domenica 27 dicembre 2009

Escape from freedom. Discorso semiserio di fine anno!

Per tutti quelli che, di fronte alla ricorrente difficoltà di comprendere comportamenti e scelte (culturali o politiche) del “popolo”, sono tentati di pensare di trovarsi in situazioni senza via d’uscita, potrebbe essere utile riflettere su una parabola che un vecchio monaco (Luigi Vannucci) era solito raccontare, per spiegare le ragioni di ciò che Fromm chiamava “fuga dalla libertà”, e un giovane e sconosciuto filosofo del 1500, De La Boétie, “servitù volontaria”.


Ebbene – diceva il vecchio monaco – “il mondo è fatto di gente molto buona ma poco sveglia, e di gente meno buona ma più sveglia; la persona meno buona e più sveglia va avanti a noi, molto buoni e più addormentati”. Come è possibile?, si chiedeva il vecchio monaco. La risposta era: si serve delle nostre paure per dominarci e così diventiamo schiavi, non siamo più liberi!

E continuava: liberarsi dalla paura, ma dalla paura di tutto, di vivere, di ammalarsi, di non riuscire in un concorso, di non progredire nella carriera, liberarsi dalla paura della morte; liberarsi da tutto questo ci renderebbe uomini veramente liberi; nessuno ci potrebbe imbrogliare! Certo ci vorrebbe una grande lucidità, perché la libertà non è una conquista di massa se non è anche una conquista personale!

I poteri,infatti, tutti i tipi di potere, hanno paura solo degli uomini e delle donne veramente libere e di nessun altro!

Mi pare che ci sia qualcosa da buttare in questo fine anno (se ne siamo capaci), e qualcosa per cui lavorare nell’anno nuovo! Se ne avremo la forza e la pazienza!

domenica 20 dicembre 2009

Natale:ricordi e memoria. Quale cristianesimo? (6)

Questo tempo natalizio, con le sue feste, i suoi addobbi, le sue luci, i suoi auguri, e anche le sue contraddizioni e ipocrisie, questo tempo spinge alcuni a cercarne il senso, altri a negarne un senso, altri ancora, abbagliati da luci e da regali, a ignorarne qualunque senso. Stimolato da vari interventi letti sul web, alcuni molto interessanti, - come quello del mio amico Luigi Vassallo sul suo blog “Ipse dixit” (Natività 2009), - altri meno, ma, in ogni caso, degni di riflessione, vorrei offrire un ulteriore – spero utile - contributo, non con le mie parole, ma con quelle, che condivido pienamente, di Johann Baptist Metz, un teologo contemporaneo, tra i maggiori e, per me, il più significativo.


Carica di senso antropologico ed esistenziale – degna di attenzione per credenti e non credenti – , credo, sia l’ottica da cui egli guarda al natale cristiano. A Natale i cristiani dicono di commemorare la nascita di Gesù. Ma sembrano dimenticare, però, che le principali feste cristiane sono nate come articolazioni solenni di una memoria liberatrice e …pericolosa! E allora, se a Natale ci ricordiamo di quell’avvenimento che la fede cristiana chiama: avvento di Dio e del suo regno fra gli uomini, dovremmo anche chiederci - scrive Metz - perché è giunta a noi questa «memoria Jesu Christi»?

Infatti “c’è ricordo e ricordo. Ci sono ricordi con cui rendiamo facile il nostro rapporto col passato, quelli in cui il tempo trascorso diventa un paradiso incontestato, un rifugio delle illusioni presenti, un «buon tempo antico»; ci sono ricordi che circondano tutte le cose che furono d’una luce mite e conciliante. «La memoria abbellisce», noi diciamo, e talvolta ci tocca di farne drastica esperienza: quando gli ex-commilitoni siedono al tavolo usato e si raccontano le loro avventure di guerra, l’aspetto infernale di questa passa in ombra; nella memoria sembra sia rimasto solo il senso dei pericoli superati. Il passato filtra attraverso un cliché disarmante; perde tutto ciò che aveva di pericolo, oppressione e sfida; sembra derubato d’ogni futuro. Così è facile che la memoria diventi «la falsa coscienza» del nostro passato.

