venerdì 5 febbraio 2010

Al contadino non far sapere……Democrazia è informazione!

Chissà perché la maggior parte delle persone tra cui, soprattutto, le persone colte, pensano di non rientrare in quel “contadino” a cui fa riferimento il detto citato nel titolo di questo post! Chissà quale forma di sindrome narcisistica fa ritenere a parecchi di noi di non essere manipolabili o teleguidati, di non essere influenzabili o dominati mentalmente, di scegliere autonomamente le questioni di cui discutere!

In effetti è diffusa una ingenua sottovalutazione del ruolo dell’informazione, che nella società globalizzata e mediatica, determina i parametri per l’analisi di gran parte dei problemi, anzi per la definizione stessa di cosa è problema! Quasi nessuno crede che i termini in cui vengono posti i problemi siano definiti eteronomamente, “prima” che il cittadino, anche colto, li prenda in considerazione!

E allora di cosa parliamo, quando parliamo? Da dove cominciare?

La realtà effettiva dell’informazione e delle comunicazioni, oggi, è molto distante da quella immaginata da ognuno do noi. Basta considerare, infatti, che la maggior parte delle informazioni offerte dalle parti in causa, per esempio durante le competizioni elettorali, è fortemente influenzata e manipolata, soprattutto nei contesti, come quello italiano, in cui, in sostanza, l’informazione vive in assenza di vero pluralismo e in regime di quasi monopolio.

Inoltre è il caso di sottolineare che non è solo nel cosiddetto “antico regime” o sotto i totalitarismi che il “pubblico” politico è affare privato del monarca; in realtà, una delle ragioni per cui diventa sempre più problematico parlare di democrazia, nella nostra società attuale, è proprio il fatto che, oggi, sempre più spesso, la sfera “pubblica” sembra diventare, in realtà, “privata” o “privatizzata (e da questo punto di vista in Italia probabilmente siamo più “avanti” di altre paesi!). Privata, prima di tutto, nel senso che le ”vere decisioni” sono prese a porte chiuse, nei corridoi o nei luoghi di incontro tra gruppi di pressione e “governanti” di turno. Al punto che è quasi un luogo comune ritenere che le decisioni che contano non sono prese nei luoghi ufficiali, in cui si presume che vengano prese; infatti, quando arrivano davanti ai Consigli dei ministri o alle Camere dei Deputati, i giochi sono già fatti. Tra l’altro, anche le motivazioni ( le “vere” motivazioni) sono per nulla trasparenti. Questo, anche nell’ipotesi, di “settimo grado”, che ci sia una chiara informazione sulle decisioni prese o da prendere!


È vero che la gente “istruitapotrebbe giungere, sebbene con una ricerca “ostinata” (nei “vicoli” del web o nei libri: fondamentale a questo scopo il libro di Ed. Herman e N. Chomsky, La fabbrica del consenso, Il Saggiatore), a una conoscenza dei problemi, forse vicina alla migliore possibile. Però, la gran parte delle persone istruite non fa così, e quindi, come i cittadini con minor istruzione, si basa spesso su informazioni del tutto inadeguate, o si affida alle notizie “drogate” dei giornali o delle televisioni.


Come è possibile allora dar vita a un corpo di cittadini capaci di individuare le questioni rilevanti, capaci di produrre giudizi adeguatamente illuminati sui problemi pubblici, sulle questioni in campo o sui “termini” in cui poter delegare ad altri senza preoccupazione l’autorità di prendere le decisioni?

Tanto più che per il consenso, oggi, non è necessaria più la mediazione delle forme rappresentative e la discussione pubblica, ma basta la cattura” della platea mediatica: attraverso cui tecniche di marketing aziendale si fanno tecnica politica!
Perché dovremmo ritenerci, di fronte alle questioni pubbliche, più in grado di valutare di quanto lo siamo di fronte alla pubblicità commerciale?


In più occorre, a questo proposito, tener ben presente, come sottolinea Manuel Castells, in un saggio su Comunicazione, Potere e Contropotere nella network society, “la pratica …del (cosiddetto)… “indexing”, per cui direttori e giornalisti limitano il range di posizioni e temi politici da riferire a quelli espressi in seno all’establishment politico mainstream, influendo pesantemente sul processo di reporting dettato dagli eventi”. Del resto come spiegare la dura lotta per controllo dell’informazione e dei media?


Non dovrebbe sembrare eccessivo, allora, che la questione dell’informazione appaia, nella società globalizzata e mediatica, “la” questione della democrazia, la questione pregiudiziale per capire, affrontare e tentare di risolvere le altre questioni!
È credo appaia anche comprensibile che un inizio di soluzione – “dal basso” - di questi problemi possa partire dall’impegno, paziente e graduale per conoscere, moltiplicare e condividere strade alternative di accesso all’informazione che – facendo “vedere” un mondo invisibile (Herman), allarghi l’area della coscienza e la capacità effettiva, per tutti, di giudicare e di vivere da cittadini adulti!

2 commenti:

luigi vassallo ha detto...

Il quadro che tu presenti può essere scoraggiante ma è sicuramente realistico. Alla tentazione di prendere il frutto proibito dall'albero della conoscenza si è sostituita la tentazione (ben incoraggiata e mai condannata) di mangiare solo frutti "di plastica" opportunamente confezionati per darci una artificale sazietà e un finto nutrimento. Come venirne fuori? E' la sfida della nostra epoca (XXI secolo), in cui parametri e modelli utilizzati nel XX secolo e che, almeno a volte, hanno prodotto processi di liberazione e di emancipazione, non sono più adeguati. Sfida difficle dunque e, al momento, senza bussola sicura per orientarci. E tuttavia, finchè - sia pure in spazi e tempi minoritari - si tiene desta l'inquietudine per un presente alienante, c'è ancora speranza di tracciare in qualche modo un percorso per venirne fuori. O almeno per provarci.

Anonimo ha detto...

Condivido,pienamente,la tua analisi ed anche...l'indignazione con la quale hai scritto il post.
Secondo me,la prima domanda che ci dobbiamo porre,però,è:"Perchè mi voglio,mi devo informare? A che mi deve servire?.
A volte,penso che non abbiamo bisogno, di tanta informazione(il troppo spesso confonde invece di chiarire).
Ma soltanto di quella che ci serve ad esprimere organicamente e armoniosamente la visione che abbiamo,nel nostro intimo, del mondo che ci circonda, per poterla comunicare agli altri e vedere,se condivisa, come possa migliorare la convivenza.Allora più che "troppa" informazione dobbiamo educarci a scremarla, tenedo sempre fisso lo scopo di cui dicevo.L'unico mezzo per combattere contro i "mass media" è,direi da sempre, soltanto il nostro...misero? cervello. Mario Rosario Celotto

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