mercoledì 20 aprile 2011

"Danzare sull’orlo degli abissi…"

Mi è venuta in mente questa frase di Nietzsche dopo aver visto l’ultimo film di Nanni Moretti Habemus papam”. Difatti l’ho letto – nonostante ciò che può apparire a una lettura superficiale - proprio come un invito alla danza e al gioco, una riaffermazione di speranza e di possibilità di immaginazione e di invenzione. E in realtà di questi tempi – e non soltanto nella nostra noiosa e “provinciale” Italia – solo Dio sa quanto ci sarebbe bisogno sia di speranza che di immaginazione, e quanto ci sarebbero necessari la capacità di danzare e di giocare, come solo i bimbi e gli amanti sanno fare! In effetti “danzare sugli abissi” è possibile – come è stato possibile nella storia umana, altrimenti non saremmo qui a parlarne! – solo a chi si sente immensamente amato come un bimbo, o ama immensamente come un “amante” vero!
Beh io credo che, in questo film, Moretti abbia rappresentato più che una denuncia senza appello o una semplice satira, la necessità e il bisogno di un grande amore, una grande speranza e una grande voglia di volare!
Tutto questo emerge, senz’altro, in quello che il film dice sul cristianesimo e sulla Chiesa. A proposito della quale è vero che viene messa in evidenza la “pesantezza” delle strutture, che sembrano intralciarne il cammino, o la paura della libertà e il conformismo che la fanno sentire come una cittadella assediata. Tuttavia credo che, nel regista e negli sceneggiatori, abbia giocato pure una segreta speranza e una sorta di “nostalgia” di “quello che potrebbe essere”. Per esempio, i cardinali che, come tanti, esprimono la voglia di saltare e giocare. Il più vecchio tra di loro – più vecchio forse anche anagraficamente come il “papa” Michel Piccoli – che immagina di dover, più che dire agli altri cosa fare, essere capace di non aver paura, di capire, di aver compassione e di tenere per mano i suoi compagni di cammino in questo mondo, a cominciare da quelli senza voce e senza diritti.
Ma non c’è solo questo nel film. Ci sono almeno altri due aspetti da sottolineare, che arricchiscono e completano, a mio parere, una “filosofia della vita” che, secondo me, è la “lezione” (se si può parlare di “lezione” per un‘opera artistica) di questo film.
Il primo è l’elogio della “leggerezza”, del gioco e della danza, quasi della voglia di “volare” senza paure, frutto della fiducia, nonostante le difficoltà e l’apparente mancanza di vie d’uscita da situazioni impreviste, in cui  spesso ci si viene a trovare.
L’altro aspetto, che ha un suo spazio rilevante nel film, è un appassionato omaggio al “teatro”.
Qui forse ci sarà anche l’eco della condizione difficile in cui la nostra “stupida” classe di governo sta lasciando un patrimonio senza prezzo della nostra tradizione italiana. Ma senz’altro c’è molto di più. C’è anche una visione della vita. Rappresentata in una visione del teatro. Che appare come  una modalità attraverso cui si esprime il bisogno inconsapevole di “fare esperienza” dell’invenzione della propria vita. Come in un “laboratorio”, in cui attori e spettatori hanno – insieme e in uno spazio “altro”- l'occasione di “immaginare” e provare a “costruire” esistenze alternative. Hanno la possibilità di condurre “esercizi” su se stessi, scambiandosi parole e sguardi.
Desiderando di vivere l’avventura della scoperta di un’altra dimensione di sé stessi e della propria vita. 

