IL 25 APRILE 1945. LA NECESSITÀ DI RICORDARE

Questo è un tempo strano per il nostro paese! Capi di governo e ceti governativi, forse tra i peggiori della nostra storia italiana, che, privi di quel senso dello Stato, che dovrebbe essere la loro caratteristica peculiare, aggrediscono le istituzioni alla base della convivenza democratica, col rischio di tagliare il ramo si cui si sono così comodamente “appollaiati”. Sedicenti guide politiche (??) e capipopolo, che irridono alle origini della nostra Repubblica e ai suoi valori fondanti. Intellettuali e gruppi dirigenti che tradiscono la loro vocazione, e si mostrano interessati unicamente al proprio “particulare” o a quello del proprio clan. Cittadini che sembrano mossi solo da un pragmatismo cinico e miope. Giornalisti, entusiasti megafoni di interessi forti più che professionisti dell’informazione. Ecclesiastici e credenti, spesso rigidi censori, privi di umorismo e di “leggerezza” (cfr. invece “il mio peso è leggero”), che sembrano usare la propria fede e la religione solo come strumento di divisione, di giudizio e di condanna. Educatori che sembrano non credere più alla loro insostituibile funzione. Imprenditori e operatori economici che temono la competizione globale invocando barriere difensive e protezionistiche. Giovani che, credendosi privi di futuro, inseguono solo le passioni più “tristi” degli adulti. Insomma questo sembra proprio un tempo in cui paiono venir meno le ragioni più nobili dello stare insieme, del progettare insieme, e della cittadinanza!
In tempi come questi sarebbe necessario non consentire a bande di masnadieri, sotto insegne di diverso aspetto e colore, di scorrazzare per il Paese alla ricerca della propria parte di bottino, ma tornare - tutti - a riscoprire il primato dell’interesse generale e i “fondamentali” del nostro stare assieme, se si vuole evitare il degrado, se si ama veramente questo Paese e il suo (non solo il “mio”!) futuro!
Soprattutto in tempi come questi, credo, l’aiuto potrebbe venire dal ricordo e dalla attualizzazione di quei valori che i protagonisti, noti o sconosciuti, della nostra storia contemporanea, hanno con la lotta e, spesso, con il sangue, posto alla radice della nostra Repubblica. Quei valori che hanno consentito la rinascita di un popolo. Quei valori posti alla base della nostra Costituzione repubblicana. Valori che costituiscono la sola “religione civile” possibile, in uno stato laico e moderno! Quei valori che sono garanzia per tutti! Quei valori, ancora insuperati, perché espressione delle più alte e nobili esperienze umane, culturali, civili e religiose della nostra storia.
Ecco perché penso che questo 25 aprile 2010 possa e debba rappresentare un momento propizio e ineludibile di condivisione e di riappropriazione collettiva della nostra storia e della nostra identità di popolo democratico!
Non ho trovato parole più suggestive e opportune per dire la necessità e il senso del ricordare e del commemorare – adesso - il 25 aprile, di quelle scritte dall’amico Luigi Vassallo nel suo blog “Ipse dixit” (vedi link consigliati in questo blog).
Ne riporto, sotto, alcuni brani.  
Commemorare,  dal latino cum + memorare dove cum ci dice che qui non si celebra un ricordo privato, ma un ricordo pubblico, che qui non si pratica il ricordo di singoli, ma il ricordo di una collettività, che qui non si dà spazio al ricordo di un individuo, ma al ricordo di un popolo. Perché qui, oggi, con quest’azione di cum + memorare noi ci scambiamo un ricordo, noi condividiamo un ricordo, noi ci riconosciamo in un ricordo. E  memorare ci rimanda ad un’azione che è più forte di quello che abitualmente chiamiamo ricordo. Non è un ricordo del passato nel quale i contrasti e le miserie della vita possano sbiadire fino a illuderci, di fronte allo squallore del presente, con immagini mitizzate dei tempi che furono. Non è un ricordo del passato nel quale le tragedie possano sublimarsi  in un’aureola di eroismo. Non è un ricordo che abbellisce ciò che fu trasferendolo nella cerimonia festosa che fa dimenticare, a chi festeggia, di quante lacrime grondi e di quanto sangue la festa che si celebra….
