giovedì 23 luglio 2009

La crisi e i polli. A che servono i giornali? Ipotesi e realtà

Se avessimo, in Italia, più libertà e pluralismo di informazione;
se i giornali non fossero quasi tutti proprietà di società (attenti sempre, alla proprietà dei giornali che leggete poveri polli!), che hanno i loro prevalenti interessi da difendere, in settori diversi dall’informazione;
se avessimo editori cosiddetti “puri” (cioè imprenditori il cui interesse è l’informazione, per i quali l’obiettivo di “vendere” la “merce” informazione, qualunque informazione, è lo scopo della loro impresa) e quindi anche interessati a moltiplicare i “pubblici” invece di controllarli o ridurli);
se avessimo dei “professionisti” dell’informazione, interessati prima di tutto, e soprattutto, a informare, più che a solleticare ( teng’ famiglia) lo scadente narcisismo delle inadeguati classi politiche che ci toccano di questi tempi ( però… addà passà ‘a nuttata!);
se avessimo giornalisti capaci di inseguire le notizie e i fatti, invece di essere attenti a nascondere i fatti spiacevoli per i potenti di turno;
se i giornalisti sapessero e volessero “vedere” che tra i fatti ci sono le sofferenze quotidiane delle vittime e di quelli che non contano e sono senza voce;
se i giornalisti volessero “vedere” i fatti dal punto di vista delle vittime invece di indurre le vittime a guardare i fatti con gli occhi dei potenti;
allora, forse, anche la “crisi” non sarebbe avvertita dalla gente solo come una specie di terremoto o alluvione capitata, come capitano tante catastrofi naturali, di cui non si può incolpare nessuno; allora saremmo capaci di individuare cause e responsabili, saremmo capaci di capire che non si tratta solo di una questione di etica, che servirebbe incamminarsi verso un nuovo modello di sviluppo;
allora sarebbe più difficile, da parte delle classi politiche, da parte dei responsabili di questo modello di sviluppo, e quindi anche responsabili di questa crisi, sarebbe più difficile, da parte di chi controlla già gran parte delle risorse, usare la crisi per teorizzare ulteriori dirottamenti di risorse dai bisogni popolari (vedi riduzioni di posti di lavoro, salari, interventi sulle pensioni ecc.) verso i propri interessi, riuscendo addirittura, con qualche effetto speciale sceneggiato dai giornali, a convincere la maggioranza delle vittime della crisi a non pretendere troppo, ad accettare (perché diversamente potrebbe capitare di peggio!) di perdere il lavoro, di pagare di più la sanità, di vedersi ridotti i servizi scolastici e di perdere potere d’acquisto.
Invece, tutti contenti e speranzosi, senza chiedere conto delle responsabilità per un futuro che diventa più incerto, anche quelli che pagano il prezzo più duro della crisi, possono convincersi che, anche se non lo vedono nel piatto, né lo sentono tra i denti, il “mezzo pollo”, lo stanno mangiando anche loro!

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