giovedì 8 ottobre 2009

I paradigmi della stupidità 2. La sindrome di Nimby

Il tradimento e le degenerazioni delle classi dirigenti, e delle élites in generale, nel nostro paese, come risulta da varie indagini, è sotto gli occhi di tutti. È vero che esistono due generi di classe dirigente come esistono due tipi di società, ma, secondo gli italiani, sembrano prevalere i ritardi culturali e l’incapacità di adeguarsi ai cambiamenti, l’indifferenza all’interesse collettivo, l’indecisionismo e il tirare acqua al proprio mulino con ogni mezzo, il cinismo sociale e i comportamenti clanici. Ma le indagini dicono anche altre cose e su queste occorre imparare a riflettere con rigore per immaginare il “che fare”.
Carlo Carboni, nel suo libro La società cinica (Laterza), è molto illuminante in proposito e, soprattutto, preciso nell’indicare le degenerazioni e i fattori di disgregazione del vivere civile. In una pagina, che occorrerebbe studiare, parola per parola, in tutti gli ambienti (politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali, culturali, formativi e anche ecclesiastici), egli rileva che “le caratteristiche e, quindi, anche le degenerazioni delle élites trovano corrispondenza con quanto prodotto dal declino della società di massa di ceto medio: una società, a capitale sociale medio-basso, che, come le élites, appare invecchiata, prigioniera del segregazionismo di genere, provinciale e spesso insufficientemente istruita e informata, presa nell’individualismo amorale e nell’egoismo sociale, interprete cinica dell’illegalità diffusa e delle scorciatoie clientelari. È quell’Italia che guarda al merito e all’interesse collettivo in modo cinico, sostenendo che, in fondo, si tratta di due concetti astratti, solo di belle parole, ma la sostanza è un’altra: ognuno fa i propri interessi, a partire dalle stesse classi dirigenti. Nel concreto, il merito e l’interesse collettivo riguardano gli altri: ecco quindi dilagare la sindrome Nimby (not in my backyard) e quella giustificazionista, quando chiediamo una deroga al merito per nostro interesse. È l’Italia che ama farsi proteggere in alto (tra le élites) e in basso (nella società), che spesso prospera o sopravvive con rendite posizionali.”(p.141)


Che c’entra tutto questo con la stupidità? C’entra perché questi fenomeni e questi atteggiamenti, queste prassi diffuse, che apparentemente sembrano offrire dei vantaggi, si traducono poi in immobilismo e indifferenza riguardo il nostro comune destino, in degrado della vita di relazione, in incertezza e insicurezza, anche per i nostri beni, e in una aspettativa di vita di bassa qualità. Non il massimo di felicità possibile dunque ma il massimo di sopravvivenza! È questo che vogliamo?


Se è così, e sembra che sia così, aveva proprio ragione lo storico Carlo Cipolla, quando, in un divertente libretto, di alcuni anni fa, (Allegro ma non troppo, Il Mulino), scriveva: “la morale della favola è che ognuno di noi ha una sorta di conto corrente con ognuno degli altri. Da qualsiasi azione, o non azione, ognuno di noi trae un guadagno o una perdita, ed allo stesso tempo determina un guadagno o una perdita a qualcun altro”. E allora se un Tizio compie un’azione dalla quale trae un vantaggio causando una perdita a Caio, Tizio ha agito da bandito. Ma se Tizio compie un’azione che causa un danno a una persona o a un gruppo di persone, ma anche a se stesso, allora Tizio è uno stupido! O no?




2 commenti:

pina ha detto...

Un dizionario minimo del “che fare?”

Caro autore questo tuo post esige una lettura analitica alla quale tu stesso ci inviti quando affermi che “occorre imparare a riflettere con rigore per immaginare il “che fare” ”.

Mi sembra che sia importante innanzitutto enucleare e spiegare le parole chiave del tuo scritto.

