martedì 27 ottobre 2009

Uno, due, tre...Il vetro rotto

Due dati a disposizione di tutti. Due dati inconfutabili. Due dati che non hanno niente a che vedere con le finte notizie che Tg e giornali ci propongono, mostrandoci solo la “confezione” degli eventi. Due dati che non hanno niente a che vedere con il “nulla”, di cui rischiamo di diventare degli esperti, continuando a pendere, come tanti purtroppo, dalle labbra di governanti imbonitori, le parole dei quali consumano e sprecano le nostre giornate, i nostri pensieri e le nostre emozioni, impedendoci di conoscere e analizzare le loro vere scelte concrete. Due fatti che, come tanti altri, belli o brutti, noi non riusciamo ad approfondire, e neppure a conoscere, se non ad “ogni morte di papa”, perché quasi tutti i nostri “professionisti” dell’informazione, in livrea da maggiordomi, sono troppo occupati a collezionare, con accuratezza, ogni minimo “rutto” maleodorante che viene fuori da chiunque abbia qualche visibile “insegna” del potere: politico, culturale, religioso, economico, ecc. Tutti impegnati a recitare e rappresentare lo spettacolo della realtà, impedendo così di guardare in faccia le cose! E noi lì a battere le mani, come gruppi di ultras alle partite di calcio e inebetiti spettatori di avanspettacolo di terza categoria, o a dannarci e imprecare contro mulini a vento e nemici virtuali! È il solito gioco, di sempre, di quelli che hanno il controllo delle risorse e del potere, per lasciare le cose come stanno, inducendo a guardare da un’altra parte!!

Ebbene, i due dati sono quelli che, qualche settimana fa, la FAO e l’organizzazione SAVE THE CHILDREN Italia, hanno reso pubblici. Le due notizie hanno a mala pena attraversato gli spazi dell’informazione ufficiale, come gli UFO attraversano i nostri cieli! Penso che quasi nessuno le abbia notate. A meno che non si sia tra quelli - pochi - che cercano le notizie con tutti i mezzi mediatici, senza fermarsi ai giornali e alle TV più diffuse, che invece di informare sui fatti del mondo, preferiscono inventare fatti immaginari, ad uso dei battibecchi da “cortile” di casa nostra!!

Le notizie sono le seguenti.
La FAO ha reso noto il risultato di una indagine secondo cui nel 2009 un miliardo di persone stanno rischiando e rischieranno la vita per fame!
Save the children ha reso noto che ogni anno muoiono – muoiono - 9 (nove) milioni di bambini con meno di 5 anni! Ma cosa significa “nove milioni di bambini”?, ci si è chiesto. La risposta è tragicamente semplice! Significa che ogni 3 secondi, un bambino muore! Pensate: mentre diciamo: uno, due, tre… muore un bambino, e così via di seguito! La cosa più impressionante è che la maggioranza di questi bambini muore per cause prevenibili e curabili (polmonite, diarrea, morbillo, malaria)!

In altre parole, il mondo, gli stati, i popoli “civili”, le organizzazioni, gruppi di ogni genere e  individui, potrebbero evitare queste morti reali, non ipotetiche! Ognuno di noi potrebbe evitare alcune di queste morti! Vogliamo voltarci dall’altra parte? Non sarebbe ora di cominciare a sentirsi realmente in debito con quegli esseri umani  - noi che apparteniamo a quella parte del mondo che si è assicurato il controllo della maggior parte delle risorse mondiali? e responsabili di quelle morti (come è responsabile chiunque vede un altro in pericolo di vita e non fa niente)? I care o me ne frego: è sempre questa la prima, vera scelta: politica, etica, religiosa e anche di civiltà!
Una soluzione alla portata di tutti? Per esempio tassarsi, in modo permanente, anche di pochi euro, perché basterebbero per salvare qualche vita ogni momento! Non sarebbe carità o elemosina ma una semplice questione di giustizia!
E poi, continuare a cercare notizie, a parlarne, a far sapere...anche sui nostri blog, siti o social-network!!!

