martedì 22 marzo 2011

Story teller nella “noosfera” digitale

Questo nostro mondo si sta trasformando sempre più da "società delle merci", figlia della rivoluzione industriale iniziata col telaio a vapore alla fine del Settecento, in una società dell' in-formazione (del mettere “in forma”). Un mondo cioè in cui gli oggetti divengono sempre più virtuali e vengono rappresentati non più dalla loro tangibile concretezza, ma da simboli che viaggiano alla velocità della luce attraverso un tessuto che tende a ricoprire tutto il globo e raggiungere chiunque, qualsiasi sia la sua attesa. Ma tutto questo è forse solo il completamento di quel processo di simbolizzazione del mondo, che ha avuto inizio quando, con la comparsa dell’Homo Sapiens sapiens, si ebbe per la specie umana uno sviluppo straordinario delle capacità simboliche e cognitive.

Solo guardandoci alle spalle e raccontando questa storia “naturale” possiamo comprendere quello che sta accadendo sotto i nostri occhi e capire meglio cosa siamo e in che direzione stiamo andando ( e anche cosa ci “nutre” veramente, se è vero che “la cultura diviene addirittura capace di influenzare l’evoluzione genetica” (L.L. Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, Codice). L'uomo non è infatti soltanto un produttore e consumatore di oggetti legati alla sua sopravvivenza biologica. Se fosse solo questo, la sua differenza rispetto ad altre specie animali complesse sarebbe modesta. La caratteristica che rende l'uomo unico nel panorama della vita sul nostro pianeta, è quella di essere un creatore di simboli, uno story teller, un narratore; e ovviamente, e in misura ancor maggiore, un consumatore di storie. Noi organizziamo la nostra esperienza e la nostra memoria degli eventi umani principalmente sotto forma di narrazioni: storie, spiegazioni, miti, motivi per fare e non fare. Larry Gross scrive: “La unicità della specie umana non consiste (primariamente) nel fatto che siamo esseri sociali. Centinaia di specie, prima di quella umana, si organizzano in società. L'esistenza sociale ha creato l'umanità, non il contrario. Ciò che ci rende unici è che la cultura è la nostra natura. Ci evolviamo come animali che creano significati, e le storie che ci raccontiamo rappresentano il modo primario con cui costruiamo e conserviamo significati e li condividiamo al di là dei confini di spazio e di tempo”.

La nostra specie è relativamente giovane. E' possibile ipotizzare pochissimo sui processi che hanno dato ai nostri antenati una prevalenza schiacciante sugli altri discendenti del ceppo originario del genere Homo, già insediati da millenni nel mondo, e che erano divenuti, per parere concorde dei paleoantropologi, sapiens, sia pure arcaici. Ma certamente tra gli elementi di superiorità che hanno consegnato il mondo ai nostri antenati, e fatto sparire gli altri concorrenti, un ruolo decisivo deve essere stato svolto dal possesso di un linguaggio articolato più evoluto rispetto a quello degli altri, di una capacità simbolica e di comunicazione che appariva per la prima volta in modo così completo. E' il linguaggio che ha consentito ai nostri antenati di vivere efficacemente non solo in modo immediato il presente, ma di proiettarsi anche nel futuro e nel passato; cioè di raccogliere, conservare e tramandare la memoria individuale e di gruppo, e renderla attuale (appunto, ricordare) nel momento dell'emergenza. E al tempo stesso di proiettarsi nel futuro, progettare, costruire strategie e soluzioni per eventi di là da venire (E. A. Havelock, Dike, la nascita della coscienza, Laterza).
Attraverso il linguaggio, infatti, la parola codifica le norme di comportamento, descrive il mondo e lo ipotizza, propone le regole per affrontare le sue trappole, costruisce e conserva conoscenze e interpretazioni, alle origini, sotto forma di favole e miti dal fortissimo contenuto simbolico e normativo. “Tutte le società umane - osserva Gross - hanno risposto alle fondamentali questioni dell'esistenza sotto forma di storie. Facciamo ancora questo raccontando storie ai giovani (il processo di socializzazione e acculturazione attraverso cui ogni generazione diviene parte di una cultura) e ripetendo alcune di queste storie abbastanza spesso per ricordare agli adulti le credenze fondamentali della società” .
E' un processo di rappresentazione e diffusione della cultura che utilizza  narrazioni, favole, miti, credenze religiose, spiegazioni per fondare e distribuire interpretazioni del mondo e veicolare attraverso essi i modelli a cui, in modo consapevole o meno, ogni membro di una data società storica fa riferimento (sia che li accetti o che cerchi di sfidarli) e a cui si attiene.

