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L'altro nome della bellezza: imperfezione

Affermazione certamente dissonante, almeno di fronte al tipo di consapevolezza culturale, comune tra noi occidentali. Infatti, chi accosterebbe bellezza con imperfezione? Ci viene più "naturale" evocare con la nozione di bellezza lo splendore della natura che fiorisce, l'armonia di un corpo, la perfezione dell'ideale, il bene o la santità, magari l'oggetto perfetto del desiderio, ma, sicuramente, per nessuno sarebbe facile vedere nell'imperfezione, nella disgregazione, nell'umiltà (= ciò che è fatto di terra e di fango), un'incarnazione stessa della bellezza. È così difficile, infatti, sottrarsi, almeno a livello cosciente, alla prigione interiore del dualismo bellezza-bruttezza, dalla quale siamo soliti giudicare ogni cosa, secondo rigidi canoni di gusto. 

E allora potrebbe essere utile lasciarsi convincere, come è capitato a me, da Crispin Sartwell, a investigare l'estetica del wabi-sabi, il nome giapponese della bellezza. Il wabi-sabi ci racconta un'altra storia e un'altra possibile esperienza estetica del mondo (Cfr. I sei nomi della bellezza, Einaudi). La lingua giapponese, infatti, possiede un lessico più ricco e variegato per rappresentare la dimensione estetica dell'esperienza umana. Quella ricchezza di lessico, scrive Sartwell, "dovrebbe essere invidiata dal mondo occidentale". Se poi pensiamo ai tanti ambiti della nostra visione del reale, a cui è associata la nozione di bellezza, potremmo comprendere forse meglio la validità di quella affermazione. 
In ogni caso, sono varie, e impensate, le situazioni della vita ordinaria, in cui, una qualche forma di wabi-sabi, può essere sperimentata, anche da noi occidentali, razionalisti così poco disponibili a forzare i confini del linguaggio.
Tra i diversi esempi raccontati da Sartwell, è significativo e illuminante, a tale proposito, un caso in cui la storia del lessico, attraverso una forma di scivolamento e contaminazione di significati ha creato una dimensione nuova di bellezza.
Tutti conoscono il significato attuale della parola "patina": quella condizione, cioè, che si verifica sulla superficie degli oggetti a causa del tempo, dell'uso o dell'esposizione all'aria, che ne altera o nasconde l'aspetto originario.
Non molti, invece, conoscono il significato della parola "patèna": piattello d'oro, argento o dorato, usato per coprire il calice o poggiarvi l'ostia durante il rito della "messa" cattolica
Ancora meno persone, immagino, sanno che "patèna" deriva dal latino "patĕna", variante di "patĭna" (=piatto, padella)
Quindi sia "patena" che "patina" avevano in origine lo stesso significato. Come è stato possibile allora che "patina" sia giunta a indicare qualcosa di molto diverso? E cioè, una imperfezione, un'alterazione o un degrado della materia, che tuttavia, col tempo, ha assunto addirittura il senso di "una cosa bella", al punto che gli artigiani (che lavoravano il bronzo) e gli scultori cominciarono a cercare il modo il modo di riprodurla, artificialmente, anche sulle opere nuove? Del resto, è quello che avviene, ancora di più, anche oggi, quando si cerca di "invecchiare" o "anticare" i mobili, per aumentare il loro valore e il loro fascino, o, addirittura, si parva licet componere magnis, quando si cerca di "scolorire" artificialmente i jeans, simulando la consunzione del tempo e dell'uso! Non si tratta, anche in questi casi, dell'emergere di un'altra idea di bellezza il cui valore risiede proprio nell'imperfezione, nel difetto e nell'umiltà, pur misconosciute in quanto tali?
Sartwell spiega cosa è avvenuto. In realtà, in origine, la parola "patina" era usata proprio per indicare il vassoio, spesso di bronzo, usato per distribuire l'ostia durante il rito eucaristico. È naturale quindi che questi vassoi, diventassero oggetti di venerazione, non per il loro valore o per una loro bellezza, ma solo perché associati al Corpo di Cristo; e che, quindi, venissero conservati, con cura, per periodi molto lunghi. Perciò, acquisivano i segni del tempo, come quella particolare superficie venata di verde tipica del bronzo antico, insieme alle tracce del loro utilizzo e dell'usura. In seguito, però, quei segni formatosi su quegli oggetti di bronzo, proprio perché ne sottolinavano l'antichità impreziosita dalla sacralità, arrivarono ad essere definiti la loro "patina": la superficie degradata, cioè, passò a indicare la "totalità" dell'oggetto sacro, la sua caratteristica peculiare, quasi la sua natura intrinseca, e quindi ad essere identificata con l'oggetto stesso. La "patina" diventò quindi "quei" segni di usura, di consunzione e degrado dell'oggetto. Solo che ora, però, quei segni erano considerati una cosa degna e bella, tanto da cominciare a riprodurla, come si è detto, sulle opere nuove di ogni tipo, per dare anche ad esse una venerata antichità, valore, preziosità e bellezza.  
Così la patina di un vassoio di bronzo, segno di antichità e di un utilizzo sacro, trasformava un utensile in reliquia, degna di venerazione e di ammirazione. Bella di una sua peculiare bellezza: bellezza fatta di usura, antichità, corruzione, perdita della perfezione originaria. Bellezza fatta di "umiltà", di "fango"! Wabi-sabi, appunto! 
La parola "patina", quindi, per estensione, ha cominciato a riferirsi a ogni condizione che il tempo, l'uso o l'azione dell'aria producevano su una superficie. 
Quanti sono i casi dell'esistere quotidiano che potrebbero raccontarci una storia simile, e aprirci un orizzonte nuovo, sulle cose, sugli eventi, sulle persone, sul mondo?
Ha ragione Crispin Sartwell, parlare la lingua del wabi-sabi potrebbe aprirci al piacere, alla gioia e all'estetica "della povertà e della solitudine, dell'imperfezione e dell'austerità, dell'affermazione del mondo" e di quella nuda malinconia che, talora, accompagna, pudica, la nostra giornata. 
Potrebbe renderci veramente ricchi, imparare a riconoscere l'umile e povera "bellezza delle cose appassite, erose, ossidate, graffiate, intime, ruvide, terrose, evanescenti, incerte, effimere"!

Commenti

Anonimo ha detto…
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M. R. Celotto

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