giovedì 29 aprile 2010

Elogio dell’umorismo e della leggerezza. Un altro modo di conoscere

Chi sarebbe disposto ad associare l’umorismo e la leggerezza con le modalità della conoscenza? Chi riesce ad immaginare uno scienziato, un ricercatore, uno studioso in genere che si avvicina ai suoi oggetti attraverso la strada dell’umorismo? Non siamo piuttosto propensi ad associare la ricerca, l’indagine, lo studio e la conoscenza in genere con l’aspetto serioso, con la fronte corrugata, con quell’espressione che hanno spesso tanti autoproclamatisi maestri, o intellettuali, o autorità morali e guide spirituali, o studiosi ed esperti, tale per cui sembra che tutti i pesi e i problemi del mondo siano sulle loro spalle e le sole soluzioni possibili a quei problemi debbano necessariamente emergere dai loro sforzi? Sì, magari saranno anche capaci di un po’ di umorismo e leggerezza ma in momenti e situazioni molto diversi e distanti da quelli – seri – della conoscenza e dell’ammaestramento!
Può essere utile perciò per riconsiderare queste convinzioni la lettura di “A una spanna da terra”, un libro di Marianella Sclavi, dedicato a una indagine su una giornata di scuola di due studentesse in due licei pubblici, uno  a New York e l’altro a Roma.
Nel suddetto libro si prospetta però anche una insolita metodologia di ricerca sociologica fondata sui concetti di shadowing (idea che l’autrice dice esserle venuta leggendo un racconto riportato in Musica per camaleonti, di Truman Capote dove lo scrittore descrive una giornata di shadowing: seguire cioè come un’ombra la propria donna delle pulizie), di umorismo e di leggerezza.
La Sclavi sottolinea che leggendo il racconto di Capote ha capito “qualcosa che non si trova facilmente né nel senso comune né nei trattati di sociologia e cioè che la “comprensione dell’altro” non consiste solo e principalmente nel “mettersi nelle sue scarpe”, quanto nella capacità di accettare l’altro “in quanto diverso da sé”. A differenza dell’ “osservazione partecipante”, nello shadowing, l’osservatore assume anche se stesso, le proprie emozioni, le proprie abitudini di pensiero, la continua ricerca e contrattazione sulla propria identità come parte fondamentale della dinamica interattiva studiata”. Un approccio questo che aiuta, tra l’altro, a capire come in contesti diversi le “stesse cose acquistano significati diversi e “cose diverse” possono avere significati analoghi.
In fondo, saper conoscere e comunicare non significa imparare a rendersi conto di questo? Imparare a confrontare diverse matrici di significato, due modi di inquadrare gli eventi che magari si presentano come mutualmente autoescludentisi. In una prospettiva, un certo comportamento appare come risibile o esecrabile, nell’altra come normale e degno di rispetto. Sperimentare questo sovrapporsi di prospettive, questo loro presentarsi per un attimo come parimenti legittime, si chiede la Sclavi, non provoca forse  (a seconda dei casi ) un senso di sgomento, di indignazione e/o risata sospesa e anche di smarrimento della propria identità? Ma quel senso di difficoltà o di angoscia o la risata liberatoria nel constatare che quello che ci pareva “serio” potrebbe essere “ridicolo” e quello che appariva “ridicolo” potrebbe essere “serio” non è forse all’origine della comprensione di quel significato nascosto degli eventi, delle parole o delle situazioni, senza la quale non c’è vera conoscenza? E non è forse, proprio questa, l’illuminazione del conoscere?. 
Ma non è proprio questo anche l’atteggiamento umoristico, che è cosa diversa dall’atteggiamento semplicemente ilare o comico? “. “Chi ride con humour, ride prima di tutto di se stesso, della propria precedente rigidità, di essersi lasciato catturare da uno, ritenuto l’unico possibile, dei molti modi possibili di inquadrare gli eventi. Tutto questo deve accompagnarsi però anche a una certa leggerezza, a quella capacità di liberarsi dalla “carnalità” delle presupposizioni, dalla “pesantezza corporea” (I.Calvino) e dalla rigidità delle istituzioni e delle strutture di pensiero ereditate!
Volete un modo molto “leggero” di verificare – ridendo - la vostra capacità di atteggiamento conoscitivo umoristico e non solo ilare o comico? Provate a leggere la seguente barzelletta “filosofica” (Cathcart e Klein, Platone e  l’ornitotinco, Rizzoli) cercando di comprenderne quel significato nascosto attraverso cui emerge il confronto-scontro di due matrici di significato insieme all’incapacità di esserne consapevoli e di confrontarle! In fondo non è quello che, in vari ambiti, succede troppo spesso?
Tommy va a confessarsi e dice al prete:”Mi benedica padre, perché ho peccato! Sono stato con una donna dissoluta!
“Sei tu Tommy?”, chiede il prete.
“Sì padre”.
“Lei chi era”?
“Preferisco non dirlo, Padre”.
“Era Bridget?”
“No, padre”.
“Era Colleen?”
“No, padre”.
“Era Megan?”
“No, padre”.
“Va be’, Tommy, di’ quattro Padrenostri e quattro Avemarie”.
Quando Tommy esce dalla chiesa il suo amico Pat gli chiede come è andata.
“Benissimo”, risponde Tommy. “Mi ha dato quattro Padrenostri, quattro Avemarie e tre megadritte!!”

