Il tempo dell'interruzione

E se la pandemia fosse anche una lente di ingrandimento sulla nostra vita? In questo caso essa ci consentirebbe di vedere nelle tante "sospensioni" a cui siamo stati costretti, altrettanti appelli a trasformare quelle "sospensioni" in vere e proprie "interruzioni". 

In realtà, a volte, accadono cose che scompaginano i nostri orizzonti di aspettative, in vari modi, nel bene e nel male. In quei momenti, tuttavia, ci viene richiesto non tanto di "riprendere" la normale routine, quanto piuttosto di lasciare che "la prosa" ordinaria del mondo presente, venga "interrotta", deostruita, ripensata, per poi ripartire.


L'interruzione infatti è quella condizione per cui siamo chiamati a inventare, per così dire, una nuova grammatica, nuove metafore per parlare della vita, nuove direzioni, un nuovo senso di orientamento e un nuovo sistema di posizionamento.

Le interruzioni sono ciò che in alcuni snodi della storia umana hanno avviato la nascita di nuovi paradigmi. nuovi modi di organizzare le esperienze. nuove pratiche e nuovi modelli di sapere, nei diversi ambiti della vita.


L'interruzione oggi si presenta come un appello rivolto alle istituzioni politiche, a quelle economiche, ma anche alle istituzioni culturali, a quelle religiose e a quelle scientifiche, affinché abbiano il coraggio di rompere "lo specchio narcisistico", dentro il quale esse pongono ancora la propria personale giustificazione (Luca Bagetto).

Presumibilmente, oggi, siamo tutti chiamati dagli eventi a una forma di interruzione: interruzione e ripartenza, interruzione nelle narrazioni, nella prassi, negli approcci alle questioni, negli schemi e nei modelli di pensiero. 


Interruzione è infatti la capacità di saltare dal rassicurante schema: "sempre uguale a me stesso", a quello del "via di qui". In altre parole, è "l'interruzione della solita solfa", è il prendere coscienza che è arrivato il momento in cui occorre "smettere di raccontarsela" per lasciare irrompere l'inatteso, la sorpresa. 

Interruzione è fare spazio a ciò che sta per venire all'esistenza, invece che all'ossessione per le continuità, dove tutto si compensa e torna uguale o "normale"


Interruzione significa, perciò, in alcuni momenti decisivi, consentire "l'apertura di un vuoto al centro della scena", per così dire, l'apertura di una breccia in ogni catena (Luca Bagetto), sia essa la catena del susseguirsi del prevedibile e dell'usato sicuro, oppure la catena di segni, di parole, di gesti o di rappresentazioni, ormai afone ed inespressive.


In certi momenti decisivi della storia, è vitale saper porre le domande giuste, anche cambiando schema; oggi forse stiamo vivendo uno di quei momenti: quei momenti-shock, quegli snodi traumatici, che molte volte nella storia ci hanno mandato a gambe all'aria, lontano da quell'insistenza su certe continuità, che ha guidato, e guida, leadership di varia natura, incollate allo status quo, e le loro basi che le seguono come greggi. 


Ma è stato proprio l'impatto imprevisto di quelle esperienze traumatiche, che sembravano dissolvere l’ordine naturale delle cose, che ha costretto talora popoli, gruppi, e singoli a cambiare il tipo di domande, spingendo verso una sorta di reset o di riavvio o di rielaborazione, in vari settori dell’esperienza umana, riavvii di cui l’umanità non si è, in seguito, né rammaricata, né pentita, 

Sembra fuori di dubbio che nei contesti di incertezza radicale, la salvezza dell'umanità è dipesa dalla capacità di costruire a partire anche dall'assenza di fondamento. In quei contesti vale, come nota Peter Sloterdijk, un'immagine del filosofo giapponese Nishida Kitarō, secondo cui è necessario trovare la forza per "riuscire a costruire la zattera con la quale si vuole navigare, mentre si rimane in mare aperto".

Ebbene, senza quel cambiamento di prospettiva, quella interruzione, che accetta di rompere o smontare dispositivi simbolici, stereotipi e pratiche consolidate, che imprigionano la realtà e il pensiero invece di liberarli, ogni battaglia o strategia di sviluppo umano rischia di girare a vuoto.



Un sistema immunitario integrato

 


Co-immunità è il termine chiave per dare senso a tutte le storie politiche e sociali di successo di popoli, gruppi e individui, sosteneva Peter Sloterdijk, uno dei più influenti e originali pensatori contemporanei, di fronte al Senato della Repubblica francese, alcuni anni fa.


