giovedì 27 agosto 2009

Sogni di una notte di fine estate

Siamo ancora capaci di sognare? Chi ci ha rubato o ci ruba i sogni? Che ne stanno facendo delle nostre vite? Qui si tratta dei sogni “a occhi aperti”, perché di quelli notturni sono capaci tutti, forse anche alcuni animali. E poi quelli svaniscono facilmente all’alba. E comunque diventano solo materia per psicanalisti, cabalisti, rotocalchi e per qualche chiacchiera. I “veri” sogni quelli di cui sembriamo non più capaci, sono quelli “a occhi aperti”, quelli capaci di cambiare la nostra vita, le nostre relazioni, i nostri progetti, le nostre emozioni e il nostro futuro umano! “I have a dream”!, quante volte è stata ripetuta questa frase famosa, anche in altre lingue, da giovani o adulti, noti o meno, in occasioni diversissime della vita. Quante volte una frase del genere e la ricerca attiva di quanto ad essa corrispondeva, ha cambiato non solo la vita degli individui ma anche quella di interi gruppi e comunità, le più diverse! Quante volte la parola “sogno” o il desiderio vivo e la capacità, da parte di alcuni, di “visione” di un sogno, ha consentito agli umani di fare un “salto” nella loro evoluzione storica e culturale o nella loro esperienza o nella loro autoconsapevolezza. Ma c’è in giro oggi una corruzione del significato anche della parola “sogno”! una parola associata sempre, nella storia o nella letteratura, ai grandi amori o a relazioni fantastiche o a progetti, creazioni, orizzonti simbolici e nuove prospettive umane, personali, sociali, religiose o culturali. Oggi, invece, sembra che sia in atto un’operazione di “depotenziamento” tale da associare il significato di “sogno” solo alle esperienze inconsapevoli notturne, o alla possibilità di una “carriera” molto remunerativa, o a una vincita straordinaria all’enalotto, o alla possibilità di apparire per un minuto sugli schermi elettronici, o alla realizzazioni di grandi fortune, o addirittura al desiderio di imitare personaggi pubblici di “cartapesta” o di “plastica”, incantatori di “polli”, spesso senza densità umana! Chi ci ha fatto questo? Sicuramente saranno state le classi dirigenti, politiche, culturali e anche religiose, inette, ciniche, ignoranti e stupide,toccateci di questi tempi!, ma spesso è stato anche il nostro adattarci a desiderare solo la “pentola della carne”, il rassegnarsi a ridurre i nostri “orizzonti” ideali a ciò che è quantificabile e funzionale adesso, sfruttando cinicamente le “opportunità” della situazione presente, e il rinunciare a domandarsi: “perché questo mondo non potrebbe essere diverso”? Ma si può vivere una vita veramente “umana” senza sogni? L’essere umano non è forse tale perché è capace di immaginare, di pro-gettarsi, di creare, di “trascendersi” continuamente? L’essere umano non è tale perché non è mai “soltanto” quello che è? Certo, sognare non significa chiudere gli occhi e far finta di non vedere, ma essere capace di vedere e sentire “oltre” e “altro”. Come sarebbero possibili, altrimenti, l’amore, l’arte, la poesia, la creazione, la musica e anche la fede? E allora? Tiriamo fuori dai cassetti, dove li abbiamo confinati, recentemente o nel passato, a seconda che siamo giovani o non più giovani, i nostri sogni, in tutte le forme in cui li abbiamo rappresentati (in forma di poesie, di canzoni, di diario, di disegno…) e riponiamoli al centro delle nostre vite. Forse le nostre vite non saranno, solo per questo, più fortunate, ma sicuramente saranno più umane! E allora potremo dire di avere vissuto!
Io nel cassetto ho trovato questo sogno di una notte di fine estate di diversi anni fa

Elogio della pazzia

Sogno amori mai vissuti
vedo colori d’altri mondi
invidio chi parla all’aria
e chi attende una risposta
dalle nuvole.

Se tu rincorri il vento
se odi il mormorio delle stelle
se affidi al mare i tuoi segreti
io ti amo,

se credi nelle fate
se vivi tra le nuvole
se sogni l’impossibile
siamo amici,

perché io amo
chi corre incontro
a niente.
(Pimades, 1974)

