venerdì 25 giugno 2010

ELEGIA PER UNA SCUOLA FERITA

Tempi di esami e, quindi, tempi di bilanci…anche per la scuola! E allora credo che niente sia più opportuno che condividere e dare voce, su questo Blog, a una serie di pensieri, carichi di senso. Il senso che deriva dal partire da un’idea di scuola e di educazione – mentre il difficile, oggi, sembra, proprio, avere una idea di scuola!
Si tratta di pensieri  che esprimono sentimenti complessi e contrastanti. Di mestizia, forse, ma anche di amore per la scuola e di speranza per il suo presente e il suo futuro. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno, in questo mondo e…in questo Paese! Le parole e i pensieri sono di Marina Boscaino, donna, genitrice e docente, e, immagino, siano rivolti a tutti quelli che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con la Scuola – e “devono” qualcosa a quel Luogo: alle esperienze culturali là vissute; alla crescita, là, sperimentata; agli “incontri”, là, realizzati; alle emozioni, alle “aperture” e alle scoperte, là, rese possibili, e anche alle difficoltà e alle sconfitte che, là, si è stati costretti ad affrontare, forse per la prima volta! E’ una riflessione, accorata, rivolta quindi ai docenti, agli operatori della scuola pubblica, agli studenti, ai genitori, a chiunque – pur immemore - sia “passato” per quelle aule e quei corridoi; ma anche – perché no? - a quanti, ceti politici inadeguati ai tempi, o gruppi troppo attenti ai loro interessi privati, sembrano fare di tutto per oltraggiarla o diroccarla, invece di abbellirla e rinnovarla, nell’interesse di tutti! Ma è anche, io credo, una riflessione che sembra “dire” una capacità di resistenza in grado di affrontare ogni bufera…e non sarebbe la prima volta, nella storia della scuola!

 “Mio figlio ha cominciato ad affrontare la prima prova significativa della sua vita, la prima prova senza spettatori – solo lui, quello che ha capito e ha imparato, gli strumenti che gli sono stati forniti e il modo in cui saprà usarli, e gli insegnanti che lo hanno indirizzato – in un mondo in cui tutto è spettacolo; dove, dal primo anno di nido fino ad oggi (le recite, i saggi, le gare), tutto è stato una manifestazione, una spettacolarizzazione. Rappresentato ad altri molto più che desiderato per sé, in un’ansia di visibilità, di condivisione, di socialità a volte estenuanti.
La sua insegnante di lettere gli ha proibito di nominare le “tesine”. Vuole che si riferiscano ai lavori sui quali si svolgerà l’orale come a “percorsi interdisciplinari di approfondimento”: un modo significativo per sottrarre alla consuetudine dell’abuso e della banalità una modalità che, invece, può avere una grande valenza cognitiva e di contatto diretto con la complessità della cultura. È un peccato che la scuola media sia stata schiacciata in una posizione di terminalità dell’obbligo, negandole quella funzione orientativa che sarebbe nella sua vocazione e che, se fosse praticata, guiderebbe ad una scelta consapevole ragazzi di una fascia di età tanto delicata.
[In questi giorni, anche] Esame di Stato delle scuole superiori. Chi non trascorre, anno dopo anno, la propria vita a scuola non può realmente comprendere quanto il nostro mestiere – che offre per molti versi squarci inediti sulla vita e sul modo di pensarla – abbia la peculiarità di bruciare il tempo, scansionando i mesi e contraendoli attraverso la definizione, l’attesa e il superamento di tappe obbligate. Il futuro è in un attimo ieri. C’è sempre qualcosa che sta per succedere: la prossima verifica, il prossimo collegio, la fine del quadrimestre. Il programma: questo ciclico e regolare affastellarsi progressivo di voci, di volti, di versi, di caratteristiche, di immaginazioni (chi non “sente” Foscolo o Montale, Lucrezio o Seneca, Kant o Marx in un certo modo, con una certa musica, con certi colori, con le etichette interiori istintive, mediazione tra le nostre conoscenze e la nostra sensibilità?), di epoche. “Dove sei arrivata in III in letteratura latina?” è la domanda più ricorrente tra colleghi (noncome te la passi, come va la vita”), in quella sorta di linguaggio cifrato-lessico familiare che rappresenta spesso l’unica reale condivisione nelle spire di un’autoreferenzialità a volte triste e disorientata. La speranza è quasi sempre quella di sentirsi dare una risposta che taciti i tuoi dubbi, le perplessità su quello che stai facendo. E su come lo stai facendo. Sul senso. Ogni volta a settembre ti pare di avere avanti un tempo infinito, infinite potenzialità, infinito disagio da macerare; una montagna insormontabile o un progetto stimolante. Poi tutto scorre rapidissimo: in un attimo, l’estate, nuovi scrutini, nuovi esami, altri alunni da salutare.
Tra sollievo e perplessità – a volte dispiacere – li accompagni con lo sguardo fuori dalla porta dell’ultimo colloquio, a luglio, [chiedendoti]: saprai mai, veramente, fino a che punto sia servito[?]” (Marina Boscaino, Fuoriclasse, in Adista Segni nuovi,n.53 del 26.06.2010, anche  www.adista.it)
Grazie a Marina Boscaino!

mercoledì 16 giugno 2010

ATTENTI AL LUPO!

