L'informazione è solo mitologia?

L'ultima illusione che sarebbe il caso di abbandonare è l'idea che l'informazione, (via stampa, tv, nuovi media) possa essere una via d'accesso al reale: la verità invece è che il reale assume sempre più la figura dell'oggetto perduto.  .


Questo avviene non solo quando ci troviamo di fronte a organi o operatori dell'informazione inaffidabili e professionalmente disonesti - capitano pure casi del genere -, ma anche quando gli operatori della comunicazione fanno con professionalità e onestà il proprio mestiere.

Anche se, mentre in quest'ultimo caso, la difficoltà di accesso al reale è dovuta a cause, potremmo dire, oggettive, derivanti dalla natura stessa dell'informazione moderna, e dalla logica del mercato; nel caso dei primi, la nostra situazione è aggravata da una deliberata mistificazione della realtà e da un inquinamento del rapporto che noi abbiamo con essa, per interessi che non hanno niente a che vedere con la responsabilità dell'informazione..


In ogni caso, il reale rimane un enigma, oggi più che mai. Nonostante la nostra epoca sia definita l'età dell'informazione. O forse proprio per questo! Soprattutto considerando che, notava Roland Barthes, forse il vero grande problema della modernità sembra essere la disintegrazione del "segno".


In effetti, in questo quadro, cosa può significare, oggi, "notizia"?

L'interrogativo si chiarisce se pensiamo che l'informazione non è tanto una somma di informazioni. E che, i cosiddetti fatti o cose, non sono oggetti dati ma soltanto "materiali".

Per cui occorrerebbe abituarsi a considerare un "giornale" non come una specie di scorza destinata a rendere visibile la verità del mondo o l'annuncio di una realtà. I "giornali" in effetti non sono affatto la superficie "visibile" della realtà.


L'informazione oggi dovrebbe essere considerata - è stato detto opportunamente - piuttosto un "sistema di scrittura" che, come altri sistemi di scrittura, ha una propria logica e propri postulati di partenza (M.De Certeau).

Se è così, i "prodotti" dell'informazione, proprio perché prodotti, non sono tanto cose o "fatti" ma risultati di selezione, analisi ed elaborazione di "materiali".

Si tratta quindi di materiali -  non oggetti o fatti - che vengono organizzati e posti in relazione con altri elementi, in funzione delle regole, dello stile, del pubblico proprio e delle specifiche finalità di quel "sistema di scrittura" che è l'informazione, e che si manifesta in quella determinata macchina informativa, quel particolare organo di informazione. 


Perciò, il "giornalista", in effetti,  seleziona e "tratta" i suoi materiali, "fabbrica" giornali, "fa" dell'informazione, secondo regole specifiche non determinate da un oggetto "da rivelare", ma in funzione di operazioni che permettono la produzione di una letteratura particolare. secondo postulati e presupposti specifici che regolano, del resto, l'epistemologia contemporanea, anche in analoghi altri ambiti disciplinari,

Che poi la letteratura prodotta in contesto giornalistico sia scadente o meno, è un altro discorso, Il fatto è che la "verità" o la "realtà", hanno poco a che vedere con tutto questo, anche nel caso di "produzione" professionalmente onesta del "racconto" giornalistico.


Certo, scegliendo il suo materiale dalle notizie prodotte dalle agenzie il "giornalista" deve mantenere "l'effetto di reale" (attraverso quei piccoli dettagli, che sarebbero anche inutili e superflui ai fini del suo discorso complessivo, ma che "servono" per una funzione/finzione di "aggancio" con il reale); l'effetto di realtà, infatti diceva Barthes, è la condizione prima della scrittura della stampa (R.Barthes, Il brusio della lingua), pur rimanendo solo un effetto, una impressione, per così dire.

Il richiamo a Barthes ci guida infine a fare l'ulteriore passo verso una definizione dell'informazione come una mitologia contemporanea.

È ciò che intendeva Violette Morin quando scriveva che "i racconti persistenti della stampa e dell'insieme dell'informazione di massa, mitizzano la realtà vivente. (L'écriture de presse, cit. da De Certeau). Insomma l'informazione, questa produzione di grandi o piccole leggende o racconti o narrazioni popolari, con dentro qualche elemento del quotidiano, è l'equivalente delle mitologie di un tempo. "Essa risponde a una funzione e obbedisce, come la poetica di ieri, a regole che ordinano stereotipi e figure di stile, in vista della drammatizzazione della vita corrente. Perciò, come gli atlanti dell'età classica, queste "rappresentazioni" presentano al pubblico un "teatro del mondo" più che il mondo stesso.


Forse dovremo adattarci a questa situazione di mancanza dell'oggetto o di realtà negata in cui è sempre più difficile, per chi non ha raffinati strumenti di decodifica e provata metodologia di conoscenza, capire come va il mondo.

Si parla tanto di politica spettacolo o di politica come mitologia; perché non si dovrebbe parlare anche di informazione come mitologia?


Se il tutto deve servire a costruire un racconto (una mitologia), se il reale è l'oggetto perduto, e alla fine irrilevante, tutto diventa solo un ritrovarsi insieme in un vuoto, un "quasi niente", accompagnato solo dallo stesso tipo di trasporto che caratterizza le forme contemporanee della società dello spettacolo.

E forse oggi i vari organi di informazione ("la fabbrica" dell'informazione) hanno, come interesse e obiettivo, solo la creazione di comunità di lettori e spettatori fedeli, tenute insieme dal "puro bisogno di un'appartenenza il cui contenuto è divenuto vuoto", assente.  Una  forma di appartenenza, in cui la verità e la realtà alla fine diventano irrilevanti, purché funzionali ai desideri e ai bisogni di una comunità, dove in sostanza ciascun individuo, alla fine, è responsabile solo di fronte a se stesso. 