giovedì 22 aprile 2010

IL 25 APRILE 1945. LA NECESSITÀ DI RICORDARE

Questo è un tempo strano per il nostro paese! Capi di governo e ceti governativi, forse tra i peggiori della nostra storia italiana, che, privi di quel senso dello Stato, che dovrebbe essere la loro caratteristica peculiare, aggrediscono le istituzioni alla base della convivenza democratica, col rischio di tagliare il ramo si cui si sono così comodamente “appollaiati”. Sedicenti guide politiche (??) e capipopolo, che irridono alle origini della nostra Repubblica e ai suoi valori fondanti. Intellettuali e gruppi dirigenti che tradiscono la loro vocazione, e si mostrano interessati unicamente al proprio “particulare” o a quello del proprio clan. Cittadini che sembrano mossi solo da un pragmatismo cinico e miope. Giornalisti, entusiasti megafoni di interessi forti più che professionisti dell’informazione. Ecclesiastici e credenti, spesso rigidi censori, privi di umorismo e di “leggerezza” (cfr. invece “il mio peso è leggero”), che sembrano usare la propria fede e la religione solo come strumento di divisione, di giudizio e di condanna. Educatori che sembrano non credere più alla loro insostituibile funzione. Imprenditori e operatori economici che temono la competizione globale invocando barriere difensive e protezionistiche. Giovani che, credendosi privi di futuro, inseguono solo le passioni più “tristi” degli adulti. Insomma questo sembra proprio un tempo in cui paiono venir meno le ragioni più nobili dello stare insieme, del progettare insieme, e della cittadinanza!
In tempi come questi sarebbe necessario non consentire a bande di masnadieri, sotto insegne di diverso aspetto e colore, di scorrazzare per il Paese alla ricerca della propria parte di bottino, ma tornare - tutti - a riscoprire il primato dell’interesse generale e i “fondamentali” del nostro stare assieme, se si vuole evitare il degrado, se si ama veramente questo Paese e il suo (non solo il “mio”!) futuro!
Soprattutto in tempi come questi, credo, l’aiuto potrebbe venire dal ricordo e dalla attualizzazione di quei valori che i protagonisti, noti o sconosciuti, della nostra storia contemporanea, hanno con la lotta e, spesso, con il sangue, posto alla radice della nostra Repubblica. Quei valori che hanno consentito la rinascita di un popolo. Quei valori posti alla base della nostra Costituzione repubblicana. Valori che costituiscono la sola “religione civile” possibile, in uno stato laico e moderno! Quei valori che sono garanzia per tutti! Quei valori, ancora insuperati, perché espressione delle più alte e nobili esperienze umane, culturali, civili e religiose della nostra storia.
Ecco perché penso che questo 25 aprile 2010 possa e debba rappresentare un momento propizio e ineludibile di condivisione e di riappropriazione collettiva della nostra storia e della nostra identità di popolo democratico!
Non ho trovato parole più suggestive e opportune per dire la necessità e il senso del ricordare e del commemorare – adesso - il 25 aprile, di quelle scritte dall’amico Luigi Vassallo nel suo blog “Ipse dixit” (vedi link consigliati in questo blog).
Ne riporto, sotto, alcuni brani.  
Commemorare,  dal latino cum + memorare dove cum ci dice che qui non si celebra un ricordo privato, ma un ricordo pubblico, che qui non si pratica il ricordo di singoli, ma il ricordo di una collettività, che qui non si dà spazio al ricordo di un individuo, ma al ricordo di un popolo. Perché qui, oggi, con quest’azione di cum + memorare noi ci scambiamo un ricordo, noi condividiamo un ricordo, noi ci riconosciamo in un ricordo. E  memorare ci rimanda ad un’azione che è più forte di quello che abitualmente chiamiamo ricordo. Non è un ricordo del passato nel quale i contrasti e le miserie della vita possano sbiadire fino a illuderci, di fronte allo squallore del presente, con immagini mitizzate dei tempi che furono. Non è un ricordo del passato nel quale le tragedie possano sublimarsi  in un’aureola di eroismo. Non è un ricordo che abbellisce ciò che fu trasferendolo nella cerimonia festosa che fa dimenticare, a chi festeggia, di quante lacrime grondi e di quanto sangue la festa che si celebra….
