mercoledì 25 gennaio 2023

Parliamo tutti sotto dettatura?

 È vero, "il linguaggio non va preso troppo alla lettera" (W. Heisenberg). Ma che succede quando si ammala? Che succede quando la malattia del linguaggio diventa "mostruosa" e si diffonde con la velocità delle pandemie? Che succede quando il linguaggio "si è talmente autonomizzato da diventare una forza a sé, che ci trascina dove non vogliamo veramente andare", invece di fungere da docile strumento delle nostre intenzioni, come scrive Rocco Ronchi sulla scia del giovane Nietzsche (Rocco Ronchi, La malattia mostruosa, in Uwe Pörksen, Parole di plastica, Textus))?


In realtà, nota il linguista Uwe Pörksen nel suo libro ancora attuale e prezioso, una piccola serie di parole o termini in apparenza scientifici, si diffonde per il mondo industrializzato, pesando su tutto lo sviluppo umano. Il risultato è che oggi "ci cuciamo addosso il linguaggio muovendoci al suo interno come in un'uniforme".

E non ci si riferisce qui alla pedante abitudine di ripetere come pappagalli frasi dei propri giornali "preferiti", o dei propri, spesso improvvisati e inattendibili, leader. Non si tratta neppure delle semplici e classiche "parole d'ordine" o degli "slogan" o di ciò che chiamiamo "formule vuote", di cui è pieno il nostro parlare.


Si tratta di un tipo particolare di termini, si tratta delle "parole di plastica", scrive Pörksen, parole che Ivan Illich chiamava "parole plastiche" o "parole ameba", perché tendono ad assumere molteplici forme e qualsiasi significato, perciò, alla fine, nessun significato reale. 

Sono parole per nulla appariscenti, che si sono insinuate molto di soppiatto anche nel linguaggio colloquiale; sono le più inosservate e silenziose ovvietà di tutti i giorni. 

Fino a diventare una vera "prigione quotidiana della percezione". 


Di solito le parole "ameba" sono termini che nella lingua sono sempre esistite, ma, dopo essere passate attraverso una centrifugazione "scientifica", sono poi state rilasciata nel linguaggio ordinario con una nuova connotazione, che ha qualcosa a che fare con ciò che altra gente sa e tu non sai bene spiegare.


Hanno una specie di fascinosa "aura_, nota Pörksen. Per cui le persona si sentono, e diventano, importanti quando le usano. In tal modo sono convinte di fare affermazioni scientifiche e di meritare quindi l'ultima parola sulle questioni decisive.


"Una parola plastica -  commenta Ivan Illich - è come un sasso lanciato in una conversazione:  crea delle onde ma non colpisce nulla. Ha una serie di connotazioni ma non designa niente di preciso. In realtà, potremmo dire, sono nulla, niente.


Succede, con queste parole, che concetti popolari appartenenti al linguaggio colloquiale trasmigrano nella scienza o in altre sfere superiori, dove assumono l'aspetto di verità assolute, e una volta autorizzate e canonizzate tornano al linguaggio colloquiale, dove diventano miti dominanti che adombrano, e confondono, la vita, e il pensiero, di tutti i giorni.


Uwe Pörksen, nel suo libro, sottolinea che in realtà, esse sono soltanto una trentina, si trovano in ogni lingua. e sono sempre le stesse nelle varie lingue.

L'elenco che ne fa Pörksen è sorprendente ed emblematico. Se lo scorriamo abbiamo subito la sensazione di qualcosa di familiare, di già orecchiato, nei nostri discorsi quotidiani oltre che in quelli che si fanno nelle alte sfere

A pensarci bene dobbiamo prendere atto che si tratta del nostro ridotto vocabolario abituale, quello con cui si pretende di ridurre la storia a natura.


Chi di noi non sente usare e non usa, senza averne un'idea precisa, e senza pensare di doverne dare una spiegazione esauriente, termini come salute, sessualità, sviluppo, comunicazione, informazione, produzione, risorsa, energia, lavoro, management, servizi, assistenza, educazione, progresso, sistema, struttura, strategia, contatto, sostanza, identità. crescita, trend, tenore di vita, processo, progetto, futuro. 

Tutte queste parole plastiche hanno un numero preciso di caratteristiche che Uwe Pörksen enumera nel suo libro. Al suddetto elenco, secondo Illich, occorrerebbe aggiungere anche "vita", termine che, espresso in questa forma universale, è all'origine di molta confusione oggigiorno.


Come sottolinea il linguista norvegese, qui non ci viene chiesto tanto di stigmatizzare  delle parole come se si trattasse di una missione dei puristi del linguaggio, quanto di osservare ad evidenziare un modo tipico di usare alcuni termini.


Le "parole di plastica" sono parole cui il parlante, anche se volesse, non ha il potere di conferire un significato preciso o determinato. Il significato è definito, e dato per acquisito, da qualcosa di estraneo a noi, noi possiamo solo " recitare", quel linguaggio e quelle parole ed è ciò che tutti fanno. In effetti l'ambito d'uso di tali parole tende ad essere quasi "universale"  e universalistico, in una certa misura trascendentale.


Ecco perché, nel caso di nomi e parole come queste, la lingua corre il rischio di diventare autonoma, senza referente, non più strumento. 