Sono comunità, quelle che gli organi di informazione mirano a costruire, nelle quali in realtà non  c'è più niente di vero che unisce, ma tutto può essere vissuto come ugualmente molto "bello", come una festa, come un coro, come una danza, come una lotta, come una marcia, come una "massa di manovra", come un'esaltante estasi effimera di comunione e di passione collettiva. Come le liturgie estetizzanti di certe comunità religiose, alla fine delle quali è importante solo che ognuno se ne torni a casa appagato dall'esperienza fatta.












La vita schiacciata sul proprio opposto.

 Diciamoci la verità. Il nostro problema oggi è che non siamo più capaci di confrontarci né con il negativo, né con la differenza, se non nei termini di una semantica e una logica di potenziale annientamento.

Oggi, "la questione", non solo politica ma culturale, è tutta qui: il prevalere di un approccio "militare" ai problemi del "negativo", della "differenza" e alla fine della relazione con l'  "altro".

Ne abbiamo avuto una drammatica e sorprendente conferma anche durante le vicende della pandemia, quando anche gli scienziati, schierati con le loro truppe cammellate, in vari modi,  hanno dimostrato, secondo una tesi da tempo enunciata da Norbert Elias, che anche la scienza, alla fine, è una lotta per il potere, dove obiettivo rilevante diventa l'annientamento degli avversari. Tutto questo ovviamente al di là degli indispensabili contributi della scienza alla soluzione dei problemi dell'umanità. 


Del resto, un approccio "militare", in ambito culturale, teso a cancellare il negativo, lo troviamo annunciato già a partire da Cartesio, per il quale l'istituzione della scienza moderna richiede che sia fatta tabula rasa del sapere precedente.

Per non menzionare quello strano desiderio di annientamento, volto ad evidenziare il carattere rivoluzionario e la novità assoluta della sua chimica, che spinse il grande scienziato Lavoisier a cancellare tutte le tracce precedenti della sua costruzione, troncando in tal modo tutti i legami che lo mettevano in relazione con i suoi predecessoriaffondati in questo modo nell’oscurità, o nel nulla. (Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni)


È solo uno dei tanti esempi di un'idea e di un desiderio di "rivoluzione" che si concepiscono essenzialmente come negazione assoluta e annientamento dell'altro,

Si tratta sempre di una forma di primato della negazione, che pare mirare a una liberazione dal negativo, ma, come “ogni via di liberazione, può tornare a chiuderci in una prigione. Accade appunto nelle opposizioni assolute dove si nega "l’altro" assolutamente, con la presunzione di voler separare il cosmo dal caos. (Luca Bagetto, San Paolo, Feltrinelli).

 

C'è evidentemente un lavoro urgente da fare, a un tempo filosofico e politico, perché tornino a riemergere  immagini affermative del negativo, quali la differenza o l'op-posizione ( non la contrapposizione, infatti, nota Roberto Esposito, il prefisso "ob" significa primariamente un porre "a fronte di", "davanti a", e solo in maniera derivata "contro", implicito invece in "contra[p]posizione", dove prevale la relazione con il "non", il negativo, la negazione.


Rimane valida per questo la tesi di Roberto Esposito (Politica e negazione, Einaudi), secondo cui nella temperie che oggi ci troviamo ad attraversare, l'intensificazione del negativo, in tutti gli ambiti del pensiero e della prassi, ci spinge a inscrivere nell'orizzonte negativo dell'inimicizia tutti, amici e nemici

Infatti, è una strana esperienza quella che viviamo oggi, quando, "il nemico è tale in quanto non-amico", così come "anche l'amico è definito soltanto dal suo essere non-nemico". 

Non sarà, forse, per questo che, come nota Peter Sloterdijk, oggi non siamo più capaci di relazioni forti?


In questo contesto, radicalmente negativo, non può meravigliare se tutte le categorie politiche "assumono oggi significato non in quanto tali - in ragione del loro contenuto affermativo -, ma solo come negazione del proprio contrario".(R.Esposito)

E, in tempi in cui, a proposito o a sproposito, si ciancia tanto di libertà, non c'è da stupirsi  se anche la libertà diventa prevalentemente "negativa". - Infatti, è evidente che oggi la "libertà" viene schiacciata nell'orbita paradossale della "necessità". Essa perde la sua creatività e, stando a ciò che ci tocca sentire, non diventa altro che non-necessità, non-costrizione, non-dominio.


Sarebbe il caso, allora, di uscire definitivamente, scrive Roberto Esposito, da quello che è ormai un  dispositivo di lungo periodo che ha legato politica e negazione, ma anche pensiero, filosofia e negazione, già dall'inizio dell'età moderna, in una modalità  ancora stretta intorno a noi oggi. Solo in questo modo tornerebbero a riemergere le figure affermative del negativo, senza le quali tutta l'esperienza umana perde di impulso e la vita stessa resta schiacciata sul proprio opposto.


Purtroppo, l'illusione nefasta di esaurire il negativo per annientamento, e la pretesa di negarlo e cancellarlo, senza confrontarsi con esso testimonia solo la nostra incapacità di pensare davvero il negativo e la differenza


Del resto, ciò a cui ssistiamo continuamente, sia nella politica moderna, sia nelle relative filosofie e teologie, come pure nella prassi quotidiana, è solo un continuo passaggio della negazione (annientamento) da un piano linguistico a uno ontologico, e infine performativo, volto all'esclusione e annichilamento di quanto viene negato..

