La paura e il segreto di Montaigne

La paura genera incubi e fantasmi, e ci trasforma sovente in mostri. È per questo che, nel corso della storia, i veri nemici dell’umanità, quelli in grado di assassinare l’anima e soffocare lo spirito, sono stati, e sono, gli “spacciatori” di paura. Ancora più quando questi ultimi si sovrappongono a coloro che avrebbero il compito di accompagnare gli altri fuori dalle tenebre dell’esistenza, come gli intellettuali, i governanti, i gestori delle informazioni, gli educatori o gli “adulti” in generale. Sì, perché gli “adulti” oggi sembrano nutrire una contagiosa sfiducia di fondo verso il futuro, o meglio verso il mondo attuale. E non sembra debba essere questo ilmestiere” degli adulti!

Anche per questo il tempo che viviamo oggi è un tempo di paura e di paure. Un tempo di passioni tristi e tenebrose. In una temperie del genere la ragione non ci aiuta, come possiamo constatare ogni giorno. Ma potrebbe forse aiutarci a gestire diversamente la paura, uno sguardo da lontano; da un’altra epoca o da un altro universo, addirittura. Sì, perché, osservare gli esseri umani, questi piccoli “granelli di sabbia”, dal cosmo per esempio, potrebbe servire a cambiare atteggiamento, per conoscere meglio noi stessi e anche a riconoscerci negli altri, in ogni “altro”. Uno sguardo diverso su noi stessi, sugli altri e sulle cose ci aiuterebbe ad uscire dalla gabbia della paura. Dal momento che "tutto quello che è sotto il cielo, è sottoposto a una stessa legge e a una stessa sorte".

Questo è almeno il parere di Montaigne, e non credo che dovremmo trascurarlo. Me ne convinco ogni giorno di più, e ogni volta che torno a leggere qualche pagina dei suoi “Saggi”, o, come sarebbe meglio chiamarli, dei suoi “Esercizi”.

Montaigne potrebbe essere oggi un buon maestro per imparare a gestire la nostra paura. Del resto, il tempo storico in cui viveva non era meno cupo e angoscioso del nostro. Al contrario. Che tempi erano quelli di Montaigne?
Le guerre civili in Francia, la destabilizzante frattura della cristiania, le forti tensioni e guerre di religione in tutta l’Europa, le guerre per il consolidamento delle monarchieb nazionali e la conquista dell’egemonia, che gettarono il continente in interminabili e sanguinosi periodi di angoscia. Tutto questo nel quadro di una grave crisi economica seguita alla scoperta dell’America, che sconvolse e rabbuiò ancora di più gli orizzonti futuri.
Il nostro è indubbiamente un mondo complicato. Ma direi che chi, come Montaigne, ha attraversato ed è riuscito a convivere con quell’inferno, abbia tutte le carte in regola perché chiediamo a lui, invece che agli attuali e interessati spacciatori di paura, di essere il nostro Virgilio.

La paura non era assente nell’esperienza quotidiana di Michel de Montaigne. Infatti, come scrive Fausta Garavini, che ha accompagnato la traduzione più  recente dell’opera con un prezioso commento, i "Saggi” di Montaigne “non sono, come si è creduto e ancora sovente si crede, un breviario di saggezza ben temperata, un prontuario di morale salutifera, ma lo specchio delle paure e delle difese di un essere che si scopre frammentario e diversificato." (Michel de Montaigne. Saggi, Bompiani/ebook, 2014)
Attraverso il percorso di quell’opera originale e innovativa, Montaigne tenta d’irretire i propri mostri con le parole: “perché bisogna metterli in riga, addomesticarli, proteggersi dalla loro aggressione – difendersi dalla nevrosi.”. 