Ricordate la storia di “cappuccetto rosso”? vi ricordate del “lupo” della fiaba? Bene, allora prescindete dalle varie letture, simboliche, psicanalitiche o anche religiose, che di quella fiaba sono state fatte. Concentratevi sul lupo.
Ma, anche qui, lasciamo da parte i poveri lupi “reali” che, secondo le moderne teorie etologiche, sono meno “lupi” di quanto si sia sempre pensato (in questo senso la storia del lupo di san Francesco d’Assisi ha, in un certo senso, “anticipato” le moderne conoscenze riguardo a questo animale. Ciò sia detto a salvaguardia dell’onorabilità di quella creatura così tristemente e ingiustamente famosa!).
Concentriamoci sul lupo di cui parla la fiaba di “cappuccetto rosso”, il lupo dell’archetipico immaginario collettivo umano, quel lupo stretto parente, anzi forse dello stesso “casato” di quello della favola di Fedro (“Il lupo e l’agnello: ve la ricordate? Altrimenti andate a rileggervela, perché può essere utile per capire ciò che andremo a dire). Solo che il lupo di Cappuccetto rosso appartiene a una “generazione” di molto successiva;  è un lupo più evoluto, moderno, raffinato nelle strategie, quasi “tecnologico”, come le “guerre intelligenti” di oggi!
Quel” lupo, insieme con il suo antenato, un po’ più rozzo, di cui parla Fedro, può aiutarci a osservare da qualche altra “finestra” quella crisi economica e finanziaria la cui esistenza oggi, diversamente da qualche mese fa - ci viene continuamente ricordata (dal momento che è venuto il tempo di “battere cassa”).
Non vedete infatti come, il lupo della fiaba di Cappuccetto rosso, è attento – diversamente dal suo antenato - a mostrarsi premuroso verso i problemi di Cappuccetto, a non apparire come lupo, a curare la sua immagine per rendersi accettabile, per ottenere consenso,  per “bucare il video”, diremmo oggi? Ma, alla fine, l’obiettivo è lo stesso: mangiarsi la “pedinaCappuccetto, o convincere il povero e ignaroagnello” di essere, lui, la causa dei propri problemi!e e quindi di dover lui pagare il prezzo più alto!
Beh! Il suo antenato – il rozzo lupo di Fedro – non avrebbe perso tanto tempo e risorse! Avrebbe fatto come facevano secoli fa quelle bande di masnadieri, veri gangster ante litteram, che erano, per esempio, i cosiddetti ”nobili”, nel periodo feudale! Di fronte alle crisi scaricavano, con la violenza, sulle masse dei contadini i costi più duri, mentre loro cadevano sempre “in piedi”! Quasi tutte le crisi economiche diventavano, perciò, per la maggior parte di loro, un affare! Che poi gli storici si affannino a dire che, per esempio, l’introduzione del contratto di mezzadria per superare alcuni aspetti della crisi dell’inizio dell’età moderna, abbia anche contribuito allo sviluppo dell’economia europea, è un’altra storia, che ogni tanto ci viene raccontata anche oggi!  Come quando si dice che se la gente accetta di perdere il proprio posto di lavoro, il proprio tenore di vita, il proprio potere d’acquisto, la propria sicurezza per il futuro, le proprie libertà sindacali o civili, ecc., tutto questo servirà a far stare meglio i loro figli…un domani!  O, come quando si cerca di far passare l’idea che il superamento delle crisi si può realizzare non immaginando un’ “altra economia”, o altre regole di “democrazia economica”, ma dirottando le risorse verso quelli che “cadono sempre in piedi”, o verso quelle forze economico-finanziarie e i loro referenti politici, le cui strategie sono all’origine dell’attuale crisi! Magari in nome dell’ineluttabilità delle leggi dell’economia!
È cambiato qualcosa oggi? Forse solo le tecniche di persuasione, forse l’uso spregiudicato del controllo dell’informazione, forse una più raffinata manipolazione del consenso, forse addirittura l’abilità di configurare l’immaginario e i miti collettivi! Senz’altro anche l’utilizzo, con l’ausilio di “lupi esperti”, di “numerinon innocenti e non neutrali, l’adozione di procedure di quantificazione fondate su convenzioni, il far passare per misurazioni oggettive operazioni in cui sono determinanti decisioni politiche e anche interessi e rapporti precisi, pur se ignoti alla quasi totalità degli sprovveduti “agnelli” di oggi. (Vedi Laura Balbo in  www.sbilanciamoci.info del  01/06/2010).
E allora? Allora aprire gli occhi, allenare la mente, condividere altre finestre e altri “sguardi” sui problemi di oggi! Allora: “attenti al lupo!




mercoledì 9 giugno 2010

La vita interessante. Senza nome e senza volto!

