giovedì 28 luglio 2011

Onora il tuo limite!


Sembra che una delle ossessioni più diffuse tra gli “umani” riguardi i propri limiti. Tutti paiono intenti, in un modo o nell’altro, sia a negare o giustificare, che a nascondere o a camuffare le proprie limitazioni e le proprie fragilità.
Nessun ambito dell’esperienza sembra immune da questa preoccupazione: da quelli sociali e professionali a quelli politici e culturali, e, addirittura, quelli personali o affettivi. Anche lì dove la “prossimità” o l’intimità dei rapporti richiederebbero il massimo di trasparenza e di autenticità, sembriamo, tutti, impegnati a bluffare per “apparire” diversi da come siamo.
Ma l’imperfezione è veramente una “macchia”? Veramente qualcuno crede che saremmo più interessanti, più belli, più accettabili e umani, se fossimo o apparissimo senza limiti, senza difetti e senza imperfezioni? Sarebbe veramente possibile una condizione del genere? E un mondo fatto in questo modo sarebbe davvero più desiderabile? 
Qui, per fortuna, le lezioni della storia e dell’intuizione umana non mancano, anche se di solito non vengono approfondite!  E’ noto, per esempio, il brano di Pico della Mirandola (brano richiamato non a caso nei primissimi post di questo blog - vedi post dell’ 8 luglio 2009 - , quasi come orizzonte ermeneutico di quell’ << OLTRE>> che è nell’ intestazione di “Incrocivie”.). Per Pico il limite e l’imperfezione sono addirittura qualcosa di “invidiabile non solo dai bruti, ma dagli astri, ma dalle intelligenze stesse ultramondane. Cosa incredibile e stupenda!”. Ma la stessa tradizione religiosa cristiana in cui si parla di un Dio che sceglie i limiti della condizione umana non come stato provvisorio, dovrebbe pur significare qualcosa!
Ovviamente qui non si intende fare l’apologia dei difetti per fissarli nella loro immutabilità, piuttosto si invita a modificare lo “sguardo”, per cambiare il modo di guardarli e di rapportarsi ad essi.
Nessun essere umano, anzi, niente di ciò che è vivente, o parte della vita, è senza limiti. Ogni essere umano ha il suo, i suoi limiti……E tuttavia il “limite” non va considerato prevalentemente come l’impedimento, l’ostacolo, la mancanza…….
Perché la verità è che, in tutto ciò che è umano, il limite può rappresentare e rinviare soprattutto all’al di la di se stessi….al di la di quello che "adesso" si è….e questo è vero sia per gli individui che per i gruppi e le istituzioni.
E allora è anche possibile onorare il limite!
Non con il piangersi addosso, né con l’attardarsi a considerare se stessi inadeguati o limitati, e neppure a inventare quotidianamente trucchi per nascondere, a se stessi prima che agli altri,  quello che si è.
Questi comportamenti, a pensarci bene, non hanno un senso fondato e non sono produttivi!  Perché abbiamo a che fare con qualcosa che è costitutivo di tutto quello che è umano e quindi con una condizione permanente, che in nessuno potrà essere eliminata, se non per finzione!  Accettare invece quello che si è “adesso”, amarlo, osare mostrarlo, è forse l’unica opportunità che abbiamo, per essere e vivere, da umani  conumani, la nostra vita.
Ma allora il limite dovrebbe essere considerato piuttosto una occasione o una spinta per guardare oltre, per immaginarsi anche altro,…..allora il limite potrebbe essere necessario per creare se stessi, per inventarsi, per aprirsi a ciò che non è ancora “me”!

martedì 5 luglio 2011

Dimmi come giochi e ti dirò chi sei!