 In questo caso, tra il dire e il fare, tra le parole e i fatti,  non c'è per niente di mezzo il mare, ma purtroppo solo un breve passo, come siamo costretti a sperimentare ogni giorno e a tutte le latitudini.

È quello che Roberto Esposito caratterizza come una specie di  "macchina metafisica che fa della negazione la forma del politico e del politico il contenuto della negazione".

In questo modo, davvero, l'esperienza umana è condannata a perdere di impulso e la vita umana stessa è ridotta a restare schiacciata sul proprio opposto,


È possibile, come pensava Deleuze, l'inversione del primato del negativo in quello del positivo? È possibile un pensiero e una prassi in cui  il positivo diventi  l'orizzonte del negativo piuttosto che il contrario?








Mi chiamano natura e sono tutta arte

 Qualcosa non va nel nostro rapporto con la "natura". Qualcosa non funziona più. La nostra conoscenza della physis, e il tipo di rapporto che abbiamo stabilito con essa, non  aiuta più, noi esseri naturali, a crescere insieme. 

Sì, perché è il tipo di atteggiamento che instauriamo con la natura/physis, che determina anche  la conoscenza che abbiamo di essa, e quindi di noi stessi.

Ebbene, possiamo comprendere meglio ciò che non va, se rammentiamo l'idea di Paul Claudel, secondo cui la conoscenza (connaissance) è essenzialmente co-nascita, (co-naissance) crescita simultanea degli esseri nell'unità della physis, intesa appunto come crescita e nascita (Paul Claudel, Ars poetica).


In effetti, il termine greco physis, secondo un'antica tradizione esegetica che viene ripresa nel 900 da Heidegger, nota Pierre Hadot, designa "l'erigersi nell'atto di schiudersi", e quindi l'azione dello sbocciare, dello schiudersi, dell'emergere, del crescere.


Ecco il punto, un approccio alla "natura", o una "conoscenza", che non ci facesse nascere e crescere insieme, sarebbe solo una conoscenza superficiale, incompiuta, frammentata e, a lungo andare, disgregante.


Abbiamo probabilmente dimenticato qualcosa di importante; sembra infatti che abbiamo perso la capacità di quella percezione corretta e autentica della natura, di cui parlava Lucrezio, quando scriveva che una percezione pura dela physis consiste nel riuscire a guardare sempre, il mondo e le cose, come se le vedessimo per la prima volta.

Insomma, a quanto pare, abbiamo impoverito il nostro approccio alla natura, e quindi il nostro rapporto con noi stessi.

Per questo, pur se le nostre conoscenze ci danno risultati in tanti settori, qualcosa di essenziale è andato perduto. Perdita, di cui ci rendiamo conto, talora in modo angoscioso, nei momenti in cui è la natura stessa, con la sua imprevedibilità, a sorprenderci  e traumatizzarci.


È a questa perdita, a questa mancanza, e alla conseguente frammentazione della physis e dell'esperienza, che si riferiva Cézanne, quando chiedeva: "Perché dividiamo il mondo? È il nostro egoismo che vi si riflette? Vogliamo tutto a nostro uso". 

Sî, perché ci siamo, tutti, talmente abituati a percepire la natura, il mondo e le cose, solo "da un punto di vista utilitario, o strumentale, selezionando solo ciò che pertiene alla nostra azione sulle cose, da diventare ormai incapaci di vedere le cose per come esse appaiono davvero, nella loro realtà e unità".(Pierre Hadot, Il velo di Iside, Einaudi)


Difficile capire perché è accaduto e sta accadendo tutto questo. Che cosa ha prodotto  nell'immaginario collettivo una paradossale separazione dell'uomo dalla natura, che si è manifestata, sì, come maturazione, ma anche come angoscia

Un'angoscia a scoppio ritardato, secondo la tesi dello storico della scienza Robert Lenoble (Storia dell'idea di natura, Guida ed.), condivisa da Pierre Hadot. Infatti, egli scrive, solo a poco a poco ci si è resi conto, a partire dalla fine del Settecento in poi, di una forma di maturazione e stravolgimento allo stesso tempo, della condizione umana, provocata dalla rivoluzione meccanicistica prima, e da quella industriale poi.


Solo gradualmente, man mano che si prendeva coscienza di questo allontanamento dalla physis, si è sentito il bisogno di cercare un diverso contatto con essa.


Infatti, ci siamo resi conto che per un corretto rapporto con la natura non basta la strada della percezione quotidiana. Questa, che pur ci coinvolge tutti, è basata sulle nostre abitudini e sulla direzione dei nostri interessi. Tuttavia, nella nostra percezione quotidiana, perlopiù, noi teniamo conto solo di ciò che è utile. Come scrive Pierre Hadot, noi ignoriamo per esempio le stelle, "non prendiamo nemmeno in considerazione il mare e la campagna, o al limite ne facciamo luogo di riposo, se viviamo in città, o di lavoro se di mestiere facciamo i marinai o i contadini".

Tuttavia, non è sufficiente, per questo diverso rapporto con la natura, nemmeno la percezione che ci deriva dalla conoscenza scientifica, che pur si contrappone al mondo della percezione abituale. Infatti, ha ragione Pierre Hadot quando nota che "la rivoluzione copernicana ha trasformato il discorso teorico degli scienziati e dei filosofi, ma non ha cambiato nulla della loro esperienza vissuta". 

Husserl e Merleau-Ponty hanno dimostrato infatti che per la nostra esperienza vissuta, non c'è stata alcuna rivoluzione copernicana.

