domenica 25 luglio 2010

Tu che mi guardi e mi racconti...

In cerca di un volto. Forse è anche questo, l’estate! Non solo e non tanto la ricerca di un tempo “liberato”, di un luogo “riconosciuto” o sconosciuto, di un ambiente familiare o intricante, di emozioni nuove o attese! O forse proprio attraverso queste. Forse anche l’estate è sempre un “viaggiare”, anche se, in genere, non ci si sposta da quei pochi metri di spiaggia, di piazza o di ambienti, dove si va a “scaraventare” la propria esistenza, come spesso accade nelle “vacanze”.
Forse l’estate, le “vacanze” sono questa “attesa”, a volte disperata, che un volto ci si “riveli” e ci abbagli anche  se, quasi sempre, proprio per questo, forse, ce ne difenderemo. E tuttavia, pur disorientati dall’incontro con infinite nuove persone-non volti, per lo più, coperte da maschere o “veli” che, contrariamente al nostro intimo istinto e bisogno, non ci offrono “conoscenza”, rimaniamo ”in cerca”. Al punto che spesso, semplicemente, non ci resta che guardare e fissare luoghi, oggetti, magari il mare o le nuvole, fino a diventare “visionari di volti, scopritori della continua apparizione del desiderato” (Erri De Luca).
E tuttavia rimaniamo consapevoli, confusamente, ma consapevoli, che quel volto “desiderato” sarà anche capace di provocare  emozioni, passioni, sentimenti ed esperienze “nuove”, ma, soprattutto, quel volto che “attendiamo” sarà quello che riuscirà a rivelare, come in uno specchio, noi a noi stessi. Sarà il volto che riuscirà a “raccontarci” aspetti, dimensioni ed emozioni, di noi, ancora sconosciute. Sarà il volto che ci dirà e ci “racconterà” che noi non siamo “ancora” quello che siamo, non siamo “tutto” quello che siamo. E forse farà la “magia” di costringerci a riconoscere  anche lo “strano (che in genere noi proiettiamo negli altri) semplicemente come quel nostro “proprio” che non riusciamo ad accettare ancora come “nostro”!

mercoledì 14 luglio 2010

Auto in corsa senza conducenti!

Molti si chiedono oggi perché (…soprattutto nel nostro Paese?) in una società dalla cultura tanto avanzata (siamo tra le prime otto potenze del mondo!) l’etica è così leggera. Qui il termine “leggera” non è usato nel senso in cui lo intendeva Calvino e, in fondo, nonostante le testimonianze contrarie della storia cristiana, anche Gesù (“il mio giogo è soave e il mio peso leggero”). No!, leggero qui ha il significato più banale e greve; sta piuttosto ad indicare – non l’etica come creatività, invenzione dell’immaginazione, “eccesso” (Ricoeur) nei confronti delle rigidità dell’evoluzione biologica, ma un’assenza di personalità, di consapevolezza e di competenza etica che alligna anche in moralizzatori pubblici, fustigatori dei costumi o fondamentalisti religiosi.
E allora perché la capacità di scelta morale appare così mediocre o scarsa, come si direbbe della preparazione di uno studentello svogliato?
Una risposta plausibile – che potrebbe aprire prospettive nuove di analisi - la dà lo psicanalista Luigi Zoja, quando – evitando la comoda scorciatoia di spiegare tutto con la “perdita dei valori”, il “decadimento etico” o l’irresponsabilità (“irresponsabilità” che, ovviamente, è sempre quella degli “altri”), rimanda alla complessità della vita contemporanea e alla difficoltà, oggi, di scegliere anche eticamente. Secondo Zoja la barra della morale oggi è – in un certo senso - posta sempre più in alto. Una parte sempre più ampia della popolazione rimane, perciò, al di sotto dell’asticella da saltare, o della scelta da fare tra molteplici variabili sempre più complesse. Per cui la maggioranza diventa non necessariamente immorale ma  a-morale! Il che naturalmente non rappresenta una situazione meno grave e problematica!
Il fatto è che le scelte nel nostro mondo contemporaneo richiedono, forse, o, senza forse, “un pensiero sempre più astratto, complesso, subordinato a informazioni tecniche quasi inaccessibili” ( L. Zoja, La morte del prossimo, Einaudi, p. 21).
Questa prospettiva ci consente un link alla questione annunciata nel titolo allarmante di questo post. Le cui radici sono in una domanda analoga a quella posta all’inizio, relativa all’etica. E cioè: ma come mai in un mondo in cui sono in atto straordinari, continui e rapidi progressi  ed entusiasmanti scoperte nei campi più diversi: dalla biologia alla fisica, dalla chimica all’elettronica, dalla medicina all’astrofisica, dalla psicologia all’antropologia alle arti, ecc., ci troviamo con classi dirigenti così mediocri e inadatte? Come mai, nella politica, ma anche nell’economia, nelle chiese, nell’amministrazione, nel campo militare, nell’informazione o nell’istruzione, nella finanza, ecc., ci tocca essere guidati” da un personale così inadeguato di fronte alle sfide e anche alle promesse possibili del nostro tempo?...
Come mai questo nostro mondo così incredibilmente lanciato verso orizzonti inimmaginabili finora, ci appare proprio come un’auto in corsa, senza un vero pilota?
Vuoi vedere, intanto, che le risposte alle due questioni poste sopra sono interdipendenti

