Quando usciremo dalla preistoria?

Quando usciremo finalmente dalla preistoria?
È vero che questo mondo è sempre più difficile da decodificare. 
È indubbio anche che la globalizzazione generi paure, ansie e incertezze e conflitti. 
Certamente qualcosa sta accadendo sotto i nostri sguardi distratti. 
E magari è qualcosa che non riusciamo neppure a vedere, sia perché siamo occupati a guardare altrove; sia perché quello che accade oggi è inconcepibile a partire dai nostri abituali modi di guardare, e in quanto tale per noi escluso a priori. 
È vero anche che, come scriveva il compianto Ulrich Beck, abbiamo a che fare con eventi globali che accadono in genere al di là della sfera della politica e della democrazia, e perciò passano inosservati (ahi!, quella nostra attuale ossessione a concentrarci nevroticamente nell’analisi delle nostre provinciali politiche da cortile), anche se la televisione pone da decenni quegli eventi davanti ai nostri occhi, ogni giorno.

L’avanscena narcisistica della nostra sgangherata politica e l’altrettanto narcisistico specchiarsi in essa dei cittadini, ci rendono incapaci di mettere a fuoco quella serie di effetti secondari di una radicale modernizzazione tecnica ed economica. Tuttavia stiamo già dentro di essi, e forse per questo non li vediamo.

Secondo Beck, non siamo di fronte solo a un “cambiamento sociale”, né a una “trasformazione”, neppure a una “evoluzione”, o a una “rivoluzione”; non si tratta neanche solo di “crisi”, ma di una vera e propria “metamorfosi”, che cambia i connotati del nostro essere nel mondo e della nostra esistenza umana (La metamorfosi del mondo, Laterza).
E allora, quando cominceremo davvero ad analizzare quegli effetti collaterali (non solo “gli effetti collaterali negativi dei beni, ma anche gli effetti collaterali positivi dei mali”), senza ridurre le nostre analisi a fuggevoli intervalli tra un talk show politico e bizantini dibattiti sulle strategie politiche dei partiti?

In che modo ci doteremo dei concetti, delle idee o delle teorie necessarie, dal momento che non le abbiamo ancora, e non sembriamo capaci di approntarle?
Il guaio oggi è che siamo tutti nella condizione degli ignoranti di cui parlava Socrate, quelli che credono di sapere. Ma esaltano il loro “non-sapere”!

In realtà, dovrebbe cambiare il modo stesso in cui i problemi sono oggi formulati. Questa forse è la questione centrale oggi. Infatti, come ammoniva già Einstein, “i problemi non possono essere risolti ricorrendo allo stesso tipo di pensiero che li ha creati”. 

Appunto! Ma allora quando usciremo dalla preistoria?
E pensare che oggi c’è gente (cittadini, governanti, politici, intellettuali, classi dirigenti...), che pensa di prendere la rincorsa al contrario, e cerca di entrare nel futuro, di spalle
Gente che si affanna a mettere in funzione vecchi attrezzi per risolvere i nuovi problemi di oggi. Senza accorgersi che quegli effetti collaterali di cui si diceva stanno facendo saltare certezze, istituzioni, forme di organizzazione, ecc.

Nel tempo delle biotecnologie, dei big data che rendono visibile l’estremamente complesso delle relazioni sociali (proprio come il telescopio e il microscopio resero visibili l’estremamente lontano e l’estremamente piccolo), nel tempo del rischio climatico globale, delle ICT e di internet come unità della comunicazione, nulla di ciò che accade è più un evento soltanto locale

E allora? Quando ci decideremo ad uscire dalla preistoria?
Che può significare collegare tra loro i big data? Come riuscire a capire il significato degli eventi globali che scorrono davanti ai nostri occhi? 
In modo particolare oggi, quando ciò che sopravviene è sempre più veloce di quanto noi siamo capaci di assorbire?

Siamo di fronte a un nuovo tipo di conoscenza, servirebbe un nuovo “modo di vedere”.
Aveva ragione Beck, il punto decisivo è che d'ora in poi il compito principale dovrebbe essere la preoccupazione per il tutto. Non si tratta di un'opzione, ma della ineludibile condizione umana attuale.
Quando cominceremo a pensare in termini di mondo? in termini di tutto?
Quell’insieme attuale di fenomeni, entità, processi e interconnessioni, che è stato chiamato, per brevità, il cyborg, conduce a una rottura di confini radicali: quelli tra animale e umano, quelli tra animale-umano e macchina; quelli tra naturale e artificiale; quelli tra fisico e non-fisico. Altro che confini! E noi stiamo ancora a parlare di confini geografici!
Il “cyborg”, appunto, dà vita a nuovi dilemmi, nuove domande, nuovi saperi.

Ma quando ci decideremo a uscire dalla preistoria? 
Intorno a noi sta accadendo qualcosa di inaudito.
Eppure c’è ancora chi pensa che il mondo e l’umanità girino intorno alle nazioni. C’è chi crede e tenta di far credere che lo sviluppo e il futuro di un popolo dipendono dai confini geografici. 

Tuttavia avviene anche qualcosa di curioso e di paradossale oggi: infatti nonostante tutte le varie forme di sovranismi e nazionalismi, “il concetto di mondo ci è diventato indispensabile, si è intrufolato per la porta di servizio, anche nel nostro linguaggio quotidiano, nel privato” (Beck). Addirittura, anche nel linguaggio dei nazionalisti o cosiddetti sovranisti. C’è da sorridere, nonostante tutto!
Aveva proprio ragione Hegel, quando parlava di “astuzia” (o ironia) della Ragione universale. È proprio vero: gli uomini credono di determinare la storia, ma non sanno la storia che l’interconnessione globale e la logica del tutto, consentono loro di fare!
Non abbiamo alternative, se davvero vogliamo un mondo diverso e migliore, possiamo solo scegliere di essere glo-cali. Ammesso che non lo siamo già!

Sì. Imparando a pensare “globale” e agire “locale”!

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