 

È il caso di ricordare allora che al distorto mondo della percezione quotidiana della natura, si contrappone, oltre alla percezione scientifica, anche il mondo della percezione estetica, nella misura in cui, scrive Pierre Hadot, l'arte potrebbe essere considerata anch'essa una forma di rapporto e di conoscenza della natura,

 "Contemplare l'universo con occhi da artista", diceva Bergson, può essere una forma di conoscenza che intensifica e arricchisce il nostro rapporto con la natura. 

Il punto di vista dell'artista vede le cose per come esse sono e non più per come esse "sono per noi".

Si tratta di non percepire più "soltanto in vista dell'agire", ma di percepire le cose "per percepire, per null'altro, per puro piacere". 

Siamo ancora capaci di questa forma di percezione, che è anche, perché no, una forma di conoscenza? Oppure siamo condannati all'avvilimento prodotto dall'abitudine e dall'interesse"?


La filosofia, diceva Merleau-Ponty, e la vera saggezza consiste nell'imparare daccapo a vedere il mondo e la natura.

Dovremmo impararlo daccapo, tutti, uomini e donne comuni, filosofi, scienziati della natura, religiosi, politici, imprenditori e produttori, educatori,  operatori dell'informazione,  giovani e anziani, ma anche, poeti e artisti, anche se per questi dovrebbe essere forse più facile!


Probabilmente se ci si limita a gridare: "natura natura", "ambiente", "crisi climatica", "salvare il pianeta", ecc., senza un vero cambio di atteggiamento individuale, che non è solo razionale o politico, o scientifico, ma anche emotivo e affettivo,  non andremo molto lontano.

Ebbene, "la percezione estetica comporta sempre un elemento affettivo, di piacere, ammirazione, entusiasmo o anche terrore a volte. Riconoscere un valore proprio all'approccio estetico alla physis/natura significa necessariamente introdurre anche nel rapporto tra l'uomo e la natura "un elemento affettivo, sentimentale o irrazionale" (P. Hadot). 

Possiamo fare a meno di questa esperienza "affettiva" che invade l'essere intero e che ci consente di sentirci una parte del Tutto?. Non è oggi il momento di pensare che tale atteggiamento può (e deve) coesistere con i metodi limpidi e razionali, come avveniva già in Goethe? Del resto, notava Norbert Elias, la ragione umana non è solo una macchina, ma anche sentimento.


Non è forse vero, che la natura stessa - come scriveva Paul Valéry - si comporta da artista?, e, "a modo suo, non fa lo stesso con i suoi giochi, quando prodiga, trasforma, inabissa, dimentica e ritrova tante chance e figure della vita, nel mezzo dei raggi e degli atomi in cui si gonfia e si ingarbuglia tutto il possibile e l'inconcepibile ?"


Il razionale, e saggio, Voltaire condivideva e invitava forse a un atteggiamento analogo, quando, alla voce "Natura" del Dizionario filosofico, immaginava la Natura che, rivolta a un bambino, gli dice di sé: "vuoi che ti dica la verità povero bimbo? Il fatto è che mi è stato dato un nome che non mi appartiene: mi chiamano natura e sono tutta arte". 






















Il confine sottile tra divulgazione e fake news

 La divulgazione culturale non esiste più, o, quando c’è, sembra quasi sempre il regno dell’incompetenza e dell’approssimazione.

D'altra parte, c'è poco da stupirsi, perché lo stato pietoso della divulgazione scientifica, e culturale in genere, è un chiaro segnale del cattivo stato dell’informazione, la grande malata di oggi.

Non credo sia lontano dal vero perciò ritenere che il degrado della divulgazione è una delle principali ragioni della diffusione delle fake news e del regime di post-verità, che di quella diffusione è per così dire l'istituzionalizzazione.


Dovremmo forse dire che la situazione in cui ci troviamo rappresenti, in un certo modo, addirittura il fallimento del progetto "illuministico"? O, come sostiene Peter Sloterdijk, dobbiamo pensare che l'uomo d'oggi sembra non più educabile? Se è vero, come egli pensa, che l'abolizione della nobiltà in tutti i suoi significati si è trasformata nell rifiuto dell' idea stessa di "nobiltà" e di ogni "dimensione verticale" e quindi nella connessa marginalizzazione dell'obiettivo del necessario miglioramento di sé, appunto in un senso "verticale". Forse è anche qui la radice della crisi dell'antropologia contemporanea (P. Sloterdijk, Dopo Dio, Cortina ed,)

Anche per questo, probabilmente, ci ritroviamo oggi a baloccarci con una affermazione idiota e pedestre del cosiddetto "principio dell'uno vale uno", fino a far saltare la distinzione tra sapere e non sapere, e fino a rendere incomprensibile e quasi superfluo, perciò, per i più, anche il senso del progetto culturale-educativo illuministico. 


Altrimenti, perché staremmo assistendo, relativamente ai più diversi ambiti del sapere (scientifico, storico, filosofico, ecc.) a una spinta precipitosa verso una indecente «volgarizzazione» della divulgazione, in cui ognuno si considera onnisciente?


Sarebbe ora di cominciare a gridare: liberateci dai divulgatori di professione, senza memoria e senza adeguate competenze! Liberateci dai divulgatori improvvisati, senza seria formazione e preparazione specifica! Liberateci dagli innumerevoli divulgatori "tuttologi", laureati a furor di audience, indipendentemente da quello che dicono. Liberateci da tutti coloro che si sentono obbligati a dirci "la loro", urbi et orbi, su ogni ambito dello scibile.

Abbiate pietà di noi! Abbiate pietà di noi ascoltatori, di noi spettatori, di noi lettori di giornali, di rotocalchi o magazine.