È per questo che, suggerisce Uwe Pörksen, forse ci troviamo di fronte alla fase più recente di omologazione dei linguaggi colloquiali odierni, In effetti, le parole di plastica, le parole ameba, paiono rappresentare una specie di codice di base internazionale. Un codice semplice, povero di storia, facile da imparare e maneggiare. Sembra proprio che quei vocaboli e le regole di combinazione che compongono questo "codice" siano poche: è una specie di Lego, nota Pörksen.


Ecco il punto. Una piccola serie di termini, in apparenza scientifici, si diffonde per il mondo industrializzato. Le parole plastiche penetrano anche nei discorsi di alto livello, dove vengono usate imprudentemente come basi di affermazioni di tipo normativo. Capiamo allora perché ciò che ne risulta appare come una rete che racchiude e forse imprigiona la nostra coscienza del mondo.


Andiamo davvero verso una specie di Neolingua (ne parlava già Orwell), una specie di esiguo vocabolario internazionale (fatto di 40, 20 o addirittura 15 parole) che si estende su tutta la terra: una lingua artificiale e priva di dimensione storica, le cui caratteristiche principali sono la riduzione del vocabolario e la standardizzazione dei significati delle parole?


È questa la vera pandemia che pesa su tutto lo sviluppo umano e che, come pensava Nietzsche, rende impossibile ai "sofferenti" di intendersi tra loro "sulle afflizioni più elementari della vita"?

È questa la mostruosa malattia di cui parla Rocco Ronchi nella sua densa Prefazione al libro del linguista norvegese Uwe Pörksen?

Siamo davvero nella condizione, di cui parlava Sartre. di poter solo "recitare il linguaggio"? Siamo tutti indotti a "parlare sotto dettatura"?

Ma, se questo è vero, se ci mancano le parole per dire la sofferenza, come scriveva Nietzsche. allora, annota Rocco Ronchi, ciò farebbe vacillare anche il senso della politica. 


Infatti, se è così, anche quando le parole vengono articolate in possibili discorsi alternativi, sembrerebbe che qualche forza occulta le requisisca per ritorcerle contro i parlanti.







giovedì 29 dicembre 2022

Quando i dittatori verranno rovesciati dai loro troni

 Una strana forma di nemesi delle sinistre appare oggi evidente. È come se "qualcosa" volesse far espiare loro qualche colpa. Forse sinistre e democratici hanno smarrito il senso della liberta? Infatti pare che non riescano più a distinguere tra democrazia e dittatura o tra libertà e schiavitù.


Infatti, dall'epoca delle grandi rivoluzioni liberali e democratiche del '700 in poi, le sinistre, i democratici, i progressisti, sono sempre intervenuti a fianco e in sostegno dei popoli oppressi o ridotti in schiavitù, o aggrediti o minacciati nella loro libertà, dai  regimi autoritari o dittatoriali. 

Insomma, le sinistre, i democratici, i progressisti. nello scontro tra regimi autoritari o dittatoriali e popoli desiderosi di libertà o di democrazia, sapevano sempre da che parte schierarsi, senza bisogno di molti argomenti.


Oggi invece succede il contrario. Molti settori della sinistra, molti democratici, molti progressisti sembrano aver perso la bussola. Per scegliere tra libertà e schiavitù, o tra democrazia e dittatura, vanno alla ricerca di argomenti di natura quasi metafisica quando non si affidano a elucubrazioni pseudo-teologiche.

Insomma ve li immaginate Garibaldi, Mazzini o Marx, che prima di schierarsi con i popoli sudamericani, i contadini del sud Italia, o i rivoluzionari della Comune di Parigi, sono lì ad appurare le "legittime" ragioni dei loro oppressori?


Oggi, succede che molti settori di partiti, gruppi o movimenti di sinistra, democratici, progressisti vecchi o "nuovi", corrono in soccorso di regimi autoritari e sanguinari come la Russia, la Cina, l'Iran, e altri simili, intenti a comprendere o giustificare le scelte aggressive, oppressive e le  politiche sanguinarie di quei regimi.


E, addirittura, succede, qui in Italia, che un Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, esponente dell'estrema destra, afferri la bandiera della libertà dei popoli, e sappia prendere atto che, oggi, dopo l'aggressione della Russia all'Ucraina, anche in Europa, "la libertà non è scontata", mentre sedicenti rivoluzionari, progressisti, esponenti della sinistra, o "democratici", al seguito di "intellettuali", "pensatori", e alcuni giornali, giornalini e giornaletti, si girano dall'altra parte 

lasciando la bandiera della libertà in mani dove non è mai stata.


Ecco la questione, ecco la strana nemesi: se la sinistra o i democratici o coloro che si dicono tali, non riescono più a scegliere tra libertà e schiavitù o tra dittatura e democrazia, senza incredibili bizantinismi, allora siamo proprio messi male. Siamo sulla via di un tragico destino.

"Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur"!



Sì, ha ragione Giorgia Meloni, oggi è in pericolo la nostra libertà, insieme alla libertà di molti popoli, anche perché molti "progressisti" e "democratici" hanno dimenticato un principio evidente per i democratici e i rivoluzionari del passato: qualunque regime autoritario, dittatoriale e illiberale è fondamentalmente illegittimo e non può essere mai supportato da veri democratici.


E la pace? Ma veramente c'è chi crede che potrà mai esserci la pace finché ci saranno regimi che si reggono solo sulla forza e sulla violenza? Regimi che minacciano con la loro esistenza l'essere e la libertà dei vicini?


