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“Parlami di te”….Esercizi per l’estate

Sei capace di parlare di te stesso? Bada!, ho detto di “te stesso” e non di “te”! Perché intendo riferirmi al parlare di “se stesso” che si fa, per esempio, nel “genere” delle “confessioni” e non a quel parlare di sé, così comune, spesso banale  e superficiale, che si fa nel “marketing” di sé, nelle “autopromozioni” o in tante cosiddette “autobiografie” che sembrano più “mito-grafie” che veri “racconti” di se stessi!
Infatti, se non sai parlare di te stesso, devi anche riconoscere che forse non ti conosci, non ti accetti, non “vivi” pienamente, non puoi fare “esperienza” della tua vita, non riesci ad “inventare” o “creare” la tua esistenza, perché, per noi umani, non esiste “esperienza” senza la “parola” che, mentre la racconta, prima di tutto a se stessi, la costituisce! Perché, in fondo, la nostra “esperienza” umana non è altro che “parola”. Questo è ciò che ci “fa” “umani”!  Forse è anche questo il senso di quella frase, – paradossale - delle scritture sacre cristiane, che dice: “in principio era la Parola”; all’origine di tutto ciò che è “umano” c’è la “magia” della “parola”.
E allora la prima, vera, “competenza” da mantenere e sviluppare, per un essere umano, è proprio la capacità di parlare soprattutto di “sé” stessi, di “raccontare” se stesso. Però, sembra proprio che questa competenza tenda, (oggi – nell’era della comunicazione generalizzata - in modo più evidente?), a scomparire. È per questo forse che le nostre relazioni appaiono così superficiali e ci lasciano insoddisfatti? Infatti, sembra facile e diffusa, nei rapporti interpersonali, l’abilità a parlare di sé nel senso “promozionale” e, quindi, sempre un po’ “finto”; a parlare delle proprie “cose” o “idee”; a parlare degli “altri” o, insomma, di “altro”, ma molto rara la capacità di “dire” se stessi, le proprie emozioni, le proprie debolezze; la capacità dire quello che si sente davvero, quello che si desidera, quello che si è in realtà, quello che si spera nel profondo!
Anche nelle relazioni più “intime” e personali, come per esempio nei rapporti di coppia o nell’amicizia, da quello che si vede e si sente, spesso sembra mancare o venir meno un ”oggettodel parlare, che sia specifico di una “relazione” autentica. Si parla quasi sempre di altro, di altri, di progetti, di impegni, di cose, di momenti, di futuro, di “tutto”, ma molto raramente di se stessi!  E tuttavia, solo se riesco a raccontare me stesso all’altro, quella relazione è autentica, quel rapporto “esiste” veramente. Solo se si riesce a dire se stessi si può essere se stessi con l’altro e allora quel rapporto, quell’amicizia, quella relazione hanno un senso, sono “vissuti”, sono “veri”, hanno ( e avranno) vita.
Ma cosa lo impedisce? È la paura della “comunicazione” profonda?, dello “scoprirsi”, del “dare troppo”, della perdita di “ruolo”? Oppure si tratta, semplicemente, di incapacità di dire sé a se stessi, prima di tutto?
Forse potrebbe essere utile, al nostro scopo, considerare anche i risultati di una indagine recente dalla quale emerge un dato interessante. Sembra che la difficoltà di parlare di se stessi, nel senso indicato sopra, sia un problema soprattutto dei maschi (confesso che io stesso sono stato stimolato a mettere a fuoco questo problema soltanto dalle riflessioni di una giovane amica).  Del resto, se si seguono con attenzione anche le modalità di comunicazione nei social network, per esempio, sembra nettamente evidente una differenza tra la comunicazione dei maschi e quella delle femmine. I primi parlano quasi sempre di “altro”: politica, cultura, musica, sport, vacanze, altre persone, avventure…ecc., le seconde invece danno molto spazio a emozioni, sentimenti, desideri, stati d’animo, introspezioni, “vissuto”,…ecc.  Ovviamente occorre tener presente che la comunicazione nei social network ha caratteri peculiari: non è giustapponibile alla comunicazione interpersonale “faccia a faccia”; non sempre è spontanea e sincera; spesso è una “maschera”…- ma questo non annulla un certo valore indicativo della diversità, tra maschi e femmine, nelle modalità di espressione e comunicazione personali!
E allora, riaffermiamo pure che, nonostante tutto, ciò di cui stiamo parlando è senz’altro un problema “universale” e non di “genere”, ma non potrebbe essere opportuno chiedere alle donne di fare un po’ da maestre, nel racconto di se stessi, anche per i maschi?  In ogni caso, è sperabile, sarebbe un guadagno per tutti!

