mercoledì 30 dicembre 2015

Quel tempo che noi siamo


Sì, noi siamo "tempo"! Certo, se possedessimo l'allenato sguardo contemplativo dei mistici o dei poeti, se riuscissimo a guardare "nelle pieghe" del quotidiano, anche le "banali" consuetudini di fine e inizio d'anno potrebbero rivelare la loro primordiale saggezza sul nostro esistere.
Purtroppo non abbiamo l'abilità dei mistici e dei poeti. Perché non siamo capaci di rinunciare, neppure per un attimo, a noi stessi, al nostro ego e al nostro approccio strumentale e superficiale alla realtà. Il tempo che noi "siamo", non riusciamo a percepirlo. E quindi non ci riesce neppure di decifrare i "codici" del nostro vivere. Non riusciamo a vederci come "tempo". Abituati come siamo a reificare tutto, immaginiamo il tempo solo come un "contenitore", come qualcosa "nel" quale noi "stiamo". O come qualcosa che "sta" lì, che vediamo "passare" o aspettiamo o chiudiamo, come le pagine di un calendario.
Eppure anche in quelle espressioni che ripetiamo e sentiamo ripetere in questo periodo: "buona fine" o "buon principio", c'è un sottotesto da leggere con attenzione. Sì, perché l'essenziale, per noi umani, è tutto nel dettaglio. Il divino è nel frammento, come ha scritto qualcuno. Anche in quelle frasi con cui accompagniamo apparenti svolte del nostro vivere c'è un non detto, in cui è conservato un "sapere" immemorabile. Cosa c'è in quel "buon anno" ripetuto - sempre lo stesso - ogni 365 giorni della nostra vita? Che cosa, cerca le parole per essere detto, anche in quei "buona fine" e "buon principio", reiterati per giornate intere, spesso meccanicamente, nello stesso modo e negli stessi termini, ogni anno?

In realtà ciò che tenta di emergere è il nostro drammatico rapporto con il Tempo, anzi il nostro essere tempo! Il Tempo: da un lato, struttura più propria della nostra precaria condizione di creature umane; ma, dall’altra, con il suo ritornare e ripetersi immancabilmente identico, segnale anche di una traccia di eternità, insita nel tempo stesso, nel fondo del nostro esserci! Forse è per questo, anche per questo, che percepiamo il Tempo come qualcosa di indecifrabile, indecidibile, inafferrabile e affascinante, insieme. 

D'altronde, cosa facciamo e cosa succede quando segnaliamo "la fine" e "l'inizio"? Cosa facciamo quando celebriamo - infatti noi li celebriamo! - sia la fine di un anno che l'inizio del nuovo? Cosa “facciamo” a ogni giro di boa del nostro tempo o, per meglio dire, di noi come tempo, del tempo che noi siamo?
Si tratta solo di "lasciare" qualcosa? O di "chiudere" qualcosa? Come una dichiarazione di fallimento? È un "mai più", solo sconsolato, con cui prendiamo atto dell’incompiutezza e dell'inconsistenza di ogni costruzione, progetto o esperienza umana? O magari è solo un generico auspicio e una vaga speranza di qualcosa di diverso? 
Oppure, dal momento che la fine e il principio coincidono, e vengono celebrati e annunciati insieme significa che ci accorgiamo – di nuovo e sempre – di avere ancora – nonostante tutto - la possibilità di annunciare a noi stessi e agli altri: ci sarà ancora qualcosa per dopo perchè c'era, nonostante tutto, già qualcosa per ieri.
Ha qualcosa di curioso quell' augurarci "buona fine" e " buon principio", ogni anno, sempre di nuovo, allo stesso modo, e nonostante tutto. Perché in effetti, in quel modo, noi celebriamo, sì "celebriamo"!, la nostra precarietà, la nostra instabilità, la nostra non-sostanzialità, la nostra volatilità, il nostro essere evento, processo, relazionalità, mutamento, come il tempo. Insomma, noi accogliamo quello che siamo stati portandolo con noi verso ciò che potremo ancora diventare. Così ci riconciliamo con quel tempo che noi siamo.
In verità, con quei "buona fine" e " buon principio", ripetuti, nonostante tutto, ogni anno, sempre daccapo, e sempre insieme, diciamo anche, forse senza saperlo, che vogliamo di nuovo ciò che è già stato, ciò che è sempre stato, ciò che sarà sempre! E lo vogliamo perché è ciò che è! Perché in fondo è bene che sia. Che sia come è!
Forse è questa segreta consapevolezza che ci rende ancora capaci – nonostante tutto - di continuare a dire "buon anno", ogni anno!


Nessun commento:

La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno. Certo...