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Abbiamo ancora bisogno di buoni maestri


“Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”.
Molti conoscono questa frase pronunciata dal presidente John Fitzgerald Kennedy al suo discorso di insediamento. Ma non molti forse sanno che Kennedy si preparò alla sua corsa alla presidenza anche scrivendo, nello stesso orizzonte ideale tracciato da quella frase famosa, un libro, ripubblicato recentemente in Italia, in cui andava alla ricerca di figure ideali di politici nella storia americana.
Ritratti del coraggio, è il titolo del libro, premio Pulitzer 1957, a cui Kennedy lavorò quando aveva circa 38 anni e stava vivendo un periodo doloroso per la sua salute. Naturalmente non possiamo pretendere che chi aspira oggi alla guida politica di una nazione si prepari con lo stesso percorso culturale e ideale di Kennedy, ma se capitasse non sarebbe male!
In ogni caso, le storie e l’orizzonte di quel libro, che andrebbe letto da giovani e non giovani che sono interessati alla politica, sono una lezione per ogni cittadino, per ognuno di noi.
Il “coraggio” di cui si parla in quel libro non è quello degli atti estremi che talora vengono richiesti dalla vita a qualcuno, ma quel “coraggio della vita quotidiana”, molto più necessario, richiesto a ognuno di noi, per svolgere, senza paura, il proprio compito nella società, con consapevolezza, dignità e fedeltà ai grandi ideali umani, come scrive Kennedy nella prefazione al libro.

Da parte mia, devo dire che quel libro mi torna in mente ogni volta che penso ai problemi dell’educazione, all’assenza oggi di “narrazioni positive”, o ai “buoni” maestri che ho incontrato (“buoni”, sì, è il caso di sottolinearlo, perché, in ogni tempo, ci sono anche “cattivi” maestri che non è sempre agevole riconoscere, specie nella nostra società dello spettacolo!)
Mi viene in mente quell’opera di Kennedy, anche perché da quel libro furono tratti negli anni sessanta, dei “telefilm” trasmessi anche in Italia, che lasciarono una impronta positiva e duratura nella mia formazione di giovane studente. 

I maestri, i buoni maestri, sono infatti coloro che sanno generare esperienze decisive, quelli che riescono, in un certo senso, a cambiare la vita di quelli che li ascoltano o, almeno, il modo di guardare la vita. 

I maestri, i buoni maestri, sono coloro la cui storia e le cui idee hanno favorito la nostra crescita. Possiamo dire di aver incontrato dei buoni maestri se il rapporto con loro ci ha permesso di “scoprire” quello che eravamo e quello che potevamo essere.

Abbiamo ancora bisogno di maestri, di buoni maestri non di “spacciatori” di paure, oggi più che mai, in un mondo globalizzato e plurale, dove, come in tutti gli snodi e i momenti critici della storia, sembriamo terrorizzati dall’incertezza e dallo scambio dei punti di vista: timorosi di inoltrarci nei sentieri della molteplicità e dell’incontro con la diversità. 

Abbiamo bisogno di maestri che ci invitino a rifuggire dai concetti rigidi e ci insegnino a pensare con coraggio, a pensare in grande, a pensare e vivere “senza trampoli”, neppure quelli che loro stessi potrebbero offrirci.

Abbiamo bisogno di maestri che non hanno la pretesa di “raccontare”, loro, la “nostra” storia, di dare, loro, il nome alla “nostra” storia. Maestri che ci consentano di scrivere, noi, la “nostra” storia. Senza diventare “repliche” di maestri e capi.

Per questo abbiamo bisogno di maestri che non divorino i loro allievi, maestri che non temano la libertà individuale, maestri che sappiano imparare ancora più che insegnare, maestri non addestrati solo a dare risposte, ma guide sapienti nell’arte di porre domande, maestri che siano talmente autorevoli da lasciar anche andare via i propri allievi.

Ci servono maestri che non rinneghino la loro vera natura e cioè quella di essere e rimanere “viandanti”, “mendicanti” , e “testimoni di esodo”.





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