Passa ai contenuti principali

Natale:ricordi e memoria. Quale cristianesimo? (6)

Questo tempo natalizio, con le sue feste, i suoi addobbi, le sue luci, i suoi auguri, e anche le sue contraddizioni e ipocrisie, questo tempo spinge alcuni a cercarne il senso, altri a negarne un senso, altri ancora, abbagliati da luci e da regali, a ignorarne qualunque senso. Stimolato da vari interventi letti sul web, alcuni molto interessanti, - come quello del mio amico Luigi Vassallo sul suo blog “Ipse dixit” (Natività 2009), - altri meno, ma, in ogni caso, degni di riflessione, vorrei offrire un ulteriore – spero utile - contributo, non con le mie parole, ma con quelle, che condivido pienamente, di Johann Baptist Metz, un teologo contemporaneo, tra i maggiori e, per me, il più significativo.


Carica di senso antropologico ed esistenziale – degna di attenzione per credenti e non credenti – , credo, sia l’ottica da cui egli guarda al natale cristiano. A Natale i cristiani dicono di commemorare la nascita di Gesù. Ma sembrano dimenticare, però, che le principali feste cristiane sono nate come articolazioni solenni di una memoria liberatrice e …pericolosa! E allora, se a Natale ci ricordiamo di quell’avvenimento che la fede cristiana chiama: avvento di Dio e del suo regno fra gli uomini, dovremmo anche chiederci - scrive Metz - perché è giunta a noi questa «memoria Jesu Christi»?

Infatti “c’è ricordo e ricordo. Ci sono ricordi con cui rendiamo facile il nostro rapporto col passato, quelli in cui il tempo trascorso diventa un paradiso incontestato, un rifugio delle illusioni presenti, un «buon tempo antico»; ci sono ricordi che circondano tutte le cose che furono d’una luce mite e conciliante. «La memoria abbellisce», noi diciamo, e talvolta ci tocca di farne drastica esperienza: quando gli ex-commilitoni siedono al tavolo usato e si raccontano le loro avventure di guerra, l’aspetto infernale di questa passa in ombra; nella memoria sembra sia rimasto solo il senso dei pericoli superati. Il passato filtra attraverso un cliché disarmante; perde tutto ciò che aveva di pericolo, oppressione e sfida; sembra derubato d’ogni futuro. Così è facile che la memoria diventi «la falsa coscienza» del nostro passato.

Però esiste un altro tipo di ricordi: ricordi pericolosi, ricordi di speranze o terrori, vissuti molto tempo fa e poi ammutoliti o repressi, che risorgono improvvisamente, in mezzo al mondo unidimensionale della nostra vita quotidiana. Per qualche istante essi mettono in luce dura e stridente la problematicità di ciò con cui ci siamo apparentemente conciliati e la banalità del nostro presunto ‘realismo. Ci sono dei ricordi con cui dobbiamo fare i conti, ricordi, per dire così, che son gravidi di futuro, che non ci alleggeriscono illusoriamente; anzi, essi spezzano il canone delle evidenze dominanti e mettono a nudo l’inganno della sicurezza di coloro «la cui ora è sempre qui».

Questi ricordi sono simili a visite pericolose e imprevedibili del passato!

Non sono adatti a confermare o abbellire le nostre convinzioni prevalenti, ma a scuoterle e sottoporle a domande a cui non possono rispondere. Son ricordi che ci costringono a camminare con loro se vogliamo tener loro fronte.

La memoria della fede dei cristiani si esprime in questo tipo di ricordi? Traspariscono nella nostra memoria natalizia della nascita di Gesù i tratti d’un ricordo pericoloso? O non è invece una memoria troppo determinata ed alienata da quella forma di abbellimento che ho cercato di descrivere? Non ci siamo riconciliati troppo presto con i contenuti della nostra memoria cristiana? Il pio ricordo della nascita di Gesù non s’è troppo risolto nell’immagine idillica del bambino nella greppia? Il ricordo del regno di Dio apparso in Gesù non è diventato troppo rapidamente un discorso sul «buon Dio»? Non siamo proprio in questo punto diventati vittime della tendenza dei nostri ricordi ad abbellire e disarmare? Dobbiamo quindi meravigliarci se questa commemorazione natalizia – come usiamo spesso lamentarcene – sembra essere una festa riservata ai bambini, una festa che quasi ignora l’esperienza oscura e dolorosa del nostro mondo quotidiano? E ciò avviene benché i contenuti di questa memoria siano stati testimoniati e scritti originariamente proprio in quanto fatti sovvertitori e pericolosi, «segni di contraddizione», cose avvenute «per la caduta e la risurrezione di molti», affinché «una spada trapassi il nostro cuore» e «i sentimenti di molti cuori diventino manifesti»! (www.queriniana.it /teologi@/Internet/)

