La materia che diventa bellezza

Ci sono momenti in cui si ha l’impressione di vivere nel tempo della povertà e dello squallore. Condizione questa che sottrae l’anima a un’epoca!. Ci sono momenti in cui abbiamo il timore che qualcuno abbia spazzato via tutti i nostri orizzonti. Ci sono momenti in cui è veramente difficile intravvedere vie di uscita collettive o personali. Ci sono quei momenti in cui gli uomini non scorgono altre prospettive che il dilemma tra tornare al passato e il buio. Ci sono – nella storia degli umani – gelidi momenti in cui sembrano dominare solo paura, sospetto, mancanza di immaginazione, ripiegamento, scomparsa della fiducia e della speranza, il tutto accompagnato da una corsa, stordita e irrefrenabile, verso le ipotetiche condizioni dell’ “happy hour”  o del “si salvi chi può” .
È pur  vero che noi, gente del XXI secolo, abbiamo di fronte difficoltà che l’umanità forse non ha dovuto mai risolvere in passato; per questo siamo sospinti fuori dai sentieri tracciati e conosciuti. Dove è normale, sovente, sbagliare strada.
E allora ci tocca rassegnarci ad autocomprenderci solo come consumatori cinici e sfrenati? Dimentichi del fatto che è troppo faticoso anche mettere in pratica la parola d’ordine d’oggi: “Divertitevi senza limiti”?
No, stando alla parola di Tzvetan Todorov (cfr. tra le altre, l’ultima opera: La bellezza salverà il mondo, Garzanti). E mi pare che un affidabile maestro del nostro tempo ed esperto esploratore del sentire umano, come Todorov, possa offrirci una serena compagnia nella ricerca dell’essenziale, sui sentieri impervi su cui siamo incamminati oggi.
È molto interessante la sua idea che il racconto che emerge sia dagli scritti che dalla vita, drammatica e contraddittoria, di instancabili “avventurieri dell’assoluto” come Wilde, Rilke e Cvetaeva, possa aiutare noi, mendicanti d’oggi, a riscoprire potenzialità nascoste o dimenticate, e tuttavia presenti, nell’esistenza di ogni essere umano. Quasi a dire – ricordandoci una lezione che ci viene dai secoli – che la funzione dei racconti – e della invenzione artistica e letteraria  - nell’aiutarci a dare significato e a rendere più piena la nostra vita, proprio la nostra vita quotidiana, è una risorsa imprescindibile, per noi umani, inventori e narratori di “storie”!
È allora possibile avvicinarsi al sentimento della pienezza senza allontanarsi dalla semplice vita quotidiana? Anche nel tempo del “disincanto del mondo”, quando sembrano “dissolversi” chiari e credibili riferimenti collettivi morali, religiosi o politici; e quando pare venir meno, non solo la capacità di immaginare un sentimento del genere, ma addirittura le categorie e le parole per pensarlo?
Invece, quelle possibilità e quelle esperienze capaci di rendere bella e piena – anche solo per alcuni attimi – la vita di ogni giorno, esistono!  E consentono di favorire una necessaria  continuità tra alto e basso, reale e ideale, relativo e assoluto, quotidiano e sublime”!
Si tratta di scorgerle, trasformandosi in attenti indagatori, nella materia grezza e nella corporeità dei nostri giorni!
Infatti, a chi non è capitato – almeno qualche volta - di sentirsi trasportati verso un luogo di pienezza e di pace, dove sembrava placarsi ogni nostra agitazione interiore? Chi può dire di non avere avuto, almeno qualche volta, l’impressione di toccare la bellezza con un dito? Quante volte, o perché estasiati davanti a un paesaggio, o perché ammaliati da una esecuzione musicale o da un’opera d’arte, oppure perché presi dalla magia di un incontro, ci siamo sentiti, per un attimo, placati al punto tale che, in quel momento, il presente sembrava bastare a se stesso?
Anche nella semplicità e nell’ordinarietà della vita quotidiana? Sì. Infatti, scrive Todorov, mi capita che “utilizzo un oggetto – e all’improvviso mi fermo, colpito dalla sua qualità intrinseca.  Cammino nella ‘natura’ – e resto entusiasmato osservando il cielo o la notte, le cime innevate o le radure nella penombra tra gli alberi. Guardo mio figlio  - e la sua risata mi riempie di gioia, in quel preciso momento non ho bisogno d’altro. Parlo a qualcuno – e all’improvviso sono pervaso da una tenerezza che nulla lasciava presagire. Cerco una dimostrazione  matematica – ed ecco che mi viene in mente, come se fosse giunta dall’esterno. Non si tratta solo di una sensazione di piacere o di un momento di felicità, perché questi atti mi hanno lasciato percepire, fuggevolmente, uno stato di perfezione, che comunemente ignoro….Una sensazione fuggevole e, al tempo stesso, infinitamente desiderabile, perché la nostra esistenza, grazie ad essa, non scorre invano; in virtù di questi momenti è diventata più bella e ricca di significato”. È vero, si tratta solo di un orizzonte e non di un territorio stabile, e tuttavia accade!