mercoledì 6 aprile 2011

Rivoluzione al tempo della rete

Ricordate quelle storie, di una volta, in cui tutta la vicenda girava intorno a un messaggio contenuto in una bottiglia trovata sulla spiaggia? Ricordate quanti giovani “romantici”, sulla scia di quelle storie, sognavano di affidare al mare i propri sogni e i propri segreti, nella speranza, pur se poco convinta, che andassero a finire nelle “mani giuste”? Ecco a cosa penso e cosa dico quando qualcuno degli amici di questo blog mi chiede perché non rispondo mai ai commenti fatti ai miei post.
Penso al messaggio nella bottiglia! Quei tipi di messaggi, oggi, in questa sorta di “sistema nervoso planetario” che ci caratterizza (R. Wright, L’evoluzione di Dio, Newton Compton), fatto di fibre ottiche e altri elementi, che collega i milioni di cervelli umani in una serie di megacervelli i quali cercano di risolvere i problemi, assumendo gradualmente la gestione consapevole del pianeta, hanno più possibilità di moltiplicarsi. In questo contesto  infatti i “memi” – convinzioni, abitudini, teorie, idee, riti, canzoni, tecnologie, ecc - hanno più possibilità di “trovare un cantuccio” nei singoli cervelli e di diffondersi così da persona a persona, fino a caratterizzare interi gruppi. Possono produrre, in questo modo, lentamente e inavvertitamente, sviluppi inaspettati. Certo si tratterebbe di una crescita “debole, come è debole oggi ogni forma di pensiero, idea, valore, credenza; si tratterebbe di una crescita senza rumore e senza fretta, ma non meno decisa e travolgente, quando tutto all’improvviso arriva a maturazione.
Dover rispondere ai “commenti”, perciò, significherebbe quasi immaginare che oggi siano più necessarie le risposte, possibilmente chiare e inequivocabili. Significherebbe postulare che tutto debba essere guidato secondo direzioni prevedibili e modelli ben chiari. Significherebbe  vedere la rete come un moltiplicatore di “maestri”.  Qualcosa di analogo a quanto succede quando si vede il dialogo come una “finzione” pedagogica o uno strumento retorico per la produzione del consenso
In realtà ciò che oggi servirebbe – ciò che oggi è finalmente possibile! - sarebbe moltiplicare le domande e condividere le interrogazioni! Oggi non ci serve conoscere, quanto prima, una conclusione della storia o delle storie (tra l’altro, sarebbe il caso anche di deporre quella inveterata propensione a conoscere soprattutto “come va a finire”, che trasforma in una banale forma di “consumo” anche l’abilità umana della lettura!). Tanto meno ci servono conclusioni rapide, come – impazienti, nevrotici o creduloni - sembrano tutti aspettarsi.
Le “vere”, grandi storie umane, non hanno mai una “conclusione”. Come la vita, la storia degli uomini e delle donne non conosce “conclusioni” ma solo o svolte, o soste, o riprese del cammino, o incroci, o orizzonti più o meno decifrabili.
Ecco ciò di cui abbiamo bisogno oggi: che la nostra storia non venga interrotta e soprattutto mai ipotecata da nessuno.  Non c’è nessun “salvatore” che possa proporsi come risolutore in questo mondo. Ci serve che la nostra storia venga continuamente inventata in modi nuovi. Per evolvere verso livelli sempre più elevati di libertà, comunicazione e integrazione.  Abbiamo bisogno che la “ricerca” di modi nuovi e più umani di “inventare” la storia e le storie continui nella libertà e venga estesa. Così come inventiamo continuamente la nostra vita biologica. Perciò abbiamo bisogno di moltiplicare le domande senza tabù e senza inerzie.
Ma allora diventa necessario oggi anche liberare le molte voci e le diverse lingue che caratterizzano la condizione umana. Ciò che serve è rendere effettivo ed espandere il diritto di parola, per ognuno, e moltiplicare i linguaggi. Tutto questo oggi è possibile e questo sarebbe rivoluzionare “adesso la vita delle persone. Infatti ridurre al silenzio o nascondere la varietà delle voci, tagliare le lingue e i linguaggi, sembra lo sport preferito da capi, leader e autorità, da troppo tempo, nella storia. L’ ”ordine del discorso”, cioè le strategie per il controllo e l’esclusione della parola, come ha scritto Michel Foucault, è diventato invece il garante del dominio e della riproduzione monotona delle diverse, ottuse, gerarchie sociali. È diventato il modo per impoverire la varietà della vita, con effetti negativi anche in ordine alla ricerca di possibili, sempre provvisorie, soluzioni ai problemi delle società.
Oggi la tecnologia della comunicazione globale rende possibile la interconnessione delle domande e delle ipotesi, e, attraverso la connessione dei cervelli, la crescita esponenziale delle risposte possibili e delle domande ulteriori. Del resto, non è avvenuto qualcosa del genere nei momenti decisivi di crescita e di innovazione dell’umanità? Quando l’incontro e il confronto della “massa critica” e delle intelligenze ha spostato in avanti la storia delle civiltà e dei gruppi umani?   
Oggi per i “terremoti” politici e gli “tsunami” sociali non sono necessarie sempre “bombe” ma basta spesso il tam-tam della rete. O fenomeni tipo “wikileaks”!
E non è questa una forma di rivoluzione praticabile oggi, forse una rivoluzione “con lentezza” ma più profonda? Come dimostrano impreviste vicende attuali e di questi ultimi decenni! A meno di non volersi affidare alla nuda violenza, alla tutela di presunti salvatori, alla logica degli apparati, alla presunta illuminazione di capi e di esperti?
E mandiamoli all’aria quei “soloni”, sazi e ben assicurati sulle loro poltrone, i quali pontificano su “strategie”, sul bisogno di “alternative chiare”, sulla necessità di prevedere esattamente la “direzione” dei nuovi percorsi, forse solo con l’intento di frenare le voci e le domande di quelli che sanno solo di averne abbastanza delle forme in cui sono costretti a vivere la propria vita, “adesso”!  
Non c’è bisogno di immaginare chiaramente l’alternativa per capire che la propria vita è intollerabile! O per capire che non si è disposti a rinunciare ancora al proprio desiderio di libertà, alla possibilità di progettare la propria vita, al desiderio di contare, di parlare e di essere ascoltati! Qui veramente aveva ragione il vecchio Marx secondo cui l’alternativa, quella vera – diversamente da quanto pensano in molti, anche suoi epigoni - non è mai “una ricetta” pronta, da servire nelle “osterie politiche” dell’avvenire, ma un movimento storico che nasce, cresce e si corregge man mano, con il contributo di tutti. Oggi la rete rende possibile “questo” contributo: occorre estendere il diritto di parola, moltiplicarne la disponibilità e assicurarne la praticabilità.
Occorre ridare voce a tutti! Occorre, tutti, riprendersi la parola, se si vuole essere umani!
Non è necessario sapere “prima” dove andare, è sufficiente “sentire” quando è il caso di dire: basta!
Per questo oggi anche il “messaggio nella bottiglia”, affidata al mare del web, può essere rivoluzionario!


La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno. Certo...