mercoledì 4 novembre 2009

Tutti dicono I love You

In tempi di “amore liquido” (Bauman) possiamo smettere di interrogarci su cosa diciamo quando diciamo: ti amo? O vogliamo appaltare, anche su questo argomento, il nostro cervello a conduttori e comparse di talk show e reality?

E allora cominciamo, facendoci guidare dalle riflessioni del raffinato filosofo Jean Luc Nancy, (Sull’amore, Bollati Boringhieri; vedi anche Nancy, M’ama non m’ama, Utet), dal constatare che in questo nostro mondo, comandato da troppi calcoli, aspettative e valutazioni, si ha l’impressione che amare sia sottoposto a troppe domande. “Amare – si, ma secondo quale misura di gusto? Secondo quale aspettativa di durata, secondo quale modo di esistenza? Secondo quali rischi e quali chance? Amare – sì, certo,vi aspiriamo sempre, ma non senza misurare i possibili costi e benefici, non senza prevedere più o meno espressamente la possibilità di limitare o di abrogare l’impegno. Amare – sì, lo diciamo sempre, ma non confondendo forse l’impegno incondizionato con le attrattive della condivisione (calore, compagnia, comfort non nel senso antico del termine, bensì scivolando verso il suo senso moderno di confortevole, gradevole, comodo) oppure con le spinte del desiderio?” Forse è per questo che l’amore ci sembra oggi talora in pericolo: minacciato, rovinato, degradato? Forse è per questo che “abbiamo sviluppato una coscienza così acuta delle illusioni, delle trappole e delle inconsistenze dell’amore”?

E poi, non è significativo che la parola cristiana per amore, la “carità”, terza virtù teologale, che starebbe a indicare un amare caramente, un sentire caro (chérir), un donare o riconoscere un prezzo assoluto (e quindi nessun prezzo calcolabile) a qualcuno, un valutare l’inestimabile, “sia caduta al rango dell’elemosina condiscendente e per questo quasi impossibile da riannodare seriamente all’amore di quel Dio” di cui è detto che “è amore” e che “la sua legge è amore”? Sembra davvero che si sia fatto di tutto, anche nella pratica dottrinale e sociale delle Chiese, per far svanire questo rapporto tra amore e Dio!
Perché ciò è avvenuto? Come è stato possibile?

Ci consola forse il fatto, scrive J.L. Nancy, che, in ogni caso e nonostante tutto, “siamo in apprensione per l’amore, che non cessiamo di cercarlo nella vita e di interrogarlo nel pensiero, comprendendoci e, assieme e allo stesso tempo, fraintendendoci su quel che abbiamo così di mira, questo solo fatto ci assicura che l’amore c’inquieta, che ci tiene in allerta e che è una scommessa” – la scommessa? Non ci resta allora che amare questa “inquietudine d’amore riguardo all’amore”?

In fondo, dovremmo, forse, dire: “l’amore ovvero il senso”!

5 commenti:

pina ha detto...

La VITA NOVA dell'amante

All'inizio della Vita Nova, il lirico racconto di un innamoramento che rinnova e rende straordinaria la vita, Dante Alighieri, dopo aver rievocato il suo primo incontro con Beatrice, ci narra di un suo sogno nel quale Amore gli prende il cuore e se ne nutre. Da quel momento il poeta non si appartiene più. Egli diventa totalmente di amore. E difatti l'opera poetica di Dante, dalla Vita Nova alla Divina Commedia, è generata dall'amore, tutta quanta. Dall' “amore”, ovvero dal “senso” della vita, in tutti i sensi.

“Senso” come “sentire con i sensi”. Spasimo – tensione - attrazione - sentirsi tirare verso qualcosa di irraggiungibile. Sofferenza dell'amante che anela. Energia che si sprigiona da ogni cellula del corpo e si fa vita.

“Amore ovvero senso”della vita che solo dall' “amore” acquista un “senso”.

“Colei che pria d'amor gli scaldò il petto” strappò Dante a se stesso e lo tese con un desiderio che lo trascinò fino a “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, laddove, secondo le parole pronunciate dalla dolcissima Piccarda nel cielo della luna, “la nostra volontà quieta virtù di CARITÀ che fa volerne sol quel che avemo e d'altro non ci asseta”.

Ma l' ineffabile esperienza di Dante, ovvero il suo viaggio interiore, che si compie in un ultimo spasimo anelante all'assoluto, è per noi irripetibile. Ne resta tuttavia un barlume in quello spasimo che con il desiderio ci tende e ci protende verso l'amato o l'amata.
E l'amato o l'amata sono L'AMORE stesso che si è cibato del nostro cuore.
Non a caso nelle canzoni ricorre la rima amore-dolore. L'amore è attivo infatti nell'amante più che nell'amato.
Ma l'amante è colui che, consegnandosi senza condizioni all'amore, nella sua pena trova la sua felicità.
Se non si capisce questo, non si è mai amato.
La gioia di chi ama risplende nello splendore degli occhi amati.
Le cose più belle del mondo erompono dall'”inquietudine” degli amanti. Sono il segno di un gesto d'amore. Sono create dalla energia dell'amore, da quella stessa energia che ha prodotto tutto il creato intorno a noi.
Davvero infelice colui che non ama! É come se non nascesse mai alla vita.