…Il ricordo che celebriamo… non è un ricordo che abbellisce, non è un ricordo che tranquillizza, non è un ricordo che rappacifica, non è un ricordo che predispone alla festa. E’, al contrario, un ricordo pericoloso, perché in mezzo alla gioia della festa ci getta in faccia la sua richiesta di fare i conti con i terrori e le speranze che esso evoca: i terrori di ciò che è stato e avrebbe potuto continuare ad essere, le speranze di ciò che avrebbe dovuto essere.
E’ un ricordo inquietante, che non ci lascia in pace. E’ un ricordo sovversivo che strattona la nostra coscienza di fronte alla tentazione di accettare che ormai è cosa passata e che dobbiamo serenamente guardare avanti. E’ un ricordo che pretende di non essere dimenticato o scolorito, a pena della perdita del senso del nostro essere popolo di cittadini.
Memorare vuol dire in latino far ripensare a qualcosa, attraverso una narrazione. Ci sono narrazioni che sfumano nella favola, ci sono narrazioni che si cimentano con la perfezione dei dettagli, ci sono narrazioni che fondano il senso del nostro stare insieme. Da sempre gli esseri umani fanno la storia e se la raccontano: che sia piccola storia di vicende quotidiane o familiari o che sia tragica storia di vicende epocali, è il nostro raccontarci la storia che dà senso e valore a quelle vicende….
…. è il terreno del racconto della storia come “mito fondante” cioè del racconto di una storia particolare senza la quale noi non saremmo quello che siamo.…In questo “mito fondante” (come in tutti i miti fondanti delle società umane e, attenzione, non c’è società umana senza mito fondante cioè senza coscienza comune del proprio passato e del proprio orizzonte futuro nel quale iscrivere un presente che abbia un senso) la vicenda dei singoli incontrava la storia, diventando – al di là della consapevolezza di ognuno, che poteva anche non esserci – parte integrante della storia….[Quale] sarebbe il destino di una società che non sapesse o non volesse più ricordare o riducesse i ricordi ad una melassa di nostalgia per il bel tempo andato. Sarebbe come una società di api o di formiche, perfetta nella sua organizzazione del lavoro e nella sua ripartizione dei ruoli sociali, ma incapace di capire perché fa ciò che fa e perché continua a farlo in maniera ripetitiva da quando esiste….
…[Quanti] giovani si avviarono alla morte camminando sul sentiero tracciato dal fascismo con i suoi atti politici funzionali alla sua idea di società e umanità, alla quale molti italiani (a cominciare dal re e dai suoi collaboratori) guardarono per troppo tempo con indifferenza o tolleranza o complicità… che presente e che futuro avremmo avuto noi se a vincere fossero stati i fascisti e i nazisti?...La consapevolezza è che, se avessero vinto gli “altri”, la società nella quale saremmo stati costretti a vivere non sarebbe piaciuta neppure a quelli che oggi vorrebbero essere equidistanti tra fascismo e antifascismo….
…Per questo continueremo a commemorare cioè a condividere e scambiarci il ricordo tra generazioni perché nella vita del nostro presente ci accompagni sempre severo il giudizio inquietante di chi morì quando appena s’affacciava alla vita, affinché, grazie anche alla sua morte, libertà, giustizia, uguaglianza, pace, solidarietà non fossero più parole da pronunciare di nascosto, con la paura di pagarle duramente, ma diventassero il modo normale di vivere delle donne e degli uomini che fossero venuti dopo.”
  