Commenti

Anonimo ha detto…
Un articolo davvero toccante,soprattutto il passo dei ricordi con cui cerchiamo di riconciliarci.
Monica
luigi vassallo ha detto…
Memoria nostalgica ed edulcorante o memoria sovversiva, dunque? "Fate questo in memoria di me": basta ritualizzare l'evento "consumando" un'ostia consacrata (o,più "rivoluzionariamente" un pezzo di pane e del vino)? Oppure "Fate questo in memoria di me" si riferisce non allo spezzare il pane e al versare il vino in forma rituale ma a dare la vita per gli altri? Ecco il pensiero di dover essere pronto a dare la vita per gli altri (la vita, ancora più della morte, la vita cioè il mio tempo, le mie idee, le mie emozioni ...) per camminare in qualche modo sulle orme del Cristo, questo pensiero mi inquieta non poco, è per me un pensiero pericoloso e sovversivo. L'altro pensiero, che nell'ostia consacrata ci sia o meno Cristo, che nell'eucarestia si verifichi una transustanziazione o una consustanziazione, mi sembra una questione da filologi che, anche se nel passato ha contribuito (giustificandole) a guerre di religione, oggi mi lascia (e, credo, lasci i più) beatamente indifferente.
Grazie Pino, per averci riproposto una riflessione sulla memoria sovversiva.

Post popolari in questo blog

Alla ricerca delle parole perdute…

Sarà capitato anche a voi! Soprattutto a quelli che hanno qualche anno in più. Quelli che possono stabilire, per questo, confronti tra i comportamenti di oggi e quelli di due o tre decenni fa. Immaginate di trovarvi tra clienti, in attesa, dai barbieri o dai parrucchieri; o tra i frequentatori abituali di bar o di circoli ricreativi; o tra invitati a feste, a cene o a cerimonie varie. Immaginate anche che, come spesso avviene, i personaggi in questione siano di varia estrazione sociale e culturale. Alcuni operai, altri professionisti; alcuni con titoli di studio, altri senza; alcuni “istruiti” altri quasi analfabeti. Adesso provate a ricordare i loro discorsi , quando parlano di politica , di problemi sociali , di morale , di valori , di scuola , di sicurezza , di famiglia , di relazioni , di religione , di economia , di informazione , insomma delle questioni che interessano tutti. Ecco, fermatevi qui ! Non vi pare che, se non conosceste personalmente la professione, la condizione

I paradigmi della stupidità 2. La sindrome di Nimby

Il tradimento e le degenerazioni delle classi dirigenti, e delle élites in generale, nel nostro paese, come risulta da varie indagini, è sotto gli occhi di tutti. È vero che esistono due generi di classe dirigente come esistono due tipi di società, ma, secondo gli italiani, sembrano prevalere i ritardi culturali e l’incapacità di adeguarsi ai cambiamenti, l’indifferenza all’interesse collettivo, l’indecisionismo e il tirare acqua al proprio mulino con ogni mezzo, il cinismo sociale e i comportamenti clanici . Ma le indagini dicono anche altre cose e su queste occorre imparare a riflettere con rigore per immaginare il “che fare”. Carlo Carboni, nel suo libro La società cinica (Laterza), è molto illuminante in proposito e, soprattutto, preciso nell’indicare le degenerazioni e i fattori di disgregazione del vivere civile. In una pagina, che occorrerebbe studiare, parola per parola , in tutti gli ambienti (politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali, culturali, formativi e anc

Non è una questione di principio, è il piccolo Davide aggredito da Golia

Contra factum non est argumentum , dicevano i logici antichi.  I n effetti è vero, ci sono alcuni fatti ai quali si deve rispondere solo con altri fatti . Non bastano le dichiarazioni di principio, né l'ostinata ricerca di ipotetiche ragioni. In certi momenti della storia , momenti così " affilati " da lasciare cicatrici (R Calasso),  la sola proclamazione di valori e di principi , corre il rischio di diventare un astratto esercizio retorico e una inutile esternazione,  se non si indica la strada attraverso cui quei valori possono farsi storia e tradursi in scelte concrete e immediate .  Anzi, in alcuni casi, le pure dichiarazioni equivalgono solo a un girarsi dall'altra parte . E tuttavia ci sono casi di fronte ai quali non è possibile voltarsi dall'altra parte, se davvero si ha l'obiettivo di affermare l'irrinunciabilità di fondamentali  valori umani .  I valori insomma non sono istruzioni per l’uso . Sono soprattutto orizzonti possibili. Le str