La cultura non é un arsenale, la cultura é un orizzonte

 La cultura non gode di buona salute, oggi. Crescono gli  ambienti malsani per la cultura anche in ambiti dove essa dovrebbe sentirsi a casa, come centri politici, settori accademici, gruppi rilevanti delle chiese, organi di informazione, agenzie educative, e addirittura anche settori scientifici, come abbiamo tutti potuto verificare in occasione della pandemia in corso. Dove si sono imposti tanti soggetti chiaramente interessati alla propria autoconservazione più che alla crescita culturale.

E tuttavia sappiamo che la cultura è la nostra natura. Noi cresciamo con essa.

Naturalmente, come tutto ciò che è umano, anche la cultura è instabile, fluttuante, ed evolve, da sempre. Tutte le componenti delle culture si trasformano, a volte si reinterpretano vicendevolmente, per rimanere vive; così come a volte diventano leggende o favole e letteratura, o danno origine a speculazioni, a direzioni di ricerca, indagini, artefatti, contenuti, nozioni e pratiche di vario genere. 

È vero anche, però, che la cultura, la cultura di un popolo, di una comunità umana, di un individuo, non si riduce solo ai suddetti "prodotti". 

Essa è qualcosa di più. Ed è in quel "qualcosa di più" che si radica la costruzione dell'identità di un popolo o di un individuo. 

È, a partire da quel qualcosa di più, che la cultura è in grado di durare e di far durare

Forse questo fattore in più spiega anche la funzione “creativa” della cultura. Perciò noi, animali culturali, diceva Claude Lévi-Strauss, siamo destinati appunto ad essere dei bricoleurs, degli improvvisatori.


È a questo che probabilmente si riferiva Hans Blumenberg,  quando citava l'espressione di Edouard Herriot, secondo cui "cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto". Sì, perché se una cultura si identifica solo con i suoi "prodotti", se non ha qualcosa che la attiri oltre, essa perde qualcosa di fondamentale e quindi anche la capacità di creare e di sopravvivere.


"Quel" qualcosa in più che dà significato alle culture e che consente ad esse di resistere, di durare, di essere creative e feconde, quel qualcosa che "anima" i prodotti, i valori, le nozioni, le istituzioni e le pratiche di una cultura è l'orizzonte: in cui quei prodotti sono inquadrati, l'orizzonte da cui sono ispirati, l'orizzonte che costituisce la natura essenziale di ogni cultura


Sì, la cultura è essenzialmente un orizzonte, secondo Hans Blumenberg. E l'orizzonte è appunto ciò che resta, dopo che si è dimenticato tutto; ma, attenzione,  aggiungeva Blumenberg, a scanso di equivoci, "bisogna tuttavia potersi ricordare di molte cose, per avere la licenza di dimenticare tutto”. Come per dire: la cultura è essenzialmente un orizzonte, ma non è un orizzonte di nebbie indefinite e indistinguibili. 

Infatti, solo chi ricorda molte cose della cultura a cui appartiene, solo chi ha, per così dire, implementato quel patrimonio, può riuscire davvero anche a dimenticare tutto e continuare a riconoscersi in un orizzonte che gli consenta di fare ancora balzi in avanti. 

Sì, in realtà questo è abbastanza evidente sul piano logico: io posso dimenticare solo ciò che ricordo!

In altre parole, se la cultura è ciò che resta, dopo che si è dimenticato tutto, questo è possibile solo se la cultura è anzituttoun orizzonte di senso vivo e luminoso. 

Solo una cultura che è percepita prima di tutto come un orizzonte, è creativa e pregna di futuro.


Possiamo allora comprendere meglio in che senso la cultura non gode di buona salute, oggi, come si diceva all'inizio.

Attenzione, qui non si tratta del fatto che oggi sembrano imporsi, relativamente alla cultura, pericolosi atteggiamenti: come quello che porta a considerare la cultura un accessorio opzionale; o la tendenza a una plateale esibizione dell'ignoranza, oppure, all'opposto, una boriosa presunzione di sapere, che molti, troppi, sbandierano su ogni argomento. 

No, non si tratta solo di questo: ai suddetti atteggiamenti, in tempi di fake news e di post-verità, dovremo purtroppo fare l'abitudine. Caso mai possiamo tentare di applicare in questo, come in altri casi "difficili", la saggia regola di Max Horkheimer: «attendersi il peggio, e annunciarlo francamente, ma nello stesso tempo contribuire in qualche modo alla realizzazione del meglio ».


No, se la cultura non gode di buona salute, è soprattutto perché troppo spesso si pensa di poter distorcere la sua natura essenziale di orizzonte, e trascinarla nella polvere del banale e venale scontro degli interessi.

È evidente la tentazione da parte di molti, ad abusare della cultura e delle culture dei popoli, per utilizzarle come armi.  sono infatti chiaramente visibili oggi inaspettate ambigue corrispondenze tra fenomeni e soggetti, magari lontani sul piano geografico o diversi dal punto di vista ideologico

Insomma, pare annunciarsi una fase di vera e propria chiamata a subdole guerre culturali, talora più violente e inquietanti di quelle militari, economiche o politiche:  esplicite forme di integralismi e fondamentalismi appaiono nei contesti più impensati, e coinvolgono istituzioni, organizzazioni, movimenti politici e religiosi, gerarchie e leadership, gruppi e individui.