giovedì 20 agosto 2009

Tornare a casa con Beethoven

Qualche anno fa in una conversazione Edward W. Said e Daniel Barenboim sottolineavano la presenza di un’ALLEGORIA del viaggiare, del PARTIRE, del lasciare la casa, e del successivo RITORNARE a casa, non solo nel racconto dell’ODISSEA ma, e questo è meno ovvio per i più, anche in una SINFONIA DI BEETHOVEN. Nel senso che una sinfonia può essere pensata anche come UNA ESPLORAZIONE in cui il punto di avvio, la nota di avvio, che, in un certo senso, è “la casa della musica” (Barenboim), dopo la sua elaborazione, pur ritornando, non è più la stessa. In termini musicali, “la RIPRESA non è la stessa cosa dell’ ESPOSIZIONE, sebbene le note siano le stesse”( Barenboim e Said, Paralleli e paradossi, Il Saggiatore). Così anche LA FINE di un viaggio, di una vacanza, - se quest’ultima non è stata, soltanto, come un VAGABONDARE o un GIROVAGARE DISTRATTAMENTE tra le vetrine di un centro commerciale, ma è stata curiosità e desiderio, ESPERIENZA DI INCONTRI veri, di SENSAZIONI intense, di ASCOLTI sinceri, o anche riscoperta di nuove opportunità e capacità di GODERE E “SENTIRE”, in modo diverso, le piccole COSE DI TUTTI I GIORNI, - non è mai solo un ritornare, rassegnati, al PUNTO DI PARTENZA, al luogo in cui tutto si conclude, non è neppure un ritornare alla STESSA CASA, perché anche la casa diventa qualcosa di diverso, dal momento che subisce una specie di INTERFERENZA delle nostre esperienze. È vero, è un ritorno in ogni caso, ma un ritorno da dove potrebbe COMINCIARE qualcosa di nuovo, UN’ALTRA STORIA. Questo perché anche noi che torniamo non torniamo mai uguali a quando siamo partiti, mai esattamente gli stessi. Non siamo mai più soltanto quelli che eravamo!

martedì 11 agosto 2009

Link. Comunicazioni e identità


Solitamente, l’aspetto più evidenziato dagli studiosi come uno dei paradossi dell’età dell’informazione e della comunicazione, è il rischio della “Babele”, cioè di un tale moltiplicarsi ed esasperarsi delle “connessioni”, delle informazioni e delle prospettive, da rendere molto problematici l’orientamento, la decodificazione dei messaggi e la stessa comunicazione. Tuttavia, riflettendo su alcune argomentate osservazioni critiche, emerse in una discussione con una giovane amica, mi pare necessario dirigere l’attenzione anche su un aspetto diverso del fenomeno della comunicazione contemporanea, di cui non abbiamo sufficiente consapevolezza, noi che viviamo, ormai, quasi continuamente “connessi” e, quindi, immersi totalmente nelle dinamiche comunicative. In breve, la mia interlocutrice diceva che è la stessa ricerca della relazione a ogni costo, e della comunicazione, col conseguente bisogno di rendersi “accettabili”, che potrebbe produrre la disintegrazione dell’io e dell’identità. Quindi la perdita dell’unità del nostro essere. Come si vede, non è un problema da poco, né privo di ragioni. E allora? Quali le alternative? Come considerare il gioco tra identità e comunicazione? Penso che le alternative da considerare potrebbero essere diverse. Prima di tutto, sul piano personale. Qui, qualcuno potrebbe considerare un’alternativa – per evitare la temuta “liquefazione” dell’io (vedi a tale proposito le analisi di Bauman su “società liquida” e “amore liquido”) - quella di tentare di chiudersi nella difesa della propria originalità, del proprio io e della propria libertà. Si salverebbero così, a ogni costo, la propria autonomia e integrità, scegliendo di diventare, sul piano personale, un po’ “orso”, attento a non pagare un prezzo troppo alto nei rapporti o nelle relazioni, lasciandosi sempre una “porta aperta”, come si dice oggi. Certo, questo potrebbe significare la rinuncia a vivere esperienze significative e coinvolgenti e la scelta di relazioni che non mettano in gioco e non chiedano niente di sé, né concedano troppo agli altri. La domanda, però, è se relazioni del genere non significhino, in fin dei conti, la rinuncia a vivere una piena vita umana, nell’unico modo, imperfetto, in cui è possibile a noi, poveri “umani”. Su un piano più ampio, sociale, politico o religioso, una soluzione potrebbe essere considerata l’ “arroccamento” in difesa della propria identità e integrità o della propria presunta superiorità, assumendo mentalità e atteggiamenti xenofobi, razzisti o fondamentalisti. Quest’ultima scelta, sul piano sociale politico o religioso, è, difatti, la strada spesso seguita oggi, nel tempo della globalizzazione, da tanti, che, in buona o, più spesso, in mala fede (come spesso accade in una politica che diventa sempre meno “politica” e sempre più un inseguire tutti gli “umori” delle proprie clientele), tentano di impedire o di ridurre, con tutti i mezzi, lo scambio, la comunicazione e l’integrazione con l’altro e con gli “altri”, sperando in questo modo di mantenere il proprio “spazio vitale” e di salvare la propria “nicchia” biologica, culturale o religiosa. Un’altra possibilità, però, sul piano personale, ma anche, in fin dei conti, su quelli sociale e culturale, potrebbe consistere nell’accettare di rischiare e giocarsi il proprio io e la propria identità, consapevoli che, per noi “umani”, non c’è altra strada per “vivere” veramente. Dal momento che la nostra identità, in quanto persone e in quanto gruppi, la riceviamo, noi “animali simbolici”, dai nostri rapporti, positivi o negativi che siano. La possibilità di molteplici, complesse e, talora, contraddittorie, relazioni, nelle quali si riceva ma si dia anche molto, ci potrebbe, forse, consentire di vivere, in un certo senso, molte vite (a noi, che ne abbiamo una, molto limitata), così come a un attore bravo è consentito di vivere, attraverso i vari ruoli, molte esperienze. Certo, l’attore che vive pienamente e intensamente – come dovrebbe un bravo attore - i diversi ruoli, può correre il rischio di perdersi e di non sapere più bene chi è. Ma, intanto, avrebbe vissuto non superficialmente la sua vita, benché solo sulla scena, poiché è quella la sua vita. Del resto, chi, singolo o collettività, conosce veramente qual è il proprio vero “io”, da salvare?, chi ha detto che il nostro “io” è costituito da un’identità rigida, definita una volta per tutte e circoscritta, da conservare così come è, e non invece una storia, la cui sola unità, o integrità, è quella, complessa, delle storie?