È proprio vero che quella materia grezza che è il nostro quotidiano, il nostro relativo, nonostante la sua imperfezione e il suo carattere precario e finito, contiene forse in sé come un suo stato più denso e più puro, l’assoluto, l’infinito o il sacro!  Questa  mescolanza che inorridiva – e inorridisce - gnostici e manichei di tutti i tempi, forse dice la verità della nostra condizione umana. Quella verità che anche il cristianesimo storico, pur avendo combattuto e vinto la visione dualista, sembra talora non riconoscere del tutto! Questa “mescolanza  andrebbe considerata “più che la nostra maledizione, il punto di partenza obbligato del desiderio di compimento”.
Todorov invita a osservare, con questo spirito, quei quattro blocchi di marmo, sgrossati da Michelangelo e poi accantonati, conservati all’Accademia di Firenze. Sono chiamati i Prigioni. Si tratta in effetti di figure umane mescolate in modo inestricabile alla dura e opaca materia minerale.
In quella interpenetrazione della forma e dell’informe, scrive Todorov, dovremmo imparare a  leggere un simbolo – ed estendere poi questa abilità alla nostra esistenza quotidiana, apparentemente ma non incurabilmente mediocre, se solo reimparassimo ad illuminarla dall’interno.
Ebbene, per tornare a quei quattro blocchi di marmo, alcuni vi hanno visto l’espressione della schiavitù, della sottomissione dell’uomo alla materia, scrive Todorov. “Per conto mio, quando osservo lo Schiavo che si risveglia ricevo un messaggio completamente diverso: quello della progressiva scoperta di una forma e di un senso, dell’ordine che scaturisce dal caos.
In quel preciso istante la materia diventa bellezza!”.

Commenti

pina imperato ha detto…
“veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;” (Dante, Paradiso, vv.137/138)
Sono i versi culminanti del Paradiso. Quelli che precedono l'attimo della pienezza. Versi che non so e non voglio spiegare. La materia è “madre” in cui l'amore dell'artista infiamma la vita. In questo atto, forse, l'artista è divinamente ispirato al modo dell' “amor che move il sole e l'altre stelle”. E niente, davvero, è più bello di un atto creativo. L'attimo in cui appunto la materia prende forma. Come il suono e il senso del tuo scritto dalla materia inerte del vocabolario.
luigi vassallo ha detto…
Impastati nella materia (nel fango su cui è stato alitato lo spirito del Dio biblico): questa è la nostra realtà, che, però non è statica o, almeno, non lo è in potenza. Dipende da noi e dalle circostanze nelle quali viviamo se la materia si irrigidisce nella sua durezza o se si apre alle sue possibilità di trasformazione. "Diventa ciò che sei" diceva Nietsche e, prima di lui, Paolo e altri (come S. Agostino). Ma per diventare ciò che si è, cioè per passare dalla potenza all'atto, bisogna prima conoscere ciò che si è: "Conosci te stesso" come ammoniva l'oracolo greco.
Anonimo ha detto…
“Pensiero assurdo “
Leggendo il post, mi è venuto un pensiero “assurdo”: L’incapacità, sempre più spinta, dell’uomo moderno, ad emozionarsi “naturalmente”, “istintivamente” è dovuta, forse, all’ “eccesso” di istruzione, di cultura, di “esercizio della ragione”.
Nei millenni, l’ Uomo ha cercato di razionalizzare il Creato; ha cercato di dargli un senso, una “ragione” e questo suo sforzo continua ancora oggi, In forme diverse, condizionate, irreparabilmente, dalle “conquiste” conoscitive e dalla Storia, che ha accumulato.
Questo è il “destino” dell’ “animale UOMO”: interpretare, sempre daccapo, il Mondo che lo circonda per “crearsene” una ragione.
Allora, gli è diventato sempre più “estranea” la capacità di emozionarsi “semplicemente”:
l’ha “tarpata”, l’ha filtrata, appunto attraverso la “cultura”, la ragione.
Quando è che l’Uomo ritrova un po’ di “genuinità emotiva” ?
Quando, ad esempio, dopo grave malattia, si ritrova solo con se stesso e il proprio
“corpo materiale” spossato.
Allora, per lo scampato pericolo,(magari solo per poco tempo), ritrova, di colpo, la primordiale
capacità di emozionarsi, davanti ad ogni piccola cosa del Creato, senza alcun “filtro” culturale.
Ritrova il se stesso “vero” ed è… felice !
Mario Rosario Celotto.
gio5.hp7 ha detto…
Assomiglia così tanto al significato recondito di ogni sua parola ascoltata in diverse occasioni... un concetto che non passa così facilemente o per lo meno non a primo impatto. E' qualcosa su cui io stesso a volte ho riflettuto ma che non ho mai saputo esprimere a parole e che invece lei ha fatto in modo quanto mai sapiente. Se solo la scuola ci consentisse più tempo da dedicare a cose che veramente ci interessano e ci piacciono! Mi chiedo a volte a cosa ci serva inculcarci dei concetti che ci appaiono nettamente apatici e che noi non riusciremo a digerire nemmeno con la più dolce delle medicine lucreziane! Non si preoccupi ...ha del retorico anche questo dubbio... del resto come avrei potuto parlare di Lucrezio se non me lo avessero inculcato!

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