mercoledì 14 aprile 2010

Scrittori e lettori al tempo della Rete

Qualcuno dice che oggi si legge poco (soprattutto noi italiani!), qualche altro paventa che il diffondersi dell’utilizzo della rete avvenga in concorrenza con la lettura e a scapito dei libri! ma è proprio vero? O forse saremo costretti a sperare dalla rete  una maggiore diffusione della lettura? Forse qualcuno – e non solo i ragazzi! – sarà invogliato e… costretto a leggere proprio dall’utilizzo della rete! Forse la rete è e potrebbe essere un efficace strumento per insegnare a…leggere e scrivere anche ad analfabeti…di fatto, o di…ritorno!
E allora non sarebbe bene evitare di assumere quell’atteggiamento da … noiosi “tutori”, impauriti da tutto, i quali sembrano cercare sempre, in ogni nuova tecnologia, come in ogni novità, solo i pericoli!
Io credo che  la rete sia uno straordinario esercizio e addestramento alla lettura e alla scrittura, direi anche alla creazione della scrittura o alla scrittura “creativa”! Pensiamo solo, per esempio, al fenomeno dei social network o allo sterminato numero di blog!
Forse  questo è proprio  il tempo in cui possiamo capire meglio – proprio perché questo “capire” è qualcosa che “avviene” come fenomeno di massa e quindi come produzione “collettiva” – il “senso” dello scrivere! Il legame che lo scrivere ha con la vita umana di ogni singolo e con i suoi bisogni! Forse potremo comprendere meglio anche i bisogni stessi! Questa scrittura “creativa” di massa può forse aiutare a superare il gap che sembra essere esistito sempre tra “scrittori” e meri “lettori”. Tra professionisti della scrittura e fruitori o consumatori di qualcosa visto solo come prodotto di altri, come qualcosa che in fondo non appartiene alla vita di ognuno. E se non fosse così? se lo scrivere fosse il vivere? Come sembrano pensare e lasciar capire, talora, alcuni grandi scrittori e poeti? E se la rete ci consentisse di entrare – in punta di piedi e con molta circospezione - in questa profonda e misteriosa dimensione umana?
Per  tentare di rispondere a queste domande vorrei coinvolgere anche “scrittori” e – in attesa di altri contributi - cominciare con l’offrire, ai lettori di questo blog, la risposta che una amica scrittrice - Tiziana Verde – non appartenente – ancora - all’industria culturale, anche se molto apprezzata e con all’attivo intricanti e raffinati racconti (L’ordine del vento, Filema edizioni, Napoli; Il testamento di Marlon Brando, Incontri editrice, Sassuolo(Mo); Il fazzoletto rosso, Il filo editore, Roma), - ha dato alle seguenti mie provocazioni: ma tu perché scrivi? Che senso dà il tuo scrivere alla tua vita? Lo scrivere potrebbe essere anche una forma di vita, una metafora, una modalità del nostro vivere? Un modo per “inventare” la vita? La scrittura e il raccontare come un “fare” la vita?
Ecco la risposta.

“Penso che scrivere o è un rito o non è niente; o è questo scavo ostinato che di ogni frammento  svela   l’orizzonte disumano e lo sostiene … o è un  rumore soltanto.
O è trovare parole che si siano liberate dall’uso di migliaia di pronunce, per darsi giovani, inaudite… o è la solita retorica.
In questo senso è difficile.
A volte, giovani, s’afferrano verità, ma manca la disciplina a consegnarsi in balia delle parole e a volte pur disponendo di molti versi, i sensi sono come chiusi e non apprezzano tutta la profondità di un’esperienza. In altri casi quelle parole non volano  o non scavano, hanno fragili radici e dopo non reggono… magari dicono  senza attendere che l’accadere si sia mutato in vita e può succedere, al contrario, che si siano tenute alla larga dal tumulto e suonino distanti, fredde…  che siano state  pronunciate in ritardo, senza dialogo, senza suoni di risposta… troppi Io, che non diventano un noi.
Scrivere è sapere che passiamo ed è rivolta contro questo passare, poiché se qualcosa si compone, cerca assonanza e non si dissolve in corsa soltanto, soltanto in sabbia, se una parola  trattiene, minuziosa e perfetta, il profilo di una luce, di un giorno, di tutto quanto in quel giorno ci ha fatto così, scolpiti in lampi  senza cui non sarebbe valsa la pena vivere, e invece valeva, vivevamo...  il passato non sembra perso.
Scrivere o è legare  la luce alle macerie e farne oro, fare magia dello sconcerto… o è banalità, la punizione che Dante immaginava per gli ipocriti: una cappa di piombo, tutta dorata all’esterno….!”

mercoledì 7 aprile 2010

Il mantello di Arlecchino. Educare, perché?