È perciò il momento di ricominciare a chiedersi: che cos'è cultura?

Infatti, se la cultura diventa solo un deposito intoccabile, o una rigida identità da replicare e su cui arroccarsi, contro tutto e tutti, allora dovremo attenderci pessime  notizie per la comunità umana. 

Se le culture diventano armi, esse distruggeranno non solo le relazioni, ma se stesse e la stesa natura umana.


Cos'è cultura, allora?

"La cultura non è un arsenale, la cultura è un orizzonte", risponde Hans Blumenberg, originale e importante pensatore del Novecento..

Se la cultura è un arsenale, se  le culture sono utilizzate come arsenali, allora, alla fine, il loro destino è quello di diventare superflue e infeconde, e disintegrarsi.

Una cultura che è intesa come un arsenale, come deposito di armi contro altri, è destinata a ridursi all.assurdo ruolo di guardia del nulla, in attesa del nulla, un pò come capita  ai guardiani della Fortezza Bastiani, di cui parla Dino Buzzati, ne Il deserto dei Tartari.


Se invece la cultura e le culture sono prima di tutto orizzonti di sensi, l'umanità dispone di sorgenti di senso, di sistemi di simboli e metafore non riducibili definitivamente in nozioni o concetti, ma sempre traducibili e reinterpretabili nelle varie epoche, attraverso cui comprendere se stessa e oltrepassare se stessa.

Proprio perché la cultura è un orizzonte, disporremo di una sorta di una riserva di "immaginazione metaforica" che "conosce ragioni che la ragione non conosce, ed è refrattaria ad esperimenti dirimenti che le vogliano far dire sempre inesorabilmente una cosa sola".(Francesca Rigotti).

È vero, se la cultura è un orizzonte "viviamo anche sempre tra gli estremi della disintegrazione e della (re-)integrazione" (Blumenberg), ma la nostra identità disporrà sempre di risorse per ricostruirsi e reinventarsi, magari attraverso interminabili incroci e comunicazioni tra orizzonti e culture diverse.

In realtà, lo sappiamo bene: solo forme di incroci o di "fusioni di orizzonti" hanno reso possibili da sempre i balzi in avanti delle civiltà e dell'umanità. 


L'uomo abita la Casa dello Specchio

È un grosso handicap della Modernità occidentale, il fatto che le parole siano diventate solo oggetti tecnici, in ossequio pedissequo alla oggettività e alla positività scientifica. 


In conseguenza di quest'approccio, le parole, tutte le parole, scrive Pierre Legendre, non diventano altro che un media portatore di informazioni, sono solo degli "oggetti" utili, e non considerate invece "come facenti corpo con il corpo" dell'uomo.

Del resto, il corpo stesso, "l'animalità dell'uomo, non viene considerato, salvo che dalle arti, come avente anche statuto di discorso".


Tutto questo ha anche a che fare con il problema dell'identità e il processo di identificazione. 

In effetti, qualcosa non va nel modo in cui in Occidente ci si identifica: perché, nota ancora Legendre, "per l'Occidentale, l'apprensione di se stesso, della propria animalità, la differenziazione della specie sono accostate tramite la strada di un oggettivismo freddo".

Purtroppo, tutta l'antropologia moderna, almeno fino a Freud, e il suo concetto di inconscio, si interroga prevalentemente solo a partire dal suddetto approccio riduttivo. (Pierre Legendre, L'Occidente invisibile, Medusa ed.)


Era stato già Jean-Luc Marion, a sottolineare che la modernità è caratterizzata da un'equivalenza fondamentale: "Io significa Io", attraverso l'intermediario immediato della coscienza di sé. A questa Fichte fece seguire l'altra equivalenza: "Io=Io come A=A". 

La questione però è che la coscienza di sé è qualcosa di meno immediato di quanto sembra, dal momento che essa si costruisce solo attraverso lo Specchio del linguaggio.

E lo Specchio, lo sappiamo, lega e separa al tempo stesso il soggetto, scoprendo sempre una zona d'ombra, un'area oscura all'interno dell'interiorità dell'io. È per questo che il principio di identità dell'Io, così fortemente enunciato da Fichte, dopo Cartesio, come costitutivo dell'individuo moderno, risulta in realtà molto più problematico di quanto siamo soliti pensare. 


Sarebbe il caso, invece, di ripensare "l'animale parlante", è questo l'uomo, "non come un essere indiviso socializzato", un essere tutto di un blocco, alla maniera aristotelica, ma come un essere diviso proprio dal linguaggio, "un essere separato da sé e dal mondo", che a un tempo è "unificato" (montato) da quegli stessi legami di linguaggio, altrettanto costitutivi di ciò che chiamiamo società, cultura, civiltà", senza che tuttavia quei legami rischiarino la zona oscura interna all'io.


