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Democrazia è informazione

È impossibile oggi immaginare la democrazia separata dall'informazione. Ovviamente l'informazione di cui si parla come costitutivamente connessa alla democrazia non è né solo intrattenimento, né gossip o scandalismo. E neppure una informazione rinserrata nel "cortile di casa", priva di un continuo e ampio sguardo sul complesso e vario mondo attuale. L'informazione (le "news") necessaria deve essere professionale, approfondita e plurale. Il diritto e il dovere di informare e di essere informati, rimangono ancora oggi tra i meno rispettati.E tuttavia senza una seria informazione, diventa impossibile per i cittadini "conoscere per deliberare". Diventa impossibile una autentica democrazia. Tutto ciò è ancora più essenziale nel mondo globalizzato.

Perciò è più inquietante e inspiegabile la minaccia di chiusura che da parte del governo italiano attuale è rivolta in modo particolare a Radio Radicale, al quotidiano Avvenire e al quotidiano il manifesto. …

Quell'oscuro desiderio...

Chissà da quali grovigli interiori nasce quell’oscuro desiderio di vedere la gente “in ceppi”, che eccita la mente di tanti, come una strana forma di voyeurismo. Credo che neppure la psicanalisi possa aiutarci a capire quale sia l’utilità o la funzione del farsi “consumare” da quel desiderio, che ritorna ogni tanto in modo prepotente, come accade oggi. Intendo l’utilità e la funzione soggettiva.  Forse avremmo bisogno di dotarci di una sorta di “dispositivo” ermeneutico “assemblando” Freud e Nietzsche. Un tipo di operazione in cui era maestro Michel Foucault. Ma, tant’è, nel tempo delle fake news, non si accettano maestri, perché ognuno si considera maestro. Anzi, maestro di assoluto!
Certo, la storia ci ricorda che quel desiderio non è un fenomeno esclusivo dei nostri tempi. Si potrebbe risalire, per questo strano “rito” umano, a tempi ormai quasi dimenticati, quando, pare, che addirittura i genitori erano soliti condurre con sé anche figli piccoli per assistere, insieme agli altri abi…

Vivere nell'interregno

Dissacrare tutto non ha molto senso, oggi. È da assolutisti disperati. Privi dell’ironia necessaria per attraversare i tempi e le stagioni della vita. È l’atteggiamento di chi pensa che non ci sia più nulla degno di fiducia. E vorrebbe quasi che tutto andasse in frantumi o saltasse per aria, insieme a lui.  Dissacrare tutto sembra però una forma di sport o una moda attuale, molto in voga, che si manifesta spesso con parole intimamente distruttive e violente. Parole che inquinano gli animi e la vita stessa, più di quanto può accadere in una qualsiasi “terra dei fuochi”. Parole che incrinano le fragili ma insostituibili basi simboliche del vivere comune.  Si suole dire, a difesa, che in fondo le parole sono solo parole mentre la vita è un’altra cosa. E invece no! La vita umana è significato. È simbolo. È linguaggio. È parola. Più di quanto si crede!
Giocare a dissacrare tutto non ha molto senso, soprattutto in periodi come il nostro che molti storici definiscono un “interregno”, cioè un te…

Che significa essere vivi?

Forse occorrerebbe riconoscere, una buona volta, che non esiste un’arte del vivere che si possa imparare, né tanto meno insegnare.
L’ educazione e la formazione stessa, possono servire forse solo ad accompagnare per un tratto “fuori dai confini noti” (non è forse anche questo il senso di e-ducere ?) gli individui, in attesa che eventualmente “accada” loro di intravvedere in parte la propria strada. E a tal fine offrire al massimo una sorta di “cassetta degli attrezzi”, utile durante un cammino non programmabile. Senza dimenticare, d’altra parte, l’insolubiledilemma insito in tutti i processi formativi ed educativi, i quali mentre dovrebbero far emergere l’unicità di ogni educando, non fanno altro che produrre uniformità. 
Figuriamoci, allora, se possiamo immaginare qualcosa comeun’arte del vivere, che si possa imparare o insegnare! Del resto, se dovessimo tener conto delle centinaia di migliaia di anni di “esperienza”, che l’homo sapiens ha alle spalle, dovremmo essere tutti specialisti n…

Il caso serio del linguaggio

Cosa rischiamo nel passaggio dal “politichese” a un tipo di gergo che si potrebbe chiamare “populese”? Infatti il progressivo impoverimento linguistico che riguarda sia la comunicazione privata che quella pubblica sta diventando davvero una questione urgente.
Lasciatemi condividere, a tale proposito, un’esperienza che penso facciate anche molti di voi. Una volta, qualche decennio fa, quando ci si sedeva nel salone di un barbiere, o ai tavolini di un bar (o in altri posti simili), sembrava relativamente facile, ascoltando le “quattro chiacchiere” che si fanno di solito in quel tipo di locali per passare il tempo, indovinare, dal modo di parlare, dai vocaboli usatio dal tono dell’argomentare, chi ci si trovava di fronte.  Insomma, era facile ipotizzare: “ah, questo che parla dev’essere un professore; quello un medico; quell’altro un operaio; quello, forse, un politico e questo sicuramente un prete, anche se non indossa l’abito talare; quell’altro potrebbe essere invece un ingegnere o qualco…

Il tempo delle scelte

Se ti sembra normale che vengano negati, ad alcuni, i diritti umani fondamentali, aspettati che arrivi, prima o poi, qualcun altro, più forte di te, che negherà i tuoi diritti. Perché, se c’è una lezione che la Storia, come una maestra paziente, non ha smesso di impartirci a più riprese, è che i diritti dell’uomo o sono universali o non sono!
In realtà ciò che in questi nostri tempi, in Italia e altrove, si tenta di mettere in atto, in modo più o meno subdolo, è la contrapposizionetra i diritti del cittadino e i diritti dell’uomo.  Anzi quella forma strana di democrazia che con un ossimoro viene chiamata “democrazia autoritaria”, e che recentemente, in modi sempre più espliciti, diversi gruppi cercano di proporre e costruire, si fonda proprio su una presunta sovrapposizione dei diritti del cittadino sugli universali diritti dell’uomo, se non addirittura sulla messa in mora di questi ultimi.
Qualcuno, una volta, ha detto: se Dio non c’è tutto è possibile! Oggi si potrebbe riformulare quell…

Per una filosofia delle rotatorie

So bene cosa voglio qui: voglio l’inconcluso”. Parole inaudite queste di Clarice Lispector (Acquaviva), che non abbandonano la mia mente, mentre mi faccio domande sullastrana mania di dover mettere la parola “fine” o di trovare necessariamente un titolo per ogni storia! Ne ho proprio bisogno? Davvero mi serve sempre uno schema in cui imprigionare la vita e le storie? Quelle personali o quelle delle culture, delle credenze, delle esperienze e dei linguaggi?
Spiegare ogni cosa e cercare l’ultima parola ogni volta che penso, che parlo, che agisco? Credo veramente con questo di aver finito di capire? Non penso che questo può valere solo per le istruzioni d’uso del cellulare o della lavatrice?
Ci sono cose che posso capire ma altre che posso solo contemplare, come pensava Iris Murdoch. E allora? Dove sarebbe il problema? Ci sono molte polarità nella realtà di cui non posso fare una sintesi. Devo lasciarle vivere nella multipolarità del reale, e limitarmi a “contemplarle”, così come appaiono…