giovedì 26 novembre 2009

Asimmetrie. Pensare e sentire oltre!

La nostra esperienza contemporanea è sempre più quella di soggetti che vivono in un tempo che ha smarrito i suoi dei, i suoi padri, i suoi eroi. Molti, però, vivono tale situazione da orfani. Sempre alla ricerca di “quadrature del cerchio”. Sempre a caccia della risposta alla domanda: perché? Sempre alla ricerca di ipotetiche, nuove ( o vecchie? ) simmetriche e armoniche configurazioni, in cui forzare la realtà! È proprio necessario vivere di nostalgie o di rimpianti? Non potremmo imparare a dire, invece di: perché?, perché no? Non potremo accontentarci, invece di solide e definitive legittimazioni, solo di possibilità? Perché non si potrebbe comunicare senza necessariamente firmare manifesti? Perché non si potrebbe parlare e negoziare sensi e simboli molteplici, senza per questo usare un unico codice? Perché non si potrebbero stabilire contatti, senza per questo fondare un partito? Perché non andare, insieme, alla ricerca di frammenti, senza per questo voler ricostruire città morte? Perché non si potrebbero dare informazioni e comunicare esperienze, senza per questo pretendere di trasmettere insegnamenti? Perché sentiamo il bisogno di dire, sempre, agli altri cosa fare?


Perché non produrre, moltiplicare, ampliare, veicolare linguaggi, creare spazi, senza per questo voler circoscrivere, delimitare e ridurre tutto a uno? L’illusione dell’unità si è frantumata da un pezzo!

Forse, oggi, occorrerebbe imparare a parlare, ridere, lavorare, amare, sperare, credere, comunicare, danzare, leggere, cantare, fare tutte queste cose insieme, senza stabilire moralistiche priorità o gerarchie! Forse, occorrerebbe imparare a percorrere le strade della città umana e ad inseguire le pieghe della realtà, senza fardelli, come donne e uomini liberi! Forse occorrerebbe anche imparare a recitare, sì, anche recitare: trasmutare, oltrepassare la monotonia dell’identità, che, spesso, genera violenza!

Saremo capaci, così, di prestare attenzione e aver cura di tutto ciò che è umano, di raccogliere voci, di rimandare echi, di riflettere colori. Non basta tutto questo, per i tempi nuovi che stiamo vivendo? Certo, potremo offrire e scambiare solo percorsi, non itinerari strutturati; tracce, non mappe; prospettive parziali e punti di vista continuamente negoziabili, non spazi strutturati e armonici. E allora? Qual è il problema?

giovedì 19 novembre 2009

La cultura...e i volti

In tempi in cui si discute tanto di riforme degli studi, di formazione o, addirittura, di “emergenza educativa”, forse dovrebbe essere prioritario non accontentarsi di cercare soluzioni tecniche od operative, non accontentarsi di essere solo “funzionari” del sapere, senza andare alla radice dei problemi. In tutte la questioni relative alla formazione, alla educazione, alla conoscenza, alla cultura, sono sempre in gioco domande più “radicali”, alle quali, sembra, non siamo più capaci di rispondere. Che sia anche questa una espressione dell’”analfabetismo di ritorno”, che pare tipico, anche, degli intellettuali e di chi opera nel campo dei saperi e della cultura, oggi?

Non sarebbe il caso allora di intendersi – prima di affrontare altre questioni - su ciò che significa, per noi, sapere e cultura, oggi? Anzi, prima ancora di discutere dell’idea di cultura o di sapere, non sarebbe il caso di interrogarsi su quale atteggiamento, quale “sguardo”, quale “stile”, sono presupposti da una autentica formazione  e crescita culturale? Prima, si è detto “oggi”. In effetti, in questo caso, la prospettiva dell’oggi è decisiva, ai fini di una risposta adeguata. Decisiva, perché siamo nell’epoca della globalizzazione, dei possibili – o invocati – conflitti di civiltà, delle tentazioni integraliste e fondamentaliste che investono istituzioni, organizzazioni, chiese, movimenti, ma anche saperi, educazione, politiche, informazione e cultura, in genere.

