giovedì 16 luglio 2009

Ricordando Wittgenstein. A proposito di maestri

Forse "cultura", "sapere", sono sempre, in un certo modo, un ricordare, un fare memoria. Forse la cultura è nata proprio come memoria. Memoria nel senso di “memoriale”, secondo il significato che tale termine conserva nel linguaggio religioso e in quello teologico, come ciò che consente di rivivere, di ri-presentare attualmente l’evento del passato, in tutta la sua efficacia e non solo come puro ricordo mentale. Da questo punto di vista il sapere, se è tale, non può non essere sempre incontro effettivo, esperienza, incontro denso di senso, “conversazione” attuale con protagonisti o documenti nodali del cammino della ricerca, dell’esperienza e del cammino intellettuale dell’umanità. Il vero sapere, il vero conoscere è questo “memoriale”, questo ricordare, questo rivivere, questo fare memoria attuale: forse questo è anche l’educazione, questo è anche il senso vero della scuola?
I maestri allora, se esistono, sono coloro che riescono a generare questo tipo di esperienza negli allievi, in un certo senso, cambiando loro la vita o, almeno, il modo di guardarla.
Per quanto mi riguarda, pure Wittgenstein è stato, ed è, esperienza di memoria e di incontro, è vivere un “memoriale” , è ri-attraversare le tante porte che egli ha aperto a fondamentali riflessioni contemporanee: quelle sulle lingue, sui linguaggi, e sulle forme della comunicazione come forme della vita. Possiamo oggi fare a meno delle sue lezioni che ci hanno insegnato a distinguere il nostro dire le cose dalle cose stesse, le nostre immagini della realtà dalla realtà stessa? Possiamo rifiutare il suo invito, antidogmatico, a rifuggire dai concetti rigidi e dai significati definiti, come pure dalla pretesa di capire gli altri, solo perché ne abbiamo compreso le parole e la grammatica?. Siamo ancora capaci di seguire Wittgenstein, come dice Perissinotto (riprendendo una frase da Pensieri diversi, di Wittgenstein, pubblicato da Adelphi), nel pensare con coraggio, nel pensare e vivere “senza trampoli”?. Lezioni queste, ancora, o forse oggi di più, decisive, e urgenti, nel mondo globalizzato e pluralistico, dove sembriamo tutti aver paura della molteplicità, della diversità, e dell’incertezza dello scambio e del dialogo.
Occasione preziosa per il riaffiorare delle riflessioni di un “debitore” di Wittgenstein è stata l’intervista concessa da Luigi Perissinotto a Susanna Marietti sul quotidiano “Terra” il 9 luglio 2009 e riportata integralmente dal sito http://www.linkontro.info/, in occasione della pubblicazione, curata da Perissinotto delle "Lezioni di filosofia 1930-1933" presso le edizioni Mimesis.
E’ vero, Wittgenstein era una personalità umana e intellettuale complessa, complicata e forse non facile da “leggere”. Non è un caso che la sua biografia abbia dato origine a un film di D. Jarman (Wittgenstein) che, come scrive il Morandini, è un film biografico che “non assomiglia a nessun altro”. E’ vero che il pensiero (o i pensieri?) di Wittgenstein, pur se considerato talora uno dei padri della filosofia analitica, non ha dato origine a veri movimenti o “scuole di pensiero”. Non è un caso che ci sia stato, tra chi lo ha esaltato ma anche tra chi lo ha criticato, chi parla di un solo Wittgenstein, chi dice che ne esistono due, chi molti, addirittura. Anche questo è il segno della ricchezza di sensi di un maestro.
Una cosa è certa, le sfide e le lezioni di Wittgenstein non sono eludibili e non sono superate, se non altro perché il suo è un modo di pensare (di fare filosofia) che riesce a darti quel tipo di “sensazione” (appunto, qualcosa che ha a che fare più con il “sentire” che con il “conoscere”) per cui, non sai come o non sai veramente perché, ma “senti” che si sta parlando di te e della tua vita. Non è questo in sostanza il ruolo e l’effetto dei grandi maestri? A volte anche al di là e oltre quello che essi hanno veramente inteso proporti? Non è questo che tutti abbiamo sperimentato quando, davvero, abbiamo “imparato” qualcosa da qualcuno? Non è forse per questo che “sapere veramente” è săpĕre: lo stesso che “conoscere” e “sentire il sapore”?
L’incontro con Wittgenstein per me è stata proprio una di quelle esperienze capaci di produrre săpĕre, una di quelle esperienze di apprendimento e di conoscenza, una di quelle esperienze di “scuola”, che, sole, restano, al di là dei “conigli”, senza storia, che i “soloni”(!?!) pro-tempore, dei vari ministeri dell’ istruzione, fingono di trarre periodicamente dai loro “cilindri”.
Se è ancora possibile, nella scuola, nel processo educativo, fare queste esperienze, “incontrare” questi maestri, che ti fanno innamorare, facendoti “sentire” la forza e la bellezza di un’idea, di un testo, di una poesia, di una pennellata, di un teorema o di una teoria, di una nota o di un racconto come di una tecnica o di una “macchina”, allora c’è ancora speranza per l’educazione e per la scuola, pur se “rimodellata” dai necessari e sempre contingenti “aggiustamenti”.

Per sapere di più su Wittgenstein:
Luigi Perissinotto, Wittgenstein. Una guida, Feltrinelli 2008

1 commento:

Anonimo ha detto...

PAROLA - SUONO - ENERGIA - LUCE
Soltanto per salutare. Dal libro che sto leggendo: "Stamattina affronteremo un aspetto più sottile della nostra vita, chi ascolta insieme a chi parla. e cioè la struttura verbale. Dato che nasciamo con un corpo fisico condizionato, una struttura fisica condizionata, nasciamo anche con una struttura verbale condizionata. Nella nostra psiche portiamo pensieri e idee, concetti e valori, norme e criteri. E' quello che si chiama l'inconscio della razza. E' il cosiddetto subconscio, l'eredità psicologica con cui ogni essere umano nasce. Ora, quando diciamo che la psiche contiene conoscenza, pensieri parole o idee, un pensiero o un'idea non può esistere senza la parola, e la parola ha un suono. Ha un suono e un significato, tutti e due: il significato che le è stato dato dalla linguistica e dalla semantica, dalla religione di una particolare società, dalla religione, dal contesto culturale, ecc. Perciò noi in effetti ci portiamo drntro la struttura verbale, le parole e il loro significato
Ora consideriamo l'aspetto sonoro della parola. non appena nella mia mente si muove un pensiero, in quel momento si muove una parola. il pensiero non può esistere senza la parola. E quando dico che la parola si muove, è il suono che si sta muovendo. Il suono è energia. I fisici ci insegnano che se riduciamo la varietà delle forme materiali ai principi base, otteniamo in effetti energia luminosa ed energia sonora. E gli antichi saggi dell'India, migliaia di anni fa, dicevano che il suono, contiene la luce. ..." Vimala Thakar, Il mistero del silenzio, Ubaldini editore, p.44
E'forse questa energia luminosa sprigionata dalle parole dei maestri che accende la memoria nel senso di "memoriale"?
Pina Imperato

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