Conservate sempre un vetro rotto nel vostro universo ben ovattato per potere udire i lamenti che vengono dall’esterno!” (Abbé Pierre)

martedì 20 ottobre 2009

Religione o fede? Quale cristianesimo? (4)

La dichiarazione pubblica di ateismo da parte di una giovane e pensosa amica, mi ha indotto a pormi alcune domande relative alla questione religiosa, la principale delle quali è stata senz’altro la seguente: ma chi è il credente? colui che professa di credere nel Dio cristiano e poi ritiene impossibili un altro mondo e una umanità diversa, o colui che dice di non credere nel Dio cristiano, ma non smette di credere, di sperare, e di lottare, perché questo mondo cambi le sue logiche e diventi una casa accogliente per ogni essere umano?

Beh, non ho dovuto pensarci molto per scegliere la seconda ipotesi! Anche perché mi sono ricordato di un brano del vangelo, dove Gesù parla di un padre che aveva due figli e chiese a tutti e due di andare a lavorare nella sua vigna. Gesù prosegue il racconto dicendo che il primo rispose al padre: vado subito signore, ma non andò; mentre l’altro oppose un rifiuto alla richiesta del padre, ma poi ci andò. L’evangelista Matteo, che narra l’episodio, scrive che Gesù chiese agli interlocutori: chi dei due secondo voi si è dimostrato veramente figlio e obbediente al padre? E ai suoi ascoltatori che, ovviamente, risposero: il secondo, egli disse concludendo: in verità vi dico (una formula del tempo per dire: vi attesto solennemente e voi potete essere sicuri che sarà così) i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel regno di Dio! E cioè: quelli che vengono ritenuti più lontani da Dio, secondo i comuni parametri “religiosi”, sono più vicini a Dio di quelli che credono che Dio stia, invece, sempre dalla loro parte!

Certo, se non si confondesse la “fede cristiana” con una qualunque “religione” pagana; se non si identificasse il messaggio cristiano solo con un complesso di norme, pratiche e riti suggestivi; se non si identificasse l’essere cristiani con appartenenze culturali e identità sociologiche, da usare magari contro altre identità e appartenenze; se la fede cristiana non fosse, per molti, solo un prodotto di “consumo” che “serve” in alcuni casi e poi si mette via, o un farmaco per momenti difficili; se l’essere cristiani non si identificasse con l’andare in giro per i vari santuari e luoghi “sacri” mentre il resto della vita e delle idee rimangono immutati; se non si considerasse la fede cristiana come la “religione civile” del paganesimo, spendibile sul piano dei rapporti di forza e di potere politico, allora sarebbe più facile rispondere alla domanda: chi è il cristiano, come a una domanda che riguarda la vita dei credenti, e non come a un argomento da salotto. Allora, se quelli che si dicono cristiani sapessero rispondere veramente a questa domanda, forse avrebbe più senso il discorso cristiano, anche per gli uomini e le donne di oggi, anche quelli per i quali il discorso cristiano sembra non dire più molto! Allora la presenza, lo stile, la vita, i comportamenti e il tipo di società dei cristiani non diventerebbero, come è successo e succede spesso, una paradossale prova della non esistenza del Dio cristiano!