Su qualche snodo di quell'intervento (Imperativo assoluto e imperativo categorico, ora in Dopo Dio, Raffaello Cortina) vorrei riflettere a partire dalla condizione in cui ci troviamo oggi. L'intento dell'autore era rispondere alla domanda: come affrontare il drammatico acuirsi dei pericoli che incombono sull'attuale processo del mondo?

Ad alcune argomentazioni, lì svolte, noi, oggi, forse siamo in grado di dare un significato più intenso, se non altro perché il linguaggio e le categorie utilizzati da Sloterdijk, fanno parte ormai di un vocabolario per noi fin troppo tristemente familiare,


La nostra epoca appare a Peter Sloterdiijk come un'epoca della paura e, per ciò stesso, del disorientamento, in ogni campo dell'esperienza umana.

E tuttavia, non sarebbe possibile nessun serio approccio alle incertezze del tempo presente, senza la decisione di cominciare a pensare al mondo in quanto "totalità"


L'irreversibile accelerazione dei processi, tecnici e sociali contemporanei, pensa il nostro autore, ci ha spinti in una situazione del tutto nuova.

Mentre finora, per gran parte dell’apprendimento umano sembrava valere la legge secondo cui «solo sbagliando s’impara», ora l’intelligenza deve invece imparare prima di sbagliare. Deve imparare prima che sia tardi

Per fortuna, nota Sloterdijk, l'uomo sembra disporre di una forma di "intelligenza prognostica", in grado di attivarsi proprio nello spazio minuscolo tra «tardi» e «troppo tardi».(P.Sloterdijk, Cosa è successo nel xx secolo).


"L'attuale condizione del mondo, affermava, nella citata conferenza, Peter Sloterdijk, è evidentemente determinata dal fatto di non offrire ai membri della 'società mondiale' una co-immunità efficiente". E noi, nella tempesta della pandemia, siamo forse in grado di sperimentare sulla nostra pelle in modo davvero drammatico quella carenza di  co-immunità


"Le culture o i popoli possono affermarsi nel flusso del tempo, solo se spingono i singoli a capire che le loro immunità private possono essere ottenute solo nel contesto di una co-immunità sociale [e universale] efficace". E, di conseguenza, solo se anche i singoli, come le istituzioni, i gruppi e i popoli, imparano ad agire come 'attori' della propria cultura e della storia a cui appartengono.


Ma il momento per agire è ora

Sì, perché ora abbiamo compreso qualcosa di nuovo e fondamentale. 

Infatti, l'imperativo che abbiamo di fronte oggi, è diverso, sottolinea Sloterdijk, sia dall'imperativo categorico liberale kantiano, sia da quello categorico sociale marxiano. Quegli imperativi, infatti, erano pensati per un mondo in cui, in linea di principio, si sapeva sempre cosa bisognava fare, e per il resto si poteva attendere che le circostanze fossero mature. Oggi non è più così. Nel nostro mondo attuale, "nel mondo della preoccupazione ecologica, ci sono scadenze poste da processi fisici esterni, ci ricorda Peter Sloterdijk, dove vige la legge dell'irreversibilità". Diversamente da ciò che è di solito avvenuto nella storia umana, quando era possibile rimediare a ciò che, fino ad allora, era andato male, "il tempo presente, il tempo dell'imperativo ecologico, è quello dell'impossibilità di affidarsi alla procrastinazione".


Le nuove urgenze poste da "processi fisici esterni", con i quali ci stiamo oggi scontrando  in un modo impensabile finora, ci costringono a un nuovo genere di "agire responsabile" a livello globale, e a un nuovo concetto di solidarietà concreta con implicazioni universali.


Ecco perché Sloterdijk, nella su citata conferenza di fronte al Senato delle Repubblica francese, insisteva sul concetto di co-immunità. Per lui - che qui riprendeva alcuni snodi presenti nella sua poderosa opera fondamentale Sfere (Raffaello Cortina ed,) -  si tratta di ripensare il concetto di sistema immunitario, attraverso la formulazione di una "immunologia sistemica universale".


Le sue argomentazioni partono dall'assioma, secondo cui "la vita è la fase di successo di un sistema immunitario". Ma, quando parliamo di "vita", nel nostro contesto umano, non possiamo riferirci esclusivamente agli organismi biologici, bensì anche all'esistenza storica di culture, popoli e istituzioni.