Il caso dello scandalo dello sport scoppiato in Italia recentemente (tra tanti altri!) può essere l’occasione per provare ad allargare la riflessione – al di là dei problemi concreti e specifici che quella vicenda pone -  su una questione più generale di quella sportiva e più rilevante per ognuno. La domanda da porsi potrebbe essere: quale senso riusciamo ancora ad attribuire a una esperienza umana, universale, come quella del “gioco”? 
Poiché, se anche il gioco è diventato soltanto un “affare” (piccolo o grande, non importa!), forse  rischiamo di perdere una dimensione essenziale dell’esperienza umana. Se non sappiamo neppure più giocare, se il giocare perde le modalità con le quali è apparso, come esperienza antropologica originaria, esclusiva degli esseri umani (infatti sembra che, di tutte le specie animali, soltanto tra gli umani, la capacità di giocare continui durante tutta l’età adulta), e se questa perdita fosse generalizzata, allora forse qualcosa di irreparabile potrebbe accadere alla nostra condizione umana. E al nostro futuro di umani.
Certo, questa, sembra una storia antica, ma è pur vero che il processo degenerativo del gioco e la perdita del suo senso originario appaiono più di casa nella nostra società del profitto e della signoria del mercato (il vero pensiero unico dei nostri tempi, l’unica religione universale che diffonde le sue lusinghe e i suoi credi anche nei “santuari” delle religioni storiche!).
Dobbiamo prendere atto che non sappiamo più giocare? Abbiamo perso la naturale attitudine al gioco, la giocosità? È vero, un’affermazione del genere sembrerebbe fuori luogo in un mondo dove il gioco e il divertimento sono proposti continuamente come obiettivi prioritari, in quantità industriali e secondo modalità “scientifiche”!
Ma in cosa consiste il “gioco” e la “giocosità”? Non credo si possano chiamare “gioco” le moltissime attività che sono indicate con questo nome. Perché quelle attività hanno forse conservato solo aspetti marginali del “giocare” umano, a mio parere! Sono diventate, prevalentemente, come altre attività umane, soprattutto finalizzate all’utile e al conveniente, a produrre o distribuire profitto. Sono caricate di ansia di prestazione e di competizione. Spesso sono espressione di “status” sociale o di desiderio di emergere. Per molti sono solo una “scorciatoia” per il “successo”. Talora vengono loro attribuite anche funzioni salutiste o finalità terapeutiche di vario genere; spesso sono un semplice modo per “ingannare” il tempo, ecc.
Ma cosa è rimasto del “giocare” umano in tutte queste modalità? Quegli obiettivi e quelle finalità non potrebbero altrettanto bene essere raggiunti in altri modi? Il gioco sarebbe allora solo la strada più breve o più piacevole per raggiungere i soliti scopi e gli obiettivi desiderati? Alla fine, “gioco” sarebbe solo un “nome”?  
In realtà occorrerebbe prendere atto che quelle attività che, illudendo noi stessi, ci affanniamo a moltiplicare e a presentare come “gioco”, hanno perso l’anima, per così dire, o forse l’hanno venduta! Nelle attività comunemente indicate con questo termine, manca proprio ciò che è più essenziale alla giocosità umana. Manca quel supplemento di orizzonti e di senso che questa attitudine e questa attività umana, nel loro senso originario, offrivano all’esperienza del vivere.
Volete una controprova? Confrontate il gioco degli adulti umani con il giocare dei bambini. I bambini nell’età in cui non hanno ancora imparato a “fare gli adulti”, l’età in cui il loro esistere non è ancora del tutto regolato sui “modelli” sociali prevalenti. L’età in cui la spontaneità e la forza della vita impedisce ai loro genitori, e agli adulti in genere, di determinare il senso, le modalità e i mezzi del divertirsi. Cosa si scopre infatti?
Scopriamo una cosa che secoli fa Meister Eckhart aveva già detto, quando definiva il gioco, molto semplicemente, come la capacità di “vivere senza un perché, lavorare senza un perché, amare senza un perché”, in altre parole come l’esperienza della gratuità dell’esistenza e la capacità quindi di “celebrare” ogni momento del  nostro vivere. E, se è così,  non servono mezzi speciali o costosi  o situazioni fuori dall’ordinario.
Qualcosa del genere è rivelato da alcune “pratiche” umane.  Infatti avrebbero senso e sarebbero possibili, senza il desiderio e la capacità di “celebrare la vita”, la poesia, la musica, la creatività, ecc.?  Cosa fa un poeta se non celebrare ogni aspetto della vita (dolce o amaro, tragico o passionale, fragile o rigoglioso…), senza nessuna ragione, giocando con le parole? E cosa fa un musicista se non giocare con le note e gli accordi? E un pensatore, cosa fa se non giocare con le idee? C’è un perché in queste pratiche  umane? C’è un perché, se riusciamo a considerarle,  fuori delle logiche del mercato, soltanto come il “celebrare” momenti e aspetti della realtà, della natura, dell’esistenza? C’è un perché nel gioco dei bambini  se non il piacere e il desiderio di vivere?
Ma non sarà che, sia il bisogno – così prepotente in noi adulti - che ci venga suggerito o mostrato “come” giocare e “come” divertirci, sia la nostra perdita del senso originario del “giocare”, sono in realtà espressioni del venir meno del piacere e del desiderio di vivere?




La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno. Certo...