Infatti, chi può rendere credibile il Dio cristiano? Chi dice di credere in un Dio, Padre di tutti, e poi accetta e non ritiene strano un mondo in cui gli esseri umani vengono distinti in “figli e figliastri”, gli uni da accogliere e gli altri da escludere e dimenticare? Chi si riconosce nell’identità cristiana che consiste nel credere che Dio, che nessuno ha mai visto (vangelo di Giovanni), si è manifestato in un volto umano (Gesù), e poi non riesce a riconoscerlo nei volti, a volte deturpati e feriti, degli uomini e delle donne di oggi, solo perché non appartengono ai “nostri”? Chi dice di credere in qualcosa di inimmaginabile come la resurrezione, e poi ritiene impossibile che questo mondo possa essere cambiato e reso più umano, più giusto, più solidale? Chi dice di credere nel Dio-amore e poi considera normale che in questo mondo prevalga la legge della giungla, del si salvi chi può, dove si considera normale e naturale che chi è più forte o più furbo arraffi quanto più è possibile, a spese degli altri? Chi dice di credere in un unico Dio creatore, da cui dipende tutto, e poi accetta che le risorse di questo mondo siano controllate da una piccola minoranza di privilegiati, ai quali, come a dei, è riconosciuto il diritto di decidere chi è escluso dal banchetto della creazione e chi no, come se si trattasse di un semplice reality tv? Chi dice di credere in un Dio crocifisso e poi accetta la folla sterminata di crocifissi e vittime della sopraffazione, della prepotenza, dell’avidità dei potenti della terra, senza fiatare, scrollando le spalle e voltandosi dall’altra parte, o magari partecipando alla sopraffazione? Chi dice di essere la comunità dei seguaci dell’indifeso Gesù e poi negozia e contratta continuamente condizioni di vantaggio e posizioni di forza, con i potenti di questo mondo? Chi dice di credere che l’uomo è fatto a immagine di Dio, e poi tollera che gente e popoli di ogni colore, vivano umiliati e offesi nella loro dignità? Chi dice di credere nella venuta del Regno di Dio, cioè nell’attesa di “terra nuova e cieli nuovi” e poi è disperatamente, e fatalisticamente, aggrappato allo stato presente delle cose, difeso “con le unghie e coi denti”? Chi proclama, a gran voce, a ogni pie’ sospinto, il primato dello spirito, della religione, dell’etica e dei “valori” e poi organizza le relazioni umane in ossequio alle logiche del denaro e delle “ferree” leggi dell’interesse privato e dell’economia? Chi professa continuamente gli ideali evangelici annunciati da Gesù di Nazareth, ma poi pensa che, in realtà, la vita è tutta un’altra cosa, anzi, come il “grande inquisitore” di Dostoevskij, vorrebbe quasi rimproverare Gesù di essere venuto a crearci problemi dicendoci quello che ha detto, e chiedendogli, casomai, di lasciarci in pace e tornarsene là da dove è venuto, con tutti i suoi ideali e le sue speranze?





martedì 13 ottobre 2009

Chi ha paura della diversità? Elogio dei colori

Nella nostra società complessa e interdipendente (ormai, in modo irreversibile!), esiste una sempre più generalizzata condizione di interazioni plurali e reciproche.

La nostra è una società "demonopolarizzata", una società multipolare. Un multipolarismo che interessa non solo le culture, i sistemi di riferimento categoriali, le tradizioni scientifiche, le scuole di pensiero. Infatti, la molteplicità dei punti di vista è costitutiva anche di una stessa cultura, di uno stesso sistema di riferimento, di una stessa scuola di pensiero. Di più, la molteplicità dei punti di vista vale non solo in riferimento ai diversi punti di vista dei soggetti individuali, ma attraversa anche i tipi di pensiero, i tipi di logica, gli atteggiamenti di ogni singolo soggetto. Ognuno di noi, per così dire, parla simultaneamente molte "lingue": perciò è così difficile ( e a volte drammatico) capire in quale “lingua” stiamo comunicando o scegliere in quale “lingua” comunicare. Oggi si è indipendenti e interdipendenti al massimo grado; si funziona “al plurale”, con ruoli plurimi, in spazi diversi e sovrapposti; si comunica attraverso codici multipli e flessibili.

Eppure, sembra paradossale che, in una società caratterizzata dal massimo di comunicazione e interdipendenza, emergano così prepotentemente la paura e l’angoscia della diversità. È paradossale che, nella diversità, nelle differenze (di ogni genere) si veda solo un ostacolo, un impedimento, un rischio, invece che una opportunità, una possibilità, un valore da salvaguardare a ogni costo!

Siamo talmente fragili e impauriti da non riuscire a capire che ciò che è differente è necessario per farci vedere ciò che, da soli, non riusciremmo a cogliere, nei coni d’ombra delle nostre stesse opinioni ed esperienze? Non riusciamo a capire che, quando la realtà muta e si trasforma velocemente, come quella attuale, solo l’esperienza della diversità e il rapporto con chi è diverso ed ha esperienze diverse, sono la nostra salvezza? O siamo come quegli innamorati che sentono di aver trovato la propria vita quando incontrano qualcuno complementare perché diverso, e poi fanno di tutto per eliminare ogni forma di diversità nell’altro, ritenendola un pericolo per la propria felicità? E non si rendono conto, invece, di stare distruggendo, così, il proprio futuro?