Commenti

pina imperato ha detto…
Nella trama dei testi dispersi nella rete intravedo innumerevoli volti. La potenza della “parola” è energia che prende forma nell'aggregarsi di atomi eterei. Dai testi immateriali effluisce la vita più lieve e desiderante di uomini e di donne. Palpita negli stili più disparati e si imprime nella regione del virtuale. Alzo gli occhi al cielo dal terrazzo. Si immergono nell'impalpabile azzurro. Bianche nubi si fanno e si disfano in miriadi di forme strane o familiari, si avvicinano e si allontanano nello specchio degli occhi. La levità del cielo è il respiro di quanto è terrestre.
Non mi sono mai interessata dei dettagli biografici degli esseri umani. Mi è sempre piaciuto incontrare “i testi vivi” e “leggere” non solo e non tanto le “parole”, ma quello che traspare tra le righe, nel cosiddetto “stile”. Nel “come” si compongono le parole, nel “ritmo”, nelle “forme” dei “suoni”, oltre lo stesso “che cosa” significano, si può ascoltare il racconto di un uomo o di una donna.
Quell'aggettivo messo lì, da solo o in compagnia, quella pausa, la “forma” dei suoni, ciò che è taciuto o ciò che è sottolineato, i salti logici, l'acribia con cui si insiste su un sentito o un pensato o un vissuto, la scelta del racconto impersonale o di quello personale, studiata la prima, ingenua la seconda, parlano di un se stesso, di quel sé che è oltre il racconto, eppure è nel racconto.
Anche quando parliamo di "altro" o di "altri" in realtà raccontiamo di noi stessi. Sono così permeabili le maschere! E poi, un po' di protezione è lecita, se non addirittura indispensabile talvolta! Beato chi sa indossarle alla perfezione!
“Le nostre relazioni appaiono così superficiali e ci lasciano insoddisfatti?” Se è così bisogna educarsi ad un “ascolto visivo” penetrante “tra le righe” e in grado di cogliere la "forma del suono" delle "parole" aldilà dei significati.
E certamente il primo “ascolto visivo” è da dedicare a se stessi.
Ed è proprio vero che bisogna avere la “parola” per saper raccontare, “perché, in fondo, la nostra “esperienza” umana non è altro che “parola”. Questo è ciò che ci “fa” “umani!”.
“In principio era la parola”, puro suono che diede inizio al racconto col dono stesso della "parola".
Ma adesso, nella mente della donna che sta “parlando di se stessa”, un'idea si fa luce con le “parole”: la “parola” è indispensabile anche per “saper ascoltare” i suoni profondi che io “vedo” nella trama della mia vita oltre le stesse “parole” e i loro significati convenzionali.
Che le donne siano “maestre del raccontare” è una gran bella verità. Cominciarono con le nenie e le filastrocche per intrattenere o addormentare i figlioli. E poi, relegate in casa, che cosa restava (o forse resta) loro se non il girovagare nei meandri dell'anima in ascolto di se stesse? Come avrebbero potuto (e, forse, potrebbero) esprimersi se non “confessandosi” nell'intimità delle relazioni amichevoli?
Ancora una volta un “limite” costituisce una imprevedibile possibilità. E sulla soglia di questo limite uomini e donne possono porsi in ascolto di quanto è aldilà di essa, superando le "differenze di genere". Con cura e dolcezza.
In definitiva i grandi scrittori hanno fatto questo rispetto a se stessi e si sono raccontati nelle loro creature, uomini e donne schegge di se stessi. E nei personaggi femminili è raffigurato tutto un mondo intravisto oltre la soglia che separa dal “se stessi “, là dove il “maschile” e il “femminile “ sono compresenti.
Mi viene in mente “L'Elegia di Madonna Fiammetta” di Giovanni Boccaccio”. Si è soliti lodare quest'opera per la finezza introspettiva dell'autore.
Ma, forse, le cose stanno diversamente. È probabile che Il poeta di Certaldo per raccontare i moti del suo cuore si sia “protetto” con lo “schermo” di una donna.
Le lacrime e l'“elegia”non convengono ad un uomo!
Povero Giovanni!
Anonimo ha detto…
Una lancia a favore del “sesso forte”
Direi, da sempre, all’uomo, o meglio al maschio è stato assegnato il “dovere”di essere il più forte rispetto alla donna, “sesso debole”.
Ho detto il “dovere”, proprio perché, presuppone che , a prescindere dalla sua vera natura (che potrebbe essere “non forte” il maschio DEVE essere forte, altrimenti non può fregiarsi del termine UOMO! Nel senso che, da sempre ed ancora oggi, diamo ad esso.
Da qui , penso scaturisca la sua “timidezza” nel mettere a nudo la sua vera natura, i suoi bisogni, le sue paure.
Al contrario, alla “femmina”, a prescindere dalle sue specifiche caratteristiche fisiche è stata riconosciuta, sempre, una natura : gentile, fragile, amorevole.
Un diritto di ricevere e dare “coccole”, senza che questo fare potesse mettere in discussione la sua femminilità, anzi esaltandola.

In altre parole, l’uomo non è abituato ad esprimere liberamente i propri stati d’animo: di gioia, di paura, d’ansia, proprio per l’ancestrale pudore di vedersi , altrimenti, relegato in una posizione inferiore , ed essere deriso.
Questa, diciamo divisione dei ruoli: “uomo forte” “donna debole”, a mio avviso, poteva avere una giustificazione nell’Era primitiva, dove le forze della natura non erano ancora state vinte dalla RAZZA UMANA ed il maschio effettivamente era più forte fisicamente
Poteva avere una giustificazione economica, ancora in anni recenti; in cui la Donna era , per cultura, sottoposta all’uomo.
Ma oggi , non ci sono più giustificazioni tali da procrastinare questa “liberazione del maschio-uomo”.
La nostra società, secondo me, sarà effettivamente compiuta, e si potrà fregiare
legittimamente dell’aggettivo “civile” quando anche l’Uomo non avrà più “paura” di...piangere in pubblico.
Mario R. Celotto.

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