Lasciateci nella nostra ignoranza, piuttosto, invece di inquinare le nostre menti con approssimative e devianti post-conoscenze!


È incredibile che nei settori culturali più diversi si vedano spuntare come funghi «divulgatori» autoconfezionati, a cui vengono affidati compiti di divulgazione culturale, o perché si sono imposti alla ribalta mediatica, o perché costano poco, o perché, peggio, i committenti pensano che nella divulgazione culturale e scientifica, i danni che si potrebbero produrre, non sono poi così gravi. Sarebbe il caso, invece, di cominciare a convincersi che i danni prodotti da una cattiva divulgazione, così come quelli prodotti da cattivi maestri, sono più catastrofici, per il futuro delle comunità umane, di una bomba atomica


In realtà, il danno è ugualmente grave e, spesso, irrecuperabile, sia nel caso di divulgatori approssimativi e incompetenti che pretendono di poter parlare di tutto, per sentito dire, come fanno gli amici ai tavolini del bar di quartiere, sia nel caso di divulgatori con specifiche competenze, che pensano di essere autorizzati a parlare pubblicamente di tutto, solo perché hanno un titolo o sono specialisti di un settore specifico, o magari solo perché sono stati premiati per qualche loro lavoro in un settore determinato del sapere.


Certo, se noi paragonassimo quelle che una volta erano chiamate le "terze pagine" dei giornali, dove il compito di divulgazione era affidato ad autorità riconosciute nei vari campi del sapere, - da quello scientifico a quello umanistico, da quello artistico a quello storico, ecc., - se noi paragonassimo quelle terze pagine a certi "pezzi" che oggi siamo costretti a leggere su "grandi" o "piccoli" giornali o nelle rubriche culturali dei media, dove la divulgazione sembra affidata al primo che capita, o magari a "star" dei media,  perché fanno audience o solo perché competenti in qualche campo specifico, penseremmo di essere capitati su qualche pianeta indecifrabile dell'universo "culturale". 

Appunto, il pianeta delle fake news, o delle finte o mezze verità. Il pianeta dove nessuno si accontenta di far bene il proprio mestiere!


È vero che un divulgatore non deve solo sapere ma anche saper comunicare, ma nessun buon comunicatore può divulgare quello che non conosce in modo ampio e approfondito. 

Tanti dibattiti e articoli degli organi di informazione durante la pandemia ci hanno fatto toccare con mano sia il degrado della divulgazione e dell'informazione, sia la presunzione diffusa di poter esprimere pareri su tutto lo scibile, senza nessuna consapevolezza autocritica. Ed è probabile che tutto questo lascerà, tra l'altro, un segno di lunga durata sul tipo di percezione collettiva della scienza.


È forse il caso di concludere, riformulando un noto detto: la divulgazione culturale è un affare troppo serio, per lasciarlo in mano ai divulgatori! 



La cultura non é un arsenale, la cultura é un orizzonte

 La cultura non gode di buona salute, oggi. Crescono gli  ambienti malsani per la cultura anche in ambiti dove essa dovrebbe sentirsi a casa, come centri politici, settori accademici, gruppi rilevanti delle chiese, organi di informazione, agenzie educative, e addirittura anche settori scientifici, come abbiamo tutti potuto verificare in occasione della pandemia in corso. Dove si sono imposti tanti soggetti chiaramente interessati alla propria autoconservazione più che alla crescita culturale.

E tuttavia sappiamo che la cultura è la nostra natura. Noi cresciamo con essa.

Naturalmente, come tutto ciò che è umano, anche la cultura è instabile, fluttuante, ed evolve, da sempre. Tutte le componenti delle culture si trasformano, a volte si reinterpretano vicendevolmente, per rimanere vive; così come a volte diventano leggende o favole e letteratura, o danno origine a speculazioni, a direzioni di ricerca, indagini, artefatti, contenuti, nozioni e pratiche di vario genere. 

È vero anche, però, che la cultura, la cultura di un popolo, di una comunità umana, di un individuo, non si riduce solo ai suddetti "prodotti". 

Essa è qualcosa di più. Ed è in quel "qualcosa di più" che si radica la costruzione dell'identità di un popolo o di un individuo. 

È, a partire da quel qualcosa di più, che la cultura è in grado di durare e di far durare

Forse questo fattore in più spiega anche la funzione “creativa” della cultura. Perciò noi, animali culturali, diceva Claude Lévi-Strauss, siamo destinati appunto ad essere dei bricoleurs, degli improvvisatori.


È a questo che probabilmente si riferiva Hans Blumenberg,  quando citava l'espressione di Edouard Herriot, secondo cui "cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto". Sì, perché se una cultura si identifica solo con i suoi "prodotti", se non ha qualcosa che la attiri oltre, essa perde qualcosa di fondamentale e quindi anche la capacità di creare e di sopravvivere.


"Quel" qualcosa in più che dà significato alle culture e che consente ad esse di resistere, di durare, di essere creative e feconde, quel qualcosa che "anima" i prodotti, i valori, le nozioni, le istituzioni e le pratiche di una cultura è l'orizzonte: in cui quei prodotti sono inquadrati, l'orizzonte da cui sono ispirati, l'orizzonte che costituisce la natura essenziale di ogni cultura


Sì, la cultura è essenzialmente un orizzonte, secondo Hans Blumenberg. E l'orizzonte è appunto ciò che resta, dopo che si è dimenticato tutto; ma, attenzione,  aggiungeva Blumenberg, a scanso di equivoci, "bisogna tuttavia potersi ricordare di molte cose, per avere la licenza di dimenticare tutto”. Come per dire: la cultura è essenzialmente un orizzonte, ma non è un orizzonte di nebbie indefinite e indistinguibili. 