Quando arriveremo a riconoscere che


Non c'è pace senza libertà

Non c'è giustizia senza libertà

Non c'è uguaglianza senza libertà

Non c'è fraternità senza libertà

Non c'è amore senza libertà

Non c'è dignità umana senza libertà

Non c'è essere umano senza libertà

Non c'è neppure vera religione senza libertà


E, se è vero, come pensava, con fondati argomenti, il filosofo umanista Pico della Mirandola che ciò che rende l'uomo simile a Dio è la sua libertà, dovremmo anche dire:

forse neppure un "Dio" è pensabile senza libertà.



mercoledì 23 novembre 2022

Religioni e Chiese di fronte a un bivio

 È abbastanza evidente che, in questo nostro tempo, sia l'autodeterminazione dei popoli, sia la libertà personale e individuale sono sotto attacco, soprattutto ad opera di regimi politici illiberali, autoritari, autocratici e dittatoriali, che paiono aumentare di numero nel mondo.

Ma è altrettanto palese che, oggi ,in tutte le forme di negazione o riduzione delle libertà personali e di violenza diretta o indiretta sulla vita e sui corpi degli individui, tendono ad insinuarsi motivazioni religiose o pseudo religiose, come pure motivazioni morali o pseudo morali. 


Un fatto comunque è certo: dobbiamo riconoscere che oggi, anche in occidente, sia la libertà personale sia la democrazia, sono messe in pericolo, con il sostegno diretto o indiretto, o l'acquiescenza di chiese, movimenti religiosi, leader  religiosi e settori delle gerarchie ecclesiastiche.


Ecco perché è ragionevole attendersi, oggi, anche dalle religioni e dalle Chiese una parola chiara e senza ambiguità, sulla questione della libertà individuale.

È arrivato il tempo, per le Chiese e le religioni, di chiarire e finalmente definire senza equivoci il proprio rapporto con la libertà personale e le libertà individuali.


Perché, alla fine, in tempi come i nostri, anche parlare di pace (o "gridare la pace" come alcuni amano dire oggi) appare ipocrita se non si elimina ogni ambiguità e ogni sottinteso sui temi della libertà, delle libertà personali. oltre che della libertà dei popoli.


Certo, non è strano e non è nuovo che regimi come Russia, Cina, Iran, Afganistan, e altri Stati, a loro modo accoliti, satelliti o alleati delle grandi potenze autoritarie, dittatoriali o totalitarie, abbiano come loro obiettivi non solo la negazione della dignità della vita e della libertà individuale al loro "interno", ma si propongano anche la disgregazione dei regimi democratici e delle nozioni stesse di libertà individuale e di democrazia.


Ciò che, però, è certamente strano, pericoloso, vergognoso e scandaloso, è che il fascino di questi regimi autoritari, antidemocratici e illiberali, coinvolga gruppi politici e governanti di paesi democratici, gruppi sociali e intellettuali dei paesi occidentali, organi di informazione, movimenti laicali che si dichiarano cristiani o cattolici, o addirittura settori rilevanti delle gerarchie ecclesiastiche delle diverse chiese cristiane.


Se è vero, come è vero, che la libertà, personale e individuale, caratterizza e definisce il soggetto umano, prima e più di qualunque altra facoltà e qualità, se è vero, come è vero, che la libertà è un valore non negoziabile, come la vita stessa, allora oggi nessuno che creda nel futuro dell'umanità. può essere ambiguo, reticente o "benaltrista" su questa questione. 


Tra l'altro, ciò che dovrebbe dare da pensare è che, come molti esperti di storia delle religioni e di dottrine religiose sanno, la tradizione ebraico-cristiana ha avuto origine con l'elaborazione biblica di un'idea di Dio come indissociabile dalla nozione di libertà e liberazione da ogni "faraone" di questa terra, ed è culminata in due rivoluzionarie affermazioni del Gesù dei Vangeli, che hanno ambedue a che fare con il tema della libertà.


La prima, secondo la quale nessun "Cesare" si può arrogare i poteri di un dio, in altre parole, non c'è nessun "dio" su questa terra, nessun "sovrano" a cui l'individuo debba totale obbedienza; e l'altra, del tutto incredibile e inaudita, se analizzata nel suo contesto culturale, secondo la quale non è l'individuo umano fatto per "il sabato", ma, al contrario, è "il sabato", con tutto quello che ciò rappresenta, ad essere fatto per l'individuo umano.


 Beh, in teoria, quanto detto, presuppone che ogni credenza in un Dio unico, che "sta nei cieli", e perciò non si identifica con individui e istituzioni che "stanno su questa terra", dovrebbe essere percepita, prima di tutto, come un fondamento e una garanzia della libertà di ogni individuo umano, ("l'ultima difesa" della libertà, scriveva il filosofo Sergio Givone), nonostante le contraddittorie testimonianze che. su questa questione, spesso, le religioni hanno dato nella storia.


Diventa alquanto difficile quindi dare senso all'ambiguità o reticenza, da parte  di settori delle gerarchie ecclesiastiche e religiose riguardo al tema della libertà individuale, di fronte a regimi che non considerano la libertà individuale un'opzione essenziale.

Così come è scandaloso che, in paesi democratici, governanti o politici che mirano a ridurre gli spazi di libertà e di democrazia (Trump in Usa, Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria, per fare qualche esempio) trovino sostegno e ammirazione in gerarchie religiose cristiane o cattoliche.


Se questo accade, ovviamente, c'è qualcosa che non va ("in Danimarca").


