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ELEGIA PER UNA SCUOLA FERITA

Tempi di esami e, quindi, tempi di bilanci…anche per la scuola! E allora credo che niente sia più opportuno che condividere e dare voce, su questo Blog, a una serie di pensieri, carichi di senso. Il senso che deriva dal partire da un’idea di scuola e di educazione – mentre il difficile, oggi, sembra, proprio, avere una idea di scuola!
Si tratta di pensieri  che esprimono sentimenti complessi e contrastanti. Di mestizia, forse, ma anche di amore per la scuola e di speranza per il suo presente e il suo futuro. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno, in questo mondo e…in questo Paese! Le parole e i pensieri sono di Marina Boscaino, donna, genitrice e docente, e, immagino, siano rivolti a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la Scuola – e “devono” qualcosa a quel Luogo: alle esperienze culturali là vissute; alla crescita, là, sperimentata; agli “incontri”, là, realizzati; alle emozioni, alle “aperture” e alle scoperte, là, rese possibili, e anche alle difficoltà e alle sconfitte che, là, si è stati costretti ad affrontare, forse per la prima volta! E’ una riflessione, accorata, rivolta quindi ai docenti, agli operatori della scuola pubblica, agli studenti, ai genitori, a chiunque – pur immemore - sia “passato” per quelle aule e quei corridoi; ma anche – perché no? - a quanti, ceti politici inadeguati ai tempi, o gruppi troppo attenti ai loro interessi privati, sembrano fare di tutto per oltraggiarla o diroccarla, invece di abbellirla e rinnovarla, nell’interesse di tutti! Ma è anche, io credo, una riflessione che sembra “dire” una capacità di resistenza in grado di affrontare ogni bufera…e non sarebbe la prima volta, nella storia della scuola!

 “Mio figlio ha cominciato ad affrontare la prima prova significativa della sua vita, la prima prova senza spettatori – solo lui, quello che ha capito e ha imparato, gli strumenti che gli sono stati forniti e il modo in cui saprà usarli, e gli insegnanti che lo hanno indirizzato – in un mondo in cui tutto è spettacolo; dove, dal primo anno di nido fino ad oggi (le recite, i saggi, le gare), tutto è stato una manifestazione, una spettacolarizzazione. Rappresentato ad altri molto più che desiderato per sé, in un’ansia di visibilità, di condivisione, di socialità a volte estenuanti.
La sua insegnante di lettere gli ha proibito di nominare le “tesine”. Vuole che si riferiscano ai lavori sui quali si svolgerà l’orale come a “percorsi interdisciplinari di approfondimento”: un modo significativo per sottrarre alla consuetudine dell’abuso e della banalità una modalità che, invece, può avere una grande valenza cognitiva e di contatto diretto con la complessità della cultura. È un peccato che la scuola media sia stata schiacciata in una posizione di terminalità dell’obbligo, negandole quella funzione orientativa che sarebbe nella sua vocazione e che, se fosse praticata, guiderebbe ad una scelta consapevole ragazzi di una fascia di età tanto delicata.
[In questi giorni, anche] Esame di Stato delle scuole superiori. Chi non trascorre, anno dopo anno, la propria vita a scuola non può realmente comprendere quanto il nostro mestiere – che offre per molti versi squarci inediti sulla vita e sul modo di pensarla – abbia la peculiarità di bruciare il tempo, scansionando i mesi e contraendoli attraverso la definizione, l’attesa e il superamento di tappe obbligate. Il futuro è in un attimo ieri. C’è sempre qualcosa che sta per succedere: la prossima verifica, il prossimo collegio, la fine del quadrimestre. Il programma: questo ciclico e regolare affastellarsi progressivo di voci, di volti, di versi, di caratteristiche, di immaginazioni (chi non “sente” Foscolo o Montale, Lucrezio o Seneca, Kant o Marx in un certo modo, con una certa musica, con certi colori, con le etichette interiori istintive, mediazione tra le nostre conoscenze e la nostra sensibilità?), di epoche. “Dove sei arrivata in III in letteratura latina?” è la domanda più ricorrente tra colleghi (noncome te la passi, come va la vita”), in quella sorta di linguaggio cifrato-lessico familiare che rappresenta spesso l’unica reale condivisione nelle spire di un’autoreferenzialità a volte triste e disorientata. La speranza è quasi sempre quella di sentirsi dare una risposta che taciti i tuoi dubbi, le perplessità su quello che stai facendo. E su come lo stai facendo. Sul senso. Ogni volta a settembre ti pare di avere avanti un tempo infinito, infinite potenzialità, infinito disagio da macerare; una montagna insormontabile o un progetto stimolante. Poi tutto scorre rapidissimo: in un attimo, l’estate, nuovi scrutini, nuovi esami, altri alunni da salutare.
Tra sollievo e perplessità – a volte dispiacere – li accompagni con lo sguardo fuori dalla porta dell’ultimo colloquio, a luglio, [chiedendoti]: saprai mai, veramente, fino a che punto sia servito[?]” (Marina Boscaino, Fuoriclasse, in Adista Segni nuovi,n.53 del 26.06.2010, anche  www.adista.it)
Grazie a Marina Boscaino!

Commenti

pina imperato ha detto…
“ Tu ne quaesieris scire nefas!” sussurro ogni volta che si pone una domanda sull'esito del lavoro dell'insegnante quando i giovani lasciano la scuola per avventurarsi nei sentieri della vita! Credo che in questo tempo, in cui si pensa che tutto possa essere programmato, concluso e misurato, un silenzioso abbandono al mistero dei fiori che sbocceranno dia senso al “fare” dell'insegnante!
“Piantiamo sequoie e investiamo nel millennio!” Sia del nostro stato permanente quella sensazione di settembre, quando ci “pare di avere avanti un tempo infinito”. Non è forse infinito il tempo che si estende oltre noi? Non sono forse infinite le possibilità di quei giovani ai quali parliamo con le nostre materie? In questo tempo (e nella parola “tempo” dal greco τέμνειν = tagliare è insito il senso del limite) dell'ostentazione e delle grida dei venditori più accattivanti , giova a tutti proiettarsi più in là del proprio tempo! E non per farsi illusoriamente e arrogantemente infiniti, no. Ma per quel “vago immaginar” orizzonti in fuga perenne che si espandono oltre noi, nei volti dei giovani che varcano la soglia della scuola salutandoci lieti.
Anonimo ha detto…
Allievo “Marmo di Carrara” o “Parete affrescata” ?
Quando si studiano i grandi scultori, si legge che sono tali non perché hanno raffigurato, magnificamente qualcosa; ma perché hanno saputo estrarre ciò che era nascosto nel blocco di marmo: la magnificenza era insita nel marmo, era del marmo!
La scuola, che abbiamo conosciuto e (purtroppo in modo ancora peggiore) conosciamo oggi, è strutturata in modo da considerare gli allievi come pareti intonacate, su cui decine di pittori, spesso tali solo di nome, si affannano ad affrescare “a piacere” le bianche pareti (i ragazzi).
I quali si vedono, nel succedersi degli anni scolastici, ricoperti da figure, paesaggi, allegorie, che hanno poco o niente di comune con la propria intima natura, che “urla” per uscire fuori ed affermarsi.
Accade, allora, che, una volta lasciata la scuola (questa scuola!), chi è più sensibile e capace passa il resto degli anni a “grattare” gli strati sovrapposti da “altri” per far uscire alla luce, finalmente, la propria vera “pittura”, la sola degna di essere guardata, se non ammirata, da tutti gli altri.
Mario Rosario Celotto.

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