lunedì 22 marzo 2010

Il canto di Circe…..Quale cristianesimo? (7)

Un buon prelato della curia romana si lamentava con lo Spirito Santo:”Spirito Santo, io non capisco. Di che avevamo bisogno? Una vita di Gesù (una sola!), una dogmatica, una morale, un rituale, un compendio di diritto canonico, e, per il popolino, il catechismo. Ed  ecco quello che ci hai dato: quattro vangeli, e Paolo, e tutti questi libri della Bibbia così disparati!”.
Questo aneddoto (ripreso da Bellet, La quarta ipotesi, Servitium) può essere letto da due angolazioni: la prima evidenzia il carattere strutturalmente “ermeneutico” del messaggio cristiano. Il che significa non solo che quel messaggio può essere interpretato a partire da qualunque tipo di cultura e paradigma culturale, ma anche che il cristianesimo ritiene di conoscere Dio ma pure di non comprenderlo in modo pieno, per cui è consapevole del fatto che non sempre ha qualcosa da dire in suo nome. Un secondo tipo di lettura invece potrebbe guardare a questo aneddoto come a una spia del disagio e del disorientamento delle chiese cristiane di fronte al mondo moderno, al suo pluralismo e alla sua complessità.  
È pur vero che questo “spaesamento” si accompagna  al venir meno di aspirazioni, evidenze e autorità che sono in gran parte quelle dell’uomo occidentale, ma le chiese cristiane sembrano sperimentare la fine di un mondo. Ci si trova infatti di fronte al consolidarsi di nuovi paradigmi culturali, molto lontani da quelli a cui le chiese sono ancora abituate e in cui sono ambientate: come risulta evidente anche dalla crisi di “pertinenza” e dalla sensazione di estraneità che caratterizzano il linguaggio ecclesiastico. È una situazione, questa, in cui il  cristianesimo sembra aver perso il posto che occupava e l’iniziativa, riducendosi spesso a “resistere”, mentre il movimento dell’umanità si verifica altrove.
Nel nostro mondo, infatti, nonostante le apparenze, l’esperienza religiosa non appare più una high experience, un’esperienza forte generalizzata, ma si configura come «esperienza con esperienze»; essa dovrebbe dunque essere capace di inserirsi nel contesto (scambio, dialogo...) delle esperienze umane secolari, come interpretazione possibile delle esperienze umane, come «progetto di ricerca», per la ricerca di senso.
Ma se non si è capaci di questo nuovo posizionamento, scatta la paura, cattiva consigliera; tanto più in una ottica cristiana!
E allora diventano comprensibili indecisioni e sbandamenti. Possono emergere ingenue nostalgie di chiese “forti”, che fanno opinione e dettano le regole. In una situazione ormai “di minoranza”, sembra imporsi, anche ai vertici delle chiese, il ruolo di alcuni movimenti (ruolo condizionante, in un modo o nell’altro, in tutte le chiese) che – non di rado - esprimono il rifiuto della presente condizione di incertezza, fragilità e minoranza, adottando modelli forti, “militanti” e uniformi di cristianesimo. E non a caso essi sono, talora, fattori di intolleranza, arroccamenti, fanatismi, integralismi e discriminazioni.
In una situazione del genere, capita anche che, da parte di gruppi dirigenti ecclesiastici, si tenti la strada dell’ “accreditamento” dei “valori cristiani”, in base alla loro utilità” alla convivenza civile o alla tenuta sociale (come una forma di “religione civile”). Accettando in tal modo la riduzione del cristianesimo alla dimensione sociologica e la sua trasformazione in puro elemento identitario, quasi di autodifesa e affermazione contro l’esterno, verso tutto ciò che non è “cristiano”. Ottenendo spesso solo l’effetto di sistemare il Gesù della fede, il suo messaggio  e i simboli cristiani in una specie di pantheon induista!
E allora si spiega anche come mai questi atteggiamenti, spesso guidati dalla paura, vadano a braccetto con altre paure, emerse nel contesto della globalizzazione e degli epocali cambiamenti di equilibri economici, politici e culturali in corso. Paure che, anche in Italia, possiamo vedere rappresentate, in forme aggressive, populistiche, tribali e spesso cripto-razziste, in nuove e ambigue forze politiche, che si sono alimentate proprio con quelle paure. Sono proprio tali forze politiche e culturali che – pur essendo ispirate da sentimenti, sostanzialmente, anticristiani - esaltano la dimensione sociologica del cristianesimo e della chiesa, oscurando ovviamente quella più specificamente “cristiana” ed evangelica. Tuttavia, capita anche che l’esigenza di quelle forze di usare la fede cristiana come elemento di “aggressione” o di “autodifesa culturale, si sposi (è già avvenuto altre volte nella storia, con effetti deleteri!) con il desiderio di alcuni ceti ecclesiastici di apparire determinanti socialmente e “utili”. Alla fine, l’attaccamento ai simboli cristiani più che a quello che essi significano, cioè un formalismo dei simboli, diventati solo simboli di identità culturali, va ad assemblarsi con il formalismo delle pratiche religiose di un certo cristianesimo, tradizionalista e integralista. Un tipo di cristianesimo, quest’ultimo, che dall’impatto con la modernità ha ricavato solo meccanismi di difesa e sentimenti di “accerchiamento”, spesso accompagnati da un progressivo, e inevitabile, svuotamento – talora inconsapevole - dei significati più profondi del messaggio cristiano
Si capisce allora perché le posizioni di quelle forze politiche, a cui si è accennato sopra, si sentano coerenti con una visione di cristianesimo e di chiesa tradizionale e tradizionalista, innescando addirittura delle pressioni, delle preferenze e dei condizionamenti ecclesiali, che rischiano di modificare, anche antropologicamente, la comunità dei credenti.

