lunedì 17 marzo 2014

Da ‘dove’ parli?


Immaginate quali effetti potrebbe avere abituarsi ad estendere questa domanda, al di là dei convenevoli della comunicazione telefonica quotidiana. Immaginate che significherebbe renderla propedeutica a ogni forma di comprensione di ciò che viene pensato, detto, ascoltato o letto, soprattutto quando si tratta di questioni di interesse generale o pubblico. In tal caso, si capisce, il "da dove" non dovrebbe essere inteso in senso topologico ma logico ed ermeneutico.

In realtà, si tratterebbe di allenarsi a mettere a fuoco, nella conoscenza e nella comunicazione, primariamente, non ciò che viene detto, scritto o argomentato, ma le pre-condizioni - culturali, psicologiche, sociali, economiche ... - a partire dalle quali qualcuno parla, pensa o comunica. Si sa che tali condizioni sono spesso inconsapevoli, al punto da giustificare la teoria di Lacan, grande psicanalista e filosofo del linguaggio, secondo cui il "penso, dunque sono" di Descartes, andrebbe piuttosto tradotto: "sono dove non penso", o "dove non so"!  E anche qui il "dove" non ha un significato topologico, non ha a che fare con problemi di localizzazione. Piuttosto, ha a che fare con una questione non teorica, ma determinante, nella comunicazione e nella conoscenza, così come nella interpretazione e nella valutazione delle opinioni.

Perché accettare di essere così "subalterni" da assumere sempre ciò che viene detto - sulla stampa, in tv, o nella comunicazione pubblica in generale, - come un "dato" originario di cui discutere fino alla noia, invece di porci e porre, prima, la domanda: "da dove" costui parla?

Sarebbe bene abituarsi a questo esercizio, se non per altro, per una forma di "legittima difesa" della nostra salute mentale. O, in parole più appropriate, per una sana "ecologia della mente e della comunicazione.

Nel caso fossimo disponibili, lesercizio dovrebbe essere eseguito in due fasi.

In primo luogo, bisognerebbe cominciare con il chiarire "da dove" desumiamo, noi e gli altri, teorie e discorsi. Infatti, mentre, ingenuamente, tutti siamo abituati a considerarli soltanto, o prevalentemente, "nostri, il parlare e il pensare hanno un carattere necessariamente storico-sociale e quindi sempre "situato". Esemplifichiamo nel modo più semplice. Chi di noi sarebbe quello che è senza il sistema della lingua con la sua struttura, i suoi termini, le sue categorie, i suoi concetti, e le sue presupposizioni? E quali concetti, quali categorie e presupposizioni linguistiche potrebbero avere significato a prescindere da determinate visioni della realtà, in essi già implicite, pur se inespresse? Non mi pare, quindi, che, noi o gli altri, siamo autori solitari o esclusivi, né quando pensiamo, né quando proferiamo discorsi.

In secondo luogo, chiedere: "da dove parli", vuol dire anche scoprire da quale prospettiva logica, da quale punto di osservazione, da quale condizione o "posizione", sociale o culturale, vengono elaborate ed espresse idee, teorie e discorsi. E allora, si tratta di portare alla luce, in noi stessi e nei discorsi dei nostri interlocutori, - leader, politici, "maestri", scrittori di riferimento, giornalisti, esperti e opinionisti, TG, programmi Tv, ecc. -  quali interessi o quali gruppi sociali, quelle idee e quei discorsi, inconsapevolmente o meno, rappresentano ed esprimono. A meno che non si ritenga che esistano teorie o discorsi " neutrali" e "oggettivi". In realtà, idee, teorie, discorsi, anche quando sono presentati, e accolti da tutti, come disinteressate descrizioni del reale, hanno il loro da dove, il loro punto prospettico e la loro motivazione, in un altrove che sarebbe opportuno chiarire e aver presente, prima di cominciare a discuterli. E evidente infatti che la condizione in cui ognuno vive, fatta magari di interessi costituiti e di privilegi, o di ferite, determina il modo in cui si vede e si giudica il mondo. E quindi è opportuno considerarla.

E allora, chiedere: "da dove parli?", prima di accogliere e discutere discorsi, proclami e teorie, non mi sembra un problema teorico ma una decisiva questione di metodo. Metodo per una conoscenza non ingenua né eterodiretta. Ma anche garanzia di democrazia e di libertà.

Questioni senzaltro cruciali in questa nostra fluida e ipnotica era della comunicazione.

 

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