Eppure siamo tutti figli di una tradizione come quella dell’Occidente che, nonostante ottusi integralismi, ha costruito una sola, vera identità: quella di riuscire a far convivere le differenze (di idee, di fedi, di genere, di esperienze culturali)!

Eppure siamo anche all’interno di una tradizione religiosa, come quella cristiana, dove si annuncia un Dio che si è rivelato nella forma di ciò che è diverso da sé, anzi, opposto a sé! (nonostante la fede cristiana sia stata, spesso, usata, nel passato come anche oggi, come arma di esclusione e di ghettizzazione!). E bisognerebbe pure riflettere, a proposito di diversità, sul fatto che quella cristiana è l’unica fede i cui testi sacri riportano le parole del Figlio di Dio in quattro versioni ufficiali diverse (ci sarà pure un senso in questo fatto!).

E allora? Perché non cogliere la ricchezza e la bellezza delle diversità? Chi se la sentirebbe di eliminare dalla tavolozza di un pittore qualche colore, qualunque, anche il più insignificante, come inutile? Non sarebbe necessario, piuttosto, moltiplicare i colori, inventarli, semmai?

La comunicazione diventa, perciò, l’unico strumento per vivere ed esistere davvero nella società “arcipelago” o “labirinto”. La vera soluzione, perciò, oggi, non è la riduzione della complessità, ma lo sviluppo dell'interdipendenza e delle interconnessioni e, quindi, l’aumento della comunicazione!

giovedì 8 ottobre 2009

I paradigmi della stupidità 2. La sindrome di Nimby

Il tradimento e le degenerazioni delle classi dirigenti, e delle élites in generale, nel nostro paese, come risulta da varie indagini, è sotto gli occhi di tutti. È vero che esistono due generi di classe dirigente come esistono due tipi di società, ma, secondo gli italiani, sembrano prevalere i ritardi culturali e l’incapacità di adeguarsi ai cambiamenti, l’indifferenza all’interesse collettivo, l’indecisionismo e il tirare acqua al proprio mulino con ogni mezzo, il cinismo sociale e i comportamenti clanici. Ma le indagini dicono anche altre cose e su queste occorre imparare a riflettere con rigore per immaginare il “che fare”.
Carlo Carboni, nel suo libro La società cinica (Laterza), è molto illuminante in proposito e, soprattutto, preciso nell’indicare le degenerazioni e i fattori di disgregazione del vivere civile. In una pagina, che occorrerebbe studiare, parola per parola, in tutti gli ambienti (politici e amministrativi, ma anche imprenditoriali, culturali, formativi e anche ecclesiastici), egli rileva che “le caratteristiche e, quindi, anche le degenerazioni delle élites trovano corrispondenza con quanto prodotto dal declino della società di massa di ceto medio: una società, a capitale sociale medio-basso, che, come le élites, appare invecchiata, prigioniera del segregazionismo di genere, provinciale e spesso insufficientemente istruita e informata, presa nell’individualismo amorale e nell’egoismo sociale, interprete cinica dell’illegalità diffusa e delle scorciatoie clientelari. È quell’Italia che guarda al merito e all’interesse collettivo in modo cinico, sostenendo che, in fondo, si tratta di due concetti astratti, solo di belle parole, ma la sostanza è un’altra: ognuno fa i propri interessi, a partire dalle stesse classi dirigenti. Nel concreto, il merito e l’interesse collettivo riguardano gli altri: ecco quindi dilagare la sindrome Nimby (not in my backyard) e quella giustificazionista, quando chiediamo una deroga al merito per nostro interesse. È l’Italia che ama farsi proteggere in alto (tra le élites) e in basso (nella società), che spesso prospera o sopravvive con rendite posizionali.”(p.141)


Che c’entra tutto questo con la stupidità? C’entra perché questi fenomeni e questi atteggiamenti, queste prassi diffuse, che apparentemente sembrano offrire dei vantaggi, si traducono poi in immobilismo e indifferenza riguardo il nostro comune destino, in degrado della vita di relazione, in incertezza e insicurezza, anche per i nostri beni, e in una aspettativa di vita di bassa qualità. Non il massimo di felicità possibile dunque ma il massimo di sopravvivenza! È questo che vogliamo?