Perciò quando si parla di immunologia, nel caso degli esseri umani, dobbiamo "fare i conti" con l'esistenza di tre livelli sincronizzati dei sistemi immunitari: i sistemi immunitari a livello biologico, che difendono i singoli organismi da invasioni specie-specifiche e da ferite; i sistemi immunitari sociali-giuridici, che forniscono procedure di compensazione per l'ingiustizia; e, infine, nella maggior parte delle culture, anche i sistemi immunitari a livello simbolico e religioso, che attraverso atti linguistici e rituali, legati al piano della generalizzazione simbolica, scrive Sloterdijk, "conferiscono significato alla sofferenza, alla morte e al caos". 

 

Del resto, anche noi, nel mezzo dei problemi sollevati dalla pandemia, ci stiamo rendendo conto che non è sufficiente perseguire solo un'immunità biologica per consentirci di ricostruire e di vivere una esistenza "normale". C'è una dimensione sociale-interpersonale, una dimensione economica e anche una dimensione morale-spirituale, che sono fondamentali, come e, a volte, più della sopravvivenza biologica.

Anzi, così come è certo che, in una pandemia, nessuno si salva da solo, è altrettanto vero, che nessuna immunizzazione è efficace se riguarda solo il piano biologico o sanitario.


Ecco perché Sloterdijk parla di co-immunità. Ecco perché parla della necessità di un sistema immunitario universale.

Egli indica chiaramente in quale prospettiva occorre porsi per affrontare i problemi attuali, quando, nella citata conferenza, dice che "la deriva catastrofica del processo globale rende oggi necessario riflettere sulla creazione di una unità di solidarietà comprensiva che sia sufficientemente forte da fungere da sistema immunitario per il tutto indifeso - un tutto indifeso che chiamiamo natura, Terra, atmosfera, biosfera e antroposfera".


Un tutto, la cui difesa implica un'opera faticosa, che "richiede a ciascuno di noi di essere il più impaziente possibile e, allo stesso tempo, di avere tutta la pazienza necessaria".


La difficoltà di essere umani

Durante la nostra vita, ci sono momenti - occasioni - in cui ci sentiamo chiamati a scelte nuove e urgenti, relative al nostro poter-essere e al nostro poter-divenire.

Si tratta di occasioni e decisivi appuntamenti con la vita, che troppo spesso diventano, per gli individui e per le comunità,  fardello delle "occasioni mancate".


Purtroppo, sappiamo, scrive Jean-Luc Nancy, che, anche se possiamo in parte cambiare ciò che chiamiamo futuro, non ci è mai concesso di cambiare il passato, così come del resto, non siamo in grado di modificare il nostro reale "avvenire". Una dura lezione che, ogni tanto, il tempo e la storia ci impongono, e che, anche in questi ultimi tempi, stiamo imparando a nostre spese!


Tuttavia, potremmo, forse, tentare di relazionarci - ancora - con quei momenti "passati", se non altro per accettarli.

Coscienti, però, che, come non ci è stato concesso, prima, molto tempo per decidere, così non ne avremo mai molto, neppure per tentare di accettarli. 

Infatti, come racconta Toshikazu Kawaguchi in un suo suggestivo romanzo, anche per accettare alcuni di quei momenti passati, e ritrovare in parte noi stessi, di tempo ne avremmo sempre solo "finché il caffè è caldo", come recita il titolo del suo libro.


Ed è affascinante oltre che illuminante, seguire l'autore nella narrazione dei drammi e dei misteri delle relazioni umane, attraverso la mediazione di uno sguardo benevolente su miserie e piccole gioie dell'esistenza. Cosī come è incantevole l'utilizzo del rito del caffė, quasi sacralizzato  alla maniera giapponese, per far emergere la magia nascosta in certi momenti, in certi  luoghi,  in   certi oggetti, in certe  fantasie ed emozioni, le più ordinarie della vita.


Quindi, via, finché il caffè è caldo! E, però, quei tempi limitati in cui potremmo tentare di accettare, rivivendole, le occasioni mancate sono momenti speciali e magici, per così dire, Momenti che la vita a volte ci dona. Essi sono quell'avvenire che, come diceva Nancy, non possiamo cambiare, ma neppure provocare.

Diversamente dal "futuro" che possiamo provare a modificare, in parte, essi sono momenti  - quasi epifanie - che possiamo solo "attendere", con desiderio e disponibilità, come racconta la storia surreale narrata da Toshikazu Kawaguchi.