D'altra parte, non c'è neppure nessuna diplomazia che tenga, in casi come quelli citati,  Soprattutto perché la diplomazia, pur necessaria nel rapporto tra stati, esige, da sempre, una congrua dose di cinismo che non pare possa essere una caratteristica dei leader ecclesiastici o religiosi in generale.Anche a questo proposito sarebbe interessante studiare il racconto che gli evangelisti fanno dellatteggiamento di Gesù di Nazareth nei confronti dei tiranni sanguinari del suo tempo.


Quindi, forse, è adesso il tempo per una esplicita scelta di campo in favore della libertà individuale da parte delle religioni e delle chiese; è questa l'ora per separare definitivamente i destini delle chiese e dei movimenti religiosi da ogni forma di connivenza con regimi totalitari, autoritari, dittatoriali, autocratici e illiberali,



mercoledì 26 ottobre 2022

Cose serie che fanno ridere

Riconosciamolo, in certe situazioni si può solo ridere!

Molto spesso i comportamenti e le parole non hanno ragioni decifrabili. Sembra che qualcos'altro, magari "l'impensato", come lo chiama Katherine N. Hayles {L' impensato. Teoria della cognizione naturale, Effequ) governi il pensabile. 

Non con tutti si può dialogare, alla faccia delle "anime belle" che sentenziano si debba dialogare anche con il diavolo. In realtà queste confondono il "negoziato" o la "trattativa" sempre possibili, con il "dialogo", che è tutt'altra cosa e si fonda su ben altri presupposti.

Non tutto si può insegnare.

Non tutti riusciamo ad imparare, neppure dall'esperienza.

Perciò ci sono casi, situazioni, persone, di fronte alle quali non ci resta che ridere, in attesa di tempi migliori.


Tante vicende recenti, da tutte le latitudini e da ogni livello o condizione sociale, ci svelano questa ottusità spiazzante della realtà.

Pensiamoci un attimo, tanto per fare solo alcuni esempi più noti.


Cosa fare se non ridere di fronte alla scelta della Brexit, in un mondo globalizzato e interconnesso?

E di fronte alla reazione di un Trump che non riesce ad accettare di non essere stato rieletto, fino a tentare un colpo di stato, come non ridere?

Cos'altro si può fare o dire, se non ridere di fronte a un Bo-Jo che credeva di imitare Churchill e magari riteneva anche fino ad alcuni giorni fa di potersi riprendere la poltrona di Primo ministro, dopo il fallimento di  Liz Truss che a sua volta credeva di imitare la Thatcher?

E che fare se non ridere quando il capo di un partito italiano pensa che sia utile elettoralmente esibire rosari e statue della Madonna?

O quando un  candidato alla presidenza del Senato della Repubblica italiana sente il bisogno di far sapere, a sentire i giornali, che egli recita 50 "ave maria" al giorno?

E come non sbellicarsi dal ridere quando un comico crea un partito e lo chiama "5stelle" come fosse un pacchetto vacanze "tutto compreso" da vendere. senza indicare neppure la meta del viaggio?


Come non ridere quando buona parte della gerarchia cattolica americana, insieme a molte chiese neoevangeliche vedono in Trump una icona del cristianesimo?

O quando il papa delle chiese ortodosse russe promette un posto in paradiso a chi si arruola per una guerra di invasione e sterminio?


E che fare se non ridere quando veniamo a sapere che al mondo, nel 2022, esistono governi che hanno un un "ministero per la lotta al vizio e la promozione della virtù", e altri governi che, oltre le consuete forze dell'ordine, hanno reparti di "polizia morale"?


Che fare se non ridere quando difensori e "teorici" della libertà in italia, invitano il popolo ucraino a rinunciare alla propria libertà per "dialogare" e accogliere le ragioni di un Stato invasore e sterminatore?

E come non ridere quando questi paladini del dialogo bollano come "guerrafondai" e "nemici della pace" i popoli democratici, confinanti con la Russia,  che chiedono di rifugiarsi sotto la protezione dell'alleanza di governi democratici, temendo per la loro libertà?

A dire il vero, bisogna riconoscerlo, questi accaniti "pacifisti" della domenica e della "ribalta", appaiono molto simili a quei tanti "figli di papà", che, negli anni settanta, facevano gli "alternativi" con il portafoglio di papà in tasca, pronti poi a ricorrere a papà se le cose si mettevano male!


E coi no vax?, i no-scienza, i terrapiattisti? i no-sviluppo? i no-tutto? Cosa fare? Di cosa discutere con loro?  Che fare se non ridere? 

Che fare poi con quelli che ritengono che la lotta per il clima, o qualunque altra lotta, giustifichi la distruzione di un'opera di Van Gogh. di Monet, di Michelangelo, o di altri patrimoni della coscienza umana? Che fare se non ridere, magari dopo averli resi inoffensivi?


E quando ampi settori del mondo cattolico (e cristiano), insieme a parti delle gerarchie ecclesiastiche, statunitensi e di altre aree del mondo, e ad alcune chiese evangeliche, considerano un portavoce di satana Papa Francesco, mentre vedono dei "messaggeri" dell'etica cristiana" in Trump o Bolsonaro, in Orban o addirittura in Putin, che fare se non ridere?


E se. da questi settori delle gerarchie ecclesiastiche, da molti gruppi delle chiese neoevangeliche americane, come da molti settori laicali cattolici e cristiani in genere, emergono posizioni ambigue che sembrano presupporre una equivalenza tra regimi democratici e regimi autoritari. o una inquietante "comprensione" verso tiranni o aspiranti tali, che altro fare se non ridere?

