martedì 30 gennaio 2018

Perché abbiamo ancora bisogno della letteratura

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Innanzitutto, per prendere atto che la crisi del nostro tempo, che ci coinvolge in ogni dimensione dell’esistenza, ha a che fare, in  modo radicale, con la situazione generale del linguaggio
Quanti linguaggi dimenticati, tagliati o dichiarati privi di senso, a prescindere dal loro impatto sulla vita degli individui! Quanta omologazione dei discorsi e del “dire” a partire da bizzarre classificazioni tra linguaggi “moderni” o “non moderni”!
Già Aristotele definiva “l’essere” come “ciò che si può dire in molti modi”. Il che significa che cancellare o ridurre quei “molti modi”, privilegiandone uno solo o alcuni, comporta una impossibilità di esperienza e conoscenza più complete dell’essere e della vita!
E tuttavia, quante “possibilità” di dire e quindi di pensare vanno perdute!
Mai come oggi il “dire” è un “fare”. E mai come oggi la povertà e la crisi del “dire” è crisi del “pensare”, del “progettare” e del “ fare”.
In effetti, in questo “tempo della comunicazione illimitata”, paradossalmente, il nostro linguaggio appare sempre più carente di modi e di generi attraverso cui le cose, l’esistenza, il sentire e la speranza umana si possano esprimere davvero. 
Oggi ci manca proprio ciò di cui - per fortuna - la letteratura attesta la possibilità: e cioè il fatto che per certe modalità del reale come l’esistenza stessa, la profondità delle cose, la speranza, la relazione con se stessi e con tutto ciò che è “altro”, l’uomo non può presumere di disporre a suo piacere dei linguaggi, ma può solo imparare ad ascoltarli, a mettersi in ascolto contemplativo del linguaggio.
Invece facciamo sempre più fatica a renderci conto che stiamo restringendo i limiti del linguaggio umano in modo asfissiante, riducendo in questo modo anche  i limiti del pensabile e del  possibile.

Cosa deve ancora accadere per capire che il linguaggio umano non può essere limitato ai soli registri del sapere, del potere, dell’azione, nei quali lo hanno confinato la scienza, la tecnica, la politica, una filosofia astrattamente razionale e, addirittura, anche una teologia all’inseguimento della razionalità scientifica, dimentica dell’immaginazione creativa che anima i testi fondativi - non a caso testi letterari! - di diverse religioni?
Ci sono ricchezze e contributi all’auto-consapevolezza umana, cioè a quella “poetica del se medesimo”, come diceva Ricoeur, ci sono risorse espressive, formulazioni e contemplazioni dell’esistenza, di cui nessuna scienza, nessuna tecnica, nessuna teoria o prassi politica, e nessuna filosofia astratta e concettuale, sarebbero capaci. 
Ci sono ambiti della vita e dell’esistenza umana (e sono la maggior parte!) la cui “com-prensione” esige un cambiamento di registro, un diverso, creativo, modo di ascoltare, di parlare e di pensare.

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Perché “la ragione ha bisogno dell’immaginazione e delle illusioni”, scriveva Leopardi nello Zibaldone, chiarendo che la capacità di conoscenza autentica è capacità di immaginazione creativa, capacità di non essere contemporanei,  capacità di avere illusioniAnzi, scriveva, “immaginazione continuamente fresca e operante si richiede a poter saisir i rapporti, le affinità, le somiglianze ecc., o vere o apparenti, poetiche, [o scientifiche] ecc., delle cose tra loro, o a scoprire questi rapporti o a inventarli” (Zibaldone 3717).

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
Non solo per svago, passatempo, curiosità o evasione. E neppure solo perché leggere fa bene. Ma perché, uscire dalla nostra profonda crisi culturale e antropologica richiede che diventiamo capaci di incorporare, nel nostro quotidiano e abituale modo di pensare, quel “nucleo distintivo del fenomeno letterario” che è l’immaginazione creativa (Cecilia A. De Palumbo). 
Questa immaginazione creativa, continuamente risvegliata e nutrita dalla letteratura, costituisce per Gaston Bachelard, una disposizione essenziale dell’uomo, che non ha prevalentemente la funzione di spingerci a conoscere o ad operare: essa piuttosto è sogno e contemplazione libera, in grado di lanciare l’essere umano in avanti, prospettandogli il possibile che può aprirsi all’orizzonte.
È di questa finestra sul sempre possibile, anzi, sulla possibilità dell’impossibile, che avremo sempre bisogno, per continuare ad essere umani!


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