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Abbiamo ancora bisogno di buoni maestri

“Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”. Molti conoscono questa frase pronunciata dal presidente John Fitzgerald Kennedy al suo discorso di insediamento. Ma non molti forse sanno che Kennedy si preparò alla sua corsa alla presidenza anche scrivendo, nello stesso orizzonte ideale tracciato da quella frase famosa, un libro, ripubblicato recentemente in Italia, in cui andava alla ricerca di figure ideali di politici nella storia americana. Ritratti del coraggio, è il titolo del libro, premio Pulitzer 1957, a cui Kennedy lavorò quando aveva circa 38 anni e stava vivendo un periodo doloroso per la sua salute. Naturalmente non possiamo pretendere che chi aspira oggi alla guida politica di una nazione si prepari con lo stesso percorso culturale e ideale di Kennedy, ma se capitasse non sarebbe male! In ogni caso, le storie e l’orizzonte di quel libro, che andrebbe letto da giovani e non giovani che sono interessati alla politica, so…

Tutto è politica ma la politica non è tutto

Oggi, sembra evidente per tutti che la nostra convivenza sociale, non solo il governo politico, attraversa una fase critica che appare spesso drammatica. Il segno di questa percezione diffusa è la facilità, e la leggerezza, con cui si ricorre oggi sempre a parole ultimative e definitive nel dibattito politico. A dare retta a quello che si dice, sembra di essere ogni giorno sull’orlo di un abisso!
In realtà, la “politica”, nacque nell’antica Grecia - sarebbe il caso di non dimenticarlo! - come “rappresentazione”. Se interpretate questo termine come categoria teatrale non vi state sbagliando. È avvenuto proprio questo. I greci inventarono la “politica” come “discorso”, che sostituiva lo scontro fisico e la guerra per bande, con cui prima si era soliti risolvere i conflitti di interessi, trasferendo lo scontro su una specie di “palco teatrale”, lo scenario dell’agorà politico.  Che cosa succede oggi? La politica (come la democrazia!) attraversa una grave “crisi della rappresentanza”.  E ci…

Per una Babele felice

È il caso di non prendere alla leggera le proteste che da qualche tempo si sollevano contro il fatto che in alcune facoltà scientifiche di università statali italiane si tengano le lezioni in lingua inglese. Invece di ridurre quelle proteste a banali rigurgiti nazionalistici di retroguardia, mi pare opportuno metterne in luce ciò che di sensato e di decisivo emerge da quelle prese di posizione. 
Certo, è anche importante la denuncia del residuo di colonialismo che accompagna la pervasività dell’inglese (e in misura minore del francese e dello spagnolo), in tante aree del pianeta e in tanti ambiti della comunicazione e dei saperi. Da questo punto di vista, ha ragione Peter Sloterdijk, quando scrive che oggi “tutti gli studiosi di scienze naturali, i piloti, i diplomatici e gli uomini d’affari sono inglobati come nuove popolazioni artificiali, nell’ineludibile rete anglofona” (Sfere II, Globi).  È innegabile infatti che, quella della lingua inglese, non può essere vista solo come un’esige…

Il segno dell'umano

E se scomparissero il linguaggio e la conversazione?  Riusciamo ad immaginare un mondo umano caratterizzato dall’assenza della parola? Sarebbe ancora umano? Riusciamo ad immaginare una società umana in cui il linguaggio si è ridotto solo a una serie di grugniti? Anche se, a dire il vero, qui e là, si notano già alcuni segnali di tale trasformazione. Infatti, non siamo quasi al grugnito ogni volta che laparola, sia pure per difendere cause giuste, viene usata come violenta invettiva, come strumento di aggressione, come insulto, come disprezzo, come dileggio?  Sempre più spesso, molti sembrano ignari del fatto che la parola umana è, allo stesso tempo, sacra e fragile come un neonato, il quale va toccato e trattato sempre con assoluta cautela, quasi con timore, (“timore e tremore”) perché esporlo a un rischio anche lieve potrebbe comportare un pericolo mortale.
Domande e riflessioni, queste, nate dalla lettura del romanzo Lastrada di Cormac McCarthy. Credo si possa dire che questo romanzo s…

Perché abbiamo ancora bisogno della letteratura

Perché abbiamo bisogno della letteratura? Innanzitutto, per prendere atto che la crisi del nostro tempo, che ci coinvolge in ogni dimensione dell’esistenza, ha a che fare, in  modo radicale, con la situazione generale del linguaggio.  Quanti linguaggi dimenticati, tagliati o dichiarati privi di senso, a prescindere dal loro impatto sulla vita degli individui! Quanta omologazione dei discorsi e del “dire” a partire da bizzarre classificazioni tra linguaggi “moderni” o “non moderni”! Già Aristotele definiva “l’essere” come “ciò che si può dire in molti modi”. Il che significa che cancellare o ridurre quei “molti modi”, privilegiandone uno solo o alcuni, comporta una impossibilità di esperienza e conoscenza più complete dell’essere e della vita! E tuttavia, quante “possibilità” di dire e quindi di pensare vanno perdute! Mai come oggi il “dire” è un “fare”. E mai come oggi la povertà e la crisi del “dire” è crisi del “pensare”, del “progettare” e del “ fare”. In effetti, in questo “tempo della

Lo sguardo dell'angelo

Vi è mai capitato che, d'un tratto, qualcosa o qualcuno che, fino allora, era per voi quasi invisibile, nella sua scontata quotidianità, abbia acquisito forza di esistenza e visibilità? E sia riuscito ad offrirvi addirittura motivi impensati del suo insostituibile "esserci"? Al punto da darvi l’impressione di riscoprire in quel momento la vita stessa?  Ecco, è allora che avete sperimentato una specie di “miracolo” che ha modificato il vostro sguardo e il vostro "sentire"!
Vi è mai successo? A me è accaduto, qualche rara volta. È come vedereveramente qualcosa o qualcuno, che fino allora era come in ombra. Da allora ho cominciato a pensare che vivere, “vivere davvero”, forse, è soltanto una questione di “sguardi”. Ho cominciato a convincermi che, se esistesse un’arte del vivere (il che è molto dubbio!), essa dovrebbe consistere essenzialmente nel lavorare su di sé per “imparare a vedere”, per allenare il proprio sguardo, per acquisire il giusto sguardo sulle cose! Si…

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad esserlo i capi delle nazioni o i dirigenti dei partiti. Non riescono ad esserlo neppure i padroni dell’economia. Mai all’altezza dei tempi: è la maledizione che insegue i rivoluzionari in servizio permanente. Sono quasi sempre in ritardo agli appuntamenti con la storia anche i leader delle religioni. Quasi sempre in ritardo anche sapienti e intellettuali, abbagliati spesso dal luccichio del kronos e disattenti all’avvento controintuitivo del kairós.
Ma, diciamo la verità, arriviamo sempre in ritardo anche  come educatori, come amanti, come genitori, come figli, come cittadini: quante parole diverse avremmo potuto dire, quanti gesti mancati, quante domande inascoltate, quanti sguardi evitati! È proprio il caso di chiedersi: ma quanto sono in alto i tempi? E perché è così difficile essere alla loro altezza?
Non credo si tratti solo di una questione di vol…