Il passato infatti è qualcosa che può essere solo accettato e, per questo, per-donato. Esso può essere ripercorso senza che lo stato presente delle cose, prodotto da quel passato, possa essere modificato. Il passato può essere solo raccontato, magari ripercorso nel racconto di un altro, può essere solo, perciò,  per-donato, donato un’altra volta. 

Accettato e donato, di nuovo, a se stessi e agli altri. Perché la verità è che solo nella dinamica delle relazioni interpersonali noi produciamo e dischiudiamo il luogo e gli spazi in cui impariamo a essere noi stessi (Peter Sloterdijk). 

E se abbiamo mancato una volta quelle occasioni, potremmo aver perso noi stessi. Perché il passato non può essere cambiato.


Possiamo solo - se ce ne è offerta l'occasione dalla vita (dall'avvenire) - accettare quel passato. Qui è il significato antropologico del donarlo di nuovo a noi stessi e agli altri; qui è il senso del per-donare, a noi stessi e agli altri con noi.


Ma per questo occorre liberarsi da due tipi di hybris, ambedue disastrosi, ed entrambi effetto di un rapporto precario, di noi umani, con il tempo: il delirio di onnipotenza, cioè la pretesa di dover rifare il mondo dalle fondamenta, e l’ossessione della colpa, cioè la convinzione di essere responsabili di tutti i mali del mondo.


Noi, in realtà, possiamo solo dire grazie al passato, se ce ne viene data l'occasione.

Probabilmente è proprio questo il punto: il definitivo e totale alla vita, così come è "avvenuta". 


Quel può aiutarci a intravvedere - come in una visione - come avrebbe potuto essere, come potrebbe essere la nostra vita, pur se questo non cambierà tuttavia il nostro presente, determinato da quel passato. 

Forse però ci aiuterà a cambiare qualcosa del nostro futuro e soprattutto ci disporrà all’accoglienza dell’indecifrabile e imprevedibile avvenire. 


Ecco noi forse siamo questo!

Questo difficile "divenire umani"!


La resistibile soglia del male

È una importante rivelazione quella contenuta in una pagina del romanzo Il Maestro e Margherita, straordinaria e intricante "sinfonia" letteraria di Michail Bulgakov.

La pagina è quella in cui, nel dialogo tra Woland (Satana) e Margherita, veniamo a sapere che Satana (Woland), il quale "vuole costantemente il male ma opera anche il bene", e riesce addirittura a venire in aiuto delle persone, a punire i malvagi e gli arroganti, a riconosce la verità, e realizzare grandi azioni straordinarie, ha solo una soglia che non può mai attraversare: quella della pietà, della misericordia, della compassione. Da quella, si guarda bene, perché, egli teme, "talvolta essa s'insinua del tutto inattesa e insidiosa, nelle fessure più anguste" dell'io. E questo, per lui non deve accadere, non può accadere!

Se si tratta di un atto di pietà, di compassione, Satana (Woland) deve dare a vedere di occuparsi d'altro. "Nemmeno per idea", può considerarlo plausibile!


Qual'è, allora, la rivelazione di questa pagina di Bulgakov

Esattamente la seguente: la soglia, il vero confine tra il Male e il Bene è qui. Il sentimento e la pratica della compassione, della misericordia. 

Ciò che caratterizza infatti Satana (Woland), cioè il Male, è proprio questo. La sua essenza per così dire, è qui: è la sua costitutiva incapacità e rifiuto di compassione e di misericordia. "Nemmeno per idea", appunto. Qui ha la sua origine tutto il male umano, sembra dirci Bulgakov.


Se è così, gli esseri umani non si dovrebbero distinguere, primariamente, tra bianchi o neri, belli o brutti, "buoni" o "cattivi", giusti o ingiusti, sapienti o ignoranti, corrotti o integri, religiosi o non religiosi, civili o barbari, ecc. Ma, tra capaci di compassione verso ogni individuo, o incapaci di compassione.

Se, davanti a ogni individuo riusciremo a diventare consapevoli che l'intero globo della Terra non può trovarsi in uno sconforto maggiore di quello di una sola anima (Wittgenstein, Pensieri diversi), allora sapremo di essere - con tutti gli altri nostri limiti -  nel Bene e fuori dal Male. Allora sapremo di essere degni della vita.