domenica 7 marzo 2010

Una cura per l'ignoranza. Libri e storia

In una conversazione con Jean-Claude Carrière, Umberto Eco ricorda che da un’inchiesta recente realizzata a Londra, è emerso che un quarto delle persone interrogate credeva che Winston Churchill e Charles Dickens fossero dei personaggi immaginari mentre Robin Hood e Sherlock Holmes erano realmente esistiti – immaginiamo quali sarebbero stati i risultati in Italia dopo decenni di confusione tra realtà e fiction indotta dalla videocrazia nostrana! -. In quella conversazione (pubblicata in Non sperate di liberarvi dei libri, Bompiani), Jean-Claude Charrière, risponde, sconfortato: “l’ignoranza ci circonda da tutte le parti, spesso con arroganza e rivendicazioni. Fa anche proselitismo. È sicura di sé, proclama il suo dominio attraverso la bocca stretta dei nostri politici [e la faccia larga delle nostre Tv digitali!]”. 
E allora che fare? Quali cure si possono sperimentare? Jean-Claude Charriére stesso indica una strada citando un’idea di un suo amico, il quale paragona i libri di una biblioteca a una calda pelliccia protettiva. L’esperienza di una biblioteca, quel sentirsi circondato da tutte le idee del mondo, da tutti i sentimenti, tutte le conoscenze e tutti gli errori possibili, offrirebbe una sensazione di sicurezza, di protezione. Sarebbe, questo, in un certo senso, un modo per sentirsi protetto da insicurezze e errori, un modo per non sentire mai freddo, un modo per essere protetto almeno dai gelidi pericoli dell’ignoranza. Poi, però, conclude domandandosi, e domandando ad Eco, se veramente è importante sapere, se è importante che la gente sappia il maggior numero possibile di cose.  La risposta di Umberto Eco credo sia degna di attenzione. Eco infatti ritiene essenziale non tanto che la gente sappia il maggior numero di cose possibili, ma che “il maggior numero di nostri simili conosca il passato. Si. È il fondamento – dice – di ogni cultura.….La nostra umanità è sicuramente tentata dal pensiero, come fra gli americani, che ciò che è passato, tra trecento anni, non conti più e non abbia più alcuna importanza per noi”. È così che si smarrisce il vero sapere, quello impastato di storicità e temporalità come tutte le cose umane, quello fragile e mutevole, sempre minacciato e nonostante tutto dubbioso di se stesso e sempre in cammino, quello in grado di farsi giudicare dall’esperienza della storia e proprio per questo aperto al dialogo, alla possibilità e anche all’utopia. 
Quel sapere che dalla frequentazione dei libri, dalla loro varietà e dalle loro contaminazioni ha imparato a non pretendere di imporre un ordine monocratico e fanatico al mondo, anche perché ha capito che… “niente è più difficile che fare ordine in una biblioteca”! 