domenica 4 luglio 2010

Divagazioni su poteri, dei, idoli e libertà di stampa

Forse ha proprio ragione un’amica scrittrice che fa dire a un personaggio di un suo racconto (di prossima pubblicazione spero!)  che il potere è ateo, perché può celebrare solo se stesso.
 Questi pensieri mi venivano in mente (naturalmente…per vie traverse, senza apparente relazione con le questioni in campo!) mentre riflettevo sulla protervia e l’arroganza con cui, in queste settimane, questi strani personaggi al governo in Italia, tentano, affannosamente e con tutti i mezzi, di stringere il cappio al collo della libertà di informazione.
 Certo qui non si tratta di una spiegazione politica di quello che sta accadendo – di quel tipo di spiegazioni sono piene le analisi e i dibattiti in corso: ed è facile, per chi volesse, seguirne le argomentazioni. Quella invece che tento qui è una spiegazione in un certo senso “antropologica”, con l’obiettivo di offrire un’altra prospettiva, oltre quelle abituali, alla ricerca delle motivazioni di fondo di certi comportamenti, non nuovi nella storia e nelle storie del potere.
 Ma perché associare proprio l’ateismo con il potere e il suo attacco alla libertà di stampa e di informazione?  Qui occorre prima di tutto intendersi sul concetto di ateismo.
 In realtà quello che di solito è descritto come ateismo è, per lo più, quello che qualche pensatore (Leslie Dewart) ha chiamato, alcuni anni fa, ateismo relativo. In altre parole, spesso l’ateismo è piuttosto un rifiuto di certe idee del divino e di Dio, oppure è critica della religione, delle chiese e dei credenti, spesso è vissuto anche come tentativo di emancipazione.
 Questo tipo di ateismo, molte volte provocato dagli stessi credenti (come del resto è ammesso anche in un documento del Concilio celebrato dalla chiesa cattolica negli anni ’60 del secolo scorso),  potrebbe addirittura svolgere una funzione positiva, costringendo i credenti, da un lato, a purificare il loro credere, dall’altro lato a proporre argomenti ragionevoli a sostegno delle loro immagini e idee di dio e della divinità. Non è vero forse che gli stessi cristiani, nei primissimi periodi della loro storia, erano accusati di ateismo dai sacerdoti e dagli intellettuali dell’impero romano?
 Il vero ateismo, invece, il vero rifiuto di qualunque “dio” in quanto tale (qualunque cosa si intenda con la parola “dio”), è piuttosto difficile e raro, anche nella società razionalistica moderna. Questo è il motivo per cui qualcuno ha scritto, paradossalmente, che solo Dio potrebbe essere, a rigor di logica, veramente ateo, sapendo quello che dice e che vuole; e questo è anche il motivo per cui l’ateo Nietzsche rideva dei superficiali o inconsapevoli “negatori di Dio”: infatti molto spesso, quello che si considera “ateismo”, non solo sembra avere, in realtà, un “bersaglio” diverso da Dio, come si diceva sopra, ma si riduce talora a “sostituire” dio con dei surrogati, più o meno plausibili.
 Ovviamente, con quanto detto, non si intende, qui, semplificare eccessivamente e negare la realtà storica di un ateismo anche teorico e non solo relativo. Il discorso mira soltanto a porre nella giusta prospettiva la natura profonda dei poteri, nella loro modalità usuale che è sempre quella del “dominio”.
