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Che significa essere vivi?

Forse occorrerebbe riconoscere, una buona volta, che non esiste un’arte del vivere che si possa imparare, né tanto meno insegnare.
L’ educazione e la formazione stessa, possono servire forse solo ad accompagnare per un tratto “fuori dai confini noti” (non è forse anche questo il senso di e-ducere ?) gli individui, in attesa che eventualmente “accada” loro di intravvedere in parte la propria strada. E a tal fine offrire al massimo una sorta di “cassetta degli attrezzi”, utile durante un cammino non programmabile. Senza dimenticare, d’altra parte, l’insolubiledilemma insito in tutti i processi formativi ed educativi, i quali mentre dovrebbero far emergere l’unicità di ogni educando, non fanno altro che produrre uniformità. 
Figuriamoci, allora, se possiamo immaginare qualcosa comeun’arte del vivere, che si possa imparare o insegnare! Del resto, se dovessimo tener conto delle centinaia di migliaia di anni di “esperienza”, che l’homo sapiens ha alle spalle, dovremmo essere tutti specialisti n…

Il caso serio del linguaggio

Cosa rischiamo nel passaggio dal “politichese” a un tipo di gergo che si potrebbe chiamare “populese”? Infatti il progressivo impoverimento linguistico che riguarda sia la comunicazione privata che quella pubblica sta diventando davvero una questione urgente.
Lasciatemi condividere, a tale proposito, un’esperienza che penso facciate anche molti di voi. Una volta, qualche decennio fa, quando ci si sedeva nel salone di un barbiere, o ai tavolini di un bar (o in altri posti simili), sembrava relativamente facile, ascoltando le “quattro chiacchiere” che si fanno di solito in quel tipo di locali per passare il tempo, indovinare, dal modo di parlare, dai vocaboli usatio dal tono dell’argomentare, chi ci si trovava di fronte.  Insomma, era facile ipotizzare: “ah, questo che parla dev’essere un professore; quello un medico; quell’altro un operaio; quello, forse, un politico e questo sicuramente un prete, anche se non indossa l’abito talare; quell’altro potrebbe essere invece un ingegnere o qualco…

Il tempo delle scelte

Se ti sembra normale che vengano negati, ad alcuni, i diritti umani fondamentali, aspettati che arrivi, prima o poi, qualcun altro, più forte di te, che negherà i tuoi diritti. Perché, se c’è una lezione che la Storia, come una maestra paziente, non ha smesso di impartirci a più riprese, è che i diritti dell’uomo o sono universali o non sono!
In realtà ciò che in questi nostri tempi, in Italia e altrove, si tenta di mettere in atto, in modo più o meno subdolo, è la contrapposizionetra i diritti del cittadino e i diritti dell’uomo.  Anzi quella forma strana di democrazia che con un ossimoro viene chiamata “democrazia autoritaria”, e che recentemente, in modi sempre più espliciti, diversi gruppi cercano di proporre e costruire, si fonda proprio su una presunta sovrapposizione dei diritti del cittadino sugli universali diritti dell’uomo, se non addirittura sulla messa in mora di questi ultimi.
Qualcuno, una volta, ha detto: se Dio non c’è tutto è possibile! Oggi si potrebbe riformulare quell…

Per una filosofia delle rotatorie

So bene cosa voglio qui: voglio l’inconcluso”. Parole inaudite queste di Clarice Lispector (Acquaviva), che non abbandonano la mia mente, mentre mi faccio domande sullastrana mania di dover mettere la parola “fine” o di trovare necessariamente un titolo per ogni storia! Ne ho proprio bisogno? Davvero mi serve sempre uno schema in cui imprigionare la vita e le storie? Quelle personali o quelle delle culture, delle credenze, delle esperienze e dei linguaggi?
Spiegare ogni cosa e cercare l’ultima parola ogni volta che penso, che parlo, che agisco? Credo veramente con questo di aver finito di capire? Non penso che questo può valere solo per le istruzioni d’uso del cellulare o della lavatrice?
Ci sono cose che posso capire ma altre che posso solo contemplare, come pensava Iris Murdoch. E allora? Dove sarebbe il problema? Ci sono molte polarità nella realtà di cui non posso fare una sintesi. Devo lasciarle vivere nella multipolarità del reale, e limitarmi a “contemplarle”, così come appaiono…

"Si sta come d'autunno..."

Strano destino, quello del “destino” di tutti i viventi, cioè la morte. Strano destino: perché anche il suo nome, tra noi umani, è sempre nascosto, in un modo o nell’altro. È vero che, recentemente, a quanto sembra, nei media l’immagine più rappresentata è quella dei cadaveri, ma anche tale accentuata spettacolarizzazione della morte diventa una forma di oscuramento della stessa: perché la si tiene a distanza e la si accosta prevalentemente in contesti straordinari, accidentali e particolarmente violenti e cruenti. Quella che viene rappresentata infatti non è la morte di ognuno di noi. Strano destino, quello della “sora nostra morte corporale”, che viene per lo più, rimossa, come avviene sempre più spesso in certi cimiteri americani, dove nulla parla di morte, poiché sembrano piuttosto prati per il picnic. Lo stesso capita in genere nei necrologi e negli annunci mortuari, dove è accuratamente evitata la parola. Infatti, “si diparte”, “ci si spegne”, “non si è più tra noi”, al massimo “si…

Chi ha paura della storia?

La vita, a volte, ci offre dei piccoli segnali, ai quali dovremmo prestare più attenzione di quanto non facciamo di solito.  Uno di quei segnali, da tenere sempre sotto controllo, penso sia lo spazio che viene dato alla conoscenza della storia nei sistemi formativi e scolastici di ogni tipo.
Soprattutto perché c’è uno strano fenomeno che periodicamente si ripresenta nella vita delle società e che di solito viene spiegato con argomenti apparentemente razionali oppure pragmatici. Si tratta della pretesa di riscrivere o cancellare o spingere verso l’oblio la memoria storica. A volte con la presunzione di dare inizio all’Anno Zero
Pretese e progetti di questo genere non sono sempre evidenti, dichiarati e brutali come nel caso, per esempio, di Pol Pot o dei nazisti o dei giacobini francesi. No, spesso, soprattutto nei regimi democratici contemporanei, il fenomeno si annuncia con lo sdoganamento di parole e linguaggi fino allora nell’ombra, o con qualche atto amministrativo apparentemente in…

Educare nel XXI secolo

Si sente parlare spesso oggi di “emergenza educativa”, ma credo sia il caso di cominciare a pensare che ciò di cui si tratta non è tanto il fatto che oggi l’educazione sia un problema urgente, quanto piuttosto la constatazione che l’educazione è oggi, essa stessa, un “problema”!
Vorrei illustrare questa questione rileggendo un discorso fatto all’Académie française da Michel Serres, qualche anno fa. Per me, Michel Serres è stato ed è un grande maestro oltre che raffinato interprete della nostra contemporaneità. I suoi testi sui temi del sapere, dell’educazione e sulle trasformazioni della società e delle mentalità attuali, sono ancora tutti da “esplorare”.
Per analizzare il tema dell’educazione nel XXI secolo, egli comincia con una affermazione che apparentemente sembra scontata, ma che oggi è molto problematica: prima di pensare di insegnare qualunque cosa a chiunque, bisogna almeno conoscere chi è colei o colui che si presenta oggi a scuola, al liceo, o all’università.
Ma che cosa sta s…