In effetti, essere compassionevoli e misericordiosi, implica soprattutto la capacità di trascendersi; e comporta lo sforzo di "espandersi", per uscire dai confini dell'ego, per liberarsi e identificarsi con gli altri e con l'intera rete della vita. Fino ad acquisire una nuova coscienza dell'interconnessione, quella che rende capaci di agire, non secondo una logica di indifferenza, di violenza, di potenza e di "dominio"(potere-su), ma di concerto con gli altri, concerto che si può tradurre solo in una logica di "potere-con" (Joanna Macy). Sono anche questo, la compassione e la misericordia.


La compassione e la misericordia, infatti, sono radicate nella consapevolezza che tutto ciò che esiste è degno di esistere, tutto ciò che vive è degno di vivere. Perciò ci rendono capaci di accogliere e ad aver cura di tutto ciò che vive, anche se ciò che vive dovesse apparire svuotato di "essere"


E non vale, mascherare, come si fa spesso nella nostra società tendenzialmente - e felicemente? - ipocrita, il rifiuto della compassione e della misericordia, e la conseguente condanna alla sofferenza, all'umiliazione e alla disperazione, di tanti altri, con l'effimero candore delle cifre e la presunta oggettività delle analisi scientifiche.

E tanto meno vale, per i credenti, mascherare l'indifferenza o il rifiuto della misericordia e della compassione, con la consueta e altrettanto spesso ipocrita difesa dei valori etici, o addirittura con la difesa delle verità religiose.

È senz'altro paradossale, infatti, e senza scappatoie, il fatto che, per esempio, nelle Scritture cristiane, l'unica volta in cui si associa il termine "perfezione" a Dio, invitando  quelli che si dichiarano credenti ad essere come Lui, è quando si dice che Dio è colui che "fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi", "sui giusti e sugli ingiusti".


Forse mai, come nei momenti tragici e angosciosi della storia del pianeta, come quello in cui ci troviamo oggi, potremmo essere in grado di com-prendere verità pregne di futuro, come queste.

Siamo davvero così incapaci di compassione? Siamo talmente assuefatti al cinismo dei giochi del “sei fuori! o a quei “war games”, in cui tutto si risolve eliminando fisicamente,  moralmente, e facilmente, l’altro? 

Siamo diventati davvero così ingenui?

















Sanificare la democrazia

Una questione sicuramente decisiva, nel nostro mondo in rapida trasformazione, riguarda la necessità di ripensare i limiti all’esercizio del potere. Perciò, se c’è un compito prioritario, oggi, per il futuro della democrazia, è l’urgenza di limitare e monitorare più attentamente il potere e i poteri.


Arrivano infatti troppi segnali relativi al fatto che, sul piano dell’esercizio del potere politico, (ma anche economico, mediatico, ecc.), qualcosa, nelle società democratiche avanzate non funziona più bene.

Arrivano chiari segnali che i tradizionali meccanismi per il controllo dei “controllori” non sono più sufficienti.

Quegli strumenti erano stati pensati per rendere impossibili forme di governo autoritario o totalitario. Ma, come difendere la democrazia, oggi, quando sono disponibili tecniche e modalità molto più subdole, raffinate ed efficaci per imporre sui cittadini, e sulle istituzioni democratiche, un controllo più o meno capillare, pur senza arrivare allo stato autoritario? E pur mantenendo formalmente i tradizionali meccanismi del "bilanciamento" dei poteri?


Che fare, quando si assiste in varie parti del mondo e particolarmente nei paesi formalmente democratici, all’emergere di spinte sempre più frequenti, e criptiche, verso lo “stato di eccezione permanente", finalizzate a un esercizio del potere non trasparente, sganciato dai "normali " controlli, e quasi del tutto autoreferenziale? 

E, che fare, quando in situazioni di gravi crisi, come nel caso di una pandemia, i cittadini sono indotti dalla paura ad affidare ai loro governanti modalità di esercizio del potere, inusuali, quasi personali e al di fuori di qualunque autentico controllo? Come ha scritto di recente Giandomenico Caiazza, Presidente delle Camere Penali italiane, il ricatto dell'emergenza pandemica, con l’annessa pretesa di sospensione dell'obiezione e del dibattito politico, può diventare un autentico pericolo per la democrazia. 


Che fare, quindi, quando popoli e cittadini, angosciati dal panico e dalla paura, magari sapientemente somministrati con le moderne tecnologie informatiche, sono inclini ad accettare, come normali, modifiche sostanziali delle regole democratiche?