Povero tempo, il nostro, in cui la visibilità sembra una nuova religione, anche per i seguaci delle grandi religioni storiche. Tempo accattone, questo, in cui si associa al culto dell’immagine l’idea di valore decisivo. Tempo triste, questo, se una specie di deformazione mentale porta a identificare una vita degna di essere vissuta con il successo derivante dalla  “fama” mediatica. Tempo privo di passioni, il nostro, se il sogno di una vita, per troppi, sembra consistere in pochi, fugaci, inconsistenti, vuoti e virtuali momenti di “apparizione” pubblica, per i quali si è disposti a “tutto. Tempo cortigiano e servile, questo nostro, in cui la grandezza di un uomo o una donna viene identificata sempre più spesso con la notorietà mediatica.
Oggi, siamo tentati – tutti – di ritenerci impotenti di fronte agli eventi. Oggi, pensiamo – perché siamo, in questo senso, condizionati – che, senza l’intervento dei potenti, i problemi, di ogni genere, non possono essere avviati a una soluzione. Oggi, questa mentalità diventa prassi quotidiana – in Italia, in forma più invasiva, forse per ragioni storiche – fino al punto che, anche avendo capacità personali e potenzialità, ci assicuriamo, in ogni caso, qualche “santo” in paradiso o, più spesso, qualche “diavolo” all’inferno (dal momento che siamo disposti a vendere l’anima in cambio di quello che “ci serve”!). Oggi, siamo spinti a credere che solo avendo forza e potere possiamo svolgere un ruolo nella società e nella storia. In altre parole, abbiamo la consapevolezza – indotta? – di essere insignificanti e, per questo, attendiamo risposte sempre da qualcun altro. Perciò smettiamo anche di fare troppe domande per non disturbare i “manovratori”.
Ebbene, in questo nostro tempo, potrebbe essere di aiuto riprendere in mano e rileggere (anche se forse poco conosciuto perché a suo tempo ha avuto poca pubblicità!) un libro di Eric Hobsbawm dal titolo – polemico – “Gente non comune”.
Infatti, riguardare oggi, con più attenzione, la nostra storia, anche quella non “raccontata” usualmente, può farci scoprire altri aspetti dell’esperienza umana e darci un’altra coscienza di noi stessi. Hobsbawm, in questo libro, pubblicato da Rizzoli una decina di anni fa, – e immagino non ristampato – ci guida a riscoprire e a leggere la Storia con altri occhi, con altre lenti – le lenti di un investigatore abituato a guardare nelle pieghe della vita e negli anfratti della società, lì dove nessuno guarda  e nessuno cerca niente, abituati, come siamo, a pensare che nulla si possa trovare.
E invece, possiamo scoprire che nomi, il più delle volte sconosciuti, se non in contesti ristretti o locali (il vicinato, il villaggio, la scuola, la parrocchia, un’associazione, ecc.), o episodi, definiti, in genere, marginali, sono stati, invece il tessuto connettivo, sul quale si sono innestati i “grandi” avvenimenti! Proprio quelli che, di solito, vengono considerati “gente comune” – e che Hobsbawm chiama, contro l’opinione corrente, ”gente non comune”, - non tanto per smania di dare riconoscimenti postumi! – proprio loro, quelli senza nome e senza volto, persone ordinarie, si trovano, più spesso di quanto non si pensi, ad avere un ruolo fondamentale – sebbene inconsapevole – nella storia. La vita di quegli uomini e di quelle donne che – lo sappiamo - formano la gran parte della specie umana –(formiamo la gran parte della specie umana!) – è interessante - quando è vissuta veramente e consapevolmente - anche se nessuno la mette per iscritto!  
Quegli uomini e quelle donne – spesso come singoli e più spesso collettivamente – sono stati protagonisti della nostra storia. “Quello che hanno pensato e fatto è tutt’altro che trascurabile [e non è stato inutile]: era in grado di influire, e ha influito, sulla cultura e sugli avvenimenti”, più di quanto possano influire i “fantasmi”, evanescenti, che appaiono ogni giorno sui nostri teleschermi!
Degno di riflessione, infine, quello che scrive Hobsbawm, quando, a proposito della storia contemporanea, dopo aver analizzato un’infinità di casi in vari angoli del mondo, evidenzia come, in tante situazioni,
“le intenzioni e le decisioni consapevoli dei potenti difficilmente possono essere considerate rilevanti, anche se convenzionalmente si è soliti discuterle in questi termini”, e anche se i potenti di turno non resistono all’idea di essere considerati “uomini della provvidenza”, (tutto questo con buona pace dei nostri – effimeri – ducetti da cortile!) 

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...