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Che significa essere vivi?

Forse occorrerebbe riconoscere, una buona volta, che non esiste un’arte del vivere che si possa imparare, né tanto meno insegnare.

L’ educazione e la formazione stessa, possono servire forse solo ad accompagnare per un tratto “fuori dai confini noti” (non è forse anche questo il senso di e-ducere ?) gli individui, in attesa che eventualmente “accada” loro di intravvedere in parte la propria strada. E a tal fine offrire al massimo una sorta di “cassetta degli attrezzi”, utile durante un cammino non programmabile.
Senza dimenticare, d’altra parte, l’insolubile dilemma insito in tutti i processi formativi ed educativi, i quali mentre dovrebbero far emergere l’unicità di ogni educando, non fanno altro che produrre uniformità. 

Figuriamoci, allora, se possiamo immaginare qualcosa come un’arte del vivere, che si possa imparare o insegnare!
Del resto, se dovessimo tener conto delle centinaia di migliaia di anni di “esperienza”, che l’homo sapiens ha alle spalle, dovremmo essere tutti specialisti nell’arte del vivere, come lo siamo in innumerevoli altre abilità, anche molto complesse! E invece sul piano dell’arte del vivere, siamo tutti sempre dei principianti. Anche io e te, caro lettore.

Perciò, potranno pure prepararti una bella “cassetta degli attrezzi” per il viaggio della vita, ma nessuno potrà insegnarti la strada: solo tu puoi tentare di trovare e percorrere la tua strada. Attraverso una ricerca che - tra tentativi ed errori - sarà sempre incompleta e mai definitiva!

E invece, la questione preliminare, la vera questione da porre prima di tutto, una questione che forse non sappiamo più porre, dovrebbe rispondere alla domanda: che significa essere vivi?
Pensare la vita è la precondizione per porre correttamente gli altri problemi. Di senso, etici, sociali, politici, relazionali...ecc.
Non essere capaci di porre la questione riguardo a cosa significhi essere vivi, rende inconsistenti tutte le nostre risposte e tutte le nostre domande. E anche le nostre soluzioni!
Quello che serve oggi è ricominciare a pensare la vita. Ma non esibendoci sulla mistificante “avanscena”, alla quale siamo soliti ridurre il nostro essere-in vita. Non attardandoci sui primi piani che nascondono ciò che conta, ciò che sembra inesistente, ma è solo assente.

Confesso che recentemente gli scrittori, e le scrittrici particolarmente, mi spingono a riflettere, come e più dei filosofi, sul tema suddetto, tema che la filosofia oggi mantiene troppo ai margini. 
In questo caso è a una scrittrice che penso. Una scrittrice indagatrice appassionata del vivere, originale, enigmatica, evocativa, quasi oracolare: Clarice Lispector e il suo “Acqua viva”.
Ma all’improvviso mi dimentico di come cogliere ciò che accade, non so cogliere ciò che esiste se non vivendo qui ogni cosa che capita, non importa cosa”. 
“Devo destituirmi per raggiungere il nocciolo e la semenza della vita”.

Infatti la domanda alla quale rispondere è: qual è  la “semenza della vita”? Cosa rende viva la vita, ogni vita? Questo, se non ci si vuole accontentare delle apparenti soluzioni, tutte spostate sul piano dell’intensità e della vitalità, proposte dalla modernità capitalistica.
Ripensare la vita quindi non però solo come una condizione, come semplice essere-in-vita per qualcos’altro, ma pensare la vita come qualcosa che non prende senso che in relazione a se stessa, come valore assoluto (F.Jullien). 
Come (ri)cominciare a pensare davvero la vita in quanto precondizione del senso, e in quanto sorgente originaria?

Pensare la vita, in realtà, suppone una abilità “metafisica”, quella che spinge ad ampliare l’orizzonte del pensabile e del possibile! 
Sì, alla fine, la questione prioritaria rimane aperta, e riguarda non tanto il come si possa o si debba vivere, quanto piuttosto che cosa significhi essere vivi!



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