Però esiste un altro tipo di ricordi: ricordi pericolosi, ricordi di speranze o terrori, vissuti molto tempo fa e poi ammutoliti o repressi, che risorgono improvvisamente, in mezzo al mondo unidimensionale della nostra vita quotidiana. Per qualche istante essi mettono in luce dura e stridente la problematicità di ciò con cui ci siamo apparentemente conciliati e la banalità del nostro presunto ‘realismo. Ci sono dei ricordi con cui dobbiamo fare i conti, ricordi, per dire così, che son gravidi di futuro, che non ci alleggeriscono illusoriamente; anzi, essi spezzano il canone delle evidenze dominanti e mettono a nudo l’inganno della sicurezza di coloro «la cui ora è sempre qui».

Questi ricordi sono simili a visite pericolose e imprevedibili del passato!

Non sono adatti a confermare o abbellire le nostre convinzioni prevalenti, ma a scuoterle e sottoporle a domande a cui non possono rispondere. Son ricordi che ci costringono a camminare con loro se vogliamo tener loro fronte.

La memoria della fede dei cristiani si esprime in questo tipo di ricordi? Traspariscono nella nostra memoria natalizia della nascita di Gesù i tratti d’un ricordo pericoloso? O non è invece una memoria troppo determinata ed alienata da quella forma di abbellimento che ho cercato di descrivere? Non ci siamo riconciliati troppo presto con i contenuti della nostra memoria cristiana? Il pio ricordo della nascita di Gesù non s’è troppo risolto nell’immagine idillica del bambino nella greppia? Il ricordo del regno di Dio apparso in Gesù non è diventato troppo rapidamente un discorso sul «buon Dio»? Non siamo proprio in questo punto diventati vittime della tendenza dei nostri ricordi ad abbellire e disarmare? Dobbiamo quindi meravigliarci se questa commemorazione natalizia – come usiamo spesso lamentarcene – sembra essere una festa riservata ai bambini, una festa che quasi ignora l’esperienza oscura e dolorosa del nostro mondo quotidiano? E ciò avviene benché i contenuti di questa memoria siano stati testimoniati e scritti originariamente proprio in quanto fatti sovvertitori e pericolosi, «segni di contraddizione», cose avvenute «per la caduta e la risurrezione di molti», affinché «una spada trapassi il nostro cuore» e «i sentimenti di molti cuori diventino manifesti»! (www.queriniana.it /teologi@/Internet/)

martedì 15 dicembre 2009

Strumenti per capire. Quale cristianesimo? (5)

Le discussioni sgangherate provocate dalla decisione di Bruxelles sui crocifissi e dall’esito del referendum svizzero sulle moschee, nonché le conclusioni e le proposte, cinicamente strumentali, seguite a quelle discussioni, suggeriscono l’opportunità di dedicare uno degli…incroci di questo blog a una proposta di discussione (magari a puntate) sui contenuti essenziali del cristianesimo. Sono temi questi ultimi che, pur non essendo al centro del dibattito pubblico e spesso considerati marginali da credenti e non credenti, sono tuttavia usati per manipolare opinioni, emozioni e consensi, per scopi tutt’altro che chiari, da parte di chi sa di poter contare proprio sulla scarsa conoscenza e sull’ignoranza relative alle questioni religiose. Anche in questo caso riappropriarsi della conoscenza significa, non solo, diventare adulti consapevoli di ciò in cui si dice di credere (per i credenti), ma anche, per tutti, difendere la propria libertà e la propria indipendenza di giudizio!

Il primo passo, però, consiste nel prendere atto della abissale, diffusa - e crassa - ignoranza che, riguardo al cristianesimo, caratterizza, non solo i non cristiani, ma soprattutto quelli che per motivi diversi (personali?, per ricerca di consenso politico?, per convinzione?, per interessi?, per necessità di identificazione sociale?, per bisogno psicologico di rassicurazione?....) tengono a dichiararsi cristiani, siano essi individui o gruppi, persone comuni o intellettuali, giornalisti o politici, laici o ecclesiastici….
Certo, si sarebbe spinti a domandarsi, vista l’estensione e la gravità del fenomeno, se questa situazione sia recuperabile! Tuttavia, è anche vero che nessuno, che creda nel valore delle idee, della parola e della comunicazione, può permettersi di disperare!

