mercoledì 19 ottobre 2011

Wow!


E se fosse vero? Se fosse vero come sembrano ritenere i filosofi anglosassoni che domande tipo “qual è il senso della vita?, “perché esiste qualcosa anziché nulla?”, “perché l’Essere?”, sono solo pseudo domande? Se fosse vero, come essi pensano che quelle domande sono solo un modo un po’ enfatico di dire, semplicemente, davanti agli esseri, “Wow!”?
Potremmo inoltre ulteriormente dissacrare o “destrutturare” quel tipo di domande  chiedendoci anche cosa c’è veramente dietro quelle domande. Perché in un mondo come il nostro, in cui le categorie dell’economia sono talmente determinanti da condizionare il modo come pensiamo la vita, le relazioni, le persone, le cose, l’amore, il futuro, le comunità, la nostra identità stessa, in quelle domande si potrebbero celare diverse e inconsapevoli domande del tipo “vale più questo segmento della vita o quell’altro?”, “quanto vale quella persona o quell’esperienza?” o “che prezzo devo pagare per ottenere quella relazione o avere quell’amore?”...ecc. E poi potrebbe addirittura accadere, in una società dove domina il primato dell’economico, che chi ti propone quelle domande voglia solo fare marketing e forse solo dirti che il prodotto o il “pacchetto” che egli ti propone è più conveniente o più soddisfacente di quelli della concorrenza!
Se invece non ci fosse una risposta e la domanda davvero non fosse altro che un “Wow!”’? Sarebbe solo una svalutazione di domande ormai “secolari”? Non potrebbe essere proprio quel “wow!” la risposta stessa? Non potrebbe rappresentare quel “wow!” il modo migliore di accorgersi di ciò che uno dei grandi maestri del 900, Wittgenstein, chiamava il “mistico” e cioè il semplice e incredibile fatto” che “il mondo è”, che le cose sono? Non potrebbe quello essere la modalità più consona di approccio alle cose? A ogni singola cosa, a ogni singolo essere, a ogni singola persona? Non potrebbe essere quello il modo, che già Aristotele chiamava “stupore” o “meraviglia”, e che, a suo parere, sarebbe l’unico modo veramente “umano” di approccio a tutto ciò che esiste? L’unico modo che riconoscerebbe l’effettivo “valore”, l’effettivo senso, l’effettiva “bellezza” di ogni cosa, qui e adesso?
Non sarebbe quello l’unico modo che riconcilierebbe con la vita così come essa è? L’unico modo con cui gli umani potrebbero esprimere il loro “si” alla vita, come invocava Nietzsche? E il “si” a ciò che esiste non sarebbe la vera risposta alla domanda sul senso della vita?
E questo approccio non ci libererebbe dalla mania diffusa di stabilire sempre confronti per rassicurarci sul valore di quello che siamo, di quello che viviamo, di quello che desideriamo, di quello che abbiamo, finendo alla fine col non apprezzare e godere di nessuna cosa, veramente? Ritrovandoci poi, alla fine della vita, nella condizione di non poter dire con convinzione, per usare la frase di Neruda, “confesso che ho vissuto!”, ma di recriminare e rimpiangere quello che non abbiamo o non abbiamo avuto? Se la mania del confronto è collocata “al centro della vita”, se dirigiamo sistematicamente il nostro sguardo altrove, se ci lasciamo determinare da ciò che vediamo, finiamo per “assomigliare a una spugna o a uno schiavo che esiste solo in virtù dell’imitazione” (A. Jollien, Cara Filosofia, Angelo Cola Editore). Questo tipo di confronto produce la cecità di fronte alle cose, alle esperienze, alle persone.
Invece, come nota Alexandre Jollien, nel bel libretto citato sopra, fatto di “Lettere ai grandi Maestri”, in una lettera in cui dialoga con Baruch de Spinosa, i soli confronti che potrebbero essere utili sono quelli che rappresentano un mezzo per progredire, come quando utilizziamo il confronto in modo da evitare di “bruciarci due volte le dita per sapere che l’acqua bollente è pericolosa”. O quelli che sono un modo per accorgerci che anche l’altro esiste, e che esistono diversi approcci al mondo. O quelli che ci fanno assaporare le differenti espressioni e i differenti volti della vita.
Solo in questi casi invece di vivere solo in funzione dei nostri simili, invece di farci prendere dallo scontento, dal rammarico o dall’invidia, conserviamo la capacita di dire “Wow!”, di comprendere davvero il senso della vita!

sabato 1 ottobre 2011

TUTTO È GIÀ CAMBIATO?