martedì 4 agosto 2009

Le parole e le cose. L’inquinamento del linguaggio e l’oblio delle vittime.

Non c’è dubbio che spesso le parole siano infettate o siano derubate della loro capacità di dire le cose. Non c’è dubbio che, come ha notato una volta R. Baumgart (citato da H. Weinrich, La lingua bugiarda, il Mulino 2007) le parole, anche quelle più “sacre”, come verità’, giustizia, libertà, onore, amore, democrazia, terra, popolo, patria, sangue, ma pensiamo anche a religione, Dio, Chiesa, politica, Stato, ecc., siano state rese, spesso, nella storia, “sbilenche”, tali da tendere, paradossalmente, verso il contrario di quello che avrebbero voluto significare, “verso la bugia”. Questo, soprattutto attraverso l’uso cinico del linguaggio, da parte di poteri e potenti, di ogni genere, che si sono, prima, appropriati e, poi, serviti, di parole importanti, in un modo menzognero: per giustificare, per controllare, per nascondere, per aggredire, per conquistare, per conservare, per sedurre….Forse questo fenomeno è, anch’esso, in modo pesante, all’origine della crisi di credibilità o, addirittura, della reazione di rigetto che alcune di quelle parole provocano oggi in molti. Come scrive Weinrich, “non c’è dubbio che le parole con cui si è mentito molto, divengano esse stesse false”. Con l’effetto di snaturare la comunicazione e la stessa esperienza umana. Sarebbe il caso di dire: attenti!, presidiamo i significati caratterizzanti la cultura e l’avventura umana!
È indicativo, in questa ottica, riflettere sul destino di mistificazione a cui sta andando incontro il significato della parola “vittima”, nel nostro tempo. È anche comprensibile come parole del genere siano senz’altro da mantenere nella purezza dei loro significati, dal momento che la consapevolezza di quei significati è, in un certo senso, la cartina di tornasole e la spia rivelatrice delle contraddizioni nei rapporti umani, così come dello standard di “umanità” della convivenza civile. Ora, è facile rilevare come la parola “vittima”, nel suo senso più pieno, dovrebbe riferirsi essenzialmente a soggetti, individuali o collettivi, impotenti, incolpevoli, dimenticati, senza voce ed esclusi di ogni genere, su cui sono scaricati il prezzo dello sviluppo e del benessere degli altri, quelli cioè che potremmo chiamare i “crocifissi” della storia, con un occhio attento al caso più drammatico tra essi. Nessuno penserebbe, infatti, di identificare, con il termine vittima, soggetti come Napoleone o Augusto o un re o un imperatore o un papa medievale, un capo di stato o un grande imprenditore, come Ford per esempio, e neppure, una potenza politica mondiale, una grande organizzazione finanziaria, politica o religiosa, nel momento in cui, tutti questi soggetti, siano nel pieno controllo delle loro risorse e del loro potere o mentre dispongono di un forte potere di influenza o di interdizione. Invece, oggi, succede anche questo! La parola “vittima” non viene quasi più usata per “mettere in chiaro” i tanti, veri “crocifissi” del mondo contemporaneo (che spesso sono enormi masse umane o interi continenti e non solo, purtroppo, le vittime degli incidenti, dei terremoti o della criminalità), ma, addirittura, applicata a sé dai potenti di turno, che tutto saranno meno che “vittime”. Basta guardare solo, a titolo di esempio, all’uso di questo termine, attribuito a sé da una grande potenza mondiale, per giustificare la “guerra preventiva”, al tempo dell’America di Bush, o, per guardare alle vicende, più grottesche, di casa nostra, al ricorso al termine “vittima” nella lotta politica quotidiana e nello scontro di interessi tra leader e gruppi, a caccia di consensi. In casi simili o analoghi, in cui uomini o organizzazioni, con enormi poteri a disposizione, per nulla vittime, nonostante qualche “graffio”, ricorrono all’uso “sbilenco” e alla “corruzione” della parola “vittima”, appropriandosene, si può rilevare come l’unico effetto, nella dinamica della comunicazione e della consapevolezza umana, sia quello di privare quella parola della sua forza critica, snaturarne il significato, renderla una “bugia” e indurre, così, tutti noi a dimenticare le vere vittime del mondo d’oggi, oscurandone la realtà. O no?

Chi ci libererà dai "maestri" di etica?

Chi ci libererà dai pedanti maestri di etica e dai loro quotidiani e inutili elenchi di mali e malfattori? Chi ci libererà dalle cassandr...