Che fare se non ridere, quando si deve constatare che questa ambiguità, da parte di settori delle gerarchie e di gruppi e movimenti cattolici e cristiani. verso regimi autoritari e sanguinari. sembra riproporre  come questione non risolta, il tema della liberta individuale, questione che sembrava superata dal Concilio?


E, cos'altro fare se non ridere di fronte a quelli che, immemori della storia, pensano che possano esistere e sopravvivere democrazie disarmate, mentre prosperano e si espandono regimi autoritari o dittatoriali come la Cina, la Russia o altri simili? 

Preferirebbero forse un mondo trasformato in un grande campo di concentramento, in un grande lager, o in un immenso campo di rieducazione forzata, come ha tentato di fare Hitler nel novecento e come non nascondono di desiderare regimi che seguono le stesse tecniche?


È evidente che certi tempi sembrano decisamente i tempi della stupidità. Beppe Fenoglio diceva addirittura che "oggi il cretino è specializzato"! Riferendosi forse al fatto che oggi ha più strumenti per farsi accettare come plausibile.

Attenzione, amici lettori, non interpretate come un’ingiuria o uno spregio l'uso che viene fatto qui del termine “stupidità”.


A volte non c'è davvero niente da spiegare o da capire, a volte siamo di fronte a qualcosa di cui si può solo prendere atto, magari sbalorditi, ma a proposito del quale non c’è nulla di ulteriore che si possa aggiungere o spiegare, se non ridere!


Trovarsi di fronte a fenomeni come quelli descritti sopra è come avere una sensazione perturbante di aver perso la capacità di parlare del mondo. Forse il riso è anche una reazione a queste forme di spaesamento, è la reazione alla percezione di un contrasto incredibile e indecifrabile. In attesa di tempi migliori!


Certo. una reazione potrebbe essere anche quella della rabbia o del risentimento; ma pare che il riso sia, senz'altro, la reazione più salutare!


Sì, molte volte non ci resta che ridere!



 

giovedì 29 settembre 2022

La storia, fedele e discreta compagna di viaggio

 


A che serve conoscere la storia se gli esseri umani, non smettono di ripetere le tragedie e gli errori del passato? Cosa imparano gli esseri umani dallo studio della storia (ma forse non è vero che la studiamo e la conosciamo)? 

Cosa sanno davvero gli abitanti di questo pianeta, per esempio. salla storia tragica del 900?

Quel novecento tragico non può essere mai dimenticato, né da noi né da quelli dopo di noi. Ma ecco cosa è ancora necessario: la consapevolezza di dover sempre prendere posizione riguardo a valori non negoziabili come la democrazia e la libertà personale.

Conoscere e richiamare alla memoria tutto ciò che è già accaduto, può rappresentare infatti non solo una messa in guardia, ma soprattutto un motivo di speranza nei momenti bui, e l’indicazione chiara di una direzione di marcia!


È, infatti, evidente che, oggi, sia la democrazia che le libertà individuali e personali sono sotto attacco, da parte di potenze statali illiberali e forze di varia natura e ispirazione, per le quali la democrazia e le libertà individuali sono opzioni non necessarie o addirittura superate,


Perciò occorre prendere atto che questi pilastri della convivenza umana sono sempre a rischio, (ecco perché non può esistere, così come non è mai esistita una democrazia disarmata) non solo per l'attacco programmatico da parte delle autocrazie e dei regimi autoritari o dittatoriali, ma anche perché l'abitudine alla democrazia e alla libertà rende spesso i popoli occidentali distratti riguardo alla fragilità di questi valori. considerati scontati ma che si possono perdere da un momento all'altro.


Credo che si spieghino, anche così, certi curiosi fenomeni più o meno espliciti di "collaborazionismo", nei confronti di regimi nemici della democrazia e delle libertà personali; sono forme di collaborazionismo che sembrano ripetere, oggi, ambigui comportamenti osservati al tempo dell'occupazione dell'Europa da parte del nazifascismo.


Eppure credo che, proprio studiando i complessi movimenti della storia, potremmo anche comprendere che i progressi nella storia si verificano spesso accanto alle regressioni, e talvolta nllo stesso tempo.


Infatti, a guardare bene, dall'analisi attenta della storia emergono a volte lezioni che, in un certo senso, rinfrancano e riscattano il genere umano

Per esempio, la tragedia della seconda guerra mondiale non fu solo uno scontro per il dominio del mondo e delle sue risorse; non rappresentò soltanto la vittoria di una alleanza di paesi democratici su quelli nazi-fascisti; non ricordiamo con quelle vicende solo la lotta per la liberazione di paesi occupati. 

La storia che raccontiamo ricordando quelle catastrofiche vicende parla anche di uno di quei rari momenti della vita dell’umanità, in cui è emersa, con forza, la consapevolezza che a volte è soprattutto tempo di prendere posizione relativamente a un progetto di umanità e a una antropologia, e riguardo a una forma di civiltà e a un complesso di valori, da cui può dipendere, in ogni caso, il destino della comunità umana.  


Come non amare la storia se ci racconta anche queste altre storie?