Ecco le parole che io voglio evidenziare:

1.Il comportamento clanico, antropologicamente inteso, è un comportamento legato al clan ossia ad un gruppo sociale “la cui parentela o affinità deriva da discendenza comune, totemica o gentilizia”. Per estensione il Clan designa “un gruppo chiuso ed esclusivo di persone legate da interessi comuni”. In senso negativo il termine significa “cricca, consorteria”;

2.La Società è cinica se “manifesta disprezzo e indifferenza nei confronti di qualsiasi ideale e sentimento umano”;

3.L'élite è una “cerchia ristretta di persone che si distinguono per superiore cultura, censo, ascendente...”;

4.Backyard è un anglicismo che possiamo tradurre con “l'orticello dietro casa”;

5.Con la parola merito rivendichiamo “il diritto alla lode, alla stima, alla ricompensa...dovuto alle qualità...alle opere di una persona”. E qui desidero proporre l'attenzione alla parola latina “meritum” derivata dal verbo “mereo (in forma deponente “mereor”) “guadagnarsi, essere degno”, da confrontare con il greco "mèros" "parte", “méiromai”
“dividere, ricevere la propria parte” e “mòira” “parte assegnata” e “destino”. Ma guarda un po' che cosa si scopre a scavare nelle parole! Che nel termine “merito” è racchiuso il senso di “ciò che é giustamente destinato” (mòira) se si “dividono equamente le parti” (meiromai).

6.Mi sembra, infine, che con “comune destino” si possa intendere “ciò che una comunità destina a se stessa in base all'equa distribuzione delle parti assegnate a tutti gli individui che quella comunità compongono, se “la vita di relazione” è viva.


Accogliendo poi l'invito a meditare “parola per parola, in tutti gli ambienti”, sulla pagina riportata nel post, cerco di immaginare il “che fare” nell' “ambiente culturale” della scuola, al quale è applicabile l'analisi negativa di Carboni:

1.Evitare le “cricche” e le “consorterie”;

2.Favorire la formazione di élites caratterizzate da scelte di vita improntate alla legalità e al merito, nel senso di “guadagnarsi, essere degno” e , in base a questo, di “dividere, ricevere la propria parte”;

3.Essere attivamente presenti negli organi collegiali ed esprimersi chiaramente quando si deve i scegliere tra le scorciatoie che inseguono il “profitto” con individualismo amorale, e l'arduo percorso che, attraverso l'informazione e l'istruzione (autoformazione), guardi all'educazione degli individui per trasformare “la società cinica” nella “società della relazione, della discussione e della condivisione”;

4.Educarsi per educare e, quindi per elevare il capitale sociale;
5.Sentire che la “felicità” può essere riposta nell'ideale del bene comune, e che l'ideologia edonistica del consumo ci renderà vittime della nostra stupidità;

6.Non coltivare il proprio backyard, ma far fiorire il giardino della comunità.

Anonimo ha detto...

Ecco che ho ragione io: l'unico linguaggio universale che non crea ambiguità nella comunicazione è il linguaggio matematico. Unico ed universale.
La natura ama le diversità, sotto forma di variazioni: le differenze di temperature,le differenze di potenziale,le differenze di pressione etc. Guai se non ci fossero! Non ci sarebbero i venti(pensate all'effetto serra),non ci sarebbe la corrente elettrica, non ci sarebbero le correnti marine e così via. Quindi le diversità oltre che utili sono necessarie. La diversità in molti casi è vita, l'uniformità, invece, porta alla morte.Impariamo a rispettare, ad amare e "conservare" le diversità. Si, conservare le diversità non tendere ad uniformarci: conserviamo le tradizioni, i dialetti, gli usi, i costumi dei vari popoli, altrimenti rischiamo che un giorno perleremo tutti in inglese, vestiremo tutti allo stesso modo, mangeremo tutti gli stessi alimenti (addio dieta mediterranea). Impariamo dalla natura che si evolve grazie alle divarsità.

Chi ci libererà dai "maestri" di etica?

Chi ci libererà dai pedanti maestri di etica e dai loro quotidiani e inutili elenchi di mali e malfattori? Chi ci libererà dalle cassandr...