccato originale”, per così  dire. Ma ciò che è più interessante e sorprendente è che quell’errore originario è visto in quei racconti mitici come tragico e comico al tempo stesso

Infatti, essi sostengono, all’uomo era stato concesso dal dio supremo una possibilità di scegliere la vita, ma egli se la giocò stupidamente, e ottenne per suo destino la morte”(Geo Widengren, Fenomenologia della religione).


Dovrebbe bastare questo per spingerci ad uscire dalla presunzione “moderna” di poter fare a meno di ciò che è antico o “primitivo”; oppure dall’abitudine di considerare materiale di scarto tutte quelle forme di sapere che non rispondono ai nostri attuali parametri. 

Infatti, una considerazione pare evidente: la capacità di ironia sugli aspetti fondamentali delle proprie credenze o teorie è un indubitabile segno di intelligenza profonda delle cose, dal momento che la capacità di autoironia denota una complessa abilità di riflessione di “secondo livello”, come si usa dire in filosofia o nella teoria della conoscenza.


Ebbene, se gli “autori” di quei miti erano capaci di guardare con ironia anche le origini e la natura degli esseri umani, allora hanno ancora qualcosa da dirci, nonostante molte loro idee o conoscenze non corrispondano ai parametri epistemologici prevalenti oggi. 

Anche se non avessero risposte per i nostri attuali problemi - e non è detto! - hanno senz’altro ancora molte domande da porci.


Probabilmente, è il nostro concetto di “sapere” che occorrerebbe riconsiderare. Il sapere umano infatti andrebbe guardato sempre come un “tutto” unitario, un “pacchetto unico”, per così dire, che non è il caso di “spacchettare” con leggerezza, conservando quello che ci piace e buttando tra i rifiuti il resto. 

Sia che consideriamo il sapere umano come una “rete”, sia come un “edificio”, nessuno sano di mente può pensare di salvarsi o salvare l’umanità, eliminando il piano inferiore dell’edificio, oppure tagliando un settore o un nodo, fosse pure marginale, della rete del sapere stesso.


Le testimonianze o i documenti del sapere umano, da quello più arcaico a quello più vicino ai nostri tempi, da quelli più rispondenti ai parametri scientifici dominanti a quelli che descrivono esperienze, storie ed espressioni umane, mitiche o religiose che siano, vanno sempre custodite con rispetto e cura, se non altro perché spesso nella storia umana incontriamo momenti in cui anche i saperi più  accreditati ci deludono, ci lasciano soli, disorientati e senza risposte certe, ed allora può darsi che proprio scavando in quegli scrigni polverosi riusciamo a trarne fuori risorse impensate.


Questo del resto, è quello che sosteneva un grande filosofo della scienza, come Karl Popper, quando diceva che gli input per nuovi orizzonti di ricerca e per nuove scoperte umane possono venire anche da settori dell’esperienza e del sapere umano “extrascientifici”, come il sapere mitico, o quello teologico, quello artistico o addirittura quello magico, come la storia della scienza moderna sta a dimostrare.

Il caso della scoperta della teoria della gravitazione universale di Newton e il ruolo che in essa ha avuto il cosiddetto “baule magico” di Newton stesso, è emblematico di questa questione.


Insomma, come scriveva Michel Serres, occorrerebbe una buona volta prendere atto che, davvero, “non c’è mito più puro dell’idea di una scienza depurata da ogni mito”. Questo, sia ieri che oggi. 

A dire il vero, tra il mito e il logos non è mai esistita una rottura netta e definitiva, come si tendeva a pensare fino a pochi decenni addietro, perché tra il mito e il logos è sempre esistita ed esiste, invece, una relazione e uno scambio continuo, consapevole o meno, ieri come oggi. Pure se a volte la relazione è sbilanciata verso l’uno o verso l’altro, a seconda delle epoche, delle società e delle necessità. 

Anche i miti antichi, come ogni sorta di sapere umano, scrive Geo Widengren, sono instabili e fluttuanti, ed evolvono, da sempre. Si trasformano, a volte si reinterpretano essi stessi, a volte diventano leggende o favole e letteratura, a volte danno origine a speculazioni e indagini di vario genere. Senza mai scomparire del tutto. 









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