Infatti, solo chi ricorda molte cose della cultura a cui appartiene, solo chi ha, per così dire, implementato quel patrimonio, può riuscire davvero anche a dimenticare tutto e continuare a riconoscersi in un orizzonte che gli consenta di fare ancora balzi in avanti. 

Sì, in realtà questo è abbastanza evidente sul piano logico: io posso dimenticare solo ciò che ricordo!

In altre parole, se la cultura è ciò che resta, dopo che si è dimenticato tutto, questo è possibile solo se la cultura è anzituttoun orizzonte di senso vivo e luminoso. 

Solo una cultura che è percepita prima di tutto come un orizzonte, è creativa e pregna di futuro.


Possiamo allora comprendere meglio in che senso la cultura non gode di buona salute, oggi, come si diceva all'inizio.

Attenzione, qui non si tratta del fatto che oggi sembrano imporsi, relativamente alla cultura, pericolosi atteggiamenti: come quello che porta a considerare la cultura un accessorio opzionale; o la tendenza a una plateale esibizione dell'ignoranza, oppure, all'opposto, una boriosa presunzione di sapere, che molti, troppi, sbandierano su ogni argomento. 

No, non si tratta solo di questo: ai suddetti atteggiamenti, in tempi di fake news e di post-verità, dovremo purtroppo fare l'abitudine. Caso mai possiamo tentare di applicare in questo, come in altri casi "difficili", la saggia regola di Max Horkheimer: «attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire in qualche modo alla realizzazione del meglio ».


No, se la cultura non gode di buona salute, è soprattutto perché troppo spesso si pensa di poter distorcere la sua natura essenziale di orizzonte, e trascinarla nella polvere del banale e venale scontro degli interessi.

È evidente la tentazione da parte di molti, ad abusare della cultura e delle culture dei popoli, per utilizzarle come armi.  sono infatti chiaramente visibili oggi inaspettate ambigue corrispondenze tra fenomeni e soggetti, magari lontani sul piano geografico o diversi dal punto di vista ideologico

Insomma, pare annunciarsi una fase di vera e propria chiamata a subdole guerre culturali, talora più violente e inquietanti di quelle militari, economiche o politiche:  esplicite forme di integralismi e fondamentalismi appaiono nei contesti più impensati, e coinvolgono istituzioni, organizzazioni, movimenti politici e religiosi, gerarchie e leadership, gruppi e individui.


È perciò il momento di ricominciare a chiedersi: che cos'è cultura?

Infatti, se la cultura diventa solo un deposito intoccabile, o una rigida identità da replicare e su cui arroccarsi, contro tutto e tutti, allora dovremo attenderci pessime  notizie per la comunità umana. 

Se le culture diventano armi, esse distruggeranno non solo le relazioni, ma se stesse e la stesa natura umana.


Cos'è cultura, allora?

"La cultura non è un arsenale, la cultura è un orizzonte", risponde Hans Blumenberg, originale e importante pensatore del Novecento..

Se la cultura è un arsenale, se  le culture sono utilizzate come arsenali, allora, alla fine, il loro destino è quello di diventare superflue e infeconde, e disintegrarsi.

Una cultura che è intesa come un arsenale, come deposito di armi contro altri, è destinata a ridursi all.assurdo ruolo di guardia del nulla, in attesa del nulla, un pò come capita  ai guardiani della Fortezza Bastiani, di cui parla Dino Buzzati, ne Il deserto dei Tartari.


Se invece la cultura e le culture sono prima di tutto orizzonti di sensi, l'umanità dispone di sorgenti di senso, di sistemi di simboli e metafore non riducibili definitivamente in nozioni o concetti, ma sempre traducibili e reinterpretabili nelle varie epoche, attraverso cui comprendere se stessa e oltrepassare se stessa.

Proprio perché la cultura è un orizzonte, disporremo di una sorta di una riserva di "immaginazione metaforica" che "conosce ragioni che la ragione non conosce, ed è refrattaria ad esperimenti dirimenti che le vogliano far dire sempre inesorabilmente una cosa sola".(Francesca Rigotti).

È vero, se la cultura è un orizzonte "viviamo anche sempre tra gli estremi della disintegrazione e della (re-)integrazione" (Blumenberg), ma la nostra identità disporrà sempre di risorse per ricostruirsi e reinventarsi, magari attraverso interminabili incroci e comunicazioni tra orizzonti e culture diverse.

In realtà, lo sappiamo bene: solo forme di incroci o di "fusioni di orizzonti" hanno reso possibili da sempre i balzi in avanti delle civiltà e dell'umanità. 


L'uomo abita la Casa dello Specchio

È un grosso handicap della Modernità occidentale, il fatto che le parole siano diventate solo oggetti tecnici, in ossequio pedissequo alla oggettività e alla positività scientifica. 


In conseguenza di quest'approccio, le parole, tutte le parole, scrive Pierre Legendre, non diventano altro che un media portatore di informazioni, sono solo degli "oggetti" utili, e non considerate invece "come facenti corpo con il corpo" dell'uomo.

Del resto, il corpo stesso, "l'animalità dell'uomo, non viene considerato, salvo che dalle arti, come avente anche statuto di discorso".


Tutto questo ha anche a che fare con il problema dell'identità e il processo di identificazione. 