Ma quali potrebbero essere le cause possibili di una forma così evidente (al punto da spingere il filosofo Maurizio Ferraris a mettere in dubbio, in un libro pubblicato da Bompiani qualche anno fa, che i credenti sappiano veramente in cosa credono!) di analfabetismo riguardo ai contenuti essenziali di una fede che si dichiara di professare?

Il discorso, anche dal punto di vista storico, sarebbe troppo complesso. Si può provare, però, ad indicare qualcuno dei fattori all’origine di questa situazione. Per esempio la sfiducia e il sospetto che, soprattutto negli ultimi secoli, ha caratterizzato il rapporto degli ecclesiastici con la conoscenza e la libera ragione umana. O il primato che è stato accordato alla “pratica” del culto (esibendo bandiere o, all’occorrenza, la croce) e all’obbedienza a precetti piuttosto che alla formazione di una coscienza di fede consapevole, autonoma e adulta. Si è imposta - in altre parole - una falsa idea della educazione e formazione religiosa, secondo cui la conoscenza non è necessaria o è addirittura dannosa per la vera fede, per cui i percorsi intellettuali, in ambito religioso, sono stati – e sono ancora oggi - svalutati a favore di cosiddetti “racconti di vita”. Esiste una convinzione diffusa che, in fondo, è solo la testimonianza della vita che conta, senza rendersi conto che, in tal modo, si presuppone una rottura tra ragione e fede. La domanda, però, è: un essere umano - se intellettualmente onesto – può vivere a lungo con una fede che lo costringa a mettere fra parentesi la sua ragione, la sua esperienza e la sua irrinunciabile voglia di capire? È naturale che una fede che si poggi su tali basi è destinata – alla fine - o a non durare a lungo o a trasformarsi in superstizione, in semplice ritualismo, in folklore o in semplice simbolo sociologico di appartenenza! Ed è quello che tutti possono constatare spesso!

Infine, una causa, sicuramente decisiva, di ignoranza è il fatto che per secoli – si potrebbe dire fino al concilio Vaticano II (anni ’60) – soprattutto per i cattolici, i testi biblici sono stati, quasi, dei testi “proibiti”. Così i contenuti della fede cristiana sono stati nascosti, e, necessariamente, sostituiti, da “zavorra” accumulatasi nel corso di secoli, al punto da rendere irriconoscibile il messaggio cristiano, da parte degli stessi credenti, oltre che dagli altri!

Qui è il punto da cui occorrerebbe oggi ripartire per vincere quell’ignoranza di cui si diceva sopra. Una sorta di ritorno ai classici! Come è possibile infatti dire o sapere in cosa si crede, o in cosa non si crede, se non si conoscono i testi fondanti della propria tradizione religiosa? A questo proposito, è il caso, solo, di aggiungere che un pessimo servizio è stato reso anche dall’insegnamento di religione nelle scuole. Infatti se invece di banali, noiose, ripetitive e inutili discussioni sui soliti, cosiddetti, “problemi” giovanili, si fosse usato il tempo per dare ai giovani gli strumenti per la lettura e l’interpretazione dei testi fondamentali del cristianesimo, come si fa per altri testi classici, si sarebbe, intanto, fatta una operazione, in ogni caso, culturalmente valida sul piano formativo, e in più, avremmo oggi intere generazioni in grado di identificare e comprendere i contenuti fondamentali della fede cristiana, e, quindi, più capaci di decidere in modo adulto sulle cose in cui credere o no! E inoltre, avremmo meno gente manovrabile da quella “razza furba” (Holderlin) di gente che, non credendo in niente, usa il divino e il religioso, per scopi “umani, troppo umani”!

giovedì 3 dicembre 2009

La sentite questa musica?

Forse un giorno rimpiangeremo la quasi totale mancanza di formazione musicale (intesa come educazione al suono ed educazione all’ascolto) nelle nostre scuole! Sarà quando la rozzezza, la mancanza di gusto, di sensibilità e di stile che ci circondano e ci invadono – dall’alto ma anche dal basso - ( e ci attraversano?) sembreranno sommergerci! Avremmo, oggi, veramente bisogno di ricominciare da una ri-educazione dei sentimenti e delle emozioni! Ma come?