lunedì 1 marzo 2010

La semplicità, la complessità e Mozart. La lezione di un fisico!

In tempi in cui, da un lato, indagini internazionali rilevano il carente livello di abilità e conoscenze, soprattutto nel campo delle scienze e in quello linguistico (il che è come dire in campi fondamentali per comunicare e competere nella società complessa), degli studenti italiani, quelli del sud in modo particolare; mentre, dall’altro, sembra opinione comune che la soluzione consista non nell’innalzare – con appropriate metodologie - il livello di competenza e di conoscenza degli studenti, ma nell’abbassare gli obiettivi e la qualità dell’istruzione pubblica, può essere utile ricordare una, apparentemente paradossale, raccomandazione di Einstein, il quale, secondo quanto scrive Frank Wilczek, Premio Nobel per la Fisica 2004, diceva: “Tutto va reso quanto più semplice possibile, ma non più semplice”. Per interpretare questa affermazione, si può ricordare ciò che scrive lo stesso Wilczek, secondo cui “le nostre migliori teorie del mondo fisico sembrano complicate e difficili perché sono profondamente semplici” (Frank Wilczek, La leggerezza dell’essere, Einaudi). Naturalmente, sarebbe più facile capire il senso di queste frasi, scrive Wilczek, se imparassimo a riconoscere e distinguere – nella realtà, come nelle conoscenze - una semplicità profonda e una semplicità superficiale, una complessità profonda e una complicazione superflua, superficiale. Imparando, magari, anche a scartare le complicazioni superflue, senza buttare a mare anche… “il bambino”!


Ovviamente, a tale scopo, sarebbe necessaria una educazione a una logica più raffinata, a uno sguardo più acuto, a una immaginazione più viva, a una capacità di ascolto attento della natura,a un rifiuto delle “scorciatoie” (così di moda oggi in tutti i contesti) e alla pazienza della ricerca!

Certo, se si utilizza la complessità superficiale della realtà (così come si usa spesso l’emergenza) per scoraggiare l’impegno o plasmare “cervelli collettivi”, in grado di sopportare solo le “idiozie televisive”, non si possono, poi, piangere “lacrime di coccodrillo” sul fatto che la qualità - in tutti i campi e a tutti i livelli – sia una merce rara, e che l’approssimazione, l’incompetenza e l’inefficienza, “assemblate”, organicamente, dalla corruzione, svolgano un “rispettato” ruolo di supplenza!

Sì sprofonda, in questo modo, tutti (a cominciare da quelli che si ritengono classi dirigenti ) nella condizione, risibile, di comportarsi come l’imperatore Giuseppe II, nel film Amadeus (un film che Wilczek dice essere il suo film preferito), il quale, scoraggiato dalla complessità superficiale della musica di Mozart, incapace di riconoscerne la perfezione, e inconsapevole della sua incompetenza (come è spesso chi esercita ruoli di potere!), offre un “consiglio” musicale a Mozart. Gli dice: “La vostra musica è geniale. È un lavoro di qualità. Ma è che le note sono troppe, tutto qui. Basterà eliminarne qualcuna e sarà perfetto”. Freddamente, e splendidamente, Mozart risponde: “Quali sono le note che avevate in mente, maestà?

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...