venerdì 19 febbraio 2010

Ridere con la filosofia! I limiti della logica

Ho esitato un po’, prima di scrivere questo post, immaginando gli “arricciamenti” di naso dei lettori più…”seri” di questo blog. Ma non ho resistito al desiderio di condividere la barzelletta che leggerete qualche riga più sotto. È una barzelletta tratta da un divertente libretto ( Heidegger e l’ippopotamo, Rizzoli; vedi anche degli stessi autori Platone e l’ornitorinco) in cui Cathcart e Klein, laureati in filosofia ad Harvard, associano l’analisi di grosse e serissime questioni filosofiche ed esistenziali con il racconto di barzellette.

In realtà, mi sono detto: questo blog si chiama, volutamente, INCROCI…VIE, perché immagina la nostra esistenza come un camminare, un viaggio senza una meta predefinita, e che proprio per questo comporta un “uscire” dalle proprie case, dalla propria condizione ogni momento, in cerca di fantasia, di “tracce”, che possano aiutare a dare un sovrappiù di senso (perché come dice Kavafis, nella sua poesia Itaca, non a caso primo post di questo blog, il cammino stesso ha già in sé un senso, se si riesce a scoprirlo!) al cammino. E dove si possono trovare più spunti, più tracce, anche se senza un ordine definito, se non negli incroci, dove si incontrano, si intersecano e si…scontrano anche tante strade e direzioni? È naturale che un cammino del genere richiede una capacità di mettere continuamente in discussione schemi, presupposti, abitudini, sicurezze di ogni genere, per rendere possibile una “apertura” e una ricettività di fondo della nostra esistenza. Quella apertura e quella messa in discussione possono insegnare la complessità e il rifuggire da soluzioni comode e definitive! Gli “incroci” della nostra vita, se li si frequenta senza paure, fanno scoprire come, spesso, l’assolutismo delle regole che noi stessi poniamo, i presupposti dai quali partiamo, il rigore della logica, ci conducono, talora, in vicoli ciechi, ci fanno “sbattere” contro problemi insolubili, o si capovolgono nel loro contrario!

Bene! Ecco la barzelletta.
Quando il Paradiso comincia ad essere affollato, san Pietro decide di escogitare un criterio per regolare l’accesso ed evitare che possano entrare “cani e porci”. E allora decide di accettare solo persone che se la sono vista davvero brutta il giorno della loro morte. “il giorno in cui viene inaugurata la nuova politica, san Pietro chiede al primo della fila: -Parlami del giorno in cui sei morto -. L’uomo racconta:- Oh, è stato orribile. Ero sicuro che mia moglie avesse una relazione, così sono tornato a casa prima, dal lavoro, per coglierla sul fatto. Ho cercato per tutto l’appartamento e non sono riuscito a trovare il suo amante da nessuna parte. Così, alla fine, sono uscito sul balcone e ho visto un uomo appeso al bordo della ringhiera per la punta delle dita. Sono tornato dentro, ho preso il martello e ho cominciato a picchiarlo sulle mani. È caduto ma è finito su alcuni cespugli: era ancora vivo. Così sono rientrato in casa, ho sollevato il frigorifero e l’ho spinto di sotto. Quell’uomo l’ho spiaccicato, ma lo sforzo che ho fatto per sollevare il frigorifero mi ha fatto venire un infarto. Ed eccomi qui.

San Pietro non può negare che se la sia vista davvero brutta e che il suo era un delitto passionale [tra l’altro, per difendere il valore della fedeltà] così lo lascia entrare in Paradiso. Quindi fa la stessa domanda al secondo della fila. – Be’, signore, è stato terribile - dice questo. – Stavo facendo aerobica sul balcone del mio appartamento quando sono scivolato oltre il bordo. Sono riuscito ad aggrapparmi alla ringhiera di quello del piano inferiore ma un maniaco è uscito dall’appartamento e ha cominciato a martellarmi le dita! Sono caduto e sono atterrato su dei cespugli, tutto ammaccato ma vivo. Ma quel tizio si è affacciato di nuovo al balcone e mi ha tirato addosso un frigorifero. Sembra incredibile ma è andata proprio così -.
San Pietro ridacchia tra sé e lo fa entrare in Paradiso. Poi chiede al terzo della fila di raccontargli del giorno della sua morte.
- D’accordo – comincia il terzo. – Immagini la scena: sono nudo , nascosto in un frigorifero…-“

Voi che avreste fatto al posto di san Pietro?

venerdì 12 febbraio 2010

Happy hour! Sappiamo ancora cosa raccontare?