Sarebbe il caso allora di chiedersi: "Cos'è la vita per l'uomo, come si costruisce il suo legame con la realtà, e cos'è la presenza del mondo e dell'uomo nel mondo, allorché si tratta di un universo costruito con le parole?".

"L'Ideologia moderna, sostiene Pierre Legendre, riduce il linguaggio allo statuto di portatore di informazione, di strumento di comunicazione tra individui liberi nei loro pensieri e trasparenti a se stessi, che sanno ciò che dicono e che, liberati dalle tradizioni, sono liberi dei loro legami nei confronti della società, della cultura, del mondo". Ma è davvero così?


Si tratta invece, secondo Legendre, di prendere atto dell'esistenza di uno scarto, di uno "iato", di un'incomprensione al cuore del rapporto dell'individuo con se stesso, come pure della disarmonia nella relazione tra interlocutori, evidenziando l'idea fondamentale che il legame è dipendente da una logica che sfugge alla libera disposizione.

Se ci immergiamo nell'universo letterario, suggerisce Pierre Legendre, possiamo capire meglio di cosa si parla qui. Pensiamo, per esempio, a Lewis Carroll e al suo Attraverso lo specchio; o ad  Arthur Rimbaud e alla sua nota formula "Io è un altro"; o alle Confessioni di una maschera di Yuki Mishima; o ancora a Le metamorfosi di Ovidio, con il suo racconto che traduce il mito di Narciso. Tutte esemplificazioni dell'esperienza dell'uomo come essere diviso in se stesso dal linguaggio, e nello stesso tempo, legato, "montato", dal linguaggio stesso, ma come attraverso uno specchio.

Sì, perché forse la strada più sicura per indagare l'uomo, la via più vicina a quelle vere e proprie "quinte teatrali", sempre in parte oscure, dell'identità umana, è quella delle arti, in particolare la poesia e la mitologia, annota Pierre Legendre; come non essere d'accordo?


Attraverso quell'immersione nell'universo letterario, infatti, siamo aiutati a capire che l'uomo abita la Casa dello Specchio (Carroll), o secondo un testo della Bibbia, "l'uomo cammina nell'immagine", cioè "l'uomo vive avendo a che fare con la teatralizzazione del suo essere e dell'essere del mondo tramite le immagini e tramite le parole"

Insomma, se torniamo alla classica domanda: che cos'è "l'animale parlante", potremmo tentare una risposta, ribadendo che l'animale parlante è l'animale diviso dal linguaggio in se stesso - perché non può vedersi o pensarsi al di fuori della rappresentazione, che lo sdoppia; ma è anche legato dal linguaggio, perché il vincolo del linguaggio-rappresentazione, lo istituisce, e perciò egli è anche l'animale istituito dalla divisione del linguaggio e dalla rappresentazione. 


In effetti, solo tramite i segni, quindi tramite la dimensione della finzione (nessuna connotazione negativa per questo termine, che sta per parole, segni, rappresentazione, cultura, saperi), noi umani mettiamo in scena il corpo e il mondo, operando in realtà una "smaterializzazione della materialità", e al tempo stesso una smaterializzazione del corpo assunto nel linguaggio. Dal momento che possiamo pensare e assumere il corpo solo con il linguaggio!


Possiamo capire così, perché, come la divisione delle parole e delle cose è interna al linguaggio, anche la divisione tra il soma e la psiche è  interna al linguaggio.

È in questo senso, dice Pierre Legendre, che l'animale parlante (l'uomo) è istituito, cioè è "dato" nel "come se" del segno, del linguaggio, è dato cioè dalla inevitabile dimensione della finzione


Occorre perciò essere consapevoli che, da un punto di vista antropologico, il corpo è iscritto nel linguaggio: cioè, quando abbiamo a che fare con l'uomo intero, si tratta sempre di una forma di raddoppiamento del corpo attraverso la parola.

È in questo senso che la materialità del corpo è sempre, per così dire, abolita, poiché essa è presa in carico, come immagine, come immagine "istituita".


Il corpo quindi è sì oggetto del sapere scientifico ma, nello stesso tempo, in quanto oggetto della vita della rappresentazione, esso appartiene anche alla logica della rappresentazione.

Per questo, "Il sapere sul metabolismo e i processi biochimici del cervello non portano alcun chiarimento sul pensiero, sull'estetica o l'etica". 

Qualcosa di analogo sosteneva il matematico e filosofo Wittgenstein, non solo quando si riferiva al "mistico", ma quando scriveva che le "teorie" scientifiche sono solo giochi linguistici, tra altri, sono "griglie" che noi imponiamo al reale.

Insomma, tutta la cultura, nei suoi vari ambiti, presenta il mondo come lo Specchio mostra e presenta al soggetto la sua immagine. Tutta "la cultura presenta, mostra il mondo e l'uomo nel mondo, attraverso discorsi mitologici, religiosi, anche se, ai nostri giorni, a dominante scientifica". Anche se non è mai possibile cancellare l'elaborazione mitologica alle spalle delle costruzioni moderne, e dei "montaggi" successivi.