Tenere a bada i mostri, scrive efficacemente Fausta Garavini, sarà il lavoro di una vita, per Montaigne. Non è forse, questo, anche il nostro urgente compito? Non è questo ciò che ci si deve aspettare da chiunque oggi si presenti da maestro o si arroghi il ruolo di guida? Non dovrebbero, questi ultimi, come Montaigne, aiutarci soprattutto ad imbrigliare le forze oscure della paura, affinché quel soggetto che ognuno di noi è, quel “soggetto, volubile, oscillante, sfuggevole, resti comunque padrone di sé”?
Soprattutto perché la paura è come il dolore: “si tu ne la portes, elle t’emportera”, cioè se tu non la gestisci, non la “porti”, essa ti porterà via, ti annienterà !
E non importa se questo lavoro su di te richiederà svolte dolorose e trasformazioni. Non importa se dovrai inventarti sempre daccapo. Se questo ti richiederà anche di diventare un “altro”. “È forse possibile sentirsi e dirsi se stesso, uguale a sé, lungo tutto il percorso di un’esistenza?”. (Saggi, III,II).
Non importa neppure se questo inventarti e trasformarti sarà il frutto dell’incontro con “l’altro” e il diverso. Così come non sarai capace di liberarti dalla paura se vivi con il terrore della malattia o della morte (infatti “tu non muori perché sei malato, muori perché sei vivo”), anche il sospetto, il disprezzo e l’esclusione degli “altri” non ti salveranno. Hai paura dei “barbari”? Ebbene, non ci sono “barbari”, soprattutto se li “confrontiamo con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie”.(Montagne).

L’approccio di Montaigne alla diversità era insolito ai suoi tempi, come purtroppo anche oggi. Il suo modo di elaborare l’alterità potrebbe essere bene descritto con  una frase di Julia Kristeva, molto attenta ai temi dell’odierna “paura” dell’altro: “Il fatto stesso che esista un altro mondo rispetto al mio, un mondo straniero e inaccessibile, mi riempie di rispetto, una sorta di gratitudine, senza la minima traccia di rivalità”.

In realtà, il pericolo non viene dagli altri, se tu non lo porti già dentro di te. La lezione di Montaigne o, come scriveva Pietro Citati alcuni anni fa, il segreto di Montaigne consisteva nel fatto che egli era capace di sentire “un vuoto o una lacuna dentro di sé, che dovevano essere colmati con la ricchezza degli altri: gli sembrava che il suo terreno non fosse capace di produrre fiori troppo splendidi”.

Ma questo diverso modo di affrontare la paura, in Montaigne, si radica anche  nella sua capacità di prendersi gioco di sé. Solo così è possibile fare spazio all’altro: qualunque cosa sia questo “altro”. 
E, invece - ahinoi - quanta gente oggi si prende troppo sul serio! C’è chi pensa di essere al centro di chissà quali trame diaboliche, oppure di essere oggetto dei trastulli di qualche dio maligno, o di essere assediato da qualche invisibile orda di barbari alle porte. E infine c’è chi presume che il mondo vada in frantumi solo perché non corrisponde alle proprie proiezioni.
In effetti, la nostra paura potrebbe anche essere vista come una delle modalità con cui ci prendiamo troppo sul serio: come l’altra faccia dell’ossessione imperante di una perenne giovinezza che nasconde l’illusione dell’oscuramento della morte, e alla fine porta in superficie l’originaria ambizione della cancellazione del limite umano. Montaigne, invece, non considera con orrore il limite,  anzi lo ama come ama l’oscillazione e l’incerto che ai suoi tempi segnavano in profondità, costitutivamente, l’esistenza quotidiana di ogni essere umano.
E tuttavia, in quel mondo in cui la catastrofe davvero incombeva in modo permanente, egli  “con voluttà accetta tutte le cose, diventa altro, si piega a ciò che gli propone la vita” (Pietro Citati). 
In quel mondo egli riusciva a scoprire e ad aggrapparsi a ciò che è davvero essenziale. In quel mondo Michel de Montaigne aveva il coraggio di dire a se stesso: “il mio mestiere e la mia arte è vivere”, prima di tutto! 
Ma, onestamente, c’è davvero una strada diversa?



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