giovedì 26 maggio 2016

Il diluvio universale e la relazione materna


È intrigante la lettura che Peter Sloterdijk fa del racconto biblico del "diluvio universale", racconto presente nelle scritture sacre ebraico-cristiane ma anche narrazione costante in molti antichi racconti religiosi e mitici.
Sloterdijk sostiene che il racconto del diluvio è un vero punto di svolta nella storia dell'umanità e della consapevolezza umana: nnm testimonia infatti la presa d'atto, da parte degli esseri umani, che la natura non è più madre, e che, a partire da quell'evento, realistico o simbolico che sia, il compito di essere madre nei confronti di umani, animali e vegetali, è affidato ormai all'umanità. (cfr. Sfere II, Cortina Editore).
In altre parole, la relazione materna, da quel momento, non è più solo un fatto biologico ma diventa una imprescindibile categoria della cultura, diventa "un asse portante della civiltà umana universale" (Luisa Muraro).

A partire da questa interpretazione, penso si possa dire che, da quel momento in poi, si è avviata una "trasformazione" della modalità di "presenza", nel cosmo, da parte degli umani: essi non hanno più l'incarico di farsi "dominatori" della natura, ma piuttosto, e addirittura sotto forma di mandato da parte della divinità, come si desume dai testi, hanno la responsabilità di custodire, avere cura, sanare, nutrire, allevare, preservare tutto ciò che vive, proprio come una madre fa con i suoi piccoli. Perciò la relazione materna è così essenziale per l’esperienza umana: perché senza quella relazione da cui riceviamo vita e linguaggio, natura e cultura, sarebbe quasi impossibile definire la specificità del progetto umano.

Da qui si potrebbe anche concludere che la drammatica e universale esperienza del “diluvio” ha rappresentato, in un certo senso, l'atto di nascita della nuova umanità, l'umanità adulta. Forse l'autentico “umanesimo” nasce proprio allora, e sta nel riconoscimento e nell'accoglimento, progressivi e tuttavia laboriosi entrambi, del "primato della relazione” nell’esistenza umana, a partire dal primato della "relazione materna".
La relazione materna nei confronti di tutto ciò che vive, diventa, da allora in poi, ciò che costituisce l'umanità come umana, diventa lo specifico dell'umanità.

Infatti nell’accoglienza e nella salvaguardia del primato della relazione materna nei confronti di tutto ciò che vive, si radica anche il riconoscimento del primato della relazione nei rapporti interumani. E cioè, il riconoscimento di un qualcosa che unisce gli umani, “prima” delle loro convinzioni e dottrine, prima della loro condizione o posizione.
Di quel "qualcosa" ognuno di noi è costituito custode, levatrice e responsabile. Quel qualcosa è la fondamentale relazione umana. È la comune umanità.
Solo in questo, credo, consista l'autentica "fede nell'umano". L'autentico umanesimo.


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