E allora, proprio in tempi come questi, occorrerebbe imparare, ed insegnare, prima di tutto, a separare, il più possibile, l’idea di sapere e di cultura dalla logica e dal linguaggio del potere e dei poteri. R. Barthes – uno dei grandi Maestri, di cui si avverte oggi la mancanza – scriveva nella sua Lezione (Einaudi): “Io chiamo discorso di potere ogni discorso che genera la colpa e di conseguenza la colpevolezza di colui che lo riceve”. In altre parole, esistono forme e atteggiamenti culturali che tendono a dominare l’altro, costringendolo a negare se stesso, a svendersi, a “suicidarsi”! Si tratta di quel modo di fare cultura, e di iniziare al sapere, che uccide i saperi deboli e le culture altre, che sacrifica la complessità all’idolatria del pensiero unico. È un modo di fare cultura che genera “servi”: non soltanto nel senso che, oggi, sembrano sempre più numerosi tipi di intellettuali che preferiscono stare sul registro paga dei potenti, quel tipo di intellettuali che, come scriveva W. Lepenies alcuni anni fa, “non fluttuano più nel regno della libertà, ma stanno con i piedi ben saldi per terra e si mettono in fila”; ma anche nel senso che si tratta di uno stile culturale che, invece di liberare – come dovrebbe, ogni vero sapere! - produce dipendenza e schiavitù! È l’atteggiamento – che viene spacciato per difesa della cultura e amore della verità - che ha paura della crescita e dell’autonomia, ha paura del moltiplicarsi delle prospettive: una cultura che mira a “tagliare le ali” agli altri!

E invece, lo stile culturale, propedeutico a una crescita e a una educazione, oggi, veramente umane, uno stile che può consentire di evitare il linguaggio e le categorie, dominanti, della delimitazione e dello sconfinamento, riducendo la sua dimensione di potere, dovrebbe essere quello capace di rinunciare a determinare direttamente ciò che è “altro” o estraneo, preferendo piuttosto considerare l’”altro da sé” come quello a cui si risponde, o quello a cui si deve inevitabilmente rispondere! In questa ottica ciò che è “altro” verrebbe considerato, a seconda delle sfumature, un’esortazione, uno stimolo, un richiamo, un’istanza, un “volto” che interroga.

Qui, allora, fare cultura o sapere, introdurre al sapere e alla cultura, sarebbe imparare, o educare, a “scoprire i volti” e a farsi interpellare da essi.

Dovunque – nello spazio e nel tempo – si possano incontrare quei volti!...Non sarebbe bello?


venerdì 13 novembre 2009

Vogliamo ricominciare a studiare?

Una reazione (e un errore!) molto comune oggi, data la superficiale – e analfabeta – tipologia di lettura delle vicende pubbliche, è essere indotti a pensare, infantilmente, che, nelle nostre società globalizzate, tutte le questioni siano riconducibili ad un unico centro di potere o di comando, abbattuto o cambiato il quale, ogni problema si possa risolvere e riportare alla normalità! Ma già Michel Foucault, qualche decennio fa, nelle analisi raccolte nel libretto (da rileggere!) La microfisica del potere (Einaudi), ha descritto diversamente le modalità dell’esercizio del potere, nella società complessa. Qui il potere non è mai riconducibile solo a moloch chiaramente individuabili, né tanto meno identificabili facilmente solo con le sue forme più visibili, ma è, invece, disseminato nei capillari che attraversano le nostre vite. La lotta non si può ridurre quindi solo al bombardamento del quartier generale! (anche perché, spesso, il quartier generale, come diceva il vecchio Marx, è solo la facciata di ben altri centri di interesse e di comando..). Dov’è il quartier generale, in un tempo in cui le vere decisioni strategiche, politiche ed economiche, non sono assunte nelle sedi istituzionali (ridotte ormai a non determinanti centri di ratifica), e in cui il rapporto tra politica ed economia è così fortemente sbilanciato a favore della seconda? Vogliamo ricominciare a “pensare” (e a studiare!), insieme, la politica o vogliamo lasciarla ai “politici”, limitandoci a giocare semplicemente l’inoffensivo ruolo di spettatori più o meno arrabbiati e urlanti? Anche perché, sembra, che, in tempi di spettacolarizzazione e personalizzazione della politica, questa forma di partecipazione politica, che si riduce all’azzannarsi per afferrare e spolpare l’osso che quotidianamente viene gettato al pubblico vociante (come si fa con i cani rabbiosi, per tenerli occupati!), sia perfettamente funzionale al mantenimento dello stato presente delle cose! O no?