Che fare, quando nei contesti suddetti, un purulento intreccio tra le esigenze del “sourcing” giornalistico (= il bisogno di essere accreditati e reperire notizie presso politici, governanti o potenti in genere), e le “veline” istituzionali, non consente ai cittadini una informazione corretta?

Mentre sarebbe necessario rendere invece possibili ai cittadini una influenza e un controllo reale non su finte questioni ma sull’ordine del giorno effettivo del governo.


È adesso, perciò, il tempo di recuperare il senso più profondo e specifico della democrazia, che emise i primi deboli vagiti in Grecia, quando i gruppi aristocratici, detentori di tutto il potere, accettarono di limitare il loro potere a favore di una parte del demos. 


Ecco, è questa limitazione del potere che costituisce il nucleo e il senso originario della democrazia. Ciò da cui tutto è partito. 

È questo che occorrerebbe recuperare, ripensare e attualizzare nei nuovi contesti delle società avanzate attuali. Approntando strumenti nuovi e più efficaci, in grado di prevenire disarticolazioni dei meccanismi democratici, messe in atto magari dagli stessi responsabili del governo democratico, con i raffinati strumenti tecnologici oggi a disposizione (ad es., vedi quanto operato dal presidente Trump in USA, a cominciare da quasi un anno prima delle elezioni, fino all'inaudito assalto a Capitol Hill). 

Solo se viene assicurato, mantenuto e rafforzato quel limite dell'esercizio del potere che rese possibili i primi passi della democrazia in Grecia, le altre implicazioni della democrazia, primato della legge, libertà, uguaglianzapartecipazione, potranno essere garantite e difese.


"Il problema oggi, sosteneva Robert Dahl, è come rivitalizzare la speranza che l’antica visione, ormai vecchia di 25 secoli, del popolo che si autogoverna mediante il processo democratico e che possiede tutte le risorse e le istituzioni necessarie per reggersi con saggezza, possa essere riadattata, ancora una volta, ad un mondo sempre più diverso da quello in cui una tale visione delle cose venne messa in pratica per la prima volta”. 


Le crisi e le tragedie della vita spingono sovente a cercare scorciatoie e ad affidarsi, senza obiettare, a quelli che hanno il potere, come fossero salvatori, rinunciando al controllo di quei poteri.

D'altra parte quelli che esercitano il potere sono ben lieti di assumere quella funzione "paternalistica", che consente loro di governare senza essere disturbati e con il consenso della gente.

Tuttavia, democrazia è fondamentalmente limite al potere: se viene meno questo criterio si corre davvero  il rischio di perdere tutto.


Karl Popper insisteva sul fatto che la democrazia non può compiutamente caratterizzarsi solo come diritto di voto e governo della maggioranza, Anche una maggioranza infatti può essere tirannica.

Ecco perché i poteri dei governanti devono essere limitati, con modalità nuove: è questo il criterio della democrazia. Anche in politica, come nella scienza, egli pensava, la questione cruciale è quella della controllabilità.


Una festa secolare. Scommessa sugli umani

Ci sono feste, come il Natale, che andrebbero maneggiate con cura, perché sono depositi di senso nascosto. Il Natale poi, è un fenomeno antropologico e religioso insieme, che richiede approcci ermeneutici diversi,  tali da mettere in luce i vari strati di senso, che si sono accumulati nei millenni in questa festa, e che accompagnano, consapevolmente o meno, il modo in cui, oggi, le varie culture e gruppi umani la vivono.


Prima di tutto, possiamo guardare al Natale come un fatto di tradizione e di folklore. E, da questo punto di vista, considerare la sua storia, le memorie ed emozioni consolidate, ad esso connesse. Così come possiamo evidenziarne sia la forte carica socializzante, sia tutte quelle "piccole cose" (F. Rigotti) che l'hanno sempre accompagnata, ieri come oggi. Per esempio, le luminarie, gli addobbi, le vetrine, gli alberi, i presepi, le musiche, i fuochi, i dolci, i regali, i banchetti, in famiglia o tra amici...ecc. Tutte quelle piccole e, apparentemente, insignificanti e inessenziali cose, che molti "Soloni" (o dovremmo dire gli immancabili e noiosi "Savonarola"?), con diverse motivazioni,  si affrettano a disprezzare o svalutare come superflue, anche se non si capisce davvero perché. Infatti, se dovessimo eliminare dalla vita umana, individuale e collettiva, tutto ciò che è superfluo, credo rimarrebbe ben poco, e non necessariamente il meglio. In realtà, molto spesso, in ciò che è ritenuto superfluo, sono depositati i codici segreti della nostra vita umana.


