mercoledì 6 aprile 2011

Rivoluzione al tempo della rete

Ricordate quelle storie, di una volta, in cui tutta la vicenda girava intorno a un messaggio contenuto in una bottiglia trovata sulla spiaggia? Ricordate quanti giovani “romantici”, sulla scia di quelle storie, sognavano di affidare al mare i propri sogni e i propri segreti, nella speranza, pur se poco convinta, che andassero a finire nelle “mani giuste”? Ecco a cosa penso e cosa dico quando qualcuno degli amici di questo blog mi chiede perché non rispondo mai ai commenti fatti ai miei post.
Penso al messaggio nella bottiglia! Quei tipi di messaggi, oggi, in questa sorta di “sistema nervoso planetario” che ci caratterizza (R. Wright, L’evoluzione di Dio, Newton Compton), fatto di fibre ottiche e altri elementi, che collega i milioni di cervelli umani in una serie di megacervelli i quali cercano di risolvere i problemi, assumendo gradualmente la gestione consapevole del pianeta, hanno più possibilità di moltiplicarsi. In questo contesto  infatti i “memi” – convinzioni, abitudini, teorie, idee, riti, canzoni, tecnologie, ecc - hanno più possibilità di “trovare un cantuccio” nei singoli cervelli e di diffondersi così da persona a persona, fino a caratterizzare interi gruppi. Possono produrre, in questo modo, lentamente e inavvertitamente, sviluppi inaspettati. Certo si tratterebbe di una crescita “debole, come è debole oggi ogni forma di pensiero, idea, valore, credenza; si tratterebbe di una crescita senza rumore e senza fretta, ma non meno decisa e travolgente, quando tutto all’improvviso arriva a maturazione.
Dover rispondere ai “commenti”, perciò, significherebbe quasi immaginare che oggi siano più necessarie le risposte, possibilmente chiare e inequivocabili. Significherebbe postulare che tutto debba essere guidato secondo direzioni prevedibili e modelli ben chiari. Significherebbe  vedere la rete come un moltiplicatore di “maestri”.  Qualcosa di analogo a quanto succede quando si vede il dialogo come una “finzione” pedagogica o uno strumento retorico per la produzione del consenso
In realtà ciò che oggi servirebbe – ciò che oggi è finalmente possibile! - sarebbe moltiplicare le domande e condividere le interrogazioni! Oggi non ci serve conoscere, quanto prima, una conclusione della storia o delle storie (tra l’altro, sarebbe il caso anche di deporre quella inveterata propensione a conoscere soprattutto “come va a finire”, che trasforma in una banale forma di “consumo” anche l’abilità umana della lettura!). Tanto meno ci servono conclusioni rapide, come – impazienti, nevrotici o creduloni - sembrano tutti aspettarsi.
Le “vere”, grandi storie umane, non hanno mai una “conclusione”. Come la vita, la storia degli uomini e delle donne non conosce “conclusioni” ma solo o svolte, o soste, o riprese del cammino, o incroci, o orizzonti più o meno decifrabili.
Ecco ciò di cui abbiamo bisogno oggi: che la nostra storia non venga interrotta e soprattutto mai ipotecata da nessuno.  Non c’è nessun “salvatore” che possa proporsi come risolutore in questo mondo. Ci serve che la nostra storia venga continuamente inventata in modi nuovi. Per evolvere verso livelli sempre più elevati di libertà, comunicazione e integrazione.  Abbiamo bisogno che la “ricerca” di modi nuovi e più umani di “inventare” la storia e le storie continui nella libertà e venga estesa. Così come inventiamo continuamente la nostra vita biologica. Perciò abbiamo bisogno di moltiplicare le domande senza tabù e senza inerzie.
Ma allora diventa necessario oggi anche liberare le molte voci e le diverse lingue che caratterizzano la condizione umana. Ciò che serve è rendere effettivo ed espandere il diritto di parola, per ognuno, e moltiplicare i linguaggi. Tutto questo oggi è possibile e questo sarebbe rivoluzionare “adesso la vita delle persone. Infatti ridurre al silenzio o nascondere la varietà delle voci, tagliare le lingue e i linguaggi, sembra lo sport preferito da capi, leader e autorità, da troppo tempo, nella storia. L’ ”ordine del discorso”, cioè le strategie per il controllo e l’esclusione della parola, come ha scritto Michel Foucault, è diventato invece il garante del dominio e della riproduzione monotona delle diverse, ottuse, gerarchie sociali. È diventato il modo per impoverire la varietà della vita, con effetti negativi anche in ordine alla ricerca di possibili, sempre provvisorie, soluzioni ai problemi delle società.
Oggi la tecnologia della comunicazione globale rende possibile la interconnessione delle domande e delle ipotesi, e, attraverso la connessione dei cervelli, la crescita esponenziale delle risposte possibili e delle domande ulteriori. Del resto, non è avvenuto qualcosa del genere nei momenti decisivi di crescita e di innovazione dell’umanità? Quando l’incontro e il confronto della “massa critica” e delle intelligenze ha spostato in avanti la storia delle civiltà e dei gruppi umani?   
Oggi per i “terremoti” politici e gli “tsunami” sociali non sono necessarie sempre “bombe” ma basta spesso il tam-tam della rete. O fenomeni tipo “wikileaks”!
E non è questa una forma di rivoluzione praticabile oggi, forse una rivoluzione “con lentezza” ma più profonda? Come dimostrano impreviste vicende attuali e di questi ultimi decenni! A meno di non volersi affidare alla nuda violenza, alla tutela di presunti salvatori, alla logica degli apparati, alla presunta illuminazione di capi e di esperti?
E mandiamoli all’aria quei “soloni”, sazi e ben assicurati sulle loro poltrone, i quali pontificano su “strategie”, sul bisogno di “alternative chiare”, sulla necessità di prevedere esattamente la “direzione” dei nuovi percorsi, forse solo con l’intento di frenare le voci e le domande di quelli che sanno solo di averne abbastanza delle forme in cui sono costretti a vivere la propria vita, “adesso”!  
Non c’è bisogno di immaginare chiaramente l’alternativa per capire che la propria vita è intollerabile! O per capire che non si è disposti a rinunciare ancora al proprio desiderio di libertà, alla possibilità di progettare la propria vita, al desiderio di contare, di parlare e di essere ascoltati! Qui veramente aveva ragione il vecchio Marx secondo cui l’alternativa, quella vera – diversamente da quanto pensano in molti, anche suoi epigoni - non è mai “una ricetta” pronta, da servire nelle “osterie politiche” dell’avvenire, ma un movimento storico che nasce, cresce e si corregge man mano, con il contributo di tutti. Oggi la rete rende possibile “questo” contributo: occorre estendere il diritto di parola, moltiplicarne la disponibilità e assicurarne la praticabilità.
Occorre ridare voce a tutti! Occorre, tutti, riprendersi la parola, se si vuole essere umani!
Non è necessario sapere “prima” dove andare, è sufficiente “sentire” quando è il caso di dire: basta!
Per questo oggi anche il “messaggio nella bottiglia”, affidata al mare del web, può essere rivoluzionario!


