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"Si sta come d'autunno..."


Strano destino, quello del “destino” di tutti i viventi, cioè la morte. Strano destino: perché anche il suo nome, tra noi umani, è sempre nascosto, in un modo o nell’altro.
È vero che, recentemente, a quanto sembra, nei media l’immagine più rappresentata è quella dei cadaveri, ma anche tale accentuata spettacolarizzazione della morte diventa una forma di oscuramento della stessa: perché la si tiene a distanza e la si accosta prevalentemente in contesti straordinari, accidentali e particolarmente violenti e cruenti. Quella che viene rappresentata infatti non è la morte di ognuno di noi.
Strano destino, quello della “sora nostra morte corporale”, che viene per lo più, rimossa, come avviene sempre più spesso in certi cimiteri americani, dove nulla parla di morte, poiché sembrano piuttosto prati per il picnic.
Lo stesso capita in genere nei necrologi e negli annunci mortuari, dove è accuratamente evitata la parola. Infatti, “si diparte”, “ci si spegne”, “non si è più tra noi”, al massimo “si torna alla casa del Padre”, ma non si muore mai!

E invece, niente è più certo, indubitabile e immodificabile:
“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”.

Sì, si sta come d’autunno...anche quando si indossano i panni del vigore e della potenza, rivela, come in un lampo, il grande poeta.
Sarà per l’insopportabile “shock della finitezza”, ma è facilmente verificabile, nella nostra società occidentale, notava il filosofo Hans Georg Gadamer, “la scomparsa dell'idea della morte”. Sembra che a noi moderni, diceva lo storico Pierre Chaunu, sia “capitata una curiosa avventura, abbiamo dimenticato che si deve morire”. Insomma tendiamo a rimuovere una costante antropologica fondamentale: il fatto, cioè, che l’uomo è un “essere-per-la-morte” (Heidegger) e, perciò, gli appartiene “l’essere-per-la-fine”. Perciò, forse, aveva ragione Heidegger quando pensava che questa rimozione è all’origine dell’inautenticità del nostro esistere e dell’inconsistenza del nostro comunicare.
Così viene a mancare a tutti (comuni individui e potenti) quella consapevolezza della “limitazione della nostra esistenza mediante la morte, che è decisiva per la comprensione e la valutazione della vita" (Dilthey).

A queste riflessioni occorre aggiungere (come necessario corollario) anche un’altra importante e interessante considerazione.
Infatti, poiché, in realtà, a noi umani è dato prendere coscienza della propria fragilità e della propria morte, solo a partire dalla nostra esperienza originaria della morte, che è sempre la morte dell’altro, possiamo spiegarci anche perché, sia l’occultamento della morte (fragilità e sofferenza) dell’altro sia l’indifferenza verso di essa, hanno a che fare con l’oblio della propria umanità, con la inautenticità e la perdita dell’ identità profonda dell’essere umano, una perdita destinata a frantumare alla fine tutte le relazioni.

Dicono gli storici che nelle culture antiche la coscienza che la vita un giorno avrebbe avuto fine (diremmo, con Heidegger: la consapevolezza che la morte è la possibilità sempre attuale, e non solo un evento “futuro”!) si traduceva in  consapevole presenza di questo pensiero come componente ineliminabile della comprensione della vita. 

Istruttivo sarebbe, per questo, rileggere La morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj.

Anche se oggi il pensiero della morte è represso, antichi saggi, come Montaigne, continuano ad ammonirci con parole sempre valide: “solo se non rimuovi la consapevolezza della tua fragilità e finitudine, solo se ti sai preparare a morire, sai anche come vivere!” Di più, “solo se tieni viva la consapevolezza dell’essere mortale potrai ancora essere generatore di cultura di primo rango” (Jan Assmann).


Ma, chissà se ce la farebbero a destabilizzare le pretese di dominio dell’homo faber che è in noi, e le relative fantasie di onnipotenza che proliferano senza freni in così tanti figli della tarda e stanca modernità!

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