Aveva ragione Michel De Certeau quando diceva che in certi momenti il passato purtroppo ci sfugge. Ma, è proprio in quei momenti, sempre differiti nel tempo, che deve nascere un convinto atteggiamento storico

In fondo è in questa idea di un passato come assenza che tende a sfuggirci, che si radica e trova giustificazione la necessità del discorso storico e della sua ripetuta narrazione.





lunedì 29 agosto 2022

K-drama alla centrale meteorologica

 Persone del centro meteorologico: la crudeltà delle storie d’amore, è, più o meno, la versione in italiano del titolo originale coreano (기상청 사람들: 사내연애 잔혹사 ) di una serie tv, diffusa da Netflix, a livello internazionale con il titolo ´Forecasting Love and Weather', e distribuito in Italia con il titolo semplificato ma troppo riduttivo di Previsioni d'amore.

Nei tre passaggi della traduzione del titolo infatti si può notare come sia via via scomparso l'asse intorno al quale ruota la narrazione e cioè il contesto della  centrale meteorologica.

È riduttivo e semplicistico il titolo italiano (e in parte quello internazionale) perché alla fine riduce tutto solo a una semplice e comune storia d'amore. oscurando cosi il ruolo quasi da "co-protagonista", e comunque centrale, dell'approccio e dei modelli della meteorologia, che diventano nella storia una specie di criterio ermeneutico delle vicende umane.

Credo he il titolo originale, e l'intera sceneggiatura del k-drama ci aiutino a capire che nelle intenzioni degli ideatori non si trattava solo di vicende e drammi relativi all'amore, ai rapporti di coppia, di generazioni o di gruppo.

La presenza costante, nella narrazione, delle sale dei centri meteorologici, con i loro grandi schermi, i team di ricercatori, i satelliti artificiali, i palloni-sonda, le complesse tecnologie, le mappe e carte meteorologiche, i modelli matematici, i briefing quotidiani, con team dei diversi centri e con la stampa,  credo voglia non solo introdurre lo spettatore a tutto ciò che sta dietro quello che chiamiamo " il meteo", ma anche spingere a pensare che l'approccio delle scienze meteorologiche potrebbe essere un utile, e forse oggi più efficace, modello per interpretare l'instabilità dell'esistenza e delle fluide dinamiche dell'io e delle relazioni.

Insomma, le scienze meteorologiche non sono solo uno sfondo della narrazione, ma, come si è già detto, un vero "co-protagonista", insieme all'amore e alle complesse relazioni umane.

Tutti i 16 episodi hanno titoli che ci guidano in un modo o nell'altro all'interno dell'approccio meteorologico: Segnali/Temperatura effettiva//Cambio di stagioneVisibilità/Forti piogge localizzate/Effetto isola di calore/Allerta ozono/Indice di disagio/Stagione delle piogge/Notte tropicale/1*C/Zona di variazione/Scenario 1, 2, 3/Anticiclone migratorio/Previsioni ensemble/Le risposte di domani.

Forse questo k-drama non vuole solo raccontare le solite, eterne, appassionanti storie d'amore, e neppure solo descrivere l'impegno avanzato dello Stato sudcoreano nel promuovere le tecnologie meteorologiche, per garantire la sicurezza e il benessere dei suoi cittadini  (come ci viene suggerito varie volte durante la narrazione), ma intende anche proporre all'attenzione degli spettatori le scienze meteorologiche, attraverso una forma di guida in una nuova città, rappresentata dalla meteorologia.

Tuttavia, procedendo nella visione della serie tv, comprendiamo che la meteorologia non è solo vista come strumento per conoscere "le previsioni del tempo", ma come un approccio per capire meglio le relazioni e la vita, applicando ad esse modelli d'osservazione più complessi e sempre aperti all'imprevedibile.

In ogni caso, bisogna riconoscere che, al di là dell'interesse e del godimento estetico che Previsioni d'amore può offrire, trasformare un settore che sembra freddo e asettico, come la rete delle scienze meteorologiche, in una storia anch'essa godibile e avvincente, intrecciata ad altre storie umane, è senz'altro un merito degli ideatori e dei produttori di questa serie tv.

Del resto, forse, tra le scienze, non c’è niente di più complesso e imprevedibile della meteorologia, che, con il suo contenuto fatto di infinite variabili, in continua e mutevole interazione tra loro, presuppone un paziente e ininterrotto lavoro d'equipe tra le varie specializzazioni e i diversi operatori e ricercatori, alla ricerca di conclusioni e decisioni sempre provvisorie e rivedibili.

Cosa c'è di più interessante e istruttivo per leggere la caotica condizione umana, per individuare una qualche forma di diversa e umile razionalità per i nostri tempi?

Dal momento che, ci viene suggerito nel corso della narrazione, la meteorologia è proprio un tipo di approccio dal quale siamo costretti a imparare che "ci sono situazioni in cui avere torto o ragione non conta", mentre occorre "scegliere lo scenario possibile senza avere garanzie di certezza".


mercoledì 27 luglio 2022

Il filosofo che ragionava sulle favole

 Secondo una segreta e antica genealogia, "il dio" genera l'eroe, questi genera il creatore di favole (il "favolista"), ed è quest'ultimo infine che  genera il filosofo.

È ciò che ci ricorda, sulle tracce di Socrate, Michel Serres, filosofo libero da schemi e amante delle favole. È per questo che, a suo parere, la verità discende dalla "pietas", dal coraggio e dalla bellezza.


Quando, verso la fine della sua vita, in "quei momenti in cui nessuno mente", egli scrive "ragiono sulle favole che cantano al mio posto", il filosofo, ancora sull'esempio di Socrate, completa  una sorta di somma finale della conoscenza e della vita tra ragione, mito e musica.