Possiamo, inoltre, guardare alla festa del Natale, con un sguardo più in profondità, e decodificarla nella sua valenza simbolica. In questo senso, il Natale è anche la celebrazione della nascita in quanto tale o della rinascita continua della vita. Una valenza molto arcaica, che si riscontra in quasi tutte le civiltà, con minime varianti, sia nei popoli senza scrittura, sia nelle civiltà e nelle religioni più evolute. In tale ottica anche la festa del Natale cristiano - il 25 dicembre - andò ad intrecciarsi, aggiungendo ulteriori sensi, con la festa romana del dio Sole invincibile, il sole che rinasce sempre, così come, con lui, rinasce  la vita degli umani e della terra. Anche la festa del dio Sole, come quella precedente dei Saturnali, celebrata nei giorni del solstizio d'inverno, era accompagnata da banchetti, auguri, doni e gioia collettiva.

Quindi il Natale - che nel cristianesimo ricorda la nascita di Gesù di Nazareth - è anche la festa di ogni nato (ecco il ruolo dei bambini in questa festa), e dal momento che ogni nato è un dono, il Natale è anche la festa del dono della vita, e del piacere di vivere insieme, e perciò dello scambio dei doni. 


Infine, un approccio ermeneutico al Natale, significativo e interessante soprattutto oggi, può tradursi in una lettura "secolare" della festa. Una lettura, paradossalmente, resa possibile da una interpretazione radicale della narrazione cristiana sul Natale. 

Da questo punto di osservazione, diventa fondamentale un concetto essenziale nella narrazione cristiana sul Natale. Si tratta del concetto di incarnazione. Un’idea caratteristica e centrale del cristianesimo. Secondo la quale Dio, che “nessuno ha mai visto”, assume la carne, il tempo e la storia come sue, e diventa visibile unicamente nel volto di un uomo, un “figlio d’uomo”. Questo è l’evento celebrato dal Natale cristiano.

Ora se volessimo tentare una forma di ermeneutica filosofica non dell’evento stesso, ma della narrazione che ha accompagnato quell’evento, e della storia degli effetti che quella narrazione ha prodotto, potremmo giungere a risultati interessanti.

Perché, in fondo, quella narrazione dice che la condizione umana concreta è il luogo in cui Dio fa spazio all'uomo, un Dio che, per questo, quasi si svuota (la kenosi di cui si parla nelle Scritture cristiane). Infatti Dio di cui parla il racconto di Natale è un Dio che si rivela come uomo, e perciò, in questa misura, per così dire, si rivela come quasi come assenza, ha scritto un originale pensatore contemporaneo. 

In altre parole, quel racconto dice che la fragilità e non la potenza, l’ordinario e non lo straordinario, l’umano e non il sovrumano, rivelano la incredibile presenza del Dio cristiano. 

Alla fine, il racconto cristiano sul Natale è una scommessa azzardata sugli umani!

Ecco perché abbiamo parlato di lettura secolare. 

Il processo della secolarizzazione, il cui senso profondo sta nell'autonomia dell'uomo e delle realtà terrene, e il cui avvio siamo soliti collocare all'inizio della modernità, in realtà si può altrettanto verosimilmente riconoscere già annunciato in quel racconto e nella narrazione che accompagna quella festa.


Alla ricerca di altre genealogie

Sembra che nei periodi di confinamento si legga di più. 

A me per esempio capita di leggere di più. Soprattutto romanzi e racconti. Qualcuno lo avevo già letto, altri mai. E mi sono accorto che avevo perso qualcosa di importante!

Naturalmente, disponendo di più tempo con meno urgenze, diventa possibile anche indugiare, mentre si legge con più lentezza e più calma, su domande e interrogativi relativi a ciò che si sta leggendo. Capita anche a voi, immagino, mentre state leggendo, di prendervi qualche pausa per un motivo qualunque. Perché un lettore ha anche il bisogno di “staccare”, magari per far “sedimentare” qualcosa che ci ha colpito o impressionato. 

Ecco, durante quelle pause, che sono come il “prendere fiato” del lettore, si affollano nella mente domande e interrogativi, alcuni dei quali saranno molto comuni o banali, altri invece inconsueti; a volte saranno interrogativi molto seri, altre volte addirittura buffi, come è capitato anche a me.