Quando si parla, oggi, di crisi dell’educazione, di crisi della scuola e della formazione; quando si parla di “emergenza educativa”, si intende, forse, sottolineare che, oggi, l’educazione è il primo problema o che, oggi, l’educazione è essa stessa un “problema
Forse si intende anche sottolineare la difficoltà, oggi, di essere educatori da parte di adulti, genitori, docenti, chiese, scuole, istituzioni e autorità di ogni genere
Forse ci si riferisce, anche, da parte di qualcuno, in modo un po’ riduttivo, al problema di trovare o aggiornare tecniche e mezzi educativi
Per qualche altro, la crisi è legata ai cambiamenti in atto nel mondo contemporaneo e alla crisi delle antiche istituzioni e autorità sociali.

Credo però che, in tutte queste ipotesi, non si colga la questione vera, la radice del problema, ciò che è evocato anche se, per lo più, in modo solo implicito, attraverso la centralità che sembra assumere oggi la questione educativa!

E allora, mettiamo, un attimo, da parte – perché scontati e non decisivi – alcuni possibili fattori della crisi dell’educazione di cui pure si parla spesso. Come le questioni relative alla perdita di credibilità degli “adulti” e delle autorità tradizionali. O come la “rinuncia”, volontaria, al ruolo educativo, da parte degli “educatori”, per incapacità, per mancanza di consapevolezza o per la tendenza a considerare gli “educandi” più minori, clienti o consumatori  da “allettare”, che persone di cui promuovere la crescita e l’autonomia. O come l’inettitudine e la miopia degli attuali ceti “governativi”.

Andiamo quindi a quella che considero la vera causa della crisi. Ciò che rende difficile comprendere la natura della crisi dell’educazione e individuare un possibile “orizzonte”, in cui collocarsi, per, rettamente e proficuamente, tentare di risolverlo, è l’incapacità o la mancanza di volontà di interpretare serenamente questo nostro tempo globalizzato e interdipendente come il “tempo nostro”, da cui non si fugge; come il nostro “kairos”, la nostra unica possibilità di incrociare il nostro destino di gente di oggi, e quindi il nostro futuro possibile.

Credo che questa condizione, questa incapacità e, conseguentemente, la difficoltà di affrontare la questione educativa in modo tale da inventare il nostro futuro di comunità umana, sia un prodotto di quel sentimento di paura aggressiva, che sembra attanagliare istituzioni e individui, protagonisti e responsabili del compito educativo. Quella paura che spinge a chiudersi, a rinserrare le fila, a fuggire verso quello che si è stato finora! Si tratta della paura dell’altro, la paura di “incrociarel’altro in quanto altro, senza volerlo ridurre a sé; la paura dei possibili effetti, di un’apertura all’altro, sulla propria identità e sulla propria vita, sul proprio destino. È un po’ come la paura di esporsi, di cambiare, di perdere se stessi, che talora prende chi ama, al punto da spingerlo anche a rinunciare a provare emozioni, a “sentire”, ad emozionarsi, ad amare, e, quindi, a vivere, in una parola ad e-sistere!
E allora, in tempi in cui si tende – e si è sollecitati - a cancellare l’altro, a custodire e conservare solo le identità consolidate e rassicuranti, contro l’incontro e il fascino dell’ignoto; in tempi in cui sembra trovare giustificazione addirittura il desiderio di “morte dell’altro” (Luigi Zoia, La morte del prossimo, Einaudi), come è possibile sapere di cosa parliamo e cosa è in gioco, quando si parla di educazione?