Noi sappiamo, però, che il ragionare sulle favole, a partire da quelle degli amati  Esopo e La Fontaine, non ha mai smesso di accompagnare Michel Serres, nelle diverse fasi della sua avventura intellettuale.

In effetti, a partire dal suo insegnamento a Stanford, e dai libri della serie Hermès fino al Parassita, arrivando alle sue ultime opere, le favole non sono state solo una fonte tra le tante di Michel Serres. È vero, invece, che egli ne ha fatto una risorsa senza precedenti per sviluppare nuovi modelli, approfondire le proprie domande e spianare altre strade del pensiero, come nota Jeans-Charles Darmon nella sua introduzione al libro postumo di Michel Serres, La Fontaine. Une rencontre par-delà le temps, Le Pommier ed.


Una strada, questa, ci ricorda Michel Serres percorsa già anche da Socrate.

Tutti coloro che si interessano un po' di filosofia conoscono la tesi secondo cui la filosofia occidentale ha la sua radice nell'evento della morte di Socrate. Ma forse non tutti ricordano che proprio in quei momenti cruciali, Socrate sentì il bisogno di confessare che, nonostante avesse scelto, all'inizio del suo percorso intellettuale la filosofia invece della musica, come gli suggeriva il suo demone, egli aveva poi contravvenuto alle indicazioni dei suoi sogni, e continuato, nel corso degli anni,  ad arrangiare in ritmi o metri cantati alcune favole di Esopo, che, secondo la tradizione, egli chiamava miti.


Favole come quelle di Esopo, La Fontaine, e altri grandi "favolisti", ci consentono di accedere all'universale attraverso un mosaico di singolarità, e raggiungono la punta finale dell'individuo, il tipo, attraverso molteplici miscele.


Ma per cogliere tutto ciò occorrerebbe l'intelligenza di capire ciò che scriveva già La Fontaine: "le favole non sono quello che sembrano essere".

Serres esplora le favole come palinsesti prodigiosi che possono costituire tanti viaggi alle origini del nostro pensiero, a quella che lui chiama la nostra "preistoria" (Jean-Charles Darmon).


Il "potere delle favole" trova una delle sue origini più feconde, non in un ritorno - o come direbbero alcuni una "regressione" - ai primi stati di conoscenza, ma in una riattivazione di un'intera grammatica nascosta che sta alla base del nostro apprendimento del mondo e di noi stessi, collegando, spesso a nostra insaputa, questo apprendimento cognitivo a un alfabeto clandestino di posture del corpo.


A Serres piaceva opporre queste diverse modalità di pensiero,  che attingono anche a risorse apparentemente impensabili per un filosofo, come le favole, alle concezioni più monumentali e sistematiche della filosofia.

Purtroppo, il lavoro filosofico, già di per sé astratto,  viene spesso condotto come in un asettico laboratorio, dove si taglia bruscamente il fenomeno per gettare nella spazzatura le cosiddette circostanze estrinseche o i "dettagli secondari", restringendo però, in tal modo, il campo vasto delle conoscenze e dei saperi umani.

È come se la filosofia, scrive Michel Serres, temesse il "tuffo del corpo" tra i corpi e nei molteplici  banali dettagli del mondo.


Invece,, le favole ci allenano a un tipo di conoscenza più integrale, e quasi corporea appunto, che andrebbe "portata", annota il filosofo-narratore Michel Serres  come una donna porta il suo bambino,  mentre entrambi crescono, insieme, quasi in un corpo a corpo. 

Proprio come in una danza. È questo forse che Michel Serres intende quando afferma: "l'inizio della conoscenza, la danza".


mercoledì 29 giugno 2022

Cosa è davvero in gioco oggi?

 I "filosofi consiglieri", per definizione, hanno fretta: pensano di contribuire alla riforma dello Stato, ma vogliono  farlo nel minor tempo possibile. Quindi, dal momento che in quanto filosofi non sono dotati di eccezionale pazienza politica, i "filosofi consiglieri" tendono a rivolgersi di preferenza ai tiranni, piuttosto che a un leader democratico. 

In effetti, tutti i filosofi che hanno preteso di intervenire e agire nel "presente politico", o influire sulla politica corrente, sono stati, in ogni epoca, attratti dalla tirannide.


Penso che non ci sia niente che ci aiuti meglio a contestualizzare il curioso moltiplicarsi di filosofi consiglieri, nella presente fase drammatica e decisiva della storia europea, delle  riflessioni del grande Alexandre Kojève, riportate sopra.  Non c'è parimenti niente di meglio e di più puntuale, che spieghi anche l'effettivo schierarsi di tanti "filosofi" consiglieri, dalla parte di governanti autoritari o dittatoriali, magari con il dichiarato proposito di "comprendere" le ragioni dell'altro, attraverso un ambiguo "dialogo". 

Come se il filosofo fosse una specie di terapista dei conflitti di coppia, o come se la politica, interna o internazionale, invece che un complesso equilibrio di forze, fosse una questione di mediazione familiare!


Dal momento che questi propositi di riforme politiche, da parte dei filosofi, spesso falliscono, di solito si tende a scaricare tali fallimenti sulla volontà e responsabilità dei tiranni o degli uomini di Stato in generale.


Tuttavia, se possiamo dar credito alla storia dei ripetuti viaggi di Platone a Siracusa, fatti proprio con lo scopo di spingere Dionisio I e Dionisio II alle riforme politiche, potremmo anche fare qualche ipotesi diversa sui ripetuti fallimenti del filosofo Platone   nella politica concreta.