Se è così, e sembra che sia così, aveva proprio ragione lo storico Carlo Cipolla, quando, in un divertente libretto, di alcuni anni fa, (Allegro ma non troppo, Il Mulino), scriveva: “la morale della favola è che ognuno di noi ha una sorta di conto corrente con ognuno degli altri. Da qualsiasi azione, o non azione, ognuno di noi trae un guadagno o una perdita, ed allo stesso tempo determina un guadagno o una perdita a qualcun altro”. E allora se un Tizio compie un’azione dalla quale trae un vantaggio causando una perdita a Caio, Tizio ha agito da bandito. Ma se Tizio compie un’azione che causa un danno a una persona o a un gruppo di persone, ma anche a se stesso, allora Tizio è uno stupido! O no?




venerdì 2 ottobre 2009

I paradigmi della stupidità (con brano antologico!)

Spesso di fronte a scelte e gestioni del potere politico (e non solo politico) non condivisibili o addirittura inaccettabili – nei confronti dei quali ci si sente impotenti e, forse, privi di immaginazione politica e di iniziativa per il cambiamento – si tende a spostare il problema imprecando contro quegli elettori che, con il loro consenso, sostengono quelle maggioranze, o contro l’imbecillità di un generico “popolo”! Dal quale, quelli che rifiutano lo stato delle cose, si chiamano, ovviamente, sempre fuori! Salvo poi a sfruttare le opportunità che quello “stato delle cose” offre!


Come quando, da un lato, si contesta, duramente e giustamente, l’arroganza nell’esercizio del potere e l’illegalità, che, troppo spesso, sembra diventare mentalità “normale” e comportamento diffuso, nonché “sancito” anche in alcune scelte politiche, amministrative o legislative, e, dall’altro lato, magari per i propri familiari o amici, si è subito pronti a guardarsi intorno e a fare indagini del tipo: “conosci qualcuno sul catasto?”, o “sei amico di nessun membro di commissione del tale concorso?”, “chi conosci in Regione?”,”cosa puoi fare per cancellare quella multa?”, ecc.

O come quando, da un lato, si denuncia l’evidente, quotidiano, “massaggio” dei cervelli, messo in atto, non da oggi, con raffinate tecniche, da parte di chi controlla anche il potere politico, attraverso i propri organi di informazione, le proprie reti televisive e altri media, e, dall’altro lato, nello stesso tempo, si è accaniti e “fedeli” spettatori e fans di programmi, detti “reality”(sic!), tipo “grande fratello”, “la fattoria”, le varie “isole dei famosi” o degli sfigati, o di programmi tipo “amici” “uomini e donne”, “c’è posta per te” ecc., specializzati nel plasmare mentalità, perfettamente funzionali alle logiche dominanti!

Forse bisognerebbe cominciare a fare altre analisi, a scegliere e diffondere altri comportamenti, inventare altre forme di lotta quotidiana e di educazione, anche a partire da uno strumento flessibile come internet!

Allora forse potrebbe essere utile anche fare un discorso sulla stupidità ricorrente (di noi italiani o dell’umanità?), come una delle cause dei mali del paese! Certo, però, occorrerebbe anche analizzarne meglio origini e modalità, e cercare le terapie! A questo scopo potrebbe servire ascoltare ciò che Robert Musil, nella sua ultima apparizione pubblica a Vienna, nel 1937, prima di essere costretto a fuggire in Svizzera, diceva, in un ironico “discorso sulla stupidità”, su questo oscuro versante dell’esperienza umana. È vero che concludeva il suo discorso considerando il “regno della saggezza una regione desertica e in genere schivata dagli uomini”. Ma è anche vero che il suo discorso non era riferito solo agli “altri”, perché, diceva, la stupidità “dovremmo certo identificarla a ciascuno di noi in se stesso, e non aspettare a riconoscerla nelle sue grandi esplosioni storiche”!! (R. Musil, Discorso sulla stupidità, Shakespeare and Company 1979)

Vedi anche commento antologico del grande Petrolini:
http://www.youtube.com/watch?v=oy7rgG-v_8E

Proposta semiseria per i diversamente-lettori

Questa proposta è, in realtà, un invito alla lettura dei libri per i “diversamente-lettori”. Sì, perché io credo che non esistano i non-let...