…Il ricordo che celebriamo… non è un ricordo che abbellisce, non è un ricordo che tranquillizza, non è un ricordo che rappacifica, non è un ricordo che predispone alla festa. E’, al contrario, un ricordo pericoloso, perché in mezzo alla gioia della festa ci getta in faccia la sua richiesta di fare i conti con i terrori e le speranze che esso evoca: i terrori di ciò che è stato e avrebbe potuto continuare ad essere, le speranze di ciò che avrebbe dovuto essere.
E’ un ricordo inquietante, che non ci lascia in pace. E’ un ricordo sovversivo che strattona la nostra coscienza di fronte alla tentazione di accettare che ormai è cosa passata e che dobbiamo serenamente guardare avanti. E’ un ricordo che pretende di non essere dimenticato o scolorito, a pena della perdita del senso del nostro essere popolo di cittadini.
Memorare vuol dire in latino far ripensare a qualcosa, attraverso una narrazione. Ci sono narrazioni che sfumano nella favola, ci sono narrazioni che si cimentano con la perfezione dei dettagli, ci sono narrazioni che fondano il senso del nostro stare insieme. Da sempre gli esseri umani fanno la storia e se la raccontano: che sia piccola storia di vicende quotidiane o familiari o che sia tragica storia di vicende epocali, è il nostro raccontarci la storia che dà senso e valore a quelle vicende….
…. è il terreno del racconto della storia come “mito fondante” cioè del racconto di una storia particolare senza la quale noi non saremmo quello che siamo.…In questo “mito fondante” (come in tutti i miti fondanti delle società umane e, attenzione, non c’è società umana senza mito fondante cioè senza coscienza comune del proprio passato e del proprio orizzonte futuro nel quale iscrivere un presente che abbia un senso) la vicenda dei singoli incontrava la storia, diventando – al di là della consapevolezza di ognuno, che poteva anche non esserci – parte integrante della storia….[Quale] sarebbe il destino di una società che non sapesse o non volesse più ricordare o riducesse i ricordi ad una melassa di nostalgia per il bel tempo andato. Sarebbe come una società di api o di formiche, perfetta nella sua organizzazione del lavoro e nella sua ripartizione dei ruoli sociali, ma incapace di capire perché fa ciò che fa e perché continua a farlo in maniera ripetitiva da quando esiste….
…[Quanti] giovani si avviarono alla morte camminando sul sentiero tracciato dal fascismo con i suoi atti politici funzionali alla sua idea di società e umanità, alla quale molti italiani (a cominciare dal re e dai suoi collaboratori) guardarono per troppo tempo con indifferenza o tolleranza o complicità… che presente e che futuro avremmo avuto noi se a vincere fossero stati i fascisti e i nazisti?...La consapevolezza è che, se avessero vinto gli “altri”, la società nella quale saremmo stati costretti a vivere non sarebbe piaciuta neppure a quelli che oggi vorrebbero essere equidistanti tra fascismo e antifascismo….
…Per questo continueremo a commemorare cioè a condividere e scambiarci il ricordo tra generazioni perché nella vita del nostro presente ci accompagni sempre severo il giudizio inquietante di chi morì quando appena s’affacciava alla vita, affinché, grazie anche alla sua morte, libertà, giustizia, uguaglianza, pace, solidarietà non fossero più parole da pronunciare di nascosto, con la paura di pagarle duramente, ma diventassero il modo normale di vivere delle donne e degli uomini che fossero venuti dopo.”
  

Commenti

Anonimo ha detto…
Commemorazioni come “anti-virus” per la società umana.
Il corpo umano si crea e si accresce, partendo dalle staminali, cellule madri, le quali, possedendo il “ricordo” primordiale di tutte le altre cellule “specializzate” di cui è fatto, ne determina la vita.
Quando un “virus” esterno lo attacca per distruggerlo, c’è bisogno di un anti-virus, che , riproponendo il “ricordo perduto”, ripristina l’equilibrio sconvolto.
Secondo me, essendo la società umana paragonabile ad un organismo plurimo e complesso, come il corpo umano, anche essa ha bisogno di anti-virus, se attaccata in modo distruttivo, per ripristinare il ricordo di una società felice perché equilibrata, in armonia con l’universo.
Allora, per me , determinate commemorazioni, come il prossimo 25 aprile, dovrebbero essere intese come “campagne di vaccinazione”, per inoculare nelle giovani generazioni l’anti-virus della sopraffazione per eccellenza dell’uomo sull’uomo, che è la guerra (per qualunque ragione dichiarata).
Sono le “staminali” che ogni uomo deve trasmettere alle generazioni future, se vuole dare un senso alla propria vita.
Mario Rosario Celotto.