Da questo punto di vista non hanno molto senso le rigide alternative e contrapposizioni tra “contare” e “raccontare”, tra digitale e analogico, tra numeri e metafore, tra scientifico o elettronico e “narrativo”, tra poesia e matematica, con le quali, molti “saccenti” senza memoria, immaginano di classificare e gerarchizzare le multiformi e indissociabili espressioni della cultura umana. È noto infatti che reperti archeologici, risalenti a circa 40 mila anni fa, recano incisioni che hanno l’aspetto di una rappresentazione numerica, così da spingere antropologi e linguisti a ritenere che l’Homo sapiens sapiens  potrebbe addirittura essere “riguardato” anche come Homo mathematicus.
Forse questo fattore spiega in parte anche il carattere “creativo” della cultura. Noi, animali culturali, come ha detto una volta Claude Levi-Strauss siamo anche dei bricoleurs, degli improvvisatori: l’evoluzione culturale infatti, ha scritto Luigi L. Cavalli Sforza, procede spesso per sbalzi.

Oggi stiamo forse vivendo uno di questi “sbalzi”?. È sotto i nostri occhi, infatti, una lenta e inarrestabile trasformazione che riguarda il Web ma anche le nostre menti e la nostra esperienza umana. Il Web sarà sempre più tutt’altra cosa da quello che in parte è ancora attualmente: diventerà cioè un potentissimo “ambiente multimediale, commerciale, di trasmissione di comando produttivo, cognitivo, intercreativo e assolutamente ipertestuale. Una vera e propria “noosfera digitale” per dirla con Teilhard de Chardin, o “un’entità che ha in sé le possibilità di trasformarsi veramente in una sorta di intellettuale-mente collettiva, in grado di dar voce anche alle emozioni primarie del pianeta” (Lessico post-fordista, Feltrinelli, p.56).
All'inizio del nuovo millennio stiamo sperimentando, quindi, una svolta epocale (o un salto evolutivo?) che ha pochi precedenti nella storia della nostra specie, forse una vera e propria mutazione antropologica, come ha scritto qualcuno.  Addirittura una trasformazione dello stesso modo di "essere umani", se essere uomini e donne significa anche porsi in relazione con gli altri. Importante è il fatto che ciò che sta accadendo comprende e plasma sempre più anche le attese; in altre parole innesca una potente retro-azione che modifica (e modificherà sempre più) il modo stesso di essere e sentirsi uomini, e modella a propria somiglianza il mondo dell'immaginario umano. (vedi D. de Kerckhove Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, Baskerville; e C. Shirky, Surplus cognitivo, Codice)








giovedì 3 marzo 2011

BUON COMPLEANNO ITALIA!

È tempo questo di auguri calorosi? Abbiamo ancora l’emozione e il supplemento d’ “anima” necessari per gioire con questi auguri?
A essere sinceri sembra che non sia proprio il momento! Questa Italia, che amiamo, non ci piace! Ci sentiamo defraudati di sentimenti e di emozioni. Ma perché?

Perché prima di tutto siamo costretti a convivere con il “tradimentodi classi dirigenti non all’altezza dei tempi. Inquinate, altro che responsabili o consapevoli del loro ruolo! E non solo nella politica, ma nella pubblica amministrazione, nelle istituzioni culturali, religiose ed educative, nelle associazioni e negli organismi dell’economia, dell’informazione, della cultura, ecc. Chi pretende di avere un ruolo di direzione dovrebbe – tra l’altro - saper incarnare una funzione progettuale, di fiducia, di orientamento, di proposta di obiettivi, di battistrada anche. Altrimenti in cosa consisterebbe il loro ruolo di classi o ceti “dirigenti”? che bisogno avremmo di loro? Se le classi dirigenti si riducono a “scorrazzaree imperversare, per svendere, dopo essersene appropriati, “pezzi” di istituzioni, patrimonio culturale, regole, funzioni pubbliche e, insomma, “beni comuni”. Se per loro non esistono “beni comuni” indisponibili, ma tutto è negoziabile e “trattabile”; se non esiste nessun “a priori” di etica pubblica che ispiri le loro scelte, ma solo gretti interessi privati e particolari. Se hanno perso il senso della loro funzione in una comunità civile, se la memoria storica e il significato stesso delle parole sono scivolati via dalla loro mente, al punto da considerare “naturale” identificare “ciò che conviene” con “ciò che è giusto”, allora chi ci vieta di buttarli via, tra la spazzatura e la zavorra della storia, come è accaduto tante volte e come sta avvenendo in terre non lontane da noi?

Perché, inoltre, abbiamo sulle spalle vertici politici con i quali abbiano raggiunto,  sembra, il punto più basso possibile di “virtù politica” e senso dello Stato, in 150 anni di esistenza del nostro paese.  Infatti, se, per esempio, volessimo confrontare questa gente che ha oggi in mano le sorti del nostro Paese, non con Cavour o Mazzini o Cattaneo o Garibaldi, o Giolitti….,ma con quei personaggi della politica “balneare” degli anni settanta o ottanta, oggetto di vignette satiriche di Fortebraccio, come Tanassi, Longo, Preti, Leone, Bisaglia, Gava, ecc., dovremmo riconoscere che di fronte a questi “figuri” al governo oggi in Italia, quelli apparirebbero come “campioni” in fatto di coscienza civica e senso dello Stato! Dovremmo perciò riconoscere amaramente che abbiamo affidato la guida del paese a un ceto che, non solo, è furiosamente intento a perseguire lucidamente i propri interessi di clan, ma anche inetto e insipiente sul piano politico. Perché solo una classe di governo insipiente impiegherebbe gran parte delle proprie energie per segare i rami dell’albero su cui è comodamente appollaiata, come fanno da anni i nostri attuali uomini di governo! Con continue aggressioni - suicide - alle istituzioni  fondanti il vivere civile!