Se si osserva con distacco e serenità l’azzuffarsi dei gruppi umani intorno ai cambiamenti, con un occhio attento alla storia della cultura, c’è di che sorridere. Fa sorridere questo schierarsi e contrapporsi tra chi è favorevole al cambiamento e chi vorrebbe mantenere le cose come “sono sempre state”. Fa sorridere la resistenza alla novità. Fa sorridere quella tenace logica, interna alle culture e alle comunità culturali, che, denominando le cose e imponendo linguaggi, categorie e metafisiche, apparentemente presumono di mantenere tutto uguale. Fa sorridere la tendenza ad attribuire i cambiamenti prevalentemente alla forza di volontà e alle soggettività.
Fa sorridere il modo in cui siamo così attenti a focalizzare come novità, pregne di conseguenze, solo eventi personali o storici che perdiamo di vista la novità più importante. Infatti più importante è il modo in cui le nuove cose, i nuovi oggetti, le nuove tecniche e apparecchi entrano di soppiatto nelle nostre vite. E non è casuale che queste nuove cose abbiano sempre bisogno di nuovi nomi che, collocandosi fuori dai sistemi, dalle logiche, dalle grammatiche e dalle categorie dei linguaggi consolidati,  hanno buon gioco nel non offrire il fianco alle resistenze, che scattano nelle singole comunità culturali contro tutto ciò o tutti quelli che si pongono, in un modo o nell’altro, “contro” o “fuori”. Fuori da potenti norme che, richiamandosi spesso a  un ordine solo apparentemente naturale, sono gelose custodi di tradizioni, istituzioni, gerarchie e sistemi di vita.
Ma fa sorridere anche il fatto che, come diceva l’antropologo Ernest Gellner, questa rigidità normativa delle comunità culturali si accompagni al fatto che, in genere, gli esseri umani  presentano la più ampia varietà di comportamento, tra tutte le specie. Fa sorridere, come scrive l’archeologo Timothy Taylor, la poca consapevolezza del fatto che la tendenza abituale ad espellere dalle nostre comunità e società quelle differenze che risultano critiche per i sistemi culturali vigenti, risulta inadatta alla stessa sopravvivenza delle nostre comunità. Infatti è il cambiamento che ha prodotto la capacità di resistenza e  di espansione della nostra specie. Senza il cambiamento non avremmo quella estesa e vitale diversità interculturale che caratterizza la specie umana.
Fa sorridere osservare tutto questo con l’occhio dello storico, dell’antropologo o dell’archeologo,  perché quello sguardo mette in luce il fatto che il grande cambiamento avviene in ogni caso inesorabilmente e, come nota opportunamente Timothy Taylor, furtivamente. Noi siamo sempre al centro del cambiamento e lo siamo da molto tempo!  E non soltanto in questi ultimi dieci anni che alcuni già chiamano degli anni zero, a causa dei cambiamenti radicali avvenuti, alcuni dei quali hanno fatto collassare abitudini, comportamenti, istituzioni e pratiche! Il fatto è che il vero cambiamento, quello radicale e profondo, quello che lascia segni indelebili, avviene attraverso modalità alle quali, in genere, è quasi impossibile resistere perché si insinua nella nostra vita e modifica i nostri comportamenti prima che noi riusciamo a capire bene di che si tratti e in che modo ci stia modificando. Sono cambiamenti dei cui effetti ci accorgiamo solo dopo che sono avvenuti! Si tratta di quei cambiamenti che agiscono attraverso le cose più che attraverso le persone. Si tratta di cambiamenti che avvengono attraverso invenzioni e tecniche che si presentano con nomi nuovi. Per cui mancano anche le parole per organizzare una forma di resistenza ad esse, nel nostro sistema linguistico e categoriale, prima che influenzino la nostra vita, i nostri comportamenti e la nostra mentalità, le nostre credenze, l’idea stessa di conoscenza.
Mentre siamo attenti a salvaguardare il nostro “orticello”, mentre siamo affannati ad accumulare nelle nostre casseforti banconote fuori corso,  la cultura materiale – la cultura delle cose - è in continua mutazione.  E non dimentichiamo che la cultura materiale ha guidato l’evoluzione ed è perciò, in un certo senso, ciò che ci rende umani!
La vera questione, allora, il dilemma della nostra specie è che per salvaguardare quello che abbiamo – paradossalmente per “conservare” quello che abbiamo e quello che siamo – siamo costretti a cambiare continuamente!
Ma ciò che appare più paradossale è che tutto ciò sta già avvenendo nonostante noi…o è già avvenuto?


Proposta semiseria per i diversamente-lettori

Questa proposta è, in realtà, un invito alla lettura dei libri per i “diversamente-lettori”. Sì, perché io credo che non esistano i non-let...