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Avvenire, grillismo e politica



L' intervista che il "quotidiano dei vescovi", Avvenire, ha fatto, la settimana scorsa, al proprietario del Movimento cinque stelle, e il dibattito che ne è seguito, hanno provocato perplessità di varia natura, sia nel mondo cattolico che nel mondo politico in generale.
D'altra parte quell'intervista, e anche le successive "precisazioni" del Direttore del quotidiano, sembrano aver prodotto nei lettori una senso di ambiguità. Perciò è opportuno tornarci su, anche in questo blog, per porre, a freddo per così dire, alcune questioni.
L'ambiguità è provocata da alcune domande preventive, che sorgono e che restano senza risposta, e cioè: "chi è realmente l'intervistatore?", dal momento che si tratta del quotidiano di proprietà della Conferenza episcopale; "perché adesso?"; "per quali scopi?"; infine, con questa intervista, "chi sta sperimentando cosa"?
L'ambiguità deriva dall'impressione che quel "confronto" in realtà offra all'interlocutore solo un "megafono" per ripetere slogan e parole d'ordine generiche e già note.
L'ambiguità è anche il frutto della spontanea associazione mentale tra questa iniziativa e la ricorrente e ingenua (perché già molte volte contraddetta dalla storia) presunzione, di parti della gerarchia ecclesiastica, di poter determinare direttamente le dinamiche politiche, o di essere capaci di "riconoscere" tra i nuovi attori della politica, eventuali "uomini della Provvidenza".
La sensazione di ambiguità deriva, infine, sia da questioni che dovrebbero essere essenziali per un giornale della Chiesa italiana, ma che nell'intervista non sono poste con sufficiente chiarezza, sia da preoccupanti presupposti, del M5S, non esplicitati e non discussi, né nell'intervista, né nelle successive dichiarazioni del direttore di Avvenire.

È evidente che le questioni, di cui si parla, non potevano tradursi in un "normale" confronto sui programmi politici ma dovevano riguardare soprattutto l'idea di politica e di società, il senso del "fare politica", e lo "stile" dell'essere in politica.  
Sarebbe stato opportuno, per esempio, verificare non solo le eventuali strategie razionali del governare, ma il senso e il peso che ha in quel movimento ciò che il filosofo J-L. Nancy chiama "l'etologia dell'essere-con", e cioè "il sentimento e la passione dell'essere insieme".
E, inoltre, dal momento che a porre le domande è l'ottimo quotidiano della Chiesa italiana, stupisce che, al centro del confronto, manchi una questione che anche una pensatrice non credente, come Julia Kristeva, considera un elemento specifico dell'umanesimo cristiano; si tratta di quella "compresenza al soffrire degli altri, indispensabile per 'cambiare lo sguardo'...e cioè per riconoscere la vulnerabilità dentro di sé...e condividere così meglio le battaglie politiche di quanti sono in condizione di sofferenza".
Non pare che su queste questioni, i presupposti, peraltro, vaghi, dell'interlocutore dell'intervista di Avvenire, siano rassicuranti! Anzi! 
Quali idee di vita comune, di politica democratica o di governo, al di là di programmi contingenti, sono alla base del Movimento? Su queste questioni l'oscurità è grande, e l'intervista non è servita a fare luce.
Invece, sarebbe dovuto emergere come acquisita l'idea che, in un sistema democratico, la politica è il mezzo, umano, "molto umano", con cui si cerca di conciliare interessi divergenti e a volte contrapposti, senza ricorrere alla violenza. Come pure, il fatto che la politica non è altro che l'invenzione di una "tecnica" con cui una comunità, sempre in cammino, "aggiusta", in fieri, i suoi obiettivi e il suo percorso, sapendo che ogni soluzione sarà sempre provvisoria e non produrrà né palingenesi, né società ideali, né tantomeno "paradisi" in terra! 
Sarebbe anche stato opportuno mettere in chiaro che la politica, un'autentica politica democratica, non tollera né idoli, né principi taumaturghi, né aristocrazie, né grandi sacerdoti, né "sapienti" possessori della verità, né stregoni, né angeli, né interpreti autentici del "popolo", o della "gente", né "capi", né furiosi "savonarola" messaggeri del Bene, né imbonitori, né, tanto meno, "salvatori"! 
Tutte le volte che, nelle storia, è accaduto il contrario, il cammino delle comunità umane si è trasformato sempre in disastri e tragedie! 
Nella politica "democratica", esistono, solo, "rappresentanti": il termine stesso esclude una identità o "fusione" tra rappresentante e rappresentato, e presuppone l'accettazione di un ineliminabile elemento di "finzione", e di relativismo, nel rapporto. 
Ecco perché in politica si resta, sempre, nel campo del relativo, nonostante i nostri sogni e le nostre aspettative! Accettare questa condizione è la premessa indispensabile per costruire o migliorare la polis terrena.  
Nello spazio politico democratico, non ci sono, mai, da una parte, il bene e i puri, e, dall'altra, il male e i reprobi. Non è possibile attendersi che qualcuno faccia "piazza pulita" e ci aiuti a costruire una comunità di giusti: ciò che si può attendere, e desiderare, è soltanto una convivenza, un po' meno intollerabile per tutti, e, con il contributo di tutti, più degna, giorno dopo giorno, di essere vissuta. 
E, a tale scopo, servono non i "duri e puri", che non esistono su questo pianeta, ma piuttosto quelli che, consapevoli della propria costitutiva vulnerabilità, "sanno" tessere la tela sociale, con pazienza, sporcandosi le mani, per intrecciare fili diversi e stabilire nessi tra gruppi, interessi e progetti.






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