In effetti, mi è capitato più di una volta, mentre leggevo Pastorale americana, di Philip Roth, o Bartleby lo scrivano, di Hermann Melville, o Il diario di Jane Somers, di Doris Lessing, (sono le mie  ultime letture), di lasciarmi suggestionare da un’esperienza descritta da John Berger, autore e pensatore interessante e originale. Durante la lettura mi sono chiesto, come lui, più di una volta: ma in questo momento ci sarà qualcuno, nel mondo, che sta leggendo questo stesso romanzo?

Domanda peregrina? Semplice curiosità? Non mi pare.


Interrogativi del genere invece potrebbero aprire spazi e orizzonti nuovi di significato. E Dio sa quanto, in questo tempo più cupo del tollerabile. sarebbero necessari spazi e orizzonti aperti su nuovi significati.

Ebbene mi sono posto anch’io  il “buffo interrogativo”, come lo chiama John Berger, e cioè: se io e l’altro o l’altra, che sta leggendo questo stesso romanzo in questo momento, ci incrociassimo al supermercato, o uscendo dalla metropolitana, o a un incrocio pedonale, o in pasticceria, “ci scambieremmo forse un’occhiata che troveremmo entrambi lievemente sconcertante? Potremmo, senza riconoscerlo, riconoscerci?”


In realtà, pensa Berger, quando una storia ci colpisce e ci coinvolge o ci com-muove, genera sempre qualcosa di concreto e reale “che diventa, o può diventare, una parte essenziale di noi”.

Questa parte allora, in realtà, non potrebbe anche essere considerata, per così dire, la discendenza o la prole, di quella storia e di quel romanzo?

In questo caso, non sarebbe in gioco solo una semplice eredità culturale, ma di qualcosa di più intimo e personale. Insomma, sarebbe “come se il flusso sanguigno del racconto letto si congiungesse al flusso sanguigno della nostra storia di vita”. 

In questo modo, quella storia raccontata da quel romanzo, contribuirebbe “a farci diventare quel che diventiamo e continueremo a diventare”


Non è proprio questo ciò che ci accade ogni volta che ci fermiamo a leggere o ascoltare una storia che ci coinvolge, anche senza che noi lo vogliamo? 

Quando implementeremo il fatto che le storie, come ha scritto il regista de Il cielo sopra Berlino, Wim Wenders, e come ci testimonia del resto la storia recente dei media, ci generano e ci cambiano la mente e la vita, più del cosiddetto “esempio, il cui primato formativo è sopravvalutato?

Gli esempi da soli non bastano a generare e cambiare le vite. Hanno bisogno di essere “spiegati”. Hanno bisogno di idee e di storie che come un flusso sanguigno si congiungano al flusso sanguigno della nostra propria storia di vita. Infatti, “fai questo” o “non fare quest’altro” è presto dimenticato, “c’era una volta” lascia invece tracce durature.


La fame di storie in realtà è sotto i nostri occhi, ed è testimoniata da innumerevoli fenomeni sociali, culturali e anche politici. La tecnologia dei media rende tutto ciò oggi molto evidente, ma è sempre stato così, fin dai “graffiti” nelle caverne della preistoria umana.

Il problema è che oggi molti, troppi, tra quanti si affannano ad attribuirsi compiti direttivi e normativi, o ruoli di “guida” nei vari ambiti sociali, non sembrano più avere storie appassionanti da raccontare, storie in cui mostrino di credere per davvero!


Ecco perché dovremo essere sempre alla ricerca di altre genealogie. E di una diversa comunità umana,  che ci stimoli a “diventare quello che diventiamo”.


E sì, l’interrogativo posto all’inizio, come nota John Berger sarà anche “buffo”, però mi aiuta a pensare che stasera qualcuno - in qualunque angolo del pianeta - sedendosi in poltrona a leggere il mio stesso romanzo sia già un mio fratello o un mio cugino, magari “alla lontana”. 

Questo perché le storie create dallo spirito umano, a partire dalle piccole storie raccontate intorno ai fuochi nelle tribù preistoriche fino ai romanzi e racconti contemporanei, quelle storie non sono solo eredità culturale, sono “storie che ci formano”, e perciò sono, a differenza degli antenati biologici, nostri progenitori fortuiti”(John Berger), ma pur sempre progenitori capaci di generare una parte essenziale di noi!


Il tempo dell'interruzione

E se la pandemia fosse anche una lente di ingrandimento sulla nostra vita? In questo caso essa ci consentirebbe di vedere nelle  tante &qu...