sabato 21 maggio 2011

Alla ricerca del piacere perduto….

Sembra paradossale parlare oggi di ricerca del piacere!  “Piacere” infatti è senz’altro una di quelle parole oggi più inflazionate (o abusate, come “amore”), a tal punto che il loro significato va quasi sbiadendosi, come i colori nei giorni di nebbia! Inoltre appare scontato parlare oggi di ricerca del piacere, dal momento che quest’ultima sembra l’occupazione quotidiana di chiunque.
Tuttavia se veramente la gente cercasse il piacere dalle cose e dalle esperienze della vita forse tutto sarebbe diverso! Se invece di essere intenti a possedere, controllare o consumare ogni cosa, persona o esperienza, cercasse di “goderne”; se non considerasse "piacere" l’affannosa rincorsa di semplici “stimoli”, nel vano tentativo di fuggire la paura della vita, esorcizzando la morte e la finitezza, allora si che si potrebbe parlare di piacere!
 Ma per questo occorrerebbe imparare il coraggio e la bellezza, ma anche il distacco e l’abbandono!
Saremmo però capaci, in tal modo, anche noi “persone comuni” di creare la nostra vita bella! Ma dovremmo, per questo, “mettere a fuoco e fiamme il grigiore del lavoro quotidiano con l’arte del vivere” (K. Miyazawa). Ecco uno dei nomi del “piacere”: l’arte del vivere. E l’arte del vivere forse è semplicemente questo: “un’espressione del sentimento cosmico attraverso la Terra e i suoi prodotti, attraverso le persone e le loro attività, e attraverso la nostra individualità” (K. Miyazawa).
Ma forse abbiamo perso “il filo! E allora, invece di stare a disquisire su cosa siano la bellezza e il piacere del vivere, forse sarebbe più utile domandarsi e cercare quali siano le esperienze belle che si sono fatte. Perché un probabile esito di questa domanda potrebbe essere la consapevolezza che la bellezza è più semplice di quanto si pensi, e condivisibile.
 Ecco il segreto: condivisione, diventare amici del creato, saper gioire del creato e delle cose, gioire con il creato, gioire insieme! Infatti, quando, la bellezza e l’arte del vivere, andarono perduti in Occidente? Risponde Otto Rank, quando si perdette il cosmo e quando, a causa di questa perdita, siamo diventati tutti nevrotici. E siamo anche diventati vittime consenzienti degli sforzi della società consumistica di venderci surrogati della vera bellezza e del vero piacere.
Siamo capaci di arrivare a una comunione con ciò che amiamo e di cui godiamo? O tutto è solo qualcosa che “consumiamo in attesa di altro, del nuovo?
Il piacere, in realtà, non emerge facilmente in una società inondata dalla mentalità consumistica.  Il piacere è ciò che “piace fare” ma dovrebbe trattarsi di qualcosa che piace veramente e non soltanto di qualcosa che stimola soltanto, come spesso si immagina e si vive il piacere.
In fondo il piacere è già una esperienza fondamentale, spirituale, profonda e nascosta nelle nostre vite! Si tratta di “ritrovarlo”!
Cominciando con il convincerci che il piacere è soprattutto l’arte dell’assaporare. Perciò è possibile sperimentarlo anche con le piccole cose, le relazioni quotidiane o le esperienze normali della vita di ognuno! La vita ha bisogno, per essere vissuta e goduta, di gente che sappia assaporare più che di collezionisti o catalogatori!
Se noi umani assaporassimo di più forse – come scrive M. Fox - compreremmo meno. Saremmo meno insoddisfatti e compulsivi. Beh!, forse lavoreremmo di meno e giocheremmo di più, aprendo così magari delle altre possibilità di lavoro per gli altri.
Se sapessimo assaporare di più forse saremmo capaci di comunicare più a fondo, avremmo delle relazioni più integrali e autentiche, saremmo meno competitivi e più capaci di fare festa, quella vera, non quella fatta di chiasso, pura evasione e stordimento!
Forse saremmo più capaci di relazioni con noi stessi, con la nostra storia, con il nostro passato, con le nostre colpe e i nostri fallimenti.