Il tempo dell'interruzione

E se la pandemia fosse anche una lente di ingrandimento sulla nostra vita? In questo caso essa ci consentirebbe di vedere nelle tante "sospensioni" a cui siamo stati costretti, altrettanti appelli a trasformare quelle "sospensioni" in vere e proprie "interruzioni". 

In realtà, a volte, accadono cose che scompaginano i nostri orizzonti di aspettative, in vari modi, nel bene e nel male. In quei momenti, tuttavia, ci viene richiesto non tanto di "riprendere" la normale routine, quanto piuttosto di lasciare che "la prosa" ordinaria del mondo presente, venga "interrotta", deostruita, ripensata, per poi ripartire.


L'interruzione infatti è quella condizione per cui siamo chiamati a inventare, per così dire, una nuova grammatica, nuove metafore per parlare della vita, nuove direzioni, un nuovo senso di orientamento e un nuovo sistema di posizionamento.

Le interruzioni sono ciò che in alcuni snodi della storia umana hanno avviato la nascita di nuovi paradigmi. nuovi modi di organizzare le esperienze. nuove pratiche e nuovi modelli di sapere, nei diversi ambiti della vita.


L'interruzione oggi si presenta come un appello rivolto alle istituzioni politiche, a quelle economiche, ma anche alle istituzioni culturali, a quelle religiose e a quelle scientifiche, affinché abbiano il coraggio di rompere "lo specchio narcisistico", dentro il quale esse pongono ancora la propria personale giustificazione (Luca Bagetto).

Presumibilmente, oggi, siamo tutti chiamati dagli eventi a una forma di interruzione: interruzione e ripartenza, interruzione nelle narrazioni, nella prassi, negli approcci alle questioni, negli schemi e nei modelli di pensiero. 


Interruzione è infatti la capacità di saltare dal rassicurante schema: "sempre uguale a me stesso", a quello del "via di qui". In altre parole, è "l'interruzione della solita solfa", è il prendere coscienza che è arrivato il momento in cui occorre "smettere di raccontarsela" per lasciare irrompere l'inatteso, la sorpresa. 

Interruzione è fare spazio a ciò che sta per venire all'esistenza, invece che all'ossessione per le continuità, dove tutto si compensa e torna uguale o "normale"


Interruzione significa, perciò, in alcuni momenti decisivi, consentire "l'apertura di un vuoto al centro della scena", per così dire, l'apertura di una breccia in ogni catena (Luca Bagetto), sia essa la catena del susseguirsi del prevedibile e dell'usato sicuro, oppure la catena di segni, di parole, di gesti o di rappresentazioni, ormai afone ed inespressive.


In certi momenti decisivi della storia, è vitale saper porre le domande giuste, anche cambiando schema; oggi forse stiamo vivendo uno di quei momenti: quei momenti-shock, quegli snodi traumatici, che molte volte nella storia ci hanno mandato a gambe all'aria, lontano da quell'insistenza su certe continuità, che ha guidato, e guida, leadership di varia natura, incollate allo status quo, e le loro basi che le seguono come greggi. 


Ma è stato proprio l'impatto imprevisto di quelle esperienze traumatiche, che sembravano dissolvere l’ordine naturale delle cose, che ha costretto talora popoli, gruppi, e singoli a cambiare il tipo di domande, spingendo verso una sorta di reset o di riavvio o di rielaborazione, in vari settori dell’esperienza umana, riavvii di cui l’umanità non si è, in seguito, né rammaricata, né pentita, 

Sembra fuori di dubbio che nei contesti di incertezza radicale, la salvezza dell'umanità è dipesa dalla capacità di costruire a partire anche dall'assenza di fondamento. In quei contesti vale, come nota Peter Sloterdijk, un'immagine del filosofo giapponese Nishida Kitarō, secondo cui è necessario trovare la forza per "riuscire a costruire la zattera con la quale si vuole navigare, mentre si rimane in mare aperto".

Ebbene, senza quel cambiamento di prospettiva, quella interruzione, che accetta di rompere o smontare dispositivi simbolici, stereotipi e pratiche consolidate, che imprigionano la realtà e il pensiero invece di liberarli, ogni battaglia o strategia di sviluppo umano rischia di girare a vuoto.



Un sistema immunitario integrato

 


Co-immunità è il termine chiave per dare senso a tutte le storie politiche e sociali di successo di popoli, gruppi e individui, sosteneva Peter Sloterdijk, uno dei più influenti e originali pensatori contemporanei, di fronte al Senato della Repubblica francese, alcuni anni fa.


Su qualche snodo di quell'intervento (Imperativo assoluto e imperativo categorico, ora in Dopo Dio, Raffaello Cortina) vorrei riflettere a partire dalla condizione in cui ci troviamo oggi. L'intento dell'autore era rispondere alla domanda: come affrontare il drammatico acuirsi dei pericoli che incombono sull'attuale processo del mondo?