Pensiero unico, o omologazione del pensiero (che, in realtà, non è altro che l’azzeramento del “pensare”) è, anche, quell’accettazione inconsapevole del linguaggio dominante, in cui le domande fondamentali sono congedate quali domande generali, cioè vaghe, astratte, non operazionali.

Mi pare, anche questo, uno degli effetti dello slittamento progressivo delle istanze intermedie della democrazia, verso quella che Zagrebelsky ( il suo Il “crucifige” e la democrazia, Einaudi, è da rileggere!) considera una “acritica democrazia del popolo”, verso quelle derive populistiche che apparentemente promettono di “semplificare” i meccanismi democratici, garantendo una maggiore partecipazione “diretta”, ma, in realtà, conducono al “volontario” dissolvimento della capacità di valutare criticamente le scelte politiche e pubbliche. Una condizione, quest’ultima, (nella quale, sembra, siamo, “felicemente”, irretiti) che, forse, spiega anche quella “fuga” dalla “responsabilità verso il presente”, di cui parla Franco Rella (La responsabilità del pensiero, Garzanti). Quel tipo di responsabilità, ( senz'altro uno dei tratti caratteristici, e nobili, dell’epoca moderna) che ha reso possibili pensieri racconti, i quali, attraverso la filosofia, ma anche e, forse soprattutto, attraverso la letteratura e l’arte, hanno "accompagnato" il cammino degli umani.
Ma oggi, siamo ancora capaci di “pensare il nostro tempo”? di dare un nome al nostro presente e al nostro esistere quotidiano? Siamo ancora capaci di trarre una storia e un senso dalla “nebulosa di quella miriade di fatti che ci appaiono senza legami tra loro, di riassumere quei fatti in un racconto convincente” (Rella)? Sappiamo ancora dire, oggi, di cosa facciamo esperienza e raccontarci con un minimo di senso, producendo almeno uno “straccio” di trama? O vale quanto scrive Rella, secondo cui pare che “non abbiamo parole che non siano una lamentazione regressiva…(da parte di alcuni) oppure (da parte di altri) una supina accettazione” di quello che viene proposto e “appare” come la promessa di “magnifiche sorti e progressive”?

Siamo ancora capaci di fare domande (prima di tutto a noi stessi: e come potremmo essere capaci di “raccontare” e “raccontarci” senza domande?), o siamo, ormai, travolti, tutti, dalla marea montante, rappresentata dalla coazione ossessiva a sgombrare il campo da ogni domanda che non sia solo la “fuga” verso qualcos’altro? Siamo, forse, tutti, "comparse" di una permanente, “virtuale”, happy hour?, ora (d’aria?) felice? Quella in cui “dal tardo pomeriggio fino a sera molti giovani, soprattutto studenti universitari, si muovono per la città per raccogliersi casualmente e agglutinarsi, sul marciapiede davanti a un bar. Raramente siedono ai tavolini, perché sedersi a un tavolo significa trovarsi in un piccolo gruppo, guardarsi in faccia, guardarsi negli occhi, parlare. Preferiscono stare i piedi, con il bicchiere in mano, scambiandosi qualche parola che si perde nel brusio che si leva uniforme dal gruppo. Attraversare quella concentrazione di persone dà l’impressione di aprirsi un varco che, come in una risacca, si chiude dopo il nostro passaggio. L’ora felice è proprio un’ora soltanto. Finisce, e, un po’ alla volta, da quella nebulosa si dipartono singoli, piccoli gruppi. Il gruppo si dissolve, non resta più niente”. …”Nell’happy hour non c’è comunicazione, ma trasmissione per contagio, verrebbe da dire. È l’ora in cui le parole…diventano rumore, un brusio che si disperde nel crepuscolo” (Rella) e non dice più niente!

Siamo, tutti, quei giovani? Ci hanno fatto diventare così?

venerdì 5 febbraio 2010

Al contadino non far sapere……Democrazia è informazione!

Chissà perché la maggior parte delle persone tra cui, soprattutto, le persone colte, pensano di non rientrare in quel “contadino” a cui fa riferimento il detto citato nel titolo di questo post! Chissà quale forma di sindrome narcisistica fa ritenere a parecchi di noi di non essere manipolabili o teleguidati, di non essere influenzabili o dominati mentalmente, di scegliere autonomamente le questioni di cui discutere!