Certo, già la frequentazione delle opere d’arte e della poesia potrebbe essere un buon mezzo (ma anche questo manca, a quanto sembra, se è vero, come è vero, che, nelle nostre scuole, la visione e il godimento diretto delle opere artistiche e la lettura o l’ascolto delle opere letterarie sono state – da tempo - in gran parte, sostituite dall’insegnamento-apprendimento di noiosi e, spesso banali, discorsi critici! Che derivi anche da questa “mancata (mal-) educazione” e da una, ormai radicata, “ignoranza”, oltre che da, presunte, esigenze di “modernizzazione”, la tendenza dei nostri legislatori a ridurre lo spazio della cultura letteraria e classica, nel loro “nuovo modello” di istruzione?).

Se ascoltassimo il grande Maestro Barenboim quando indica alcuni dei motivi per cui la musica sembra una delle forme migliori di educazione e di apprendimento di qualcosa sulla natura umana? Per esempio, dice, “per suonare bene occorre imparare a stabilire un equilibrio tra la testa, il cuore e lo stomaco,…Quale modo migliore può esservi per mostrare a un bambino come si fa a essere uomini?”( Baremboim, Said, Paralleli e paradossi, Il Saggiatore). Inoltre, la musica offre la possibilità, nello stesso tempo, da un lato, di evadere dalla vita e, dall’altro, di capirla molto meglio di quanto accada nelle altre discipline. È come se la musica dicesse: “Scusami. Questa è la vita”. Pensate – per quanto attiene al senso del tempo - a come un brano musicale, non importa quanto breve o quanto lungo, “può immediatamente dare la sensazione di avere vissuto una vita intera, anche se è un valzer di Chopin di un minuto e mezzo, come il Valzer del minuto, semplicemente in virtù del fatto che, prima, il suono non c’era e, improvvisamente, c’è. E poi, arriva l’ultima nota: c’era suono e ora non c’è più e, a volte, diventi così ingenuo o poetico da pensare di avere vissuto qualche cosa che è esistita e non esiste più”.

La musica sembra avere un rapporto profondo con la vita. Come scrive Silvia Vizzardelli, nella sua Filosofia della Musica (Laterza), la musica può essere sia qualcosa che ha “le sembianze del mondo, che è parallela ad esso, che vive sullo stesso piano della realtà e delle sue forme”, sia qualcosa “che si stacca dall’anonimato e diventa parte intima della nostra vita psichica, quasi fosse espressione dell’interiorità più pura”. Talora, la musica “pare venirci incontro dall’esterno, da ciò che ci circonda”, e altre volte, la musica sembra dar voce ai movimenti più indeterminati e nascosti della soggettività”.
È forse per questo che, da quanto si sa, i bambini sono in grado di capire la musica prima del linguaggio?

Infine, un ulteriore orizzonte, molto significativo, che può essere aperto da una profonda e non limitata educazione musicale, è illustrato da un episodio raccontato dalla Vizzardelli (cit.) a proposito di Stravinskij, in nave da New York ad Amburgo nel 1965, quando “rispondeva alle domande incalzanti di un intervistatore: - Come spiega il miracolo, il fenomeno della musica? È possibile vivere senza musica? Chi ha creato la musica? -…Non posso immaginare me stesso, diceva Stravinskij, senza qualsiasi musica, anche quella brutta. La musica fa parte di me. Ma poi aggiungeva: la musica fa parte della gerarchia della creazione, probabilmente è stata creata da Dio insieme al mondo; credo, anzi sono sicuro, che la creazione del mondo è un grande rullio di tamburi, di simboli, è musica”, è danza.

Mi vengono in mente, a tale proposito, le frasi suggestive ascoltate, tempo fa, in un film sulla musica: “la musica, in un certo senso è Dio che ci dice che esiste qualcosa oltre noi stessi”. Quindi ”la musica è intorno a noi, non bisogna far altro che ascoltarla!”
Che sia vero che “senza la musica la vita sarebbe un errore” (Nietzsche)?

Critica della trasparenza

Cosa perdiamo  se guardiamo un film e badiamo prima di tutto al “ significato ”, preoccupandoci di tradurre in linguaggio logico e coerent...