E Perché, infine, il degrado etico, politico e civile di questo Paese, non è attenuato ma anzi reso più drammatico, non solo davanti agli occhi di gran parte di credenti ma anche di laici e non credenti, dallo spettacolo di ambigue frequentazioni e trattative, da parte di personalità ecclesiastiche di rilievo, con vertici governativi screditati anche sul piano dell’etica personale oltre che su quello dell’etica pubblica. Rapporti che paiono, a molti, prescindere da valutazioni etiche o tantomeno evangeliche, e rispondere più a logiche “politiche” che a spinte ideali. Se la logica che “appare” muovere le scelte pubbliche e gli interventi di autorità ecclesiastiche diventa quella “politica”, fondata su negoziazioni a partire da rapporti di forza, allora è naturale aspettarsi danni per la convivenza civile e anche per la stessa comunità dei credenti, perché diventa più difficile garantire credibilità a tante comunità cristiane di base, gruppi, singoli e anche ecclesiastici, che, invece, quotidianamente, sono impegnati a testimoniare con le loro iniziative la possibilità di una esistenza e di una umanità diversa!
Forse è proprio partendo da questi timori che un vescovo di grande e genuina autorità morale come Mons. Nogaro, in un articolo suMicromega", si chiede: “Come è possibile che uomi­ni di Chiesa «importanti» facciano la barzelletta del peccato? Si può «contestualizzare la bestemmia», «la trasgressione pub­blica della pratica sacramentale» perché al “capo” si devono con­cedere tutte le licenze? Noi rimaniamo nello sgomento più do­loroso vedendo i gesti farisaici delle autorità civili e religiose, che riescono ad approdare a tutti i giochi del male, dichiaran­do di usare una pratica delle virtù più moderna e liberatoria. È del tutto sconveniente, poi, che per comperare i favori di un gruppo politico, di professione pagano, si dica che esso è por­tatore genuino di valori cristiani, come è avvenuto per la Lega”. Secondo Mons. Nogaro “la Chiesa non dovrebbe tenere rap­porti di amicizia con l’attuale governo!”.
Ci deve essere qualcosa che non va, e che andrebbe corretto, nella selezione e nella prassi dei gruppi dirigenti ecclesiastici, se anche un vescovo – ed è noto che non è il solo - ritiene di dover dire cose che molti pensano!
Vengono in mente, qui, la prassi e le parole di quel Gesù che usò l’espressione, per niente “politica” e diplomatica, “dite a quella volpe…”, per rispondere a chi gli riferiva che Erode  aveva voglia di incontrarlo e parlare con lui! Del resto, se si analizzasse attentamente la storia si constaterebbe che il “capitolodei rapporti della Chiesa (e delle Chiese in genere) con i poteri politici è quello tra i meno felici! Il che dovrebbe pure insegnare qualcosa!

E allora? Come possiamo festeggiare questo compleanno in questa situazione?
Nei momenti drammatici della vita di una comunità non resta che cominciare con il guardare in due direzioni per recuperare energia, orgoglio e coraggio necessari per resistere e mantenere la rotta.
Da un lato prendere atto dell’esistenza di quella moltitudine di invisibili” – gente comune - che ogni giorno, o per motivi ideali, o per rispetto delle regole comuni, o per una urgenza interiore, anche inconsapevole, “tirano la carretta” del Paese, consentendogli di non sprofondare. Sono loro che fanno la storia di un popolo!
Dall’altro lato tentare di riappropriarsi della memoria storica e del senso originario della  tradizione condivisa. Quella memoria è presente, prima di tutto fisicamente, intorno a noi. Basta guardarsi intorno e alle spalle in ogni città o piccolo borgo di questo Paese per constatare e inorgoglirsi dello scenario grandioso e straordinario che altri prima di noi hanno saputo realizzare e trasmetterci, anche attraverso le pietre e la materia delle nostre città. Ma quella memoria e quella tradizione possono diventare ancora più attive, eloquenti e corroboranti se impariamo – daccapo - a gustare la storia e il suono della nostra lingua o a raccontarci la grandezza, l’immaginazione e la creatività di un Francesco d’Assisi, di un Tommaso d’Aquino, di un Dante o di un Leonardo; di un Michelangelo, un Giordano Bruno, di un Galilei o di un Rosmini. Fino a Verdi, Puccini e Papa Giovanni XXIII. O a tanti altri.
E allora? Vi sembra il caso di interrompere questa storia e questo cammino, nonostante i saccheggi, le offese, le deturpazioni e le ferite che questo nostro Paese deve sopportare?
Buon compleanno Italia!

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...