In realtà, in tutti i momenti della storia umana in cui sono avvenute quelle grandi rivoluzioni “educative”, che hanno costituito altrettante tappe della crescita umana e delle civiltà, ci siamo trovati sempre di fronte a necessari esodi, incroci, meticciato, nomadismo, rivoluzioni antropologiche!
Ha detto bene un raffinato interprete della nostra contemporaneità, i cui contributi sono ancora tutti da “esplorare”, parlo di Michel Serres.
Secondo Serres, occorre pensare che la parola “pedagogo”, in origine, designava lo schiavo che accompagnava a scuola il fanciullo nobile. Si tratta del bambino che lascia la casa familiare e si “avventura” in una “uscita” dalla propria condizione di sicurezza, verso una “seconda nascita possibile”. Infatti, “ogni apprendimento esige questo viaggio con l’altro e verso l’alterità. Durante questo viaggio molte cose cambiano”.
Ecco la vera “e-ducazione”. Ed ecco perché non si è capaci oggi di porre la vera questione educativa! “Partire. Uscire. Lasciarsi un bel giorno, sedurre. Divenire plurali, sfidare l’esterno, “sviare” per l’altrove. […] Perché non c’è apprendimento senza esposizione, spesso pericolosa, all’altro. Non saprò mai più chi sono, dove sono, donde vengo, dove vado, per dove passare” ! ( Michel Serres, Il mantello di Arlecchino, Marsilio)

Non è stata sempre questa – nonostante il nostro rassicurante oblio - la vera, emozionante storia degli umani su questo nostro piccolo pianeta?

giovedì 1 aprile 2010

Nonostante tutto… il meglio deve ancora venire!

Mi ha colpito molto una frase, sconsolata e accusatrice, del grande regista Mino Monicelli secondo cui la speranza è un trucco e una frode nelle mani dei potenti – anche se quella frase io l’ho letta come  un invito, perentorio, a non attendere una vita e un mondo diversi da nessuno,  ma  a interpretare piuttosto la naturale inclinazione a sperare dell’essere umano come la possibilità di gettarsi - adesso – oltre “la siepe”, di fare qualcosa, adesso, per non trasformare la speranza in retorica e ipocrita esortazione o in comodo alibi per il disimpegno.  Mentre indugiavo in questi pensieri mi sono imbattuto nella seguente risposta che Nicholas Humphrey, professore presso la London School of Economics, ha dato alla domanda posta, dal forum scientific Edge a 153 scienziati, filosofi,scrittori e artisti di fama mondiale, sulle possibili ragioni per essere ottimisti – anche oggi. 
“Se fossi vissuto mille anni fa e mi avessero chiesto che cosa desiderassi per i miei discendenti del secolo successivo, avrei potuto immaginare molte meravigliose possibilità. Ma non avrei potuto immaginare la musica di Mozart, la pittura di Rothko, i sonetti di Shakespeare o i romanzi di Dostoevskij. Non avrei visto una delle migliori  ragioni di essere ottimista, cioè il potere del genio artistico umano, capace di stupirci sempre di più. Non farò lo stesso errore due volte.
Quindi lasciatemelo dire chiaro e tondo: adesso spero.  E mi aspetto, che il meglio debba ancora venire. Che, tra non molto, verranno create dagli esseri umani opere…migliori di quelle mai viste al mondo, opere, al momento, di un’estetica inimmaginabile e di forza morale. E, badate bene, non richiederanno modifiche genetiche, ibridizzazione dei computer , miglioramenti high tech del cervello o altro: richiederanno semplicemente che continuiamo ad essere le persone che siamo!
Queste affermazioni mi sono sembrate un vero e proprio atto d’amore verso la specie umana – verso la sua capacità di resurrezione - tale da farmi venire in mente, applicandola però a quell “accompagnarsi” di noi esseri umani che è la nostra vita, quella stupenda poesia d’amore dell’amato Hikmet

“Il più bello dei mari
è quello che non navigammo….”

Ai “profeti di sventure”, politici, intellettuali, religiosi o persone comuni, a quelli che, come quei funzionari e sacerdoti dell’antico Egitto – di cui si è trovata testimonianza in un documento dell’epoca – che si lamentavano già della bruttezza dei tempi, del decadimento delle nuove generazioni, dei nuovi modi di pensare, in confronto ai tempi di una volta, - soprattutto a quelli che pensano che non c’è mai fine al peggio, possiamo opporre, talvolta, solo questa forte convinzione, traducendola in piccoli o grandi atti di cambiamento quotidiani.

Solo così renderemo obsoleto quel vecchio “sport” che non di rado è uno dei più subdoli strumenti del potere e, oggi, del  “consenso”!





Chi ci libererà dai "maestri" di etica?

Chi ci libererà dai pedanti maestri di etica e dai loro quotidiani e inutili elenchi di mali e malfattori? Chi ci libererà dalle cassandr...