In effetti, qualcosa non va nel modo in cui in Occidente ci si identifica: perché, nota ancora Legendre, "per l'Occidentale, l'apprensione di se stesso, della propria animalità, la differenziazione della specie sono accostate tramite la strada di un oggettivismo freddo".

Purtroppo, tutta l'antropologia moderna, almeno fino a Freud, e il suo concetto di inconscio, si interroga prevalentemente solo a partire dal suddetto approccio riduttivo. (Pierre Legendre, L'Occidente invisibile, Medusa ed.)


Era stato già Jean-Luc Marion, a sottolineare che la modernità è caratterizzata da un'equivalenza fondamentale: "Io significa Io", attraverso l'intermediario immediato della coscienza di sé. A questa Fichte fece seguire l'altra equivalenza: "Io=Io come A=A". 

La questione però è che la coscienza di sé è qualcosa di meno immediato di quanto sembra, dal momento che essa si costruisce solo attraverso lo Specchio del linguaggio.

E lo Specchio, lo sappiamo, lega e separa al tempo stesso il soggetto, scoprendo sempre una zona d'ombra, un'area oscura all'interno dell'interiorità dell'io. È per questo che il principio di identità dell'Io, così fortemente enunciato da Fichte, dopo Cartesio, come costitutivo dell'individuo moderno, risulta in realtà molto più problematico di quanto siamo soliti pensare. 


Sarebbe il caso, invece, di ripensare "l'animale parlante", è questo l'uomo, "non come un essere indiviso socializzato", un essere tutto di un blocco, alla maniera aristotelica, ma come un essere diviso proprio dal linguaggio, "un essere separato da sé e dal mondo", che a un tempo è "unificato" (montato) da quegli stessi legami di linguaggio, altrettanto costitutivi di ciò che chiamiamo società, cultura, civiltà", senza che tuttavia quei legami rischiarino la zona oscura interna all'io.


Sarebbe il caso allora di chiedersi: "Cos'è la vita per l'uomo, come si costruisce il suo legame con la realtà, e cos'è la presenza del mondo e dell'uomo nel mondo, allorché si tratta di un universo costruito con le parole?".

"L'Ideologia moderna, sostiene Pierre Legendre, riduce il linguaggio allo statuto di portatore di informazione, di strumento di comunicazione tra individui liberi nei loro pensieri e trasparenti a se stessi, che sanno ciò che dicono e che, liberati dalle tradizioni, sono liberi dei loro legami nei confronti della società, della cultura, del mondo". Ma è davvero così?


Si tratta invece, secondo Legendre, di prendere atto dell'esistenza di uno scarto, di uno "iato", di un'incomprensione al cuore del rapporto dell'individuo con se stesso, come pure della disarmonia nella relazione tra interlocutori, evidenziando l'idea fondamentale che il legame è dipendente da una logica che sfugge alla libera disposizione.

Se ci immergiamo nell'universo letterario, suggerisce Pierre Legendre, possiamo capire meglio di cosa si parla qui. Pensiamo, per esempio, a Lewis Carroll e al suo Attraverso lo specchio; o ad  Arthur Rimbaud e alla sua nota formula "Io è un altro"; o alle Confessioni di una maschera di Yuki Mishima; o ancora a Le metamorfosi di Ovidio, con il suo racconto che traduce il mito di Narciso. Tutte esemplificazioni dell'esperienza dell'uomo come essere diviso in se stesso dal linguaggio, e nello stesso tempo, legato, "montato", dal linguaggio stesso, ma come attraverso uno specchio.

Sì, perché forse la strada più sicura per indagare l'uomo, la via più vicina a quelle vere e proprie "quinte teatrali", sempre in parte oscure, dell'identità umana, è quella delle arti, in particolare la poesia e la mitologia, annota Pierre Legendre; come non essere d'accordo?


Attraverso quell'immersione nell'universo letterario, infatti, siamo aiutati a capire che l'uomo abita la Casa dello Specchio (Carroll), o secondo un testo della Bibbia, "l'uomo cammina nell'immagine", cioè "l'uomo vive avendo a che fare con la teatralizzazione del suo essere e dell'essere del mondo tramite le immagini e tramite le parole"

Insomma, se torniamo alla classica domanda: che cos'è "l'animale parlante", potremmo tentare una risposta, ribadendo che l'animale parlante è l'animale diviso dal linguaggio in se stesso - perché non può vedersi o pensarsi al di fuori della rappresentazione, che lo sdoppia; ma è anche legato dal linguaggio, perché il vincolo del linguaggio-rappresentazione, lo istituisce, e perciò egli è anche l'animale istituito dalla divisione del linguaggio e dalla rappresentazione. 


In effetti, solo tramite i segni, quindi tramite la dimensione della finzione (nessuna connotazione negativa per questo termine, che sta per parole, segni, rappresentazione, cultura, saperi), noi umani mettiamo in scena il corpo e il mondo, operando in realtà una "smaterializzazione della materialità", e al tempo stesso una smaterializzazione del corpo assunto nel linguaggio. Dal momento che possiamo pensare e assumere il corpo solo con il linguaggio!


Possiamo capire così, perché, come la divisione delle parole e delle cose è interna al linguaggio, anche la divisione tra il soma e la psiche è  interna al linguaggio.

È in questo senso, dice Pierre Legendre, che l'animale parlante (l'uomo) è istituito, cioè è "dato" nel "come se" del segno, del linguaggio, è dato cioè dalla inevitabile dimensione della finzione


Occorre perciò essere consapevoli che, da un punto di vista antropologico, il corpo è iscritto nel linguaggio: cioè, quando abbiamo a che fare con l'uomo intero, si tratta sempre di una forma di raddoppiamento del corpo attraverso la parola.

