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L'informazione non esiste più?

Sarebbe ora di prenderne atto: nel mondo delle comunicazioni globali e dell’interconnessione permanente, la questione seria, anche più di altre, pure urgenti, è quella dell’informazione. Siamo soliti pensare alla informazione solo come un “mezzo” (indotti in questo errore dal termine “media”), ma oggi non è più così, occorrerebbe cambiare prospettiva.  Oggi la questione dell’informazione è la questione prioritaria, e la condizione per un approccio efficace alle altre importanti questioni che travagliano le società e il mondo, e che sono tutte, diversamente dal passato, inestricabilmente intrecciate e dipendenti dalla questione dell’informazione.
Tuttavia, credo che molti, anche i professionisti dell’informazione, non ne siano consapevoli. Anche se non mancano però gruppi e forze sociali che colgono la centralità e il ruolo decisivo e “produttivo” della questione dell’informazione, così come in altre epoche ci sono sempre stati quelli che hanno compreso prima degli altri la centralità, pe…

La paura e il segreto di Montaigne

La paura genera incubi e fantasmi, e ci trasforma sovente in mostri. È per questo che, nel corso della storia, i veri nemici dell’umanità, quelli in grado di assassinare l’anima e soffocare lo spirito, sono stati, e sono, gli “spacciatori”di paura. Ancora più quando questi ultimi si sovrappongono a coloro che avrebbero il compito di accompagnare gli altri fuori dalle tenebre dell’esistenza, come gli intellettuali, i governanti, i gestori delle informazioni, gli educatori o gli “adulti” in generale. Sì, perché gli “adulti” oggi sembrano nutrire una contagiosasfiducia di fondo verso il futuro, o meglio verso il mondo attuale. E non sembra debba essere questo ilmestiere” degli adulti!
Anche per questo il tempo che viviamo oggi è un tempo di paura e di paure. Un tempo di passioni tristi e tenebrose. In una temperie del genere la ragione non ci aiuta, come possiamo constatare ogni giorno. Ma potrebbe forse aiutarci a gestirediversamente la paura, uno sguardo da lontano; da un’altra epoca …

Una regressione linguistica?

Noi umani siamo le uniche creature capaci di pensare il nostro “dire” e di parlare del linguaggio che usiamo. Noi dovremmo aver acquisito l’abilità di meta-comunicare, cioè la capaci di dire “sto dicendo che...”. È vero anche che a scuola, dice lo scrittore Marco Balzano, ci insegnano a scrivere (a parlare no!), ma “non ci dicono che le parole hanno corpo e si possono maneggiare”, con effetti imprevedibili, se lo si fa senza consapevolezza.
Ma come spiegare certe fasi della vita delle società, come quella in cui ci troviamo oggi, nelle quali le parole e i discorsi erompano come tsunami distruttivi, come eruzioni vulcaniche, senza che si capisca veramente “chi parla”, senza che si sia in grado di capire se le parole dette hanno davvero un soggetto, oppure sono esse stesse a gestire e travolgere i vari soggetti apparenti del discorso, come i vortici di un vento impazzito travolgono e trascinano verso tutte le direzioni la polvere del deserto?
Come spiegare quei fenomeni di cui è piena oggi…

La chiave del divenire

Forse vivere è divenire e divenire non è altro che incontrare. E se fosse proprio così? Se fosse vero che ogni incontro è essenzialmente un divenire? Se fosse vero che solo gli incontri possono costituire il nostro divenire, il nostro “divenire qualcosa”? Se fosse vero che solo attraverso gli incontri possiamo inseguire la chiave segreta della vita? Se fosse vero che tutte le domande della nostra vita, quelle che contano veramente, le possiamo costruire solo con i pezzi e i frammenti, accolti o rubati da qualsiasi parte durante il nostro cammino?  Questo, perché il nostro divenire, il nostro "puro divenire", non tanto il divenire questo o quello, ma il divenire che costituisce il nostro essere,quello che, per così dire, ci precede e ci anticipa, quello nel quale noi siamo già, non è una questione che riguarda il tempo o la storia, non riguarda il passato o il futuro; non ha a che fare neppure con un punto da cui si parte o a cui si “deve” arrivare. Non consiste neppure in un dove…

Quando usciremo dalla preistoria?

Quando usciremo finalmente dalla preistoria? È vero che questo mondo è sempre più difficile da decodificare.  È indubbio anche che la globalizzazione generi paure, ansie e incertezze e conflitti.  Certamente qualcosa sta accadendo sotto i nostri sguardi distratti.  E magari è qualcosa che non riusciamo neppure a vedere, sia perché siamo occupati a guardare altrove; sia perché quello che accade oggi è inconcepibile a partire dai nostri abituali modi di guardare, e in quanto tale per noi escluso a priori.  È vero anche che, come scriveva il compianto Ulrich Beck, abbiamo a che fare con eventi globali che accadono in genere al di là della sfera della politica e della democrazia, e perciò passano inosservati (ahi!, quella nostra attuale ossessione a concentrarci nevroticamente nell’analisi delle nostre provinciali politiche da cortile), anche se la televisione pone da decenni quegli eventi davanti ai nostri occhi, ogni giorno.
L’avanscena narcisistica della nostra sgangherata politica e l’altre…

La santa ignoranza

Chi potrebbe calcolare quanto abbiamo perso, noi italiani, con l’abolizione delle facoltà di teologia  nelle università, operata dallo Stato unitario negli anni settanta dell’800? E quale impoverimento culturale ha prodotto quella decisione, frutto di un ideologico e miope anticlericalismo?
Per quale motivo, grandi e prestigiose università americane come Yale o Harvard o importanti università pubbliche europee, inglesi, tedesche, austriache, ecc., offrono corsi o facoltà di teologia, mentre in Italia la semplice idea di una presenza di tali corsi di studi all’interno delle università è considerata, come minimo, stravagante?  Perché ad Harvard, per esempio, un laureato in matematica o in fisica può considerare “normale” prendere anche una laurea in teologia, mentre in Italia apparirebbe quasi fuori di testa?  Sono anacronistici quei grandi Paesi dell’America e dell’Europa, o sono i nostri ambienti accademici italiani dominati da stantii clichés, come nota Zizek (Credere, Meltemi)?
Mi ronza…

La battaglia dell'immaginario

Noi pensiamo con il corpo. Non siamo una “res cogitans” ma un corpo pensante: il nostro   pensiero è sempre “pensiero incarnato”, perciò anche necessariamente  “situato”.  Anche per questo immagini, simboli ed archetipi, accompagnanosempre e determinano spesso - non soltanto nel suo sorgere come nel pensiero infantile o in quello “primitivo” - il nostro modo di pensare e le nostre costruzioni concettuali. E alimentano così sentimenti, emozioni, desideri, bisogni.  Anche i concetti più “astratti” implicano in forme varieun non-detto, fatto di immagini, metafore e simboli, spesso silenti e inconsapevoli. Non credo che occorra scomodare Hans Blumenberg per comprendere che ogni pensiero o teoria, anche scientificao matematica, è in sostanza un sistema di metafore.
In effetti, il potere delle immagini, il potere dell’ordine del simbolico è decisivo in ogni nostra esperienza. È importante riflettere sul fatto che, così come “ogni politica degna di questo nome agisce anche [e a volte soprattutt…