Ad alcune argomentazioni, lì svolte, noi, oggi, forse siamo in grado di dare un significato più intenso, se non altro perché il linguaggio e le categorie utilizzati da Sloterdijk, fanno parte ormai di un vocabolario per noi fin troppo tristemente familiare,


La nostra epoca appare a Peter Sloterdiijk come un'epoca della paura e, per ciò stesso, del disorientamento, in ogni campo dell'esperienza umana.

E tuttavia, non sarebbe possibile nessun serio approccio alle incertezze del tempo presente, senza la decisione di cominciare a pensare al mondo in quanto "totalità"


L'irreversibile accelerazione dei processi, tecnici e sociali contemporanei, pensa il nostro autore, ci ha spinti in una situazione del tutto nuova.

Mentre finora, per gran parte dell’apprendimento umano sembrava valere la legge secondo cui «solo sbagliando s’impara», ora l’intelligenza deve invece imparare prima di sbagliare. Deve imparare prima che sia tardi

Per fortuna, nota Sloterdijk, l'uomo sembra disporre di una forma di "intelligenza prognostica", in grado di attivarsi proprio nello spazio minuscolo tra «tardi» e «troppo tardi».(P.Sloterdijk, Cosa è successo nel xx secolo).


"L'attuale condizione del mondo, affermava, nella citata conferenza, Peter Sloterdijk, è evidentemente determinata dal fatto di non offrire ai membri della 'società mondiale' una co-immunità efficiente". E noi, nella tempesta della pandemia, siamo forse in grado di sperimentare sulla nostra pelle in modo davvero drammatico quella carenza di  co-immunità


"Le culture o i popoli possono affermarsi nel flusso del tempo, solo se spingono i singoli a capire che le loro immunità private possono essere ottenute solo nel contesto di una co-immunità sociale [e universale] efficace". E, di conseguenza, solo se anche i singoli, come le istituzioni, i gruppi e i popoli, imparano ad agire come 'attori' della propria cultura e della storia a cui appartengono.


Ma il momento per agire è ora

Sì, perché ora abbiamo compreso qualcosa di nuovo e fondamentale. 

Infatti, l'imperativo che abbiamo di fronte oggi, è diverso, sottolinea Sloterdijk, sia dall'imperativo categorico liberale kantiano, sia da quello categorico sociale marxiano. Quegli imperativi, infatti, erano pensati per un mondo in cui, in linea di principio, si sapeva sempre cosa bisognava fare, e per il resto si poteva attendere che le circostanze fossero mature. Oggi non è più così. Nel nostro mondo attuale, "nel mondo della preoccupazione ecologica, ci sono scadenze poste da processi fisici esterni, ci ricorda Peter Sloterdijk, dove vige la legge dell'irreversibilità". Diversamente da ciò che è di solito avvenuto nella storia umana, quando era possibile rimediare a ciò che, fino ad allora, era andato male, "il tempo presente, il tempo dell'imperativo ecologico, è quello dell'impossibilità di affidarsi alla procrastinazione".


Le nuove urgenze poste da "processi fisici esterni", con i quali ci stiamo oggi scontrando  in un modo impensabile finora, ci costringono a un nuovo genere di "agire responsabile" a livello globale, e a un nuovo concetto di solidarietà concreta con implicazioni universali.


Ecco perché Sloterdijk, nella su citata conferenza di fronte al Senato delle Repubblica francese, insisteva sul concetto di co-immunità. Per lui - che qui riprendeva alcuni snodi presenti nella sua poderosa opera fondamentale Sfere (Raffaello Cortina ed,) -  si tratta di ripensare il concetto di sistema immunitario, attraverso la formulazione di una "immunologia sistemica universale".


Le sue argomentazioni partono dall'assioma, secondo cui "la vita è la fase di successo di un sistema immunitario". Ma, quando parliamo di "vita", nel nostro contesto umano, non possiamo riferirci esclusivamente agli organismi biologici, bensì anche all'esistenza storica di culture, popoli e istituzioni.

Perciò quando si parla di immunologia, nel caso degli esseri umani, dobbiamo "fare i conti" con l'esistenza di tre livelli sincronizzati dei sistemi immunitari: i sistemi immunitari a livello biologico, che difendono i singoli organismi da invasioni specie-specifiche e da ferite; i sistemi immunitari sociali-giuridici, che forniscono procedure di compensazione per l'ingiustizia; e, infine, nella maggior parte delle culture, anche i sistemi immunitari a livello simbolico e religioso, che attraverso atti linguistici e rituali, legati al piano della generalizzazione simbolica, scrive Sloterdijk, "conferiscono significato alla sofferenza, alla morte e al caos". 

 

Del resto, anche noi, nel mezzo dei problemi sollevati dalla pandemia, ci stiamo rendendo conto che non è sufficiente perseguire solo un'immunità biologica per consentirci di ricostruire e di vivere una esistenza "normale". C'è una dimensione sociale-interpersonale, una dimensione economica e anche una dimensione morale-spirituale, che sono fondamentali, come e, a volte, più della sopravvivenza biologica.

Anzi, così come è certo che, in una pandemia, nessuno si salva da solo, è altrettanto vero, che nessuna immunizzazione è efficace se riguarda solo il piano biologico o sanitario.


