Tutto è politica ma la politica non è tutto

Oggi, sembra evidente per tutti che la nostra convivenza sociale, non solo il governo politico, attraversa una fase critica che appare spesso drammatica. Il segno di questa percezione diffusa è la facilità, e la leggerezza, con cui si ricorre oggi sempre a parole ultimative e definitive nel dibattito politico. A dare retta a quello che si dice, sembra di essere ogni giorno sull’orlo di un abisso!

In realtà, la “politica”, nacque nell’antica Grecia - sarebbe il caso di non dimenticarlo! - come “rappresentazione”. Se interpretate questo termine come categoria teatrale non vi state sbagliando. È avvenuto proprio questo. I greci inventarono la “politica” come “discorso”, che sostituiva lo scontro fisico e la guerra per bande, con cui prima si era soliti risolvere i conflitti di interessi, trasferendo lo scontro su una specie di “palco teatrale”, lo scenario dell’agorà politico
Che cosa succede oggi? La politica (come la democrazia!) attraversa una grave “crisi della rappresentanza”.  E cioè una crisi del pilastro fondamentale della politica democratica. 
Si tratta primariamente di una crisi della rappresentanza, di una crisi della politica come “rappresentazione”, e non tanto - si badi bene - solo di una crisi o di una disfunzione dei “rappresentanti” politici. È questo a mio parere il vero problema.

Avete notato che sempre più, oggi, ognuno tende a pensarsi come unico rappresentante di se stesso
Oggi sembra che tutti tendano a immaginare la politica e tutti i legami sociali, solo come una questione di gusto e di scelta piuttosto che di esigenza e di obbligo, facendo apparire le comunità come associazioni di volontariato, dalle quali ci si può dimettere, qualora richiedessero eccessiva abnegazione, piuttosto che come “comunità di destino” (P. Mair), con le quali, o sopravvivere o affondare insieme!  
Ma che società è quella in cui è considerato normale dissociarsi dagli altri, pur servendosi di loro? È tutto qui, il vero non detto e il non pensato nel fondo della crisi della politica.
Che futuro possiamo avere se non siamo più in grado di riconoscere ciò che “ogni individuo ha oggettivamente in comune con gli altri, pur senza averlo scelto, per il fatto di appartenere alla stessa società” (M. Godelier)? O, come scrive J. L. Nancy, quale umanità o quale comunità politica può essere quella in cui viene meno “il piacere dello stare insieme”? 
Si dimentica troppo spesso che le nazioni non sono tenute insieme dal potere taumaturgico di “uomini politici ideali”, ma esistono in virtù di un voler vivere insieme” (P. Ricoeur).

Dimentichiamo anche, tutti, troppo spesso, che la politica è a valle, come ha dichiarato tempo fa un abile stratega politico americano come Bannon, il quale sa riconoscere che anche se ci si vuol occupare di politica, prima, occorre occuparsi della cultura – e cioè i consumi, le ispirazioni, l’immaginario, le credenze, le ambizioni, i comportamenti, gli atteggiamenti, e le correlazioni tra tutti questi elementi – e solo dopo, la politica può diventare un compito più facile.

E, a questo proposito, non si può non concordare con la forte critica che la Arendt faceva, come ricorda Julia Kristeva, alla secolarizzazione nella misura in cui essa riduce le differenze umane alla generalità dello zoon politikon, che diventa troppo genericamente l'Uomo, avviandosi così verso una interpretazione troppo riduttiva dei 'diritti umani'. 

Non mi pare allora solo un gioco di parole sostenere che tutto è politica ma la politica non è tutto! E questo anche ai fini di una prassi politica rinnovata.
C’è molto altro, in altre parole, a monte della politica, di cui bisognerebbe imparare a discutere e a ragionare. Ci sarebbe tanto da fare, per ognuno, nei vari ambiti del sapere, delle esperienze e dei ruoli sociali. Invece, oggi, “todos caballeros!”, tutti sono esperti di strategie e tattiche della politica, tutti a dare consigli e ingiunzioni ai politici di professione, come tutti, dopo le partite di calcio, diventano allenatori e tecnici sportivi. 

Sono sempre di meno, quelli che pensano piuttosto di poter fare la propria preziosa parte nella società politica, anche restando nel proprio campo di esperienza, di competenza e di responsabilità. Magari provando a ripensare, a riflettere e a condividere, non le proprie elucubrazioni di teoria o tattica politica (queste lasciamole ai politici di professione, che lo sanno fare meglio, nonostante tutto), ma condividendo piuttosto, magari anche sui social, le proprie attese, le proprie idee di società e di convivenza, discutendo e scambiando le proprie narrazioni, speranze e utopie. Riscoprire e fare riemergere la consapevolezza e la coscienza della propria storia e delle grandi tradizioni in cui si sono forgiate le nazioni occidentali e le nostre identità, è un compito che appartiene a tutti.

Ma è qui, oggi, il “punctum dolens”! Perché si va sbiadendo qualcosa di fondamentale per ogni progetto di polis. Proprio a causa della perdita progressiva della coscienza storica (Ricoeur) e di ogni orientamento nel tempo storico (Koselleck).

Diciamola tutta; oggi saremmo sempre più in difficoltà se dovessimo rispondere alla domanda dantesca: “chi fuor li maggior tui?

Pensiamo davvero di poter vivere e convivere e guardare al futuro, privi di coscienza storica?
Dove cercheremo quello in cui possiamo sperare, se presumiamo a ogni giro di boa della storia, di reinventare il mondo dall’inizio? Invece di reinterpretare le nostre tradizioni, inglobando, nei nostri “orizzonti di attesa di futuro, le promesse e le speranze mancate o incompiute delle grandi tradizioni dalle quali veniamo?

Senza coscienza storica viene meno quella tensione tra memoria, promesse non realizzate e orizzonte di attese (Ricoeur) che costituisce il nostro progredire nel tempo
Senza coscienza storica, senza i contenuti della memoria storica, il nostro presente si impoverisce, e diventiamo tutti incapaci di responsabilità civica e di progetto politico Potremmo assistere solo a “una privatizzazione dei desideri e dei progetti, a un culto del consumerismo a corto raggio [anche in politica]” (P. Ricoeur). 
Senza contenuti culturali solidi rimangono solo gli interessi particolari, il gioco delle forze, delle abilità e delle competenze tecniche.

Senza contenuti condivisi, non c’è “cultura”, e senza cultura non c’è “politica”. L’abbiamo detto: la politica è solo a valle!

Se ogni cittadino non impara o reimpara a riconoscere quei contenuti comuni, che, a cominciare dalla classicità greco-latina ed ebraico-cristiana, attraverso le tradizioni medievali, rinascimentali e dei Lumi, ci hanno costituiti come civiltà e hanno fondato anche il nostro vocabolario ideale, non basterà più nemmeno assicurare la correttezza dei meccanismi e delle procedure politiche, per evitare la frammentazione e la patologia dello spazio pubblico.










Commenti

Post popolari in questo blog

Proposta semiseria per i diversamente-lettori

Il tempo della stupidità