mercoledì 4 novembre 2009

Tutti dicono I love You

In tempi di “amore liquido” (Bauman) possiamo smettere di interrogarci su cosa diciamo quando diciamo: ti amo? O vogliamo appaltare, anche su questo argomento, il nostro cervello a conduttori e comparse di talk show e reality?

E allora cominciamo, facendoci guidare dalle riflessioni del raffinato filosofo Jean Luc Nancy, (Sull’amore, Bollati Boringhieri; vedi anche Nancy, M’ama non m’ama, Utet), dal constatare che in questo nostro mondo, comandato da troppi calcoli, aspettative e valutazioni, si ha l’impressione che amare sia sottoposto a troppe domande. “Amare – si, ma secondo quale misura di gusto? Secondo quale aspettativa di durata, secondo quale modo di esistenza? Secondo quali rischi e quali chance? Amare – sì, certo,vi aspiriamo sempre, ma non senza misurare i possibili costi e benefici, non senza prevedere più o meno espressamente la possibilità di limitare o di abrogare l’impegno. Amare – sì, lo diciamo sempre, ma non confondendo forse l’impegno incondizionato con le attrattive della condivisione (calore, compagnia, comfort non nel senso antico del termine, bensì scivolando verso il suo senso moderno di confortevole, gradevole, comodo) oppure con le spinte del desiderio?” Forse è per questo che l’amore ci sembra oggi talora in pericolo: minacciato, rovinato, degradato? Forse è per questo che “abbiamo sviluppato una coscienza così acuta delle illusioni, delle trappole e delle inconsistenze dell’amore”?

E poi, non è significativo che la parola cristiana per amore, la “carità”, terza virtù teologale, che starebbe a indicare un amare caramente, un sentire caro (chérir), un donare o riconoscere un prezzo assoluto (e quindi nessun prezzo calcolabile) a qualcuno, un valutare l’inestimabile, “sia caduta al rango dell’elemosina condiscendente e per questo quasi impossibile da riannodare seriamente all’amore di quel Dio” di cui è detto che “è amore” e che “la sua legge è amore”? Sembra davvero che si sia fatto di tutto, anche nella pratica dottrinale e sociale delle Chiese, per far svanire questo rapporto tra amore e Dio!
Perché ciò è avvenuto? Come è stato possibile?

Ci consola forse il fatto, scrive J.L. Nancy, che, in ogni caso e nonostante tutto, “siamo in apprensione per l’amore, che non cessiamo di cercarlo nella vita e di interrogarlo nel pensiero, comprendendoci e, assieme e allo stesso tempo, fraintendendoci su quel che abbiamo così di mira, questo solo fatto ci assicura che l’amore c’inquieta, che ci tiene in allerta e che è una scommessa” – la scommessa? Non ci resta allora che amare questa “inquietudine d’amore riguardo all’amore”?

In fondo, dovremmo, forse, dire: “l’amore ovvero il senso”!

Proposta semiseria per i diversamente-lettori

Questa proposta è, in realtà, un invito alla lettura dei libri per i “diversamente-lettori”. Sì, perché io credo che non esistano i non-let...