Ecco perché Sloterdijk parla di co-immunità. Ecco perché parla della necessità di un sistema immunitario universale.

Egli indica chiaramente in quale prospettiva occorre porsi per affrontare i problemi attuali, quando, nella citata conferenza, dice che "la deriva catastrofica del processo globale rende oggi necessario riflettere sulla creazione di una unità di solidarietà comprensiva che sia sufficientemente forte da fungere da sistema immunitario per il tutto indifeso - un tutto indifeso che chiamiamo natura, Terra, atmosfera, biosfera e antroposfera".


Un tutto, la cui difesa implica un'opera faticosa, che "richiede a ciascuno di noi di essere il più impaziente possibile e, allo stesso tempo, di avere tutta la pazienza necessaria".


La difficoltà di essere umani

Durante la nostra vita, ci sono momenti - occasioni - in cui ci sentiamo chiamati a scelte nuove e urgenti, relative al nostro poter-essere e al nostro poter-divenire.

Si tratta di occasioni e decisivi appuntamenti con la vita, che troppo spesso diventano, per gli individui e per le comunità,  fardello delle "occasioni mancate".


Purtroppo, sappiamo, scrive Jean-Luc Nancy, che, anche se possiamo in parte cambiare ciò che chiamiamo futuro, non ci è mai concesso di cambiare il passato, così come del resto, non siamo in grado di modificare il nostro reale "avvenire". Una dura lezione che, ogni tanto, il tempo e la storia ci impongono, e che, anche in questi ultimi tempi, stiamo imparando a nostre spese!


Tuttavia, potremmo, forse, tentare di relazionarci - ancora - con quei momenti "passati", se non altro per accettarli.

Coscienti, però, che, come non ci è stato concesso, prima, molto tempo per decidere, così non ne avremo mai molto, neppure per tentare di accettarli. 

Infatti, come racconta Toshikazu Kawaguchi in un suo suggestivo romanzo, anche per accettare alcuni di quei momenti passati, e ritrovare in parte noi stessi, di tempo ne avremmo sempre solo "finché il caffè è caldo", come recita il titolo del suo libro.


Ed è affascinante oltre che illuminante, seguire l'autore nella narrazione dei drammi e dei misteri delle relazioni umane, attraverso la mediazione di uno sguardo benevolente su miserie e piccole gioie dell'esistenza. Cosī come è incantevole l'utilizzo del rito del caffė, quasi sacralizzato  alla maniera giapponese, per far emergere la magia nascosta in certi momenti, in certi  luoghi,  in   certi oggetti, in certe  fantasie ed emozioni, le più ordinarie della vita.


Quindi, via, finché il caffè è caldo! E, però, quei tempi limitati in cui potremmo tentare di accettare, rivivendole, le occasioni mancate sono momenti speciali e magici, per così dire, Momenti che la vita a volte ci dona. Essi sono quell'avvenire che, come diceva Nancy, non possiamo cambiare, ma neppure provocare.

Diversamente dal "futuro" che possiamo provare a modificare, in parte, essi sono momenti  - quasi epifanie - che possiamo solo "attendere", con desiderio e disponibilità, come racconta la storia surreale narrata da Toshikazu Kawaguchi.


Il passato infatti è qualcosa che può essere solo accettato e, per questo, per-donato. Esso può essere ripercorso senza che lo stato presente delle cose, prodotto da quel passato, possa essere modificato. Il passato può essere solo raccontato, magari ripercorso nel racconto di un altro, può essere solo, perciò,  per-donato, donato un’altra volta. 

Accettato e donato, di nuovo, a se stessi e agli altri. Perché la verità è che solo nella dinamica delle relazioni interpersonali noi produciamo e dischiudiamo il luogo e gli spazi in cui impariamo a essere noi stessi (Peter Sloterdijk). 

E se abbiamo mancato una volta quelle occasioni, potremmo aver perso noi stessi. Perché il passato non può essere cambiato.


Possiamo solo - se ce ne è offerta l'occasione dalla vita (dall'avvenire) - accettare quel passato. Qui è il significato antropologico del donarlo di nuovo a noi stessi e agli altri; qui è il senso del per-donare, a noi stessi e agli altri con noi.


Ma per questo occorre liberarsi da due tipi di hybris, ambedue disastrosi, ed entrambi effetto di un rapporto precario, di noi umani, con il tempo: il delirio di onnipotenza, cioè la pretesa di dover rifare il mondo dalle fondamenta, e l’ossessione della colpa, cioè la convinzione di essere responsabili di tutti i mali del mondo.


Noi, in realtà, possiamo solo dire grazie al passato, se ce ne viene data l'occasione.

Probabilmente è proprio questo il punto: il definitivo e totale alla vita, così come è "avvenuta". 


Quel può aiutarci a intravvedere - come in una visione - come avrebbe potuto essere, come potrebbe essere la nostra vita, pur se questo non cambierà tuttavia il nostro presente, determinato da quel passato. 