Infatti, come suggerisce Kojève, se Platone ritornò a Siracusa nonostante il proprio fallimento, potremmo anche pensare che in Platone fosse sorto il dubbio che la responsabilità dei fallimenti potesse anche essere sua. E cioè che, al di là della responsabilità dei governanti di Siracusa, qualcosa non aveva funzionato nel ruolo che egli, come filosofo, aveva voluto assumere. Fino a rendersi conto, alla fine, che il suo ruolo specifico come filosofo avrebbe  dovuto essere di altro genere. Il che poi è testimoniato anche dal seguito della sua opera.


In realtà, sottolinea Alexandre Kojève (Il silenzio della tirannide), il tiranno, e ancor più un governante non "tirannico", hanno e avranno sempre delle buone ragioni per non applicare i consigli dei filosofi.

Quali ragioni? 

L'uomo di Stato, a dire il vero, chiunque egli sia, non può materialmente seguire consigli "utopistici": dovendo agire egli nel presente, non può prendere in considerazione le idee prive di un legame diretto con una situazione concreta data.

Del resto, se volesse mantenere un legame effettivo con la situazione politica data, il filosofo dovrebbe poter seguire gli affari correnti dedicandovi tutto il proprio tempo. Il che comporterebbe però l'abbandono di quella ricerca mai esauribile della verità, e di quell'investigazione del senso profondo della storia, in cui consiste il suo compio specifico di filosofo.


È quello che, del resto, pensava Hegel, annotando con un po' di ironia: quando la filosofia dipinge il grigio sul grigio, una forma di vita è invecchiata e non si lascia ringiovanire dal grigio sul grigio: si lascia solo conoscereLa nottola di Minerva prende il volo solo al crepuscolo.


Il ruolo e l'impegno del "filosofo" dovrebbero tradursi perciò essenzialmente nel conoscere e capire il senso di ciò che avviene o è avvenuto, tentando di individuare e rispondere alle grandi domandequestioni che emergono dalle pieghe del tempo e della storia

Perciò non abbiamo bisogno di filosofi che pretendano di dare consigli agli uomini di Stato. I filosofi sono appunto solo "filo-sofi", umili e infaticabili ricercatori della saggezza; i filosofi non sono saggi, dispensatori di consigli e segreti della vita. 

Di saggi, cel resto, la storia del mondo è molto avara, nota giustamente Kojève: è quasi impossibile trovarli anche a cercarli con il lanternino.

Se i filo-sofi vogliono fare il loro mestiere, possono solo, sempre di nuovo, e senza nessuna pretesa di offrire soluzioni, cercare qualche orizzonte di senso, che accompagni, rischiarandolo in parte, il tortuoso cammino, spesso solo pragmatistico, delle vicende e azioni umane.


Infatti, senza rendersi conto della presenza di problemi di fondo, senza conoscere e capire il senso e la direzione di ciò che avviene sotto i nostri occhi, è pressoché impossibile riconoscere che cosa è in gioco, nei vari momenti della vicenda umana, individuale e collettiva, ed è altrettanto impossibile rispondere all'appello che i tempi rivolgono a ciascuno di noi.


 Ebbene, cosa è davvero in gioco oggi? 


Credo, prima di tutto l'Europa. L'Europa come realtà e come idea.

L'Europa, piattaforma mobile e autopoietica, di sperimentazione dell’umano, la cui intera storia,  pur con tutte le sue contraddizioni, è stata ed è un dispositivo generatore di senso.

Forse per questo, l'Europa, è stata e rimane, con tutta evidenza, polo di attrazione per popoli e individui.

Per questo l'esistenza stessa dell'Europa, come realtà culturale e politica, e come serbatoio di memoria storica, destabilizza, non da oggi, le fondamenta di potenze e forme statali autoritarie e illiberali, che recentemente tentano con varie modalità di disgregarla, frammentarla e interrompere il suo percorso e processo formativo.



È abbastanza comprensibile che l’Europa, luogo di coltura naturale, e plurale, della democrazia e delle libertà personali e individuali, faccia paura a molti: sia a potenze grandi o piccole all’esterno, sia a forze e movimenti all’interno della stessa area europea.


È, infatti, evidente che, oggi, sia la democrazia che le libertà individuali e personali sono sotto attacco, da parte di potenze statali e forze di varia natura e ispirazione, per le quali la democrazia e le libertà individuali sono opzioni non necessarie o addirittura superate, come viene sostenuto e teorizzato, oggi apertamente, anche su organi di informazione ufficiali delle grandi potenze illiberali.

E, non è inutile, qui, notare che il numero di paesi non democratici, autoritari o dittatoriali nel mondo, è più alto di quello dei paesi dove vige un ordine liberale, o liberal-democratico.

 

Ecco forse i filosofi dovrebbero aiutarci a "pensare" tutto questo, a capire gli attuali movimenti delle onde sismiche e delle placche tettoniche della storia, come le chiama Michel Serres.

 

Perché un fatto, oggi, è abbastanza certo. Proiettati sul fare, scontiamo a tutti i livelli, nonostante le apparenze, un diffuso deficit di conoscenza e di interpretazione del mondo, dei suoi movimenti e del suo senso di marcia


Parliamo tutti sotto dettatura?

  È vero, "il linguaggio non va preso troppo alla lettera" (W. Heisenberg). Ma che succede quando si ammala?  Che succede quando ...