È in questo senso che la materialità del corpo è sempre, per così dire, abolita, poiché essa è presa in carico, come immagine, come immagine "istituita".


Il corpo quindi è sì oggetto del sapere scientifico ma, nello stesso tempo, in quanto oggetto della vita della rappresentazione, esso appartiene anche alla logica della rappresentazione.

Per questo, "Il sapere sul metabolismo e i processi biochimici del cervello non portano alcun chiarimento sul pensiero, sull'estetica o l'etica". 

Qualcosa di analogo sosteneva il matematico e filosofo Wittgenstein, non solo quando si riferiva al "mistico", ma quando scriveva che le "teorie" scientifiche sono solo giochi linguistici, tra altri, sono "griglie" che noi imponiamo al reale.

Insomma, tutta la cultura, nei suoi vari ambiti, presenta il mondo come lo Specchio mostra e presenta al soggetto la sua immagine. Tutta "la cultura presenta, mostra il mondo e l'uomo nel mondo, attraverso discorsi mitologici, religiosi, anche se, ai nostri giorni, a dominante scientifica". Anche se non è mai possibile cancellare l'elaborazione mitologica alle spalle delle costruzioni moderne, e dei "montaggi" successivi.


Il tempo dell'interruzione

E se la pandemia fosse anche una lente di ingrandimento sulla nostra vita? In questo caso essa ci consentirebbe di vedere nelle tante "sospensioni" a cui siamo stati costretti, altrettanti appelli a trasformare quelle "sospensioni" in vere e proprie "interruzioni". 

In realtà, a volte, accadono cose che scompaginano i nostri orizzonti di aspettative, in vari modi, nel bene e nel male. In quei momenti, tuttavia, ci viene richiesto non tanto di "riprendere" la normale routine, quanto piuttosto di lasciare che "la prosa" ordinaria del mondo presente, venga "interrotta", deostruita, ripensata, per poi ripartire.


L'interruzione infatti è quella condizione per cui siamo chiamati a inventare, per così dire, una nuova grammatica, nuove metafore per parlare della vita, nuove direzioni, un nuovo senso di orientamento e un nuovo sistema di posizionamento.

Le interruzioni sono ciò che in alcuni snodi della storia umana hanno avviato la nascita di nuovi paradigmi. nuovi modi di organizzare le esperienze. nuove pratiche e nuovi modelli di sapere, nei diversi ambiti della vita.


L'interruzione oggi si presenta come un appello rivolto alle istituzioni politiche, a quelle economiche, ma anche alle istituzioni culturali, a quelle religiose e a quelle scientifiche, affinché abbiano il coraggio di rompere "lo specchio narcisistico", dentro il quale esse pongono ancora la propria personale giustificazione (Luca Bagetto).

Presumibilmente, oggi, siamo tutti chiamati dagli eventi a una forma di interruzione: interruzione e ripartenza, interruzione nelle narrazioni, nella prassi, negli approcci alle questioni, negli schemi e nei modelli di pensiero. 


Interruzione è infatti la capacità di saltare dal rassicurante schema: "sempre uguale a me stesso", a quello del "via di qui". In altre parole, è "l'interruzione della solita solfa", è il prendere coscienza che è arrivato il momento in cui occorre "smettere di raccontarsela" per lasciare irrompere l'inatteso, la sorpresa. 

Interruzione è fare spazio a ciò che sta per venire all'esistenza, invece che all'ossessione per le continuità, dove tutto si compensa e torna uguale o "normale"


Interruzione significa, perciò, in alcuni momenti decisivi, consentire "l'apertura di un vuoto al centro della scena", per così dire, l'apertura di una breccia in ogni catena (Luca Bagetto), sia essa la catena del susseguirsi del prevedibile e dell'usato sicuro, oppure la catena di segni, di parole, di gesti o di rappresentazioni, ormai afone ed inespressive.


In certi momenti decisivi della storia, è vitale saper porre le domande giuste, anche cambiando schema; oggi forse stiamo vivendo uno di quei momenti: quei momenti-shock, quegli snodi traumatici, che molte volte nella storia ci hanno mandato a gambe all'aria, lontano da quell'insistenza su certe continuità, che ha guidato, e guida, leadership di varia natura, incollate allo status quo, e le loro basi che le seguono come greggi. 


Ma è stato proprio l'impatto imprevisto di quelle esperienze traumatiche, che sembravano dissolvere l’ordine naturale delle cose, che ha costretto talora popoli, gruppi, e singoli a cambiare il tipo di domande, spingendo verso una sorta di reset o di riavvio o di rielaborazione, in vari settori dell’esperienza umana, riavvii di cui l’umanità non si è, in seguito, né rammaricata, né pentita, 

Sembra fuori di dubbio che nei contesti di incertezza radicale, la salvezza dell'umanità è dipesa dalla capacità di costruire a partire anche dall'assenza di fondamento. In quei contesti vale, come nota Peter Sloterdijk, un'immagine del filosofo giapponese Nishida Kitarō, secondo cui è necessario trovare la forza per "riuscire a costruire la zattera con la quale si vuole navigare, mentre si rimane in mare aperto".

Ebbene, senza quel cambiamento di prospettiva, quella interruzione, che accetta di rompere o smontare dispositivi simbolici, stereotipi e pratiche consolidate, che imprigionano la realtà e il pensiero invece di liberarli, ogni battaglia o strategia di sviluppo umano rischia di girare a vuoto.



L'informazione è solo mitologia?

L'ultima illusione che sarebbe il caso di abbandonare è l'idea che l'informazione , ( via stampa, tv, nuovi media) possa esser...