 E qui appare, in tutta la sua evidenza paradigmatica, a mio parere, il carattere a-teo del potere e il senso della frase dell’amica scrittrice, citata all’inizio.
 E’ bene chiarire anche che qui non si vuole denunciare il carattere ateo del potere magari per auspicarne una versione credente o teistica.
  L’obiettivo è diverso: si tratta di evidenziare che il vero a-teismo ha la sua icona nel potere, qualunque potere” che sia veramente tale. Ed è questo a-teismo, con le sue connaturate tendenze: - a “celebrare” solo se stesso; a non ammettere niente al di sopra e al di là di sé, neppure un dio; a occupare il “posto vuoto” di Dio (cfr. Il posto vuoto di Dio, a cura di L. Muraro e A. Sbrogiò', Marietti); a pretendere per sé attributi divini come quello di decidere l’essere o il non essere dei fatti, o l’esistenza o la non esistenza delle persone, - a spiegare forse certi comportamenti e certe ossessioni di tutti quelli che esercitano reali poteri. Ed è per arginare queste tendenze che ogni potere, al di là di qualunque discorso su efficienza, efficacia e funzionalità delle organizzazioni, andrebbe semprelimitato”, “regolato” e posto sotto tutela! Come del resto sosteneva, pur con diverso (ma non tanto!) tipo di argomentazioni, il filosofo teorico della democrazia, Popper.
 Molto eloquente ed esemplificativa a tale proposito, anche la storia raccontata nel recente film, del regista Bellocchio,Vincere”, in cui, in sostanza, si descrive proprio questa insopprimibile esigenza del potere di celebrare solo se stesso decidendo quali sono i fatti e stabilendo l’esistenza o meno delle persone. Questa esigenza naturalmente è più netta quando il potere esaspera se stesso fino al totalitarismo, ma è presente in forma più subdola anche quando il “potere” stringe alleanze con il “sacro” e utilizza Dio o la religione come propria legittimazione.
In realtà qualunque potere che non voglia essere a-teo, nel senso sopra detto, dovrebbe concepirsi come “servizio”,  non solo a parole, dovrebbe cioè, in un certo modo, negare se stesso: ma di poteri del genere, non se ne vedono chiare tracce nella storia! Sarà questo il motivo per cui i Vangeli cristiani raccontano che, in fondo, l’unica “tentazione” di Cristo, nettamente respinta, fu quella del “potere”?
 E allora vuoi vedere che attraverso il bisogno, - da parte di chi identifica il suo potere politico con l’assenza di controlli e regole, - di mettere il “bavaglio” all’informazione, di censurare spettacoli, cultura e opinioni, di “cancellare” le persone togliendo loro la parola pubblica, di costruire un luccicante e controllato universo virtuale in cui introdurre i cittadini, emerge – al di là degli ordinari e contingenti interessi politici o economici – la insopprimibile tendenza di ogni detentore di potere,  di celebrare solo se stesso, di non riconoscere altri al di sopra o al di là di sé, e di poter decidere quali fatti sono reali e quali persone esistono?
 Beh!, di fronte a poteri del genere, sarebbe addirittura ragionevole immaginare come necessario un vero Dio, totalmente “altro” (Horkheimer), che ci inviti ad essere a-tei verso quei tanti dei e idoli che continuamente appaiono sulla nostra strada!

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...