Voglio concludere con un fiore meraviglioso sbocciato dalla “inquietudine”di un cuore innamorato, dal cuore di Saffo, la poetessa greca che, secondo una tradizione leggendaria, fu amante non riamata.

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.

pina ha detto...

La VITA NOVA dell'amante

Nel terzo capitolo della Vita Nova, il lirico racconto di un innamoramento che rinnova e rende straordinaria la vita, Dante Alighieri ci narra di un suo sogno nel quale Amore, nella “figura” di un “segnore di pauroso aspetto”, dopo avergli detto “ego dominus tuus”(io il tuo signore) gli prende il cuore e ne nutre la donna dormiente che tiene tra le braccia. Da quel momento il poeta non si appartiene più. Egli diventa totalmente di Amore.
E difatti l'opera poetica di Dante, dalla Vita Nova alla Divina Commedia, è generata dall' “amore”, tutta quanta. Dall' “amore”, ovvero dal “senso” della vita, in tutti i sensi.

“Senso” come “sentire con i sensi”. Spasimo – tensione - attrazione - sentirsi tirare verso qualcosa di irraggiungibile. Sofferenza dell'amante che anela. Energia che si sprigiona da ogni cellula del corpo e si fa vita.

“Senso ovvero amore”, “intendimento” della vita che solo dall' “amore” acquista un “senso”.

“Colei che pria d'amor gli scaldò il petto” strappò Dante a se stesso e lo tese con un desiderio che lo trascinò fino a “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, laddove, secondo le parole pronunciate dalla dolcissima Piccarda nel cielo della luna, “la nostra volontà quieta virtù di CARITÀ che fa volerne sol quel ch' avemo e d'altro non ci asseta”.

Ma l' ineffabile esperienza di Dante, ovvero il suo viaggio interiore, che si compie in un ultimo spasimo anelante all'assoluto, è per noi irripetibile.
Ne resta tuttavia un barlume in quello spasimo che con il desiderio ci tende e ci protende verso l'amato o l'amata.
E l'amato o l'amata sono L'AMORE stesso che si è cibato del nostro cuore.
Non a caso nelle canzoni ricorre la rima amore-dolore. L'amore è attivo infatti nell'amante più che nell'amato.
Ma l'amante è colui che, consegnandosi senza condizioni all'amore, nella sua pena trova la sua felicità.
Se non si capisce questo, non si è mai amato.
La gioia di chi ama risplende nello splendore degli occhi amati.

Le cose più belle del mondo erompono dalla “inquietudine” degli amanti. Sono il segno di un gesto d'amore. Sono create dalla energia dell'amore, da quella stessa energia che ha prodotto tutto il creato intorno a noi.

Davvero infelice colui che non ama! É come se non nascesse mai alla vita.

Voglio concludere con un fiore meraviglioso sbocciato dalla “inquietudine”di un cuore innamorato, dal cuore di Saffo, la poetessa che, secondo una tradizione leggendaria, fu amante non riamata.

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.

MΣnd0zΔ¹²º ha detto...

Tali riflessioni le vedo molto confinanti con il mio post: http://mendoza120.blogspot.com/2010/01/il-rapporto-di-coppia-dopo-le-fasi.html#comments

In particolare vedo convergenti fra i due posts i concetti di "impegno" (mendoza120 post) quale sentimento "di carità come un donare in assoluto"(IncrociVie post), e di "Rapporto tra Amore e Dio"(IncrociVie post) che io registro come "cammino spirituale-trascendenza".

Due verità dell'amore (a tutti i livelli e forme) essenziali che purtroppo mancano drasticamente soprattutto ai giovani come me e se ne sentono i pesanti effetti sulla società.

Sono d'accordo però al dato confortante che, anche se insufficienti, tendiamo tutti sempre e comunque verso la ricerca dell'amore, ed è su questo a mio avviso che dobbiamo concentrarci: far sviluppare nella gente la consapevolezza del senso di questa ricerca spasmodica, del perchè cercano l'amore...

MΣnd0zΔ¹²º ha detto...

(dimenticavo: se vuoi aggiungo il tuo link al mio blog ;-)

pinomario ha detto...

si mi fa piacere! grazie

Quanto è alto il tempo?

Che strano modo di dire: essere all’altezza dei tempi! Come mai non riusciamo quasi mai ad essere all’altezza dei tempi?  Non riescono ad...