In effetti è diffusa una ingenua sottovalutazione del ruolo dell’informazione, che nella società globalizzata e mediatica, determina i parametri per l’analisi di gran parte dei problemi, anzi per la definizione stessa di cosa è problema! Quasi nessuno crede che i termini in cui vengono posti i problemi siano definiti eteronomamente, “prima” che il cittadino, anche colto, li prenda in considerazione!

E allora di cosa parliamo, quando parliamo? Da dove cominciare?

La realtà effettiva dell’informazione e delle comunicazioni, oggi, è molto distante da quella immaginata da ognuno do noi. Basta considerare, infatti, che la maggior parte delle informazioni offerte dalle parti in causa, per esempio durante le competizioni elettorali, è fortemente influenzata e manipolata, soprattutto nei contesti, come quello italiano, in cui, in sostanza, l’informazione vive in assenza di vero pluralismo e in regime di quasi monopolio.

Inoltre è il caso di sottolineare che non è solo nel cosiddetto “antico regime” o sotto i totalitarismi che il “pubblico” politico è affare privato del monarca; in realtà, una delle ragioni per cui diventa sempre più problematico parlare di democrazia, nella nostra società attuale, è proprio il fatto che, oggi, sempre più spesso, la sfera “pubblica” sembra diventare, in realtà, “privata” o “privatizzata (e da questo punto di vista in Italia probabilmente siamo più “avanti” di altre paesi!). Privata, prima di tutto, nel senso che le ”vere decisioni” sono prese a porte chiuse, nei corridoi o nei luoghi di incontro tra gruppi di pressione e “governanti” di turno. Al punto che è quasi un luogo comune ritenere che le decisioni che contano non sono prese nei luoghi ufficiali, in cui si presume che vengano prese; infatti, quando arrivano davanti ai Consigli dei ministri o alle Camere dei Deputati, i giochi sono già fatti. Tra l’altro, anche le motivazioni ( le “vere” motivazioni) sono per nulla trasparenti. Questo, anche nell’ipotesi, di “settimo grado”, che ci sia una chiara informazione sulle decisioni prese o da prendere!


È vero che la gente “istruitapotrebbe giungere, sebbene con una ricerca “ostinata” (nei “vicoli” del web o nei libri: fondamentale a questo scopo il libro di Ed. Herman e N. Chomsky, La fabbrica del consenso, Il Saggiatore), a una conoscenza dei problemi, forse vicina alla migliore possibile. Però, la gran parte delle persone istruite non fa così, e quindi, come i cittadini con minor istruzione, si basa spesso su informazioni del tutto inadeguate, o si affida alle notizie “drogate” dei giornali o delle televisioni.


Come è possibile allora dar vita a un corpo di cittadini capaci di individuare le questioni rilevanti, capaci di produrre giudizi adeguatamente illuminati sui problemi pubblici, sulle questioni in campo o sui “termini” in cui poter delegare ad altri senza preoccupazione l’autorità di prendere le decisioni?

Tanto più che per il consenso, oggi, non è necessaria più la mediazione delle forme rappresentative e la discussione pubblica, ma basta la cattura” della platea mediatica: attraverso cui tecniche di marketing aziendale si fanno tecnica politica!
Perché dovremmo ritenerci, di fronte alle questioni pubbliche, più in grado di valutare di quanto lo siamo di fronte alla pubblicità commerciale?


In più occorre, a questo proposito, tener ben presente, come sottolinea Manuel Castells, in un saggio su Comunicazione, Potere e Contropotere nella network society, “la pratica …del (cosiddetto)… “indexing”, per cui direttori e giornalisti limitano il range di posizioni e temi politici da riferire a quelli espressi in seno all’establishment politico mainstream, influendo pesantemente sul processo di reporting dettato dagli eventi”. Del resto come spiegare la dura lotta per controllo dell’informazione e dei media?


Non dovrebbe sembrare eccessivo, allora, che la questione dell’informazione appaia, nella società globalizzata e mediatica, “la” questione della democrazia, la questione pregiudiziale per capire, affrontare e tentare di risolvere le altre questioni!
È credo appaia anche comprensibile che un inizio di soluzione – “dal basso” - di questi problemi possa partire dall’impegno, paziente e graduale per conoscere, moltiplicare e condividere strade alternative di accesso all’informazione che – facendo “vedere” un mondo invisibile (Herman), allarghi l’area della coscienza e la capacità effettiva, per tutti, di giudicare e di vivere da cittadini adulti!

La preghiera del mattino di Hegel

In una sua annotazione molto famosa, Hegel sostiene che la lettura del giornale è la nuova preghiera del mattino dell’uomo moderno. Certo...