Forse però ci aiuterà a cambiare qualcosa del nostro futuro e soprattutto ci disporrà all’accoglienza dell’indecifrabile e imprevedibile avvenire. 


Ecco noi forse siamo questo!

Questo difficile "divenire umani"!


La resistibile soglia del male

È una importante rivelazione quella contenuta in una pagina del romanzo Il Maestro e Margherita, straordinaria e intricante "sinfonia" letteraria di Michail Bulgakov.

La pagina è quella in cui, nel dialogo tra Woland (Satana) e Margherita, veniamo a sapere che Satana (Woland), il quale "vuole costantemente il male ma opera anche il bene", e riesce addirittura a venire in aiuto delle persone, a punire i malvagi e gli arroganti, a riconosce la verità, e realizzare grandi azioni straordinarie, ha solo una soglia che non può mai attraversare: quella della pietà, della misericordia, della compassione. Da quella, si guarda bene, perché, egli teme, "talvolta essa s'insinua del tutto inattesa e insidiosa, nelle fessure più anguste" dell'io. E questo, per lui non deve accadere, non può accadere!

Se si tratta di un atto di pietà, di compassione, Satana (Woland) deve dare a vedere di occuparsi d'altro. "Nemmeno per idea", può considerarlo plausibile!


Qual'è, allora, la rivelazione di questa pagina di Bulgakov

Esattamente la seguente: la soglia, il vero confine tra il Male e il Bene è qui. Il sentimento e la pratica della compassione, della misericordia. 

Ciò che caratterizza infatti Satana (Woland), cioè il Male, è proprio questo. La sua essenza per così dire, è qui: è la sua costitutiva incapacità e rifiuto di compassione e di misericordia. "Nemmeno per idea", appunto. Qui ha la sua origine tutto il male umano, sembra dirci Bulgakov.


Se è così, gli esseri umani non si dovrebbero distinguere, primariamente, tra bianchi o neri, belli o brutti, "buoni" o "cattivi", giusti o ingiusti, sapienti o ignoranti, corrotti o integri, religiosi o non religiosi, civili o barbari, ecc. Ma, tra capaci di compassione verso ogni individuo, o incapaci di compassione.

Se, davanti a ogni individuo riusciremo a diventare consapevoli che l'intero globo della Terra non può trovarsi in uno sconforto maggiore di quello di una sola anima (Wittgenstein, Pensieri diversi), allora sapremo di essere - con tutti gli altri nostri limiti -  nel Bene e fuori dal Male. Allora sapremo di essere degni della vita.


In effetti, essere compassionevoli e misericordiosi, implica soprattutto la capacità di trascendersi; e comporta lo sforzo di "espandersi", per uscire dai confini dell'ego, per liberarsi e identificarsi con gli altri e con l'intera rete della vita. Fino ad acquisire una nuova coscienza dell'interconnessione, quella che rende capaci di agire, non secondo una logica di indifferenza, di violenza, di potenza e di "dominio"(potere-su), ma di concerto con gli altri, concerto che si può tradurre solo in una logica di "potere-con" (Joanna Macy). Sono anche questo, la compassione e la misericordia.


La compassione e la misericordia, infatti, sono radicate nella consapevolezza che tutto ciò che esiste è degno di esistere, tutto ciò che vive è degno di vivere. Perciò ci rendono capaci di accogliere e ad aver cura di tutto ciò che vive, anche se ciò che vive dovesse apparire svuotato di "essere"


E non vale, mascherare, come si fa spesso nella nostra società tendenzialmente - e felicemente? - ipocrita, il rifiuto della compassione e della misericordia, e la conseguente condanna alla sofferenza, all'umiliazione e alla disperazione, di tanti altri, con l'effimero candore delle cifre e la presunta oggettività delle analisi scientifiche.

E tanto meno vale, per i credenti, mascherare l'indifferenza o il rifiuto della misericordia e della compassione, con la consueta e altrettanto spesso ipocrita difesa dei valori etici, o addirittura con la difesa delle verità religiose.

È senz'altro paradossale, infatti, e senza scappatoie, il fatto che, per esempio, nelle Scritture cristiane, l'unica volta in cui si associa il termine "perfezione" a Dio, invitando  quelli che si dichiarano credenti ad essere come Lui, è quando si dice che Dio è colui che "fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi", "sui giusti e sugli ingiusti".


Forse mai, come nei momenti tragici e angosciosi della storia del pianeta, come quello in cui ci troviamo oggi, potremmo essere in grado di com-prendere verità pregne di futuro, come queste.

Siamo davvero così incapaci di compassione? Siamo talmente assuefatti al cinismo dei giochi del “sei fuori! o a quei “war games”, in cui tutto si risolve eliminando fisicamente,  moralmente, e facilmente, l’altro? 

Siamo diventati davvero così ingenui?

















Sanificare la democrazia

Una questione sicuramente decisiva, nel nostro mondo in rapida trasformazione, riguarda la necessità di ripensare i limiti all’esercizio del potere. Perciò, se c’è un compito prioritario, oggi, per il futuro della democrazia, è l’urgenza di limitare e monitorare più attentamente il potere e i poteri.


