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Asimmetrie. Pensare e sentire oltre!

La nostra esperienza contemporanea è sempre più quella di soggetti che vivono in un tempo che ha smarrito i suoi dei, i suoi padri, i suoi eroi. Molti, però, vivono tale situazione da orfani. Sempre alla ricerca di “quadrature del cerchio”. Sempre a caccia della risposta alla domanda: perché? Sempre alla ricerca di ipotetiche, nuove ( o vecchie? ) simmetriche e armoniche configurazioni, in cui forzare la realtà! È proprio necessario vivere di nostalgie o di rimpianti? Non potremmo imparare a dire, invece di: perché?, perché no? Non potremo accontentarci, invece di solide e definitive legittimazioni, solo di possibilità? Perché non si potrebbe comunicare senza necessariamente firmare manifesti? Perché non si potrebbe parlare e negoziare sensi e simboli molteplici, senza per questo usare un unico codice? Perché non si potrebbero stabilire contatti, senza per questo fondare un partito? Perché non andare, insieme, alla ricerca di frammenti, senza per questo voler ricostruire città morte? Perché non si potrebbero dare informazioni e comunicare esperienze, senza per questo pretendere di trasmettere insegnamenti? Perché sentiamo il bisogno di dire, sempre, agli altri cosa fare?


Perché non produrre, moltiplicare, ampliare, veicolare linguaggi, creare spazi, senza per questo voler circoscrivere, delimitare e ridurre tutto a uno? L’illusione dell’unità si è frantumata da un pezzo!

Forse, oggi, occorrerebbe imparare a parlare, ridere, lavorare, amare, sperare, credere, comunicare, danzare, leggere, cantare, fare tutte queste cose insieme, senza stabilire moralistiche priorità o gerarchie! Forse, occorrerebbe imparare a percorrere le strade della città umana e ad inseguire le pieghe della realtà, senza fardelli, come donne e uomini liberi! Forse occorrerebbe anche imparare a recitare, sì, anche recitare: trasmutare, oltrepassare la monotonia dell’identità, che, spesso, genera violenza!

Saremo capaci, così, di prestare attenzione e aver cura di tutto ciò che è umano, di raccogliere voci, di rimandare echi, di riflettere colori. Non basta tutto questo, per i tempi nuovi che stiamo vivendo? Certo, potremo offrire e scambiare solo percorsi, non itinerari strutturati; tracce, non mappe; prospettive parziali e punti di vista continuamente negoziabili, non spazi strutturati e armonici. E allora? Qual è il problema?

Commenti

Pina-Antigone ha detto…
Moralismi asimmetrici

Caro autore,
anche il tuo invito è una risposta che tenta una “quadratura del cerchio”. E mi hai fatto venire in mente alcuni versi composti da J. Donne dopo la rivoluzione copernicana:

… la nuova filosofia pone tutto in dubbio
l’elemento del fuoco è affatto spento;
si sono persi il sole e la terra, né ingegno d’uomo
può bene indirizzare dove cercarli –
e allorché gli uomini cercano tanti nuovi mondi tra i pianeti e nel firmamento
confessano liberamente che questo mondo è finito… tutto è in pezzi, ogni coerenza se n’è andata.

Ma non è un problema da risolvere. Sono sentimenti che si provano. E chi li prova è un frammento umano tra gli altri di questo “tempo che ha smarrito i suoi dei, i suoi padri, i suoi eroi” , come tu dici.
Non vorrai negare a questo frammento di umanità il sentimento della nostalgia dell'orfano? Per bocca del poeta questo frammento ti parla non senza un pizzico d'invidia:

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Ma questo non annulla il sentimento del sentirsi privi, mancanti di qualcosa, anche della negoziazione di cui parli e che tu stesso azzeri nel momento in cui non riconosci altri sentimenti. Particolarmente moralistico, nonché generico e, quindi ambiguo trovo questo passaggio del tuo post:
“Forse, oggi, occorrerebbe (ancora un dovere quindi?) imparare a parlare, ridere, lavorare, amare, sperare, credere, comunicare, danzare, leggere, cantare, fare tutte queste cose insieme, senza stabilire moralistiche priorità o gerarchie!”. Meno male che c'è il “forse”! Certamente ti ricordi del libro “L'ordine del cuore”. In quest'opera Roberta De Monticelli dopo aver proclamato come te che non esiste una gerarchia assoluta dei valori individuali, ne riconosce alcuni su cui tutti gli esseri umani possono convergere. E che dire poi della “monotonia dell'identità”? Che brutta espressione! Ciascuno di noi ama o detesta un altro proprio per quella sua identità riconoscibile pur nella sua mobilità! Tu sei tu oltre ogni recita, ti posso dire con semplicità. Oh! Lo sappiamo bene che l'identità si trasforma per tutta la vita! Ma sentiamo pure che in essa si mantiene un'impronta sacra indelebile. No, caro autore, non c'è nessun problema. Ci sono sentimenti, cari sentimenti! Ed anche il dolore, caro dolore! E ci deve essere il rispetto per tutti, anche per gli uomini gravati dai fardelli, malinconici o nostalgici. Tu dici che non sono liberi, può darsi, ma nessuno ha il diritto di negare loro di esprimere almeno “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

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