Certo, spesso, soprattutto nelle situazioni difficili, servirà pure coraggio! E allora la parola chiave diventerà “paradosso”. Come un folle, occorrerà lasciare da parte la logica e saper scegliere entrambi i corni di un dilemma! (Ken Feit)
Ma c’è alternativa tra piacere o controllo e arroganza? “Di norma, erano quelli che odiavano il piacere a diventare ingiusti” (W. H. Auden). E allora, siccome può essere che, in definitiva, “solo l’amore per la vita stia tra noi e la tragedia, non possiamo certo permetterci di scartare nessuna delle sue manifestazioni”. (J. Schell)

Forse, se fossimo – ma veramente! -  tanto amanti della vita saremmo più capaci anche di indignarci profondamente contro tutto ciò che fa crescere morte e sofferenza.
E, nello stesso tempo, saremmo capaci di “prenderci del tempo” per imparare anche l’umano piacere dell’attesa!

giovedì 5 maggio 2011

Elogio dei “dilettanti veri” e dei “principianti”!

Avete mai pensato all’associazione tra “essere dilettante” e il “dilettarsi”, o il giocare? O all’associazione tra il “dilettarsi”, il “dilettante” e il vero “sapere”? Associare dilettanti con “poco esperti” o addirittura “incompetenti” sembra quasi ovvio! Associare sapere con dilettante pare “innaturale”! Lo era anche per me, lo era… Ma le sottili, inconsuete, considerazioni di una amica mi hanno fatto cambiare idea, mi hanno costretto a guardare in un altro modo, con un “altro sguardo”, la cosa.
Quelle considerazioni mi hanno costretto, in pratica, a rinnovare l’esperienza dell’ “imparare! E, in effetti, che cos’è imparare se non apprendere a guardare “in altro modo”? La mia amica invertiva l’ordine usuale delle cose, la gerarchia “normale” tra l’essere “esperti” e l’essere “dilettanti”. Non accettava per sé la, meritata, qualifica di esperta, preferendo quella di “vera dilettante”. Non elogiava ma denunciava il fatto che gli “esperti” sembrano sapere sempre già tutto (Socrate avrebbe detto: “credono” di sapere). E quindi annoiano ripetendo, senza fantasia, le loro convinzioni e le loro verità. Perciò “invecchiano” presto, senza accorgersene. In realtà è vero che chi “si ritiene esperto” è meno disposto ad imparare, è meno aperto al nuovo, alle rivoluzioni di prospettiva, ai cambiamenti di “paradigma, e quindi in fondo è meno aperto alla fantasia e al “piacere” di  “vivere”!  Non è forse vero, infatti, che solo chi è in grado di “giocare” con il sapere, di “dilettarsi” con la curiosità della conoscenza e della scoperta; solo chi è in grado di pensare il sapere come un “assaporare” continuo, più che come un “possedere”; solo chi lo vive come un continuo “inizio”; solo chi si considera sempre agli inizi, proprio come un “dilettante” vero (che è cosa diversa dal superficiale e dall’approssimativo!), solo un “principiantesa davvero cosa significa scoprire, imparare e crescere? Non è forse vero che solo chi vive così  sa, perché lo ha assaporato, cosa è la vita?
E se ricordiamo quanto diceva Kant, secondo cui la facoltà di “iniziare da sé” uno stato, cioè il sapere iniziare, è l’essenza della libertà, cogliamo anche una connessione inscindibile tra vera conoscenza, vero sapere e vera libertà. Perché, come ha scritto, una volta, Eberhard Jungel, solo un “principiante genuino” è davvero libero! Capiamo così anche perché il vero sapere non può non essere rivoluzionario! Qui è la “responsabilità” del sapere (e, di questi tempi, nella nostra Italia, dove assistiamo anche a un uso “truffaldino” e “infamante” di parole “sacre” come libertà, responsabilità, ecc., è il caso di ri-scoprire e riappropriarsi del senso “umano” di quelle parole!).
La responsabilità del sapere non si identifica nel compito di “conservare” né la propria “innocenza”, né la reputazione, né la personalità, né i poteri esistenti, né le istituzioni, tanto meno il denaro. La sua responsabilità genuina consiste nel favorire non la conservazione ma l’espansione della libertà come capacità di “iniziare”, di dare avvio a uno stato di cose nuovo. Il suo unico compito consiste nella “liberazione”, nella libertà “liberatrice”, nella capacità di trasformare in veri “principianti” gli esseri umani.
Forse le soluzioni ai problemi di questi nostri tempi dovremo aspettarli dalla fantasia, dal desiderio e dal piacere deidilettanti veri e dei “principianti?

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...