2 commenti:

Pina ha detto...

“Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi!”
Mi è venuta in mente questa esclamazione di Bertolt Brecht via via che leggevo il post. E allora ho pensato di affidare ancora una volta, anch'io, un commento al mare della rete. Ma forse non è un commento, è una speranza di libertà. Sì, perché nessun “salvatore” può regalare ciò che è costitutivo dell'essere umano. Si è uomini se si sceglie la libertà. E questa scelta va rinnovata ogni giorno nella gioia della vita quotidiana, senza paura. E la gioia è uno stato generato dal sentirsi liberi dalla sottomissione ai bisogni indotti e alle “lusinghe infide”.
Chi ci impedirà di godere di quest'aprile? Chi ci priverà del canto degli uccelli della primavera? Quale mercante potrà offrirci un manto più splendido del cielo all'aurora o del firmamento stellato? Quale tiranno o dittatorello potrà alienarci la gioia della parola che inventa mondi possibili quando leggiamo e meditiamo e sogniamo?
E che dire di questa possibilità di condividere nella rete quei “geni” della nostra storia “infinita”, i “memi”, in una straordinaria evolutiva mutazione che avviene nelle relazioni con altre storie “infinite”? È vero, la parola libera non attende risposte. È affidata, alla corrente libera. Ma quando il messaggio sarà letto, vorrà dire che è capitato nelle mani giuste. E l'ascolto di tale parola non potrà che produrre “svolte, o soste, o riprese del cammino” guidate dalla luce di nuove domande verso “orizzonti più o meno decifrabili”.

gio5.hp7 ha detto...

Mi è dolce naufragar in questo mare! così diceva Leopardi, così mi sento io nell'infinito intrinseco a tali idee che ricordano per l'appunto un messaggio in bottiglia. Appena ho letto di questa non piccola possibilità, data all'uomo,ossia di cercare una risposta alla realtà che ci circonda,attraverso domande su domande, mi è immediatamente venuto in mente una particella di Wittgenstein, in cui si dice che -La non risposta è la risposta alle grandi domande- certo si parla di contesti diversi, ma mai come in questo caso sembrava opportuna. Le grandi domande, legate ai cervelli che sanno evadere quella tendenza tutta umana di forzare l'uomo nelle barriere mentali invisibili che egli stesso ha costruito, sono le uniche che possono salvare l'uomo proprio da tali schemi monotoni, spesso superficiali, e fortunatamente non unici nella loro esistenza. E' incredibile quanto l'uomo possa progredire in fatto di approccio ad un' insinuante e silenziosa oppressione; Hobsbawn parlando del nostro secolo, o meglio quello precedente,forse non aveva affatto idea di quanto potesse diventare profonda un affermazione che vede il nostro come ' secolo breve '. Chi avrebbe potuto immaginare che le rivoluzioni cominciassero ad essere combattute, non assalendo i forni, ma impaginando su di un' essenza inconcreta e quanto mai influente, come la rete web, tutto il dissenso verso un killer invisibile che uccide le nostre menti?

Per quanto moderno possa apparire jovanotti ci suggerisce:
Salvami, Salvati, Salvaci, Salviamoci. Del resto non tutto il pro-gresso è re-gresso!

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...