Penso, dunque rido!

Una coppia di coniugi molto anziani, oltre i novant’anni, consulta un avvocato divorzista. Il legale chiede: ”Perché adesso? Avete più di novant’anni, siete sposati da oltre settant’anni, perché divorziare adesso?”. I due spiegano: “Volevamo aspettare che i ragazzi non ci fossero più!”.
Se avete ridacchiato, - commenta il matematico John Allen Paulos -, probabilmente non avete un cervello di silicio (forse un cuore di pietra, ma non un cervello di silicio, come un robot!).
Riconoscere le sfumature emotive richiede una somma di abilità che ovviamente non sono ancora (se mai lo saranno!) tra le proprietà delle macchine intelligenti, riconosce Martin Minsky. In realtà,quelle abilità non sembrano tanto diffuse neppure tra gli esseri umani!. Come appare abbastanza evidente!
Un filosofo, che nessuno collegherebbe al "ridere", come Kierkegaard, ha scritto una volta: “In gioventù dimenticai di ridere. In seguito aprii gli occhi e vidi la realtà. Cominciai a ridere, e da allora non ho più smesso”.
In effetti sarebbe normale che l’atteggiamento umoristico caratterizzasse l’approccio riflessivo verso le varie attività umane, da parte di tutti. Oltre che, naturalmente, da parte di studiosi, analisti, scienziati, teologi, religiosi, economisti, maestri, educatori, scrittori, artisti, giornalisti, politici (segnalando a questi ultimi la differenza tra umoristi e buffoni!).
Secondo J. Allen Paulos, è talmente naturale, per un essere umano – pensante – l’atteggiamento umoristico e la capacità di sorridere e ridere, che si potrebbe senz’altro dire che “filosoficamente” e “umoristicamente” condividono molto di più dello status di avverbio (J.Allen Paulus, Penso, dunque rido, Feltrinelli).
Il “pensare, in altre parole, come l’umorismo, richiede l’abilità eminentemente umana di superare se stessi e la propria situazione. Per questo l’umorismo è intrinsecamente umano come il pensare (o la filosofia intesa come universale abilità riflessiva). Come si fa in effetti, rimanendo integralmente umani, a non vedere la discrepanza tra le nostre speranze e pretese e la realtà (anche se a volte ce la mettiamo tutta)? Il pensare umano, come l’umorismo, richiede “una intelligenza libera in una società relativamente aperta ed entrambi manifestano forte curiosità per il linguaggio e la sua (in)comprensione, nonché una propensione scettica al ridimensionamento”.
E allora si potrebbe anche dire, senza timore di esagerare, che chi non sa ridere non sa pensare. Perché chi non ha il senso dell’humour, chi non riesce a “vedere” il lato comico delle cose, non ha il senso del limite e il senso critico e quindi non riesce a cogliere la varietà dell’esperienza e la sostanza dei problemi umani.

È per questo che chi si prende troppo sul serio, chi assolutizza il proprio punto di vista, in realtà non riesce a cogliere la complessità delle cose e, in fondo, non le vede per niente! Perché scambiain modo acritico - le proprie rappresentazioni con la realtà e la realtà con la verità.
Si potrebbe dire, per usare un linguaggio più astratto, che non è “disponibile” alla verità. Infatti il suo “pensare” e il suo “discorso” sono troppo poco modesti, come, invece, dovrebbero essere un pensare e un parlare autentici,  e del tutto incapaci di riflettere sulle “condizioni” di tutto quanto è conoscibile!
A quel tipo di pensiero manca quella capacità di saltellare “qua e là tra cielo e terra, tra antico e nuovo, tra angoscia e gioia dell’avventura”, che sola può dare origine a un pensare creativo! insomma gli manca la capacità di “giocare” con la conoscenza e il sapere!
Ma, in questo caso, non c’è “sapere” né “conoscenza”.
L’humour, e il riso, dunque, come strada per il sapere umano, e non solo.
Perché spesso di fronte a certe questioni o problemi esistenziali l’unica strada adeguata sembra il riso, il ridere. E anche di fronte agli arroganti poteri, di qualunque tipo, bisognerebbe considerare la possibilità che la risposta appropriata potrebbe essere, più frequentemente, la risata.
Sarà per questo che i sistemi autoritari, quelli effettivi, quelli tendenzialmente autoritari o costitutivamente tali, ma anche quelli velleitariamente o grottescamente autoritari, hanno tutti paura della satira? E non tanto della satira in sé, quanto della possibilità che l’atteggiamento satirico possa diffondersi?
Beh! allora un doppio consiglio ai lettori! Evitiamo leaders, esperti, potenti o persone comuni…ecc, che non sorridono mai e magari ritengono di avere sulle proprie spalle tutti i problemi del mondo, quasi che senza di loro, noi saremmo perduti….ma anche quelli che profanano anche l’umorismo e il riso, trasformandoli in un cappio o un “abito” da sfoggiare, in qualunque occasione, per “piazzare” mercanzie di ogni genere!

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Commenti

pina imperato ha detto…
Ahimè! Non ho un cuore di pietra!

Sento...e... a volte rido, a volte piango!

Ma forse il riso e il pianto mutano l'uno nell'altro e viceversa. L'uno non è senza l'altro. Si piange di gioia e si ride di disperazione. Il riso può talvolta manifestarsi come una smorfia di dolore, il pianto brillare nel sorriso della “pietas”. Forse l'approccio al reale non è così semplificabile come codesti filosofi “pensano”. Il sentimento del tragico ha prodotto capolavori di verità. Penso ai grandi scrittori, a Sofocle in particolare. A tutti quegli eroi che nella incommensurabile discrepanza tra le loro “pretese ideali” e le meschine ragioni del potere hanno annullato se stessi! Sappiamo bene che il nostro drammaturgo più grande del novecento, Luigi Pirandello, ha intitolato “L'umorismo”, il suo saggio sul “sentimento del contrario”, il riso, appunto, che sgorga dalla “acqua diaccia della riflessione”. Ma quanta “pesantezza” in quel “ghiaccio”! Chissà, forse il riso di Kierkegaard si levò dalla malinconia ed era un “riso amaro"! Ora ripenso a un poeta “condannato” al “pessimismo”, a Giacomo Leopardi, che, invece, è anche un poeta dell'umorismo e della satira. Ma forse è meglio dire che è il poeta del sentimento della fragilità e del deserto, un poeta del cuore e della grandiosa semplicità della “parola autentica”. Credo , in definitiva, che un “cervello di silicio” sia nella testa dell'uomo che ha un “cuore di pietra”. Per questo “sorrido tra le lacrime”.
* _______”
maria ha detto…
uno dei miei scrittori preferiti Cervantes , era dotato di un ottimo senso dell'umorismo . Mitica la scena in cui Sancho, in piena notte, se la fa sotto per un rumore , e il Nobile Cavaliere dalla triste figura, Don Quijote si chiede: cos'e' sta puzza? ah ah ah , come potremmo prenderci sul serio, se non spapiamo nemmeno se domani saremo vivi o morti?
luigi vassallo ha detto…
Se ridere è una connotazione dell'umanità (che non è un dato biologico ma un dato culturale, quindi non si acquisisce alla nascita ma si consegue nella vita)uno dei più grandi umoristi (capaci di prendere in giro i convincimenti degli altri fondati sull'inconsistente sicurezza dell'apparenza) è il Dio dei cristiani. Non sembra infatti di vederlo ridere, nel momento drammatico della crocifissione ad esempio, del convincimento di quelli che pensano di aver vinto o di quelli che temono che tutto sia perduto perché il profeta è morto? E magari lo stesso Dio ogni tanto sorride di quelli che sulla terra, con sicumera e arroganza, distinguono tra i "buoni", che magari hanno qualche peccatuccio ma sono sempre dei "nostri" e sotto sotto meritano di essere votati, e i "cattivi", che sembrano dire cose giuste quando parlano di poveri, immigrati, energia, legalità, giustizia, ma sono sempre "figli del diavolo".
Anonimo ha detto…
“ Tragedia….invenzione dell’Uomo ! ”
Ridere o piangere ?
Dipende da come l’Uomo si pone rispetto alla “Realtà” che si “costruisce” intorno.
La Tragedia “scatta” quando non si verificano le “Sue” aspettative .
La Tragedia la prepara Lui; con la Sua presunzione di essere il SIGNORE dell’UNIVERSO, a cui TUTTO è dovuto !
Gli altri esseri viventi, vivono e…basta! Quindi godono, se sono buoni osservatori, della bellezza intrinseca nell’UNIVERSO e nei suoi fenomeni; anche quelli più violenti : Terremoti, Uragani, Neve …
Lasciarsi andare a vivere semplicemente , può solo portare alla GIOIA, al RIDERE .
Organizziamoci, pure, una “VITA… UMANA” con le sue “tragedie”; ma solo…per gioco!
Soltanto così la si può “vivere”, tenendo conto che, COMUNQUE, finisce in “tragedia”, SOLTANTO, umana: LA MORTE !
Mario Rosario Celotto.
silviomini ha detto…
Una risata che mi piacque molto, che mi sembrò molto autentica, fu quella che Terzani regalò alla fine della sua ultima intervista in "Anam, il senza nome". Riuscì a parlare della sua fine con la leggerezza e la profondità che io spesso fatico a mantenere sull'acqua per il tè che bolle.

Bel blog davvero. Col tempo setaccerò anche i post del passato.

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