Arrivano infatti troppi segnali relativi al fatto che, sul piano dell’esercizio del potere politico, (ma anche economico, mediatico, ecc.), qualcosa, nelle società democratiche avanzate non funziona più bene.

Arrivano chiari segnali che i tradizionali meccanismi per il controllo dei “controllori” non sono più sufficienti.

Quegli strumenti erano stati pensati per rendere impossibili forme di governo autoritario o totalitario. Ma, come difendere la democrazia, oggi, quando sono disponibili tecniche e modalità molto più subdole, raffinate ed efficaci per imporre sui cittadini, e sulle istituzioni democratiche, un controllo più o meno capillare, pur senza arrivare allo stato autoritario? E pur mantenendo formalmente i tradizionali meccanismi del "bilanciamento" dei poteri?


Che fare, quando si assiste in varie parti del mondo e particolarmente nei paesi formalmente democratici, all’emergere di spinte sempre più frequenti, e criptiche, verso lo “stato di eccezione permanente", finalizzate a un esercizio del potere non trasparente, sganciato dai "normali " controlli, e quasi del tutto autoreferenziale? 

E, che fare, quando in situazioni di gravi crisi, come nel caso di una pandemia, i cittadini sono indotti dalla paura ad affidare ai loro governanti modalità di esercizio del potere, inusuali, quasi personali e al di fuori di qualunque autentico controllo? Come ha scritto di recente Giandomenico Caiazza, Presidente delle Camere Penali italiane, il ricatto dell'emergenza pandemica, con l’annessa pretesa di sospensione dell'obiezione e del dibattito politico, può diventare un autentico pericolo per la democrazia. 


Che fare, quindi, quando popoli e cittadini, angosciati dal panico e dalla paura, magari sapientemente somministrati con le moderne tecnologie informatiche, sono inclini ad accettare, come normali, modifiche sostanziali delle regole democratiche?

Che fare, quando nei contesti suddetti, un purulento intreccio tra le esigenze del “sourcing” giornalistico (= il bisogno di essere accreditati e reperire notizie presso politici, governanti o potenti in genere), e le “veline” istituzionali, non consente ai cittadini una informazione corretta?

Mentre sarebbe necessario rendere invece possibili ai cittadini una influenza e un controllo reale non su finte questioni ma sull’ordine del giorno effettivo del governo.


È adesso, perciò, il tempo di recuperare il senso più profondo e specifico della democrazia, che emise i primi deboli vagiti in Grecia, quando i gruppi aristocratici, detentori di tutto il potere, accettarono di limitare il loro potere a favore di una parte del demos. 


Ecco, è questa limitazione del potere che costituisce il nucleo e il senso originario della democrazia. Ciò da cui tutto è partito. 

È questo che occorrerebbe recuperare, ripensare e attualizzare nei nuovi contesti delle società avanzate attuali. Approntando strumenti nuovi e più efficaci, in grado di prevenire disarticolazioni dei meccanismi democratici, messe in atto magari dagli stessi responsabili del governo democratico, con i raffinati strumenti tecnologici oggi a disposizione (ad es., vedi quanto operato dal presidente Trump in USA, a cominciare da quasi un anno prima delle elezioni, fino all'inaudito assalto a Capitol Hill). 

Solo se viene assicurato, mantenuto e rafforzato quel limite dell'esercizio del potere che rese possibili i primi passi della democrazia in Grecia, le altre implicazioni della democrazia, primato della legge, libertà, uguaglianzapartecipazione, potranno essere garantite e difese.


"Il problema oggi, sosteneva Robert Dahl, è come rivitalizzare la speranza che l’antica visione, ormai vecchia di 25 secoli, del popolo che si autogoverna mediante il processo democratico e che possiede tutte le risorse e le istituzioni necessarie per reggersi con saggezza, possa essere riadattata, ancora una volta, ad un mondo sempre più diverso da quello in cui una tale visione delle cose venne messa in pratica per la prima volta”. 


Le crisi e le tragedie della vita spingono sovente a cercare scorciatoie e ad affidarsi, senza obiettare, a quelli che hanno il potere, come fossero salvatori, rinunciando al controllo di quei poteri.

D'altra parte quelli che esercitano il potere sono ben lieti di assumere quella funzione "paternalistica", che consente loro di governare senza essere disturbati e con il consenso della gente.

Tuttavia, democrazia è fondamentalmente limite al potere: se viene meno questo criterio si corre davvero  il rischio di perdere tutto.


Karl Popper insisteva sul fatto che la democrazia non può compiutamente caratterizzarsi solo come diritto di voto e governo della maggioranza, Anche una maggioranza infatti può essere tirannica.

Ecco perché i poteri dei governanti devono essere limitati, con modalità nuove: è questo il criterio della democrazia. Anche in politica, come nella scienza, egli pensava, la questione cruciale è quella della controllabilità.


La cultura non é un arsenale, la cultura é un orizzonte

  La cultura non gode di buona salute , oggi. Crescono gli   ambienti malsani